Il postino (1994)


Il postino (1994)


Mario Ruoppolo Massimo Troisi
Pablo Neruda Philippe Noiret
Beatrice Maria Grazia Cucinotta
Donna Rosa Linda Moretti
Telegrafista Renato Scarpa
Matilde Anna Buonaiuto
Di Cosimo Mariano Rigillo
Regia Michael Radford con la collaborazione di Massimo Troisi
Sceneggiatura Anna Pavignano
Michael Radford
Furio Scarpelli
Giacomo Scarpelli
Massimo Troisi
Direttore della fotografia Franco Di Giacomo
Scenografia Lorenzo Baraldi
Montaggio Roberto Perpignani
Musiche Luis Enrique Bacalov
Costumi Gianna Gissi
Fonico Massimo Loffredi
Aiuto Regista Gaia Gorrini
Organizzatore Generale Alberto Passone
Direttore di produzione Vincenzo Testa
Ispettore di produzione Raffaele Veneruso
Segretario di produzione Federico Foti
Truccatore Alfredo Marazzi
Ufficio Stampa Cristiana Caimmi
Liberamente tratto da "Il postino di Neruda!" di ANTONIO SKARMETA
Edito da Garzanti
Prodotto da Gaetano Daniele per la ESTERNO MEDITERRANEO FILM S.R.L.
in collaborazione con Mario e Vittorio Cecchi Gori per PENTA FILM
Distribuito da Cecchi Gori Group Tiger Cinematografica
Italia 1994. Colore. 113 minuti.

L'esilio ha portato Pablo Neruda in Italia, siamo nel '52 e il poeta viene ospitato in una piccola isola del Mediterraneo. Qui incontra Mario, figlio di pescatori, che rifiuta ostinatamente anche solo di salire su una barca per sposare l'unica carriera che gli e' possibile su quell'isola: il pescatore a vita. La sua sola alternativa e' l'emigrazione, ma e' piu' un sogno che gli permette di sopravvivere che un progetto concreto: l'arrivo di Neruda sull'isola e' invece un evento che cambiera' completamente la sua esistenza. Mario Ruoppolo viene assunto come postino personale di Neruda, e da quel momento, giorno per giorno, tesse intorno al poeta una tela di curiosita', di attenzione, di devozione che portera' Neruda, inizialmente disinteressato e distratto, a parlargli, dedicarglisi e alla fine a volergli bene. Il poeta gli fa conoscere la poesia, gli insegna a sentirla, ad amarla, e Mario, allievo zelante, fara' di piu', imparera' ad usarla e provera' anche a crearla. Anche se questi ultimi due aspetti del mondo poetico saranno inizialmente dei patetici tentativi, messi in opera al solo scopo di conquistare il cuore di Beatrice, una stupenda ragazza di cui si e' innamorato. Anche nella conquista di Beatrice il poeta e la sua poesia avranno un ruolo essenziale, anche se il poeta agira' suo malgrado, trascinato piu' dall'insistenza del postino che da una reale intenzione. Comunque alla fine Mario sposera' Beatrice anche grazie a Neruda, che coronera' la propria partecipazione a quell'amore facendo da testimone al matrimonio. Il poeta non parla a Mario solo di poesia, il comunismo e' la sua fede e la sua missione ed emerge spesso dai suoi discorsi. Quando il poeta sara' partito dall'isola nascera' in Mario la vocazione al comunismo, che non diventera' pero' una reale coscienza politica, ma rimarra' una fede nella persona e nel pensiero di Neruda, assimilato totalmente e passionalmente, piu' un amore che un'ideologia. Il matrimonio di Mario e Beatrice e' l'ultimo atto della bella commedia che la vita ha inscenato per Mario, poi Neruda riparte, torna in patria, e ricomincia la tragedia del vivere quotidiano. Saluti teneri e la speranza, non si sa' quando e come, di rincontrarsi. Sincera per entrambi, ma Neruda, immediatamente travolto dalla sua intensa attivita' di politico e uomo di cultura, non da' segni di vita per molto tempo. Mario aspetta notizie mentre la sua vita e' ritornata vuota e senza prospettive, e un faticoso lavoro di ristoratore non serve certo a dare un senso alla sua esistenza. Persino l'amore travolgente per Beatrice sembra essersi sopito e assorbito dal grigiore quotidiano. La melanconia lo pervade e nei rari momenti di riposo Mario ritorna come in pellegrinaggio a visitare la casa ormai deserta del poeta , il luogo che un tempo era stato per lui il centro del mondo. In casa ci sono ancora alcuni oggetti che il poeta ha lasciato: una poltrona, il suo registratore, alcuni libri. Mario dovrebbe spedirglieli, quelli erano gli accordi, ma dove? Neruda doveva dare notizie, e invece tace. Poi finalmente, un giorno, la lettera dal Cile. Averla tra le mani e' per Mario una felicita', ma la felicita' di un minuto: stracciata la busta la delusione e' cocente. Non e' scritta di proprio pugno dal poeta, ma e' una semplice comunicazione, senza un saluto o un pensiero: con una formalita' raggelante la segretaria comunica un indirizzo chiedendo di spedire registratore e oggetti vari. Per Mario e' un colpo, la prova tangibile di essere stato dimenticato, ma ben lontano dal pensare male del poeta, dal crederlo un fedifrago o, come suggerisce qualcuno, un opportunista, fa una profonda autocritica: il poeta l'ha dimenticato perche' alla fine, si dice Mario, io non valgo niente. Non ho fatto mai nulla nella vita per cui io possa essere ricordato. La coscienza di cio' invece di abbatterlo gli da' allora la spinta per un gesto, forse inutile, ma finalmente sentito, fatto con amore ed entusiasmo, un gesto poetico: registra sulla bobina del magnetofono, ingegnosamente reso "portatile", tutti i suoni della sua isola. Quelli, almeno, risveglieranno la memoria al poeta. Facendo questo nasce in lui un nuovo sentimento nei confronti della sua terra e della vita e quel sentimento lo guidera' per mano fino a fargli nascere, per la prima volta, la voglia di scrivere una poesia. Non sapremo mai se davvero "poetica", ma sentita e voluta profondamente, e anche apprezzata da qualcuno, perche' alla fine Mario sara' invitato a leggere la sua poesia, intitolata "Canto a Pablo Neruda", ad una manifestazione di piazza a Napoli. In una giornata di lotta, felice e finalmente vivo, Mario sta per salire sul palco: dedichera' l'applauso della folla e la poesia stessa al poeta, perche' ha con se', maneggiato da un fedele aiutante, il registratore. Dopo la manifestazione spedira' tutto all'indirizzo che la segretaria ha mandato e questa volta Neruda ricordera'. Ma un tranello del destino interrompe bruscamente il progetto: un tafferuglio, botte, polizia, uno sparo, forse piu' di uno e Mario non arrivera' mai al palco a leggere il suo estremo atto d'amore e di dedizione al poeta. Neruda non ricevera' mai il registratore e la bobina, ma un giorno, ripassando dall'Italia, gli verra' voglia di tornare a visitare il postino e la bella isola che lo ha ospitato: non trovera' lui, ma un bambino di nome Pablito, nato poco dopo la morte di Mario, e ritrovera' Beatrice che solo ora, col pianto in gola, gli consegnera' le registrazioni dei suoni dell'isola, gli stridii dei gabbiani, il canto delle campane, lo sciacquio del mare e poi, alla fine quei colpi secchi di manganello, quegli spari e invece degli applausi, le voci spaventate della folla.

L'ultimo film di Massimo Troisi (la cui morte subito dopo la fine delle riprese avvolge la visione del film di una commozione da cui č difficile non farsi «ricattare») č un tentativo, riuscito solo in parte, di rinverdire la tradizione «alta» della commedia all'italiana in chiave internazionale e anti-hollywoodiana. La rilettura del "Postino di Neruda" di Antonio Skįrmeta (fatta dagli sceneggiatori Furio e Giacomo Scarpelli, Anna Pavignano e la coppia di registi) sposta l'ambientazione dal Cile all'Italia, alla ricerca di una riflessione sulla nostra storia che finisce in una nostalgia un po' ambigua (il popolo manifestante alla fine č troppo debitore del «come eravamo») ma che comunque percorre strade lontanissime dalla volgaritą neotelevisiva e dal minimalismo pseudoletterario. Č vero che il ritratto di Neruda scivola nell'agiografia, ma Troisi, «con quel volto dagli zigomi scavati che lo fa somigliare in certi momenti a Pasolini», domina e sorregge tutto il film, sfortunatamente poco sfruttato da una regia inesistente (e non si capisce se quel «in collaborazione con Massimo Troisi» che si legge nei titoli di testa sia un dato di fatto o solo un omaggio postumo). Esornativa la presenza della prorompente ma inconsistente Maria Grazia Cucinotta nel ruolo della fidanzata di Ruoppolo.

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