LA TRADIZIONE MITICA

LA TRADIZIONE MITICA

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Premessa metodologica.

E' naturale, volendo studiare le leggende che ci sono state tramandate sui primi rapporti fra il mondo greco e i paesi del Mediterraneo occidentale, muovere dalla leggenda di Ulisse, di tutte la più famosa e la più antica.Non è possibile esaminare qui nei particolari, neppure nella forma più concisa, il testo dell’Odissea e tutti i problemi letterari, storici e geografici che esso pone.Del resto, non pensiamo di essere in condizione di portare un qualche contributo alla soluzione di questi problemi, su cui vi sono studi recenti che, almeno per il momento, possono essere considerati definitivi.Ci limiteremo, quindi, a esporre i principali risultati cui si e giunti, cercando di trarne conclusioni per il nostro argomento.Poi, cercheremo di collocare la leggenda di Ulisse nel contesto delle altre leggende, simili o complementari, che ci sono attestate solo in età più tarda.

Il valore singolare della testimonianza dei poemi omerici è, infatti, dovuto proprio alla data della loro composizione.L’Odissea non è soltanto, con l'Iliade, il più antico monumento della letteratura greca; e anche il più antico testo che ci parli dei primi contatti, nel campo del mito, fra gli Elleni e il Mediterraneo occidentale. I Greci dell'età classica non sapevano più dire con sicurezza quando fosse vissuto il divino poeta al quale venivano attribuite l’Iliade e l’Odissea.Tuttavia, Erodoto pensava che fosse vissuto quattrocento anni prima del tempo in cui egli scriveva; cioè verso le metà del secolo IX.

E', naturalmente, una data tutt’altro che sicura, ma probabilmente non troppo lontana dalla verità.E' anche chiaro che l’Odissea, quale ci è pervenuta, non risale al secolo IX; ma già in quel tempo doveva essersi costituito il primo nucleo del poema.

Da ciò risulta (si avrebbe torto a volere " abbassare " troppo questa data) che le parti più antiche dell’Odissea, nonché essere posteriori, sono di non poco anteriori al tempo in cui i marinai euboici scoprirono la via marittima siciliana e tirrena, e in cui regolari rapporti si stabilirono fra i paesi italici e i paesi greci.Questa considerazione, " esterna ", potrebbe essere giudicata infondata, e come tale respinta; ma vedremo come essa sia confermata chiaramente dalla testimonianza interna del testo stesso, oltreché da un altro indizio, non meno sicuro .

Del resto, è fuor di dubbio (ed è quasi superfluo ricordarlo) che I’epos omerico è il frutto di una lunga esperienza letteraria: il che ci fa risalire ancor più indietro nel tempo.E’ chiaro, quindi, che se gli elementi della leggenda di Ulisse già esistevano e avevano una loro forma letteraria al più tardi alla metà del secolo IX, tale leggenda non può essere considerata aprioristicamente la traduzione poetica delle prime esplorazioni euboiche del secolo VII nei mari italiani. E' una constatazione semplice, ma fondamentale.Proprio per non aver saputo o voluto riconoscere l’anteriorità dell’Odissea primitiva rispetto alle navigazioni euboiche del secolo VII certi studiosi moderni sono stati indotti a formulare un sistema esegetico insostenibile tanto nel complesso quanto nei particolari.

Un errore altrettanto grave commetteremmo rifiutandoci di distinguere, nell’Odissea quale ci e pervenuta, stratificazioni risalenti a età diverse. Il nucleo originario del poema e indubbiamente molto antico, come abbiamo veduto; ma altrettanto certo e che i ventiquattro canti che ci sono stati tramandati contengono parti più recenti.Nel poema sono facilmente individuabili tre " complessi " distinti: la Telemachia, ovvero le avventure di Telemaco; i Viaggi di Ulisse, ovvero i racconti alla corte di Alcinoo; la Vendetta di Ulisse, ovvero il ritorno di Ulisse a Itaca e la lotta contro i Proci.Queste tre parti, di lunghezza assai diversa come anche di diverso valore letterario, non sono forse dello stesso autore, e forse neppure dello stesso tempo: probabilmente la parte centrale, che e anche la più bella, e la più antica. Intorno a questi tre complessi, che costituiscono la struttura dell’Odissea attuale, sono cresciute altre parti ancora.Alcune di queste aggiunte, che chiameremo " inserzioni ", sono autentiche, cioè " omeriche "; ma furono riprese e messe fuori posto da editori antichi, preoccupati di dare un testo più completo di quello dei loro emuli. Questi versi " eccedenti " non interessano qui direttamente; e lo stesso vale per quegli episodi che altro non sono che imitazioni eseguite con maggiore o minor bravura, ma che spesso erano considerati spuri già dai grammatici antichi: alcuni di questi episodi sono pure e semplici aggiunte nell'ambito di questo o quel contesto, e di regola sono assai facilmente riconoscibili; altri furono inseriti allo scopo di saldare le varie parti dell'Odissea in un tutto piu unitario e omogeneo, e sono perciò interpolazioni piu difficili da individuare e valutare. Queste interpolazioni, queste aggiunte, non sono tutte databili nè recano impresso il marchio di origine; ma tutte si rivelano di età più recente, o almeno si ha il sospetto che siano tali: per cui a nessuna di esse può essere riconosciuto quel valore che ha il nucleo originario dell’Odissea .

