AVREI UNA DOMANDA...

Intervista apparsa sul sito di Autori Esclusi
Per quale motivo hai iniziato a scrivere?
Ho cominciato a scrivere molto giovane, sentendo il desiderio di inventare mondi in cui muovermi a mio agio. Crescendo ho capito che le mie storie potevano essere utili ad altro, smisi di scrivere solo per fuga perché non c'era ragione di scappare da una realtà in cui c'erano tante fantastiche avventure da vivere. Il genere da me trattato è cambiato, ho cominciato a interessarmi di temi più attuali, cercando di puntare molto sulle piccole cose della vita che rendono preziosa la nostra esistenza. Adesso scrivere è un bisogno che si innesca tutte le volte che nella mia testa prende forma una storia, anche se allo stato embrionale. So che non serve averla tutta in testa, si scriverà da sola attraverso la mia penna.
Cosa ne pensi delleditoria in Italia?
Credo che ci vorrebbe una rivoluzione perché se un editore non capisce l'importanza del suo lavoro e la responsabilità ad essa legata, sbaglia lavoro. Pubblicare un libro non dev'essere solo un modo per riempirsi le tasche di soldi (l'editore lo fa sempre, anche se il libro non vende, solo che a farne le spese è l'autore). Essere editori significa prima di tutto vedersi come selettori, ognuno deve scegliere un libro per ciò che trasmette e non per quanto l'autore gli può rendere. Un libro ha il potere di fare anche male, l'editore deve rendersene conto e escluderlo dal proprio programma editoriale. Il difetto più grande degli editori è, più di tutto, la poca fiducia negli autori esordienti e negli scrittori veri in genere, quelli che forse oggi vendono di meno ma scrivono meglio. Spesso si lascia posto a chi ha già un pubblico piuttosto che a chi ha bisogno di farsene uno, di cominciare da zero. Molte delle case editrici minori, provinciali, trascurano la promozione ancora prima della distribuzione, imponendo all'autore cifre esorbitanti per pubblicare i loro dattiloscritti per mettersi al sicuro e poi abbandonando il libro a se stesso. E investono in soldi e tempo per chi non ha veramente bisogno di pubblicare un libro né di farsi conoscere.
Quali sono i 10 romanzi più importanti della tua vita?
1) Tokyo Blues (H. Murakami)
2) Kitchen (B. Yoshimoto)
3) La Spada di Shannara (T. Brooks)
4) Il Gabbiano Johnatan Livingston (R. Bach)
5) Ti prendo e ti porto via (N. Ammaniti)
6) Veronika decide di morire (P. Coelho)
7) Dance Dance Dance (H. Murakami)
8) Il Signore degli Anelli (JRR Tolkien)
9) La luna e i falò (C. Pavese)
10) Dieci piccoli indiani (A. Christie)

Intervista apparsa sul sito di Skeleton House
Perché hai deciso di iscriverti al club di Skeleton House?
Perché credo che sia unidea originale, dove un autore ha la possibilità di farsi leggere e di conoscere altri colleghi. Possibilità del genere, in Italia, ce ne sono poche. Questo perché in questo paese gli spazi editoriali e giornalistici sono tutti riservati ai "conosciuti", ai nomi già affermati. Quando si pubblica il primo libro si realizza un sogno, che magari dura da tantissimi anni. Io, ad esempio, ho cominciato a scrivere a otto anni, ho pubblicato il mio primo romanzo a 26 anni. In questo margine di tempo, praticamente la mia vita, ho attraversato fasi alterne, di euforia come di sfiducia. Chi leggeva le mie storie le trovava belle ma se provavo a presentarle a un concorso o alla selezione per unantologia subito venivano scartate. Ho capito, in questo modo, che uno scrittore è tale molto prima di diventare un professionista e, eventualmente, di affermarsi. E ho compreso che il piacere della scrittura sta nel farsi leggere, nel lasciare che le storie già consegnate alle stampe facciano la loro strada, un po come se fossero figli.
Quali generi pratichi come scrittore?
