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INTRODUZIONE
Harem viene dall'arabo harim, che
significa (luogo) proibito, sacro, inviolabile. L'harem ottomano era collocato
tre le stanze private del sultano e l'alloggio del capo degli eunuchi neri.
L'insieme dell'harem-i comprendeva
circa quattrocento vani, disposti attorno al cortiletto e all'appartamento
della madre del sultano. Gli ingressi erano sorvegliati da eunuchi neri
e vi alloggiava il loro capo. Durante la notte l'interno dell'harem era
sorvegliato solo dalle guardiane, dato che perfino agli eunuchi era proibito
entrarvi.
Tra gli appartamenti il più grande,
dopo quello del sultano, era l'appartamento di sua madre, vera imperatrice,
direttrice e padrona dell'harem.
IL SULTANO
Capo supremo è il sultano.
Tutti i sudditi sono eguali davanti al sultano,
unico dispensatore delle alte cariche religiose e laiche. In linea di massima
il trono non è direttamente ereditato dal figlio del sovrano defunto,
ma -a partire dal XVII secolo- dal membro più anziano della famiglia.
Le madri stesse dei sultani e le loro donne sono del pari schiave senza
retroterra di parenti da gratificare, e il più delle volte giungono
agli splendori del Palazzo da umili origini; e cosi anche gli ammiragli
e i ministri.
LA
MADRE DEL SULTANO
A partire da Murad III (1574-1595) la madre
del sultano fu indicata col termine validè. Solo le madri
di sultani ebbero il titolo di "sultana".
La madre del sultano aveva ai suoi ordini
un discreto numero di cameriere e un tesoriere capo con i vari addetti.
Gestiva tutti i movimenti dell'harem, e nulla
in questa parte del Palazzo poteva esser fatto senza suo ordine.
LE
DONNE DEL SULTANO
Con l'avvento al trono di Maometto il Conquistatore
venne istituito l'harem imperiale, popolato da schiave di varie nazionalità,
fra le quali il sultano sceglieva la propria donna o le sue favorite. Queste
donne, come le altre dell'harem, erano scelte con molta cura, appovate
dalla validè sultàn, istruite in varie arti e discipline.
Fu così che l'harem di Istànbul
si riempì di splendite ragazze caucasiche, circasse, abkhase, ma
anche russe, italiane, francesi, spagnole, ungheresi, jugoslave, romene
e austriache.
Nei primi tempi del dominio ottomano la
signora veniva chiamata hàtùn. A partire dal XVI secolo
col termine kaden efendi (signora). Questo titolo spettava alle
donne scelte dal sultano, una o più, sino a quattro. Oltre a queste
poteva esserci una favorita e a volte più d'una. Avevano anch'esse
un appartamento privato nell'harem, una carozza, una barca, un seguito
di cameriere.
Anche i sultani che amavano più di
una donna dovevano sottostare ad una severa etichetta, che regolava le
loro notti d'amore secondo un ordine ben definito. Il turno era fissato
secondo la legge coranica in base alla quale il marito deve soddisfare
tutte in modo paritario.
La donna si recava nella camera del sultano;
naturalmente non erano mai ammesse due donne contemporaneamente,
ed è falsa la notizia che la donna doveva entrare nel letto dell'uomo
strisciando dal fondo. Inventato anche l'aneddoto secondo il quale le donne
si schieravano in attesa della visita del sultano, e questi passava davanti
a loro lanciando un fazzoletto a quella che sceglieva per la notte. Lo
scrisse anche la sultana Hafiza (1679-1730):
"L'affermazione
che il sultano getta un fazzoletto alla giovane che preferisce è
del tutto falsa. Il sultano chiede al capo degli eunuchi neri di chiamare
la donna destinata, che le cameriere conducono al bagno, profumano e acconciano
elegantemente con abiti adatti alla circostanza. Il sultano manda poi un
dono alla ragazza, e poi va nella sua stanza".
Con buona pace dei sognatori che popolano
l'harem d'orge e di baccanali, del tutto contrari invece alla Legge islamica.
La tabella che regolava il succedersi delle varie donne nella camera del
sultano notte dopo notte era tenuta dalla tesoriera in capo e conosciuta
da tutti.
Tuttavia con alcuni sultani la vita nell'harem
fu meno convenzionale.
I PRINCIPI
Allorché nasceva un figlio di un
sultano, la notizia era subito notificata. Al bambino e alla madre era
assegnato un certo numero di cameriere scelte, e designata la scorta del
principe. Se nasceva un figlio maschio, quando questi aveva cinque o sei
anni, aveva inizio la sua educazione. Giunto all'età di tredici
o quattordici anni veniva circonciso, e gli era assegnata una propria stanza.
La sua educazione includeva allora equitazione, tiro all'arco, caccia,
uso delle armi, oltre a lezioni giornaliere in aula. Era libero per gite
in battello e passeggiate, ma in effetti aveva pochi contatti col mondo
esterno, e quasi nessuno con gli altri prìncipi.