Dovremo cosi ripudiare i passi dell'Odissea in cui compare il nome della Sicilia e che non si accordano col resto del poema. Nel canto XXIV per ben tre volte viene ricordata la " vecchia serva sicula " di Laerte e in un altro punto si parla della " Sicania ", da cui Ulisse, che si e presentato a suo padre sotto falso nome, sostiene di tornare inventando tutta un’avventura.

Ora, non dobbiamo dimenticare che, secondo gli Alessandrini, I’Odissea autentica finiva Col v. 296 del canto XXIII; ed effettivamente l’ultima parte del canto XXIII e il canto XXIV sono aggiunte di età relativamente tarda soprattutto l’epilogo, col riconoscimento di Ulisse da parte di Laerte, e stato evidentemente composto allo scopo di allacciare (invero con poca accortezza) l’Odissea a un altro poema, la Telegonia, e in ogni caso non appartenne certo al poema originario. In quello che è il nucleo piu antico, il nome dei Siculi figura solo in un luogo, e precisamente al v. 383deI canto XX, nelI’episodio in cui Ctesippo scaglia un piede di bue contro Ulisse travestito: i Proci propongono di inviare il finto mendicante " nel paese dei Siculi ", per venderlo come schiavo. Sennonchè, la stessa terribile minaccia, formulata in maniera quasi identica, ricorre anche in altri tre passi dell’Odissea, nel canto XVIII ai vv. 85 e 116, e nel canto XXI al v. 308: in questi tre passi, al posto del nome dei Siculi compare quello del re Echeto; e del resto, come i critici hanno da tempo osservato, tutto questo episodio del piede di bue deve essere considerato un’interpolazione . Ora, nonchè nelle parti piu antiche del poema non si parli della Sicilia: ma essa compare esclusivarnente sotto il nome di " Isola del Sole " o di " Isola del Tridente ", in mari che per il poeta erano ancora il regno dei mostri e dello spavento.

Sempre nell’episodio del " piede di bue " (canto XX, v. 302) si trova l’espressione " sorridere sardonicamente " (alla maniera dei Sardi), che già gli antichi non sapevano come interpretare. Ma abbiamo visto come l’episodio vada considerato un’interpolazione: e in nessun altro luogo del poema si ritrova il nome della Sardegna . Nel canto XXIV (v. 304), poco prima che venga nominata la Sicania, Ulisse inventa di essere originario di Alibante. Secondo gli scoliasti, questa città sarebbe Metaponto. Anche qui, però, siamo all’epilogo dell’Odissea; abbiamo visto come esso sia sospetto, e a quali riserve si presti ".

Analoghe riserve andranno fatte, infine, per quel passo del canto I in cui si parla di Temesa (v. 184).

Atena, che ha preso le sembianze di Mente, condottiero dei Tafi, racconta a Telemaco di essere approdata con la sua nave al porto di Ritro e di essere diretta a Temesa, da genti straniere, per cambiare con bronzo il suo carico di ferro. Già gli antichi, come apprendiamo dagli scoli, erano incerti fra la Temesa d’Italia e la Tamaso di Cipro, due città nel cui nome si cela forse la stessa parola semitica che significa " fonderia ".