Io credo che uno scrittore possa ritenere un genere più congeniale di un altro, ma che non debba permettere che qualcuno lo etichetti. Alcuni degli scrittori che adoro sarebbero capaci di scrivere di tutto e sempre bene guarda Haruki Murakami. Nel mio caso, ho cominciato scrivendo racconti e romanzi fantasy, poi sono passato al genere intimista, ma non ho mai smesso di abbracciare entrambe le possibilità. Credo che tutto ciò che scrivo faccia in qualche modo parte del mio mondo, e che alla fine il comune denominatore dei miei generi sia lo spirito che metto nelle mie storie. Cè chi mi ha giudicato un buonista, ma non è vero, alcune mie storie non finiscono come il lettore vorrebbe. Forse perché, molto semplicemente, è la vita a non essere esattamente come desideriamo. E con la vita bisogna sempre fare i conti. I miei racconti fantastici non sono quasi mai ambientati in mondi di pura fantasia, mi viene facile inserirli in un contesto realistico. Il mio secondo romanzo, ad esempio, è ambientato a Bari, quindi in una città reale. E se vogliamo, i fatti che coinvolgono i personaggi del libro possono essere filtrati attraverso una lente scientifica. Il racconto che ho proposto a Skeleton Il Guardiano di Pietra - è lunico, tra quelli che darei alle stampe, ad essere un puro racconto di fantasy. Ho scritto anche fantascienza. Mi è capitato di doverlo fare per unantologia pubblicata dal Club Ghost lanno scorso. Il racconto Buon Anno, Urbania! è ambientato tra mille anni ma pur dopo un margine di tempo così ampio la società che descrivo è fortemente connotata a quella attuale. Ci sono automobili, nightclub, investigatori e killer con la pistola, ci sono le città che conosciamo. Il protagonista, ad esempio, vive a due passi dalla Mole. Di certo, la gran parte di ciò che ho scritto ha a che vedere con il mondo in cui vivo. Ci sono sempre gli uomini con i loro conflitti, ci sono le diverse fasi della vita, ci sono i contrasti sociali e culturali. Ho scritto storie ambientate in tutto il mondo, dal Giappone agli Stati Uniti, dal Centro America allItalia, ovviamente. E sono storie in cui mi piacerebbe i miei lettori si riconoscessero.
Che tipo di rapporto, da scrittore, hai con l'editoria?
Un rapporto sempre molto critico. È merito anche delle persone che ho incontrato dopo essere diventato uno scrittore. Ho capito che non bisogna farsi truffare e che bisogna dare i nostri libri alla gente giusta perché ad essi siamo intimamente legati. Se proprio qualcuno ci chiede dei soldi non bisogna mai scordarsi di fare due conti in tasca per vedere se riusciremo a rientrare della spesa. Dove ci si gira cè gente che approfitta della nostra impazienza ed ingenuità. Gli editori sanno che ogni autore e un potenziale pollo da spennare, e prima ancora di pubblicargli il libro chiedono un contributo economico. Il fatto è che questo contributo è quasi sempre ampiamente superiore alla spesa che leditore deve sostenere per stampare il libro. E contando che i guadagni del libro andranno praticamente solo ad altri ma non allautore, chi pubblica un libro ha solo da rimetterci, almeno economicamente. Nei paesi in cui leditoria è una professione seria, con una deontologia come Dio comanda, leditore è uno scopritore di talenti, è uno che va alla ricerca degli autori, non aspetta che siano loro ad andare da lui. Li trova e li promuove, investe su di loro, perché uno scrittore ha già fatto il suo dovere nel momento in cui ha finito il suo libro. Non deve fare altro, deve essere disponibile a presentarlo, a farsi vedere ogni tanto, ma non deve fare niente di più. Lo scrittore non è un uomo di spettacolo, non sarà mai una star. Chi si cura il look lo fa solo per mettersi in mostra e se un autore si mette in mostra è meglio che cambi lavoro, ha proprio sbagliato mestiere. Di pagliacci in questo mondo ce ne sono già troppi, ma se vuole fare il pagliaccio che si accomodi. Non si faccia chiamare scrittore, però, offende la categoria. Via assicuro che di gente così ne sono pieni televisori e giornali e che mi riferisco a nomi famosi della letteratura italiana. Non parliamo poi delle riviste letterarie, sempre pronte a elogiare i nomi famosi e a denigrare i giovani autori. Quelle più distribuite, le testate importanti, sono già prenotate, inutile illudersi. Sono un po come i concorsi letterari più prestigiosi, se le contendono sempre gli editori maggiori.
Puoi raccontare qualche esperienza che pensi possa essere utile per uno scrittore esordiente?
La cosa più bella che può capitare, a mio parere, a un autore esordiente è di avere il proprio libro tra le mani. Anche perché da questo momento gli viene più facile farsi leggere. Ma non deve illudersi, un autore esordiente rimane un perfetto sconosciuto, anche se il suo libro fosse in tutte le librerie dItalia lo comprerebbero in pochi. È fondamentale lumiltà, quindi; la cosa più importante è che ciò che scriviamo piaccia a noi e a chi la legge. Uno scrittore, poi, non deve mai isolarsi. Dopo aver pubblicato il mio primo romanzo, ho preferito regalare una copia a dei "colleghi" perché mi facessero conoscere il loro parere piuttosto che venderlo a chi potesse pagarmelo. Così ho conosciuto Teresa, Miriam, Gordiano dei nuovi amici e dei preziosi consiglieri. Ho potuto approfondire il mio rapporto con altre persone che già conoscevo e condividevano con me la stessa passione per la scrittura. È questo vale molto di più che intascare dei soldi. Ah, quando vi tirano fuori nomi come Umberto Eco, Baricco e via dicendo, non fatevi impressionare. Di solito lo fanno per farvi pensare che bisogna essere famosi come loro per pretendere qualcosa come autori. A me è capitato di discutere con un mio editore perché pretendevo che il mio libro uscisse a un anno di distanza dal primo e non due anni dopo. Mi è stato risposto che neanche fossi stato Umberto Eco avrei potuto pretendere una cosa simile. Dal momento, però, che neanche loro erano la Mondadori non potevo garantire che gli avrei lasciato il libro per tempi di attesa così elevati, difatti non glielho più dato. Scusate, ma il libro lho scritto io, lo vogliono, devono venire incontro alle mie richieste. Questo è un potere che tutti gli scrittori hanno, se il loro libro è bello questa è larma più convincente.
Cosa consigli ad un esordiente che non voglia farsi 'spennare' dai soliti editori interessati soltanto ai suoi soldini?
Che se sono interessati solo ai suoi soldini piuttosto è meglio non pubblicarlo. Qualcuno gli dirà che i soldi spesi dalla casa editrice sono attestati a parecchi milioni perché se si vuole fare un buon lavoro bisogna tirare fuori la grana. Mi sta bene, basta che leditore non pretenda che a pagare sia lo scrittore. Al massimo, lautore deve essere disposto a pagare il prezzo di stampa delle copie che prende, dopo di che deve essere leditore a mettere le mani al portafoglio. Perché il punto è che un libro non è bello se ha la copertina in similpelle trapuntata di smeraldi, la filigrana in ogni pagina e chiccherie del genere. È bello se ha mordente, se i personaggi sono ben strutturati, se lo stile è fluido e piacevole. Noi scrittori non siamo musicisti, laspetto tecnico si ferma a come scriviamo. In un compact disk è importante scegliere musicisti capaci e registrare in maniera impeccabile le tracce. Ma in un libro non servono nientaltro che gli occhi (e le mani per voltare le pagine). Chi impagina il libro, allora, deve farlo correttamente, il carattere scelto deve essere ben leggibile, poi il resto non ha importanza. Ho sentito chi mi faceva notare che Lungomare era stampato in digitale, come una fotocopia. Ammesso che sia così, non lo so per certo, il primo pensiero che mi è passato in testa è stato: è chi se ne frega? Il libro è comunque stampato bene, il lettore può leggerlo senza che si stanchino gli occhi. È poi inconcepibile che leditore chieda da contratto che lautore acquisti un numero piuttosto consistente di copie (in genere intorno alle 300) a prezzo scontato, ma comunque non stracciato. Per esperienza so che è molto difficile rientrare della spesa, perché molte copie finiscono per essere regalate e altre vanno in conto vendita nelle librerie, il che vuol dire che per ogni copia venduta il libraio si terrà una percentuale. A volte è meglio avere alle spalle qualcuno che promuova bene il libro piuttosto che qualcuno che lo distribuisca a livello nazionale, perché avere il libro in due, tre librerie per regione o averlo nascosto negli scaffali dove nessuno va mai a guardare non è distribuzione. E spesso chi vi dà la garanzia di farvi trovare il libro in tutta Italia chiede dei soldi in più solo per questo. Assurdo. Ho un amico che ha venduto diecimila copie del suo primo romanzo eppure non lo ha distribuito che in Piemonte. E non ha dovuto comprare nessuna copia né pagare nessun contributo. Ha trovato un editore che sapeva quali erano le mosse migliori da fare per convincere il lettore a preferire quel libro. Se gli editori non si sentono pronti a fare una cosa del genere non potranno mai fare linteresse degli autori, e in parte anche il proprio, perché se hanno speso dei soldi su quel libro vendere tutte le copie dovrebbe aiutarli a rientrare dei costi. Se no, vuol dire veramente che hanno estorto allautore i soldi per arricchirsi facendoli passare per contributo spese, e che non faranno niente per il suo libro.