| Intervento di Ninni Ravazza, tratto dal convegno "La terra delle tonnare" San Vito Lo Capo (TP)
3 - 5 settembre 1999.
La discussione, le relazioni, il
dibattito che si sviluppano intorno alle tonnare e alla terra che ne ha
ospitato il maggior numero, per la maggior parte si dipanano sul filo
della memoria, hanno come tema conduttore la nostalgia.
Non può essere altrimenti, dal
momento che è praticamente scomparso quel mondo incantato dove storia,
cultura, tradizione, religiosità, leggenda, economia, abilità, sapere
empirico e sapienza scientifica si sono fusi dando vita ad un universo
meraviglioso e irripetibile che ad un certo punto - appena duecento anni
fa - regalava alla Sicilia, come scriveva il palermitano marchese di Villabianca, fama e distinzione nei Paesi di tutto il mondo, che proprio
per questo invidiavano l’isola nostra.
Oggi compiere il periplo dell’isola,
aggirando i mille e trentanove chilometri di costa, si traduce in motivo
di sofferenza per chi ha conosciuto e amato il mondo delle tonnare - per
esperienza diretta o attraverso la ricca letteratura del settore: dei
quasi ottanta impianti di pesca menzionati dal Villabianca, di cui però
già nel secondo decennio del milleottocento solo cinquantuno erano ancora
in attività, oggi restano per lo più miseri resti, mura sgretolate dal
sole e dalla salsedine, ciminiere ripiegate su se stesse, ampi portoni
neri che conservano gelosamente spezzoni di rete ammuffita, vascelli dall’ossatura
smembrata, uncini arrugginiti. Nella migliore delle ipotesi il posto dei
vocianti faratici - la bassa forza nella ciurma - è stato preso da
frenetici turisti, quando la trasformazione delle antiche tonnare in
strutture alberghiere ne ha anticipato il crollo.
L’abbandono degli antichi
manufatti, che costituiscono un importante esempio di archeologia
industriale con caratteri e canoni ben definiti, è stato preceduto e
provocato dalla crisi della pesca del tonno con impianti di reti fisse,
sconfitta dagli inquinamenti costieri e soppiantata da altri tipi di pesca
meno sottoposti all’alea di stagioni altalenanti, con risultati che non
sempre riuscivano a coprire le ingenti spese di gestione.
Secoli di sapere stratificato,
tramandatosi oralmente come i segreti appresi dai rais nelle lunghe ore
passate ad osservare il cammino dei tonni, rischiano dunque di andare
perduti assieme ai palazzotti dei padroni, perché nessun codice mai
potrà conservare questo patrimonio che è la sintesi di conoscenze e
tradizioni che hanno attraversato centinaia di generazioni di tonnaroti,
arricchendosi dell’apporto di ciascuno fino a costituire un unicum
culturale irripetibile.
Tuttavia, se pure è normale fare
ricorso alla nostalgia parlando delle Tonnare - ed in special modo delle
tonnare siciliane, le più famose del Mediterraneo - sarebbe assolutamente
errato, e ingiusto per gli uomini che ancora credono in quest’attività
e vi infondono capitali e lavoro, dimenticare che lungo le coste siciliane
e sarde operano ancora, con maggiore o minore profitto, alcune tonnare -
due o tre sul versante di ponente della Sardegna, e due in Sicilia (Favignana
e San Giuliano/Bonagia), dove un terzo tentativo, quello di restituire
vita all’antico impianto di Capo Passero, quest’anno purtroppo è
andato miseramente deluso.
Qui, tra queste reti, in mezzo a
questi uomini, nel confronto con gli imprenditori che vorrebbero maggiore
attenzione dalla "mano pubblica", la nostalgia aleggia nei
racconti di mattanze ricchissime, di tonni smisurati tirati a forza di
braccia sui vascelli, di navigazioni sotto le procelle col solo aiuto
della vela e dei remi, ma per il resto la tonnara è ancora cosa ben viva,
un mondo dove il passato convive col presente, dove le leggende trovano
posto nella vita quotidiana, è splendido esempio di archeologia
industriale e al tempo stesso di impresa attiva.
Io ho avuto la fortuna, e l’onore,
di vivere in prima persona l’avventura dell’ultima grande tonnara
siciliana, intesa quale struttura a mare e attività di pesca, quella di Bonagia; dal 1984 ne seguo le stagioni, col rais e i tonnaroti condivido
le speranze ed i timori, con i proprietari discutiamo dei possibili
accorgimenti per ottimizzare il rendimento di pesca. In cambio della mia
collaborazione ho avuto la possibilità di raccogliere racconti e
confidenze, speranze e delusioni, di fissare nelle foto i momenti magici
dell’attesa e della lotta dell’uomo contro il pesce che si dibatte per
non morire, di ascoltare le preghiere che accompagnano il lavoro dei tonnaroti, di apprendere come riconoscere attraverso lo specchio i tonni
che nuotano quasi rasente al fondo, di imparare come si costruiscono le
reti, e soprattutto ho conosciuto uomini e storie che vivranno per sempre,
fino a quando il mare lambirà la nostra terra.
E a questo proposito mi piace
ricordare i due uomini che hanno contribuito a salvarla dall’abbandono
ed a farne l’impianto più produttivo del Mediterraneo italiano: don
Nino Castiglione che purtroppo oggi non è più con noi (ma figli e nipoti
ne sono degni eredi), e il rais Mommo Solina, il più anziano rais ancora
in attività, che invece non vede l’ora di imbarcarsi sulla sua muciara
per una nuova avventura di pesca.
Veniamo dunque alla tonnara di Bonagia, o più propriamente di San Giuliano/Bonagia in quanto si tratta
della sintesi di due antiche tonnare che alla fine degli anni ’70 sono
state unificate dalla famiglia Castiglione, che ne è tuttora la
proprietaria. Oggi le reti vengono calate di fronte alla punta San
Giuliano, nella zona di mare dell’omonima tonnara, ma la sede logistica
della flotta e della ciurma resta il bellissimo porticciolo di Bonagia.
Per brevità, dunque, parleremo semplicemente di "tonnara di Bonagia".
Cominciamo subito con i dati, i
quali confermano che la struttura è ancora oggi una impresa industriale
in piena regola, attiva e vitale.
Ogni anno nel periodo della pesca -
in genere dalla fine di marzo alla fine di luglio - vengono impiegati da
55 a 60 pescatori - la "ciurma" dei "tonnaroti" - una
decina dei quali trova occupazione per periodi più lunghi - fino ad
otto/dieci mesi l’anno - per la manutenzione delle attrezzature. Ogni
tonnaroto ha un salario mensile fisso, più un premio individuale per
ciascun pesce pescato (il "migghiariato") e un premio cumulativo
da dividere tra l’intera ciurma per ogni frazione del pescato totale (il
"tonno a ‘gghiotta" che a Bonagia attualmente corrisponde a
tre milioni di lire ogni 400 tonni catturati); fino a vent’anni fa la
"ciurma" della tonnara contava circa settantacinque tonnaroti,
ma in seguito l’impiego di motori e verricelli, e la progressiva
diminuzione delle catture, ha comportato una riduzione del personale.
In un contesto sociale in cui la
disoccupazione, soprattutto giovanile, è altissima, la tonnara dunque
fornisce un reddito sicuro a decine di pescatori, che peraltro in questa
maniera sono affrancati dal rischio economico insito nella piccola pesca,
soggetta alla mutabilità del tempo e alla povertà dei mari costieri.
Accanto all’attività di pesca, la
tonnara ha sviluppato un’industria di lavorazione e conservazione del
pescato che prende il nome dal fondatore - Nino Castiglione - e che
attualmente impiega ben 150 unità.
Il numero dei tonni catturati, pur
risentendo delle fluttuazioni che da sempre hanno caratterizzato questo
tipo di pesca, continua ad essere abbastanza elevato; prendendo in
considerazione solo gli ultimi 17 anni, in pratica da quando le due
tonnare di San Giuliano e Bonagia vennero unificate, i dati sono
decisamente positivi:
tonni nell’anno 1983 / 1.584
nell’84 / 1.184 nell’85 / 780 nell’88 / 1.550 nell’89 / tra
1.000 e 1.724 nel triennio 1990 - 1992 / poco più di 900 nel ‘93 e
‘94 / addirittura 2.378 nel 1995 / 800 nel ‘97 / 1.520 nel ‘98.
Saltiamo a piè pari la stagione ‘99 perché una serie di circostanze
sfavorevoli hanno impedito il regolare andamento della pesca; se però
la tonnara avesse potuto operare normalmente, gli esiti sarebbero stati
certamente favorevoli, come dimostrano le catture di purtroppo pochi
tonni, ma di enormi dimensioni, realizzate con pochi metri di rete a
mare.
Nel periodo preso in esame dunque a
Bonagia sono stati catturati in media 1.296 tonni per stagione, per un
prodotto medio di 950 quintali; negli anni dal 1903 al 1911 la tonnara di
San Giuliano ha prodotto in media 1.627 quintali di tonno l’anno; nello
stesso periodo la produzione media di Bonagia è stata di 2.862 quintali l’anno.
Se i risultati degli ultimi vent’anni
non sono esaltanti, non tanto per il numero quanto per il peso delle
catture, si tratta pur sempre comunque di esiti positivi se confrontati
con le statistiche di questa seconda metà di secolo.
Nel 1951 in provincia di Trapani
operavano undici tonnare, che insieme catturarono 6.915 tonni per un
totale di 8.132 quintali / l’anno successivo, il ’52, le stesse
tonnare catturarono appena 3.667 pesci per 3.979 quintali (quindi il peso
medio era di poco superiore ai 100 chilogrammi) / nel 1953 i tonni pescati
nelle 11 tonnare furono circa 8.500 per 13.500 quintali (e dunque la mole
dei pesci era maggiore) / negli anni successivi, fino al 1968, in
provincia operarono fra 7 e 10 tonnare, ed il prodotto complessivo medio
fu di 5.239 tonni per stagione, per 9.913 quintali di peso.
Nel 1969 le 7 tonnare trapanesi
catturarono 4.853 tonni per un totale di 8.906 quintali / nel ’70 gli
impianti scesero a 5, con un prodotto di 6.758 quintali /nel 1972 le 4
tonnare in attività catturarono 3.376 pesci per complessivi 6.609
quintali.
Nel 1984, ultimo anno di attività,
la tonnara di Scopello catturò appena un centinaio di tonni, e l’anno
successivo il tentativo di ridar vita alle reti di Punta Raisi fallì
miseramente.
La tonnara di Favignana, la
"Regina del Mare" al tempo dei Florio, è passata dai 10.159
tonni del 1859, ai 612 del 1979, alla media di 1.300 tonni delle ultime
stagioni di pesca, ma con un peso medio che recentemente è sceso
addirittura sotto i 50 chilogrammi.
In questo panorama non certo
esaltante, emergono il ruolo e l’importanza della tonnara di Bonagia, il
cui fatturato annuo supera il miliardo di lire
Ricordo ancora che il riferimento è
rivolto solo all’attività di pesca, senza tener conto della
trasformazione e commercializzazione del pescato.
La esposizione di dati e cifre sulla
realtà produttiva ed economica della tonnara era necessaria per
confermare quanto ho detto all’inizio: parliamo di un impianto di pesca
che ancora oggi trova ragion d’essere nella produttività, nel profitto
dei proprietari, nella necessità per i tonnaroti di non indulgere nella
spettacolarità ma di badare al sodo per assicurare la massima resa nelle
operazioni di cattura. La tonnara di Bonagia continua ad essere un’impresa
economica regolata dalle leggi del mercato e non da quelle del folclore e
del turismo.
Questa peculiarità ha sortito un
effetto straordinario: qui, dove l’impresa lascia poco o nullo spazio ad
altro, si sono mantenute vive e vitali le tradizioni, gli usi ed i
costumi, i ricordi e la sapienza di un’attività antica, che potrebbe
sembrare anacronistica di fronte all’avanzare delle tecnologie applicate
alla pesca, ma che in effetti - visti i risultati - non lo è.
Proprio perché la tonnara
rappresenta un microcosmo pressoché immutabile per le sue caratteristiche
ed esigenze, mantenerne intatta la funzione di attività imprenditoriale
pura si è tradotto nella salvaguardia di una nicchia culturale e
antropologica unica, necessario punto di riferimento per chi voglia capire
fino in fondo la storia del mare e dei suoi uomini.
Non a caso ho voluto dare a questo
intervento un titolo che solo a prima vista può apparire lezioso: "L’isola
di Enea. Bonagia, l’ultima mattanza".
Il corpo della nostra tonnara, l’isola
di rete dove i tonni si aggirano tra mura, colonne e travi (la citazione
è ancora dal Villabianca), viene calata proprio nel mare dove le navi di
Enea gareggiarono in apertura dei Ludi cantati da Virgilio; qui, in questo
mare ricco di storia e di leggende, la tonnara che per ultima conserva
integre le sue tradizioni ogni anno perpetua se stessa, ogni stagione di
pesca inizia dove la precedente si è conclusa.
Già la struttura della tonnara a
mare è un interessantissimo esempio di archeologia industriale che però
mantiene la sua vitalità: Bonagia è l’ultima grande tonnara siciliana,
ancor oggi calata secondo schemi e metodologie perfezionati nei secoli,
senza quei mutamenti radicali che invece dagli anni ’60 in poi hanno
interessato quasi tutti gli impianti, siciliani e sardi.
Quella di cui parliamo è la
classica tonnara "di andata", che cattura i tonni nella loro
"corsa" in pieno periodo riproduttivo; fino al 1997 la sua
struttura era assolutamente identica a quella dei secoli scorsi - con l’ingresso
tra le reti costituito da un varco completamente aperto (il foratico) e
con la divisione dell’isola in otto "camere" divise da cinque
"porte" e una "mezza porta". L’estensione massima
del parallelepipedo di rete che costituisce l’isola è di 491 metri
nella direzione est/ovest. Disegni incisioni e dipinti che rappresentano
tonnare siciliane simili sono opera del sacerdote Antonio Bova e del
pittore francese Jean Houel che vissero nel 1700, del pittore Paolo De
Albertis nella prima metà del 1800, di un anonimo tonnaroto che nel 1878
dipinse un ex voto per ringraziare la Madonna che lo salvò durante il
calo delle reti di Formica, dei tecnici della Commissione Reale che a fine