La nascita di una figlia era salutata con
minor formalità, ma per contro le principesse vivevano una vita
più sicura dei maschi, visto che non potevano salire al trono. Le
donne del sultano che avessero avuto solo figlie erano trattate in modo
diverso da quelle che avevano avuto un maschio. Alle figlie venivano dati
nomi arabi o persiani, alcuni dei quali particolarmante preferiti: Fatma,
Zeyneb, Emine ecc.
Spesso le principesse sposavano dignitari di corte,
in particolare i gran visir, e avevano doti e appannaggi confacenti al
loro grado. Anche i festeggiamenti per il fidanzamento e per il matrimonio
di una principessa erano sfarzosi, e potevano durare anche più giorni.
I figli delle principesse non potevano in
modo assoluto ascedere al trono, ma godevano di privilegi particolari:
potevano anche accedere a preminenti cariche ufficiali.
LE ODALISCHE
Ogni componente femminile
dell'harem di Istànbul proveniva o dal mercato degli schiavi, o
da un territorio di recente conquistato, quale preda di guerra; o era un
dono fatto al sultano da sua madre, o dalle sue sorelle o da un alto funzionario
dello Stato, che per solito provvedevano a una prima educazione della ragazza.
Per la massima parte si trattava di ragazza accuratamente scelte, non comuni
per bellezza e altre doti. Le schiave erano in genere circasse, abkhase
o georgiane.
"Odalisca" significa "cameriera" (da oda=
stanza). Ve ne erano di tre tipi: quelle relativamente anziane, adibite
al basso servizio; altre acquistate ancora bambine, all'età di cinque
o sei anni, alle quali nel Palazzo venivano insegnate musica, danza, etichetta
e letteratura; e infine le più belle, le più care, fra i
quindici e i vent'anni. Giunte a Palazzo, ricevevano un nuovo nome, una
ulteriore istruzione. Tutte dovevano studiare bene il turco, saper leggere
il Corano e conoscere storia turca e religione islamica. Diventavano allora
"novizie"; col passare del tempo sarebbero divenute kalfa, e semmai
alla fine usta.
Tutte le odalische, dall'ultima novizia
alla tesoriera in capo, percepivano un salario giornaliero in aspri d'argento,
a seconda delle rispettive mansioni, mentre il loro abbigliamento era pagato
dal Tesoro; in occasioni di feste e di nascite ricevevano doni anche ricchi.
Tutte le domestiche, dopo nove anni di servizio,
potevano lasciare il Palazzo, se lo volevano, e anche sposarsi; veniva
rilasciato loro un "certificato di liberazione". A quelle che si sposavano,
oltre ai doni delle amiche e della validè, venivano dati
un anello di diamanti, orecchini di diamanti, un orologio d'oro, portabicchieri
d'argento, due cucchiai e il corredo per la casa; ma quante se ne andavano
dopo un servizio più prolungato (diciotto anni e più) ricevevano
anche case e terreni, oppure pensioni.
Le odalische vergini, o apprendiste, vivevano
in due appartamenti separati dal resto dell'harem, dove cucivano, ricamavano,
studiavano o si rendevano utili in altri modi. Imparavano musica, danza
o canto e le regole dell'etichetta di corte. La validè sultàn
sceglieva fra queste il proprio seguito.
Divenute più abili nelle rispettive
mansioni, venivano chiamate kalfa. A seconda delle loro qualità
e della loro bellezza venivano destinate al servizio negli alloggi del
sultano, delle "signore" del sultano, della validè, dei prìncipi,
delle favorite. Vi erano tre gradi di kalfa; e di solito il sultano
stesso sceglieva quelle di primo grado, che sapevano suonare, cantare,
scrivere poesie e ammaestrare le apprendiste. Quelle di secondo grado dirigevano
le novizie e le cameriere comuni. Quelle di terzo grado servivano le prime
e le seconde.
Le odalische alternavano una settimana di
lavoro ad una di riposo, con turni rigidamente fissati che iniziavano ogni
venerdì. Ogni notte un gruppo di kalfa, dalle 15 alle 20,
sorvegliava gli alloggi e pattugliava tutte le stanze e i giardini. Ogni
giovedì si procedeva alle pulizie comuni, e all'inizio di ogni mese
le cameriere comuni si dedicavano alle pulizie generali.
Ora analizziamo i diversi tipi di odalische in base alle loro mansioni:
Le odalische di più alto grado, eran
dette usta (dall'arabo ustaz= professore, maestro). Servivano
di persona il sultano, ricevevano stipendi consistenti, potevano dimettersi
quando lo desideravano.
Fra quelle più importanti erano le
haznedar
(tesoriere). Scelte dal sultano, il loro numero variava tra le quindici
e le venti. A volte intervenivano anche negli affari generali dell'harem
e amministravano pure i capitali delle principesse e dei prìncipi.
Alla morte del sultano le altre cameriere potevano rimanere al servizio
del successore, ma non le tesoriere.
L'assaggiatrice in capo, era responsabile
delle odalische che servivano l'imperatore a tavola; assaggiava i cibi
e durante tutto il pasto rimaneva in piedi alle spalle del sultano.
L'addetta alla biancheria, era responsabile
del buon mantenimento delle vesti del sultano e dirigeva le lavandaie.