Tuttavia Strabone, pur non ignorando che taluni pensavano alla Tamaso cipriota, affermava che qui si allude alla Temesa italica; e aggiungeva che nel suo tempo esistevano ancora, in quella zona del Bruzio, antiche miniere di rame abbandonate ". E probabile che Strabone abbia effettivamente ragione e che la Temesa dell’Odissea sia da identificarsi con quella italica piuttosto che con la Tamaso di Cipro. Ma anche questo canto I, al pari del canto XXIV, in cui è nominata la Sicilia, è posteriore, almeno nella sua forma attuale, alle parti piu antiche del poema: come l’epilogo dell’Odissea fu scritto per dare una conclusione unitaria e perrnettere il passaggio alla Telegonia, che nel " ciclo epico " seguiva all’Odissea, così anche la parte iniziale fu scritta assai tardi, in epoca relativamente recente, quando Telemachia, Racconti alla corte di Alcinoo e Vendetta di Ulisse furono fusi in un tutto unico; la menzione di Temesa è un anacronismo; e non è il solo che si puo riscontrare in questa parte iniziale ".

Non è escluso, tuttavia, che questo passo del canto I rifletta in certa misura una realtà storica: cioè non è impossibile che, in un’età più o meno antica, nell’età degli eroi rappresentata nell'Odissea, le genti di Tafo abbiano conosciuto e usato, prima degli Elleni, la via che conduceva all’Italia meridionale. Questo popoIo di marinai, il cui nome figura anche in due versi " autentici " della Vendetta di Ulisse ", abitava – si diceva – sugli isolotti vicini alla foce dell’Acheloo: qui i Tafi sarebbero stati i successori dei Teleboi, che, secondo la leggenda, emigrarono a Capri, nel golfo di Napoli ".

Erano considerati " stranieri ", non appartenenti alla stessa razza dei Greci. Secondo alcuni erano Fenici; forse, piu semplicemente, erano una di quelle popolazioni preelleniche, " pelasgiche ", insediate in Grecia prima della calata degli Achei.

Nell’età classica, i Tafi della protostoria erano scomparsi; cio nonostante, puo darsi che in un certo periodo questi pirati e mercanti di schiavi, che avevano il Ioro covo nelle isole Echinadi, di fronte alla costa dell’Acarnania, abbiano trafficato con l’ItaIia meridionale, così come nel nucleo piu antico dell’Odissea vediamo un’altra comunità di " stranieri ", i Feaci, controllare da Corcira il canale di Otranto ".

Se prescindiamo dunque da tutti questi passi, piu o meno sospetti, tutti gli episodi che si riferiscono all’Italia o alla Sicilia si trovano proprio nella parte piu antica e piu sicuramente autentica del poema, cioè nei Racconti alla corte di Alcinoo: sono anzi gli episodi principali di questa parte.

Nel suo lungo errare per i mari occidentali, l’eroe << molto paziente " si spinge fin nel mare della Libia, dov’è l’odierna Gerba, presso i Lotofagi; e si spinge ancor piu oltre fino al lontano stretto di Gibilterra, soggiornando presso la dea Calipso, per tornare infine alle soglie dei mari achei, a Corcira ((Corfu), I’isola dei Feaci, da dove i marinai del buon Alcinoo lo ricondurranno nella sua isola natale, Itaca.

Ma lo scenario degli altri suoi viaggi sono le coste italiane. Ai nostri giorni si e cercato di localizzare con precisione questi vari episodi dei" Racconti alla corte di Alcinoo": con un certo successo, giacche le descrizioni geografiche che vi si trovano corrispondono ancora in misura notevole a quello che è lo stato attuale dei diversi luoghi.

 

 

Se vogliamo seguire le identificazioni proposte da Victor Berard, il paese dei Lestrigoni si trovava nella parte settentrionale della Sardegna, sulle Bocche di Bonifacio: Porto Pozzo e lo stretto e profondo calanco dove Ulisse perse tutte le navi fuorchè la propria; non lungi c’è il capo dell’Orso, nome che rende forse quello della fonte Artakie.

L’isola di Circe e da identificare coI monte Circeo, che ha conservato fino ai nostri giorni il nome derivatogli dalla maga; ai piedi dell’alto promontorio si distende l’immensa piana delle paludi pontine, limitata, dalla parte del mare dalla laguna della cala dei pescatori: in questa cala Ulisse attraccò.

Piu a sud, sul golfo di Napoli, la zona delle acque stagnanti del lago Averno e dalle sorgenti calde del Lucrino è con ogni probabilità il paese dei Morti, teatro della Nekyia (canto XI).

