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Un posto al sole?
La guerra d'Etiopia 1935-1936 |
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I “numeri” dell’Impero
E’ possibile stilare un bilancio dell’esperienza
coloniale italiana in Africa prendendo in esame alcuni aspetti di tale
periodo: spese militari per la conquista, bilanci coloniali, costi umani,
risultati della politica di insediamento demografico.
La guerra d’Etiopia costituì una enorme prova per la macchina
bellica dell’Italia fascista. Al momento dell’apertura delle
ostilità in Eritrea vi erano 111.000 militari e 53.000 ascari eritrei.
Il materiale bellico presente era costituito da 4.200 mitragliatrici,
580 cannoni, 126 aerei e 3.700 automezzi; in Somalia erano stanziati 24.000
soldati italiani e 29.500 ascari con 1.600 mitragliatrici, 117 cannoni,
38 aerei e 1.850 automezzi.
Durante i sette mesi di conflitto il numero degli uomini degli armamenti
e degli automezzi crebbe notevolmente, sotto esplicita autorizzazione
di Mussolini il quale voleva dimostrare al mondo la potenza italiana,
fino a schierare complessivamente 330.000 soldati italiani, 87.000 ascari
e 100.000 lavoratori militarizzati con 10.000 mitragliatrici, 1.100 cannoni,
250 carri armati, 14.000 automezzi e 350 aerei.
Questo enorme sforzo quanto costò al regime e all’Italia
? Secondo lo storico Giorgio Rochat le spese effettive normali dello stato
italiano variarono tra i 23 e i 25 miliardi di lire all’anno nel
periodo 1931-1937. Ad esse si aggiunsero le spese straordinarie per la
conquista, la valorizzazione e l’organizzazione dei territori appartenenti
all’Africa Orientale italiana pari a 1 miliardo di lire nel 1934-1935,
a 12 miliardi nel 1935-1936, a 18 miliardi nel 1936-1937; ciò significava
che le spese complessive effettive totali si avvicinavano e talvolta superavano
i 40 miliardi annui.
Questo significava che il 20-25 % della spesa pubblica e circa il 12 %
del reddito nazionale era dedicato ai territori coloniali.
Nel periodo 1922-1934, i bilanci coloniali si assestarono tra il 2,14
–2,26 % della spesa pubblica totale; la stessa campagna di Adua
ne costò solo il 2,7 %, mentre intorno al 5 % quella libica protrattasi
molto più a lungo. Cifre sensibilmente inferiori, dunque, ma da
confrontare non con la spesa pubblica totale bensì con il guadagno
che la nazione trasse da tali spese, prendendo come parametro l’indice
di interscambio commerciale madrepatria-colonie. Anche in presenza di
tali cifre il vantaggio per l’Italia derivante dal possesso di colonie
risultò infatti fallimentare. Ovvero la spesa per i territori d’Oltremare
era sempre superiore ai guadagni provenienti dagli stessi territori di
Somalia, Eritrea e Libia e in seguito Etiopia. Altro dato importante era
che circa il 60 % di tali spese coloniali veniva destinato al mantenimento
delle truppe ovvero erano spese militari, dando l’idea concreta
di una colonia “militarizzata” e non fonte di ricchezza e
di sbocco per l’emigrazione. Proprio il colonialismo come soluzione
all’emigrazione contadina oltreoceano propugnato sia dai governi
liberali sia, con maggiore veemenza e retorica dal regime, si rivelò
fallimentare. Infatti dal 1876 al 1926 solo 300.000 persone emigrarono
in Africa parallelamente a 9 milioni diretti nelle Americhe, cifra estremamente
esigua, di cui solo una parte nei possedimenti italiani. Solo con gli
anni Trenta, in particolare nell’ultimo quinquennio, la presenza
italiana nelle colonie italiane africane divenne più cospicua in
parallelo all’incremento della “politica demografica coloniale”
fascista. Nel 1938 vennero inviati in Libia 20.000 coloni imbarcati su
numerosi piroscafi, il tutto avvenuto nella cornice propagandistica del
regime. Tuttavia resta il giudizio negativo su tale politica poiché
la percentuale complessiva dei coloni rispetto alla popolazione locale
non si discostò di molto rispetto ai tempi precedenti e risulta
molto lontano dai risultati per esempio dell’insediamento francese
in Algeria.
Ben più tristi i “numeri” riguardanti le varie “pacificazioni”
in Libia, Somalia ed Etiopia e i costi umani durante la guerra dei sette
mesi. Riguardo a quest’ultima si può dire che l’Italia
lasciò in Abissinia almeno 4.350 morti, cifra comunque in difetto.
Da parte etiope le perdite durante la guerra furono sensibilmente superiori,
275.000 morti, e almeno 75.000 nella guerriglia dal 1936 al 1941; il macabro
bilancio viene completato dalle vittime dei rastrellamenti, almeno 18.000,
i 30.000 uccisi dalle rappresaglie italiane dopo l’attentato di
Graziani, i 24.000 fucilati dai tribunali italiani e i 35.000 morti nei
campi di concentramento. A questo bilancio vanno aggiunti le vittime dovute
alla fame e agli stenti dopo la distruzione sistematica operata dalle
truppe italiane di villaggi e capi di bestiame per stroncare la ribellione,
almeno 300.000 persone. In Libia nel periodo 1911-1932 le vittime cadute
in battaglia, secondo fonti libiche, fu di 21.122 morti, mentre le persone
giustiziate ammonta a 5.867; nei campi di concentramento furono internate
27.763 persone mentre circa altre 20.000 furono costrette ad emigrare
o furono espulse. A causa dei bombardamenti aerei e delle mine rimasero
uccise 12.058 persone mentre la politica di espropriazione terriera e
confisca di beni immobili colpì complessivamente 19.871 persone
mentre 30.231 rimasero danneggiate dall’uccisione dei capi di bestiame
e dal danneggiamento delle coltivazione.

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