La ibriktar usta dirigeva le ragazze
che accudivano il sultano durante il bagno.
La berber usta sovraintendeva alle
donne-barbiere e agli oggetti per la rasature del sultano.
La kahveci usta sorvegliava le ragazze
che preparavano il caffè al sultano e le stoviglie necessarie. Il
caffè era servito al monarca con una cerimonia speciale.
Le kadehkar kaden erano le
coppiere, mentre le kutucu usta erano le cameriere personali delle
donne, delle figlie e delle favorite del sultano.
La kilerci usta sorvegliava le dispensiere.
Questi erano i compiti di servizio. C'erano
poi quelli amministrativi, e a capo di quante se ne occupavano c'era la
saray
usta, sorta di maestra delle cerimonie in tutte le occasioni, matrimoni,
nascite, festività.
In questo ambito l'organizzazione dell'harem
seguiva passo passo quella del Palazzo imperiale, e puntualmente ad ogni
funzionario di Stato corrispondeva una donna con eguali mansioni nel reparto
femminile.
Abbiamo così la caposegretaria che
aveva la responsabilità della disciplina, dell'ordine e del protocollo.
Aveva pur essa quattro assistenti.
La vekil usta era una sorta di prefetto,
di procuratore, che sovraintendeva alle odalische, fra le quali veniva
scelta.
Veniva poi la capoinfermiera con un'assistente.
Poco più importanti, ma più
amate dai sultani che esse avevano visto nascere, erano le levatrici; e
del pari amate le balie, scelte in famiglie di particolare qualità.
Molto considerate erano le bambinaie, le
uniche che, come le nutrici, potessero prendere in braccio figli e figlie
dei sultani.
Di pari importanza era la kahya kaden,
la donna funzionario di più alto grado nell'harem. Era una sorta
di sovraintendente di corporazione, in grado di dirigere le cameriere raggruppate
nelle varie funzioni.
Poi c'era la funzionaria dell'harem addetta
al servizio delle principesse sposate e dei prìncipi.
Infine le musahip kaden facevano
parte del seguito personale del sultano, e dovevano naturalmente dar prova
di qualità straordinarie, inclusi brio, cultura, spirito e gentilezza.
In definitiva la vita nell'harem era si una
vita di lusso, di agi, ma non di stravizi, dissolutezze e snervanti piaceri
come hanno fatto credere i molti viaggiatoridei secoli passati.
Ci fu, certo, anche l'altro lato della
medaglia; c'erano sicuramente anche modi di sfuggire alla disciplina ferrea
e alla più accurata delle sorveglianze!
GLI EUNUCHI
Un altro fenomeno dell'organizzazione
imperiale ottomana ha fatto parlare molto di sé: quello degli eunuchi.
La legge coranica predicava una grande tolleranza
nei riguardi degli schiavi, che infatti non erano considerati una classe
inferiore, anzi: il titolo di qul (schiavo) godeva di un certo ascendente.
Fu Maometto il Conquistatore che perfezionò
un'organizzazione già in atto.
Fra gli schiavi emersero due categorie particolari:
gli "eunuchi bianchi" e gli "eunuchi neri".
Gli eunuchi neri dell'harem imperiale
provenivano tutti dall'Egitto, dove erano scelti dal viceré. Avevano
dagli otto agli undici anni, ed erano già stati castrati in luogo:
un privato non poteva operarli in territorio ottomano.
Il gran visir Sehid Alì Pascià
proibì poi la castrazione anche in Egitto e nell'Africa del Nord,
ma si dovette giungere sino a Mahmud II, nel 1837, perché schiavitù
e castrazione venissero abolite del tutto nell'Impero, anticipando la legge
per l'abolizione della schiavitù negli Stati Uniti d'America (1865)
e le deliberazioni delle conferenze di Berlino (1885) e di Bruxelles (1890).
Gli eunuchi bianchi costituivano
il personale permanente del Palazzo; mantenevano la disciplina, controllavano
l'andamento degli studi dei giovani paggi.
Come abbiamo detto, la castrazione non avveniva
in territorio ottomano. I prescelti erano condotti in Spagna, soprattutto
a Lucena; ma un altro importante centro di castrazione era in Francia.
Quanto agli eunuchi neri, i migliori provenivano dall'Egitto, gli altri
dall'Arabia del Sud e dall'Abissinia.
In generale gli eunuchi potevano circolare
liberamente negli harem, servivano i loro padroni ma si rendevano anche
complici delle padrone. Tuttavia non c'è da piangere molto sulle
loro perdute attività sessuali; molte testimonianze ci autorizzano
a credere che non fossero poi del tutto deprivati dei piaceri della carne.
In alcuni casi, e soprattutto per quelli castrati giovanissimi, ciò
che avevano perso si sviluppava di nuovo in seguito. Forse per questa ragione
gli Ottomani preferirono eunuchi brutti per quanto possibile; comunque
tutti, bianchi o neri, non potevano trascorrere la notte nella parte femminile
dell'harem.
Testo tratto dal libro: Storia dell'harem di Gabriele Mandel
-edizione Rusconi