|
|
La sensibilità delle
emulsioni fotografiche è tarata - lo immagineresti? -
sul potere riflettente della pelle bianca. Così,
fotograficamente parlando, il nero della pelle dei neri
è pressocchè impenetrabile: tra il benedetto
grigio medio del cartoncino
Kodak, e il nero del volto
di un Africano ci stanno ben più di tre stop di
differenza, è la prima cosa di cui ti accorgi quando
sviluppi i tuoi banconeri di ritorno dall'Africa.
Non c'è pellicola capace di
reggere una simile escursione di luminosità,
soprattutto se per essere in Africa hai dovuto prendere le
ferie, e allora è facile che ci capiti d'estate,
quando la luce è ancora più forte e
sbagliata.
Puoi provarle tutte, puoi studiare
e applicare con diligenza il Sistema
Zonale, puoi sovraesporre e
sottosviluppare, filtrare con l'Y2, io una volta sono
arrivato a portarmi dietro una scatola di pellicole a
processo C41,
ma in realtà non c'è molto da fare: se vuoi
che le alte luci risultino leggibili, e insieme che i volti
dei tuoi soggetti di colore non si riducano a macchie
d'inchiostro indecifrabili, ( e fermo restando che poi, una
volta in camera oscura, dovrai COMUNQUE imparare a fare il
maestro delle ombre con le mani) se vuoi la botte piena e la
moglie ubriaca, fotograficamente parlando, non puoi che
ricorrere al fill-in flash o ai pannelli riflettenti, tutte
faccende che ripugnano non poco a chi s'impone la purezza e
la sincerità del reportage come principale canone
estetico - oltre a poter creare un bel pò di
problemi, come dire, di sopportazione da parte dei tuoi
soggetti mica proprio facilini.
|
|
I miei "infarinati" sembravano
saperlo tutto questo. Stavo tornando in albergo da una
visita alla Grande Mosquée di Bobo
Djoulasso, quando vidi il
camion parcheggiato davanti al forno del pane. Dall'alto del
pianale i facchini scaricavano sacchi di farina. Le maschere
di sudore impastato a polvere bianca erano il vero soggetto
dell' inquadratura, e mi si offrirono spontaneamente non
appena s'avvidero della fotocamera.
|
|
|
|
|
Resiste tuttavia un luogo
comune sull'avversione degli africani a farsi ritrarre in
fotografia. Ebbene, si tratta di un pregiudizio da
orecchianti dell'antropologia, con scarsi riscontri
nell'esperienza reale del viaggiatore. Si badi che non
intendo riferirmi alla mercificazione che della propria
immagine hanno imparato a fare i locali nelle aree di
maggiore frequentazione turistica.
|
|
Nè mi riferisco alla
gran voglia che gli Africani hanno di veder ritratta la
propria immagine, voglia che, data la scarsità di
mezzi, ha ben poche possibilità di essere
soddisfatta, specie nei villaggi rurali. (Ed alla quale
è dovuto lo strepitoso successo che riscuote il gesto
di tirar fuori dallo zaino l'apparecchio Polaroid, in genere
salutato con entusiastiche richieste di le photo sur
place, le photo sur place!!)
|
|
|
|
|
No, c'è di più.
Entro i limiti nei quali queste generalizzazioni hanno un
valore, la disponibilità degli africani a farsi
ritrarre in fotografia è del tutto coerente con la
loro natura e racconta moltissimo del loro atteggiamento nei
confronti della vita, e del modo di affrontare le tremende
difficoltà che la vita propone loro ogni giorno, da
quando nascono a quando muoiono.
|
|
Perchè l'Africano
è un pezzente, è un miserando, un disgraziato,
questo lo sappiamo tutti (anche perchè nessuno fa
nulla per farcelo dimenticare...) Ma basta andare in Africa
una volta per scoprire un aspetto della faccenda che dal di
fuori è insospettabile: l'Africano è il RE
dei pezzenti, è il Signore dei miserandi,
il Principe dei disgraziati. Nessuna sorpresa, a ben
riflettere: soltanto una straordinaria dose di autoironia
consente di affrontare la vita, quando il destino te l'ha
mandata così dura. Ed ecco che l'Africano riesce a
trasformare la sua vita infernale in un gioco spensierato -
di più, in una fragorosa, omerica risata, una
liberatoria esplosione dei suoi bianchissimi denti, magari
intercalata tra un altro pasto mancato ed un nuovo attacco
di febbre malarica.
Una risata vi seppellirà,
sembra voler dire l'Africano all'Europeo. Ma lasciamo
perdere, limitiamoci al linguaggio fotografico: e quale
sentimento, se non l'autoironia, dispone meglio il soggetto
davanti all'obiettivo della fotocamera?
|
|
|