Libia 1913-1931  
  

Un posto al sole?
La guerra d'Etiopia 1935-1936

1869-1934

1935-1936

1936-1942

Approfondimenti


bullet1 APPROFONDIMENTI

I “numeri” dell’Impero

E’ possibile stilare un bilancio dell’esperienza coloniale italiana in Africa prendendo in esame alcuni aspetti di tale periodo: spese militari per la conquista, bilanci coloniali, costi umani, risultati della politica di insediamento demografico.
La guerra d’Etiopia costituì una enorme prova per la macchina bellica dell’Italia fascista. Al momento dell’apertura delle ostilità in Eritrea vi erano 111.000 militari e 53.000 ascari eritrei. Il materiale bellico presente era costituito da 4.200 mitragliatrici, 580 cannoni, 126 aerei e 3.700 automezzi; in Somalia erano stanziati 24.000 soldati italiani e 29.500 ascari con 1.600 mitragliatrici, 117 cannoni, 38 aerei e 1.850 automezzi.
Durante i sette mesi di conflitto il numero degli uomini degli armamenti e degli automezzi crebbe notevolmente, sotto esplicita autorizzazione di Mussolini il quale voleva dimostrare al mondo la potenza italiana, fino a schierare complessivamente 330.000 soldati italiani, 87.000 ascari e 100.000 lavoratori militarizzati con 10.000 mitragliatrici, 1.100 cannoni, 250 carri armati, 14.000 automezzi e 350 aerei.
Questo enorme sforzo quanto costò al regime e all’Italia ? Secondo lo storico Giorgio Rochat le spese effettive normali dello stato italiano variarono tra i 23 e i 25 miliardi di lire all’anno nel periodo 1931-1937. Ad esse si aggiunsero le spese straordinarie per la conquista, la valorizzazione e l’organizzazione dei territori appartenenti all’Africa Orientale italiana pari a 1 miliardo di lire nel 1934-1935, a 12 miliardi nel 1935-1936, a 18 miliardi nel 1936-1937; ciò significava che le spese complessive effettive totali si avvicinavano e talvolta superavano i 40 miliardi annui.
Questo significava che il 20-25 % della spesa pubblica e circa il 12 % del reddito nazionale era dedicato ai territori coloniali.
Nel periodo 1922-1934, i bilanci coloniali si assestarono tra il 2,14 –2,26 % della spesa pubblica totale; la stessa campagna di Adua ne costò solo il 2,7 %, mentre intorno al 5 % quella libica protrattasi molto più a lungo. Cifre sensibilmente inferiori, dunque, ma da confrontare non con la spesa pubblica totale bensì con il guadagno che la nazione trasse da tali spese, prendendo come parametro l’indice di interscambio commerciale madrepatria-colonie. Anche in presenza di tali cifre il vantaggio per l’Italia derivante dal possesso di colonie risultò infatti fallimentare. Ovvero la spesa per i territori d’Oltremare era sempre superiore ai guadagni provenienti dagli stessi territori di Somalia, Eritrea e Libia e in seguito Etiopia. Altro dato importante era che circa il 60 % di tali spese coloniali veniva destinato al mantenimento delle truppe ovvero erano spese militari, dando l’idea concreta di una colonia “militarizzata” e non fonte di ricchezza e di sbocco per l’emigrazione. Proprio il colonialismo come soluzione all’emigrazione contadina oltreoceano propugnato sia dai governi liberali sia, con maggiore veemenza e retorica dal regime, si rivelò fallimentare. Infatti dal 1876 al 1926 solo 300.000 persone emigrarono in Africa parallelamente a 9 milioni diretti nelle Americhe, cifra estremamente esigua, di cui solo una parte nei possedimenti italiani. Solo con gli anni Trenta, in particolare nell’ultimo quinquennio, la presenza italiana nelle colonie italiane africane divenne più cospicua in parallelo all’incremento della “politica demografica coloniale” fascista. Nel 1938 vennero inviati in Libia 20.000 coloni imbarcati su numerosi piroscafi, il tutto avvenuto nella cornice propagandistica del regime. Tuttavia resta il giudizio negativo su tale politica poiché la percentuale complessiva dei coloni rispetto alla popolazione locale non si discostò di molto rispetto ai tempi precedenti e risulta molto lontano dai risultati per esempio dell’insediamento francese in Algeria.
Ben più tristi i “numeri” riguardanti le varie “pacificazioni” in Libia, Somalia ed Etiopia e i costi umani durante la guerra dei sette mesi. Riguardo a quest’ultima si può dire che l’Italia lasciò in Abissinia almeno 4.350 morti, cifra comunque in difetto. Da parte etiope le perdite durante la guerra furono sensibilmente superiori, 275.000 morti, e almeno 75.000 nella guerriglia dal 1936 al 1941; il macabro bilancio viene completato dalle vittime dei rastrellamenti, almeno 18.000, i 30.000 uccisi dalle rappresaglie italiane dopo l’attentato di Graziani, i 24.000 fucilati dai tribunali italiani e i 35.000 morti nei campi di concentramento. A questo bilancio vanno aggiunti le vittime dovute alla fame e agli stenti dopo la distruzione sistematica operata dalle truppe italiane di villaggi e capi di bestiame per stroncare la ribellione, almeno 300.000 persone. In Libia nel periodo 1911-1932 le vittime cadute in battaglia, secondo fonti libiche, fu di 21.122 morti, mentre le persone giustiziate ammonta a 5.867; nei campi di concentramento furono internate 27.763 persone mentre circa altre 20.000 furono costrette ad emigrare o furono espulse. A causa dei bombardamenti aerei e delle mine rimasero uccise 12.058 persone mentre la politica di espropriazione terriera e confisca di beni immobili colpì complessivamente 19.871 persone mentre 30.231 rimasero danneggiate dall’uccisione dei capi di bestiame e dal danneggiamento delle coltivazione.