Questa stessa regione, la regione dei Campi Flegrei con i rotondi occhi dei suoi crateri vulcanici, e la terra dei Ciclopi, gli " Occhi Tondi "; Nisida, chiamata ancor oggi la Piccola Isola, racchiude nell’anello spezzato della sua costa il meraviglioso porto riparato da tutte le parti, cui si accede solo attraverso una stretta imboccatura e dove le navi possono dormire senza ancora o ormeggi; di fronte a Nisida, in un vallone del capo Posillipo, si schiude l’ingresso di un’enorme grotta ingrandita dalla mano dell’uomo, l’antro di Polifemo; e un po’ piu a nord, sulla riva del mare aperto, il dirupo di Cuma e Iperie, la " Citta Alta ", abitata dai Feaci prima che Nausitoo li trasferisse a Scheria (Corcira, Corfu). Il rifugio delle Sirene deve essere identificato con le tre rocce dei Galli, a sud della penisola di Sorrento. Stromboli, col suo pennacchio di fumo, e l’isola di Eolo, il signore dei venti; e l’arcipelago delle Lipari (le Eolie) è il regno del dio. Nel breve tratto di mare che separa I’isola di Lipari dall’isoletta di Vulcano, si riconoscono le due Planktai petrai, di cui Circe parla quando indica a Ulisse le due vie che può seguire per tornare a Itaca (canto XII, vv. 59 sgg.). L’altra via indicata dalla maga all’eroe, passava per lo stretto di Messina: appunto in questo stretto bisogna localizzare Scilla e Cariddi: Cariddi simboleggia il gorgo, il vortice formato dalle correnti marine sulla sponda siciliana, e il nome di Scilla è ancor oggi portato da una rupe sulla sponda continentale, contro cui si frangono con furore le onde quando soffia il vento di nord-ovest ". La Sicilia, infine, è I’omerica " Isola del Sole ", chiamata anche Sikanie: e il Porto Cavo (canto XII, w. 305 sgg.), dove Ulisse e i suoi compagni sono costretti a sostare per giorni e giorni in attesa di un vento favorevole, e evidentemente il vasto porto di Messina, protetto dal suo molo naturale a forma di falce ".

Questi episodi dei Racconti alla corte di Alcinoo non possono essere localizzati tutti con la stessa certezza: le indicazioni omeriche non sono tutte ugualmente precise, nè la dimostrazione delle varie identificazioni è sempre facile. Tuttavia, molte di queste localizzazioni possono essere accolte senza eccessivi dubbi: e, soprattutto, nel loro complesso esse possono essere stimate valide.

Naturalmente, in qualche caso, quando un fatto non trova ulteriore conferma e il dubbio ha ragione di sussistere, si potra anche negare qualsiasi valore a questa o a quella localizzazione; ma già per il numero di identificazioni a cui e stato possibile giungere, è assolutamente escluso che ci si trovi di fronte a coincidenze fortuite; e troppo grande è il cumulo di elementi raccolti per pensare a un effetto del caso. Particolari caratteristici come quello delle quattro fonti che spicciavano una accanto all’altra dalla roccia attorno alla grotta di Calipso non pos- sono essere stati inventati, così come non pub essere considerata frutto della sola fantasia del poeta la descrizione del paese di Circe o quella della località dove vivevano le Sirene ". Bisognerebbe, dunque, supporre che I’autore dei Racconti alla corte di Alcinoo era in possesso di notizie particolareggiate sui paesi del Mediterraneo occidentale. Bisognerebbe riconoscere che già nell’età omerica, cioe – se dobbiamo credere alla tradizione – molto prima che i navigatori euboici riaprissero nel secolo VIII la via per l’Italia e la Sicilia, i Greci avevano nozioni precise su queste regioni, e anche sulla lontana Iberia. Naturalmente, nè il poeta nè gli stessi Achei dell’età eroica dovettero avere una conoscenza diretta di questi mari, ancora popolati di mostri e di dei: Itaca, il regno di Ulisse, era I’estremo limite nord-occidentale del mondo acheo. Se quei mari fossero gia stati regolarmente solcati dai Greci, certamente non vi sarebbero state localizzate tante storie prodigiose. E il testo stesso dell’Odissea fornisce in proposito una testimonianza preziosa. Se, infatti, il poeta e i suoi contemporanei o predecessori avessero avuto un’esperienza diretta dei mari occidentali, non si spiegherebbero certi errori che si notano qua e là nel poema: poiche è vero che la descrizione dello scenario dei vari episodi è quasi sempre di un realismo e di una verita minuziosi e stupefacenti, ma qualche inesattezza notevole si riscontra nei Racconti alla corte di Alcinoo. La fonte dei Pioppi ricordata nell’episodio del ciclope (canto IX, vv. 140-41) non pare ci sia mai stata nella PiccoIa Isola, a quel che si puo giudicare dalla Nisida odierna; la si ritrova invece sulla costa di fronte, ai piedi dell’altro versante del promontorio di Posillipo "; così pure la grotta dalle quattro fonti dell’episodio di Calipso va ricercata ai piedi del monte delle Scimmie, e non nell’isolotto di Perejil ".

Analogamente, l’autore della Telemacbia non deve aver conosciuto direttamente Itaca e i suoi paraggi: i Porti Gemelli, cioe il porto a due entrate a cui si accenna nell’episodio dell’imboscata ordita dai Proci (canto IV, vv. 844-47), esistono veramente, ma non si trovano sulI’isolotto di Asteride come dice il poeta, bensi sulla costa antistante". Un errore di prospettiva piu grave riguarda la distanza che separa gli scogli delle Sirene da Scilla e Cariddi: parrebbe che, secondo il poeta, Scilla e Cariddi si trovino vicinissime alla località dove vivono le Sirene, poichè Ulisse, appena perde di vista queste ultime, si trova subito di fronte allo stretto sulle cui rive abitano i due mostri. Ora, dalla penisola di Sorrento allo stretto di Messina ci sono in linea d’aria qualcosa come duecentottanta chilometri. Viceversa, si direbbe che il poeta ignori che il luogo in cui si svolge la Nekyia è contiguo al paese dei Ciclopi, o meglio non è altro che la terra stessa dei Ciclopi. Ancor piu caratteristico e il fatto che nell’Odissea l’" Isola del Sole ", la Sicilia, sia designata col nome di Thrinakie. La Sicilia fu chiamata Trinacria, cioe " Isola dalle Tre Punte ", dai Greci, e dai Latini Triquetra, cioe " Isola Triangolare ". Mentre questi due nomi corrispondono a quella che è approssimativamente la forma della Sicilia, il nome di Thrinakie, " Isola del Tridente ", non puo derivare che da una confusione di idee: l’autore dei Racconti alla corte di Alcinoo deve essersi immaginato la Sicilia, l’" Isola dai Tre Capi ", come una pe- nisola calcidese o un Peloponneso che si protende verso I’alto mare con tre lingue di terra parallele ". Simili errori si comprendono se Omero e i suoi primi ascoltatori non furono in rapporti diretti con l’Occidente, non conobbero per esperienza diretta i mari italiani e siciliani esplorati dall’eroe, dal grande cercatore: l’esame del testo odissiaco induce a trarre questa conclusione, che del resto trova una conferma nelle idee che i Greci dell’età classica o postclassica avevano della geografia omerica, nelle loro incertezze o anche nel loro " non sapere ". A tal punto gli antichi ammiravano Omero, sui cui testi I’Ellade tutta imparava a leggere, da considerarlo volentieri la fonte di ogni saggezza, oltreche di tutta la scienza, di tut- ta la storia, e in particolare di tutta la geografia. Socrate poteva anche ridere delle sciocchezze a cui Jone, il rapsodo, nell’eccesso del suo zelo, si lasciava andare in questo senso; ma nell’antichità era opinione comune che i luoghi descritti dal poeta non fossero immaginari, bensi reali.

Piu di una volta Strabone, nella sua Geografia, afferma che l’Odissea non è un’opera di pura fantasia, ma racchiude un fondo di verità, al pari della leggenda degli Argonauti . Strabone pensa che il poema si fondi su nozioni geografiche precise; crede addirittura di sapere che siano stati i Fenici a ragguagliare Omero sulla lontana Iberia "; e a ogni occasione non manca di identificare con luoghi reali le località in cui il poeta fa approdare Ulisse. Tuttavia, su queste localizzazioni gli antichi non sempre erano unanimi; e non sempre le loro ipotesi furono felici.

I Greci dell’età classica e postclassica, come identificavano I’isola dei Feaci con Corcira", così localizzavano di consueto Scilla e Cariddi sulle due sponde dello stretto di Messina ". Situavano nell’angolo nord-orientale della Sicilia l’episodio dei " buoi del Sole ", e pensavano che il regno di EoIo, il signore dei venti, fosse I’arcipelago delle Lipari (delle Eolie) ". Gli scogli delle Sirene erano generalmente identificati con i tre isolotti che fiancheggiavano la penisola di Sorrento daIla parte meridionale; e il luogo in cui Ulisse consulta i morti era posto nei paraggi del lago Averno ".

Infine, il Circeo serbava col suo nome (conservatosi fino a oggi) il ricordo di Circe, la maga ". Su altri punti, invece, le identificazioni avanzate dai Greci dell’eta classica erano inesatte, o per lo meno incerte, e comunque contraddittorie.

Secondo una tradizione diversa da quella a cui abbiamo or ora accennato, le Sirene si sarebbero trovate nei pressi del capo Peloro, nelle immediate vicinanze dello stretto di Messina ". E sempre su questo stretto gli antichi, ingannati forse da un passo interpolato dal canto XXIII, situavano talvolta le due Rupi Erranti, che altre volte ricercavano ai quattro angoli del Mediterrano". Essi avevano – è vero – capito come il ciclope fosse soltanto la tras6gurazione poetica di un vulcano, ma questo vulcano lo situavano a torto in Sicilia, dove nel periodo classico l’Etna era ancora in attività, come lo è anche ai nostri giorni, e non pensavano ai crateri spenti dei Campi Flegrei. E così Tucidide considerava i Ciclopi, e con essi i Lestrigoni, i piu antichi abitatori della Sicilia; certo, aggiungeva subito di non saper nulla di preciso sul loro conto e rinviava, quindi, il lettore a quel che ne dicevano i poeti". In questa regione, dove pure nulla corrisponde alle descrizioni dell’Odissea, perfino Virgilio continuava a localizzare, sulle orme di tutti i suoi predecessori, l’avventura di Ulisse presso Polifemo"; e a tre isolotti situati nei pressi della costa siciliana, un po’ piu a nord di Catania, di fronte a un’insenatura chiamata il porto di Ulisse, fu dato nell’antichità il nome di scogli dei Ciclopi, nome rimasto fino a oggi ".

Anche i Lestrigoni vennero annoverati fra i piu antichi abitatori della Sicilia, e si pensava che fossero vissuti nella regione di Lentini; ma secondo un’altra tradizione il loro regno si sarebbe trovato in Campania, nei pressi di Formia".

L’isola di Calipso era ricercata in tutto il Mediterraneo, dal mare di Creta fino all’oceano, e talora si voleva che fosse nell’Ionio, dove la si identificava con un isolotto vicino alla costa di Crotone, talaltra si voleva che fosse nel Tirreno". Quanto ai Lotofagi, infine, il loro paese veniva cercato in molte parti del Mediterraneo, ma per lo piu veniva iocalizzato nei pressi di Agrigento e di Camarina ". Già questi errori, e piu ancora queste contraddittorie opinioni, dovrebbero provare di per se come l’Odissea non possa essere stata la traduzione poetica dei contatti che gli Elleni del secolo VIII stabilirono con l’Italia e la Sicilia. Forse l’autore dei Racconti alla corte di Alcinoo servì da guida ai primi esploratori greci che nel secolo VIII scoprirono la via dei mari italiani e furono i pionieri della colonizzazione della Magna Grecia; ma certamente non fu loro discepolo. Quei Greci del secolo VIII, che avevano in mente i versi del poeta, cercarono di ritrovare, grazie all’aspetto dei luoghi, e forse anche con l’aiuto delle tradizioni locali", i posti odissiaci nei mari che stavano scoprendo: e allo stesso modo, piu tar- di, quando anche i mari italiani furono divenuti loro troppo familiari, cercarono nel Far West mediterraneo quei paesi popolati di dei e di mostri". Ma certamente non a essi l’autore dei Racconti alla corte di Alcinoo attinse le sue conoscenze geografiche e la sua toponomastica, così diversa dalla loro. Anzi, fra quel filone di tradizioni (forse lungo) che sfocia nell’Odissea e il nuovo filone di tradizioni inaugurato dalle esplorazioni e dalla coloninazione del secolo VIII, si dovrà supporre una discontinuità, una frattura se si vogliono spiegare quegli errori e quelle incertezze che abbiamo riscontrato nelle opinioni degli antichi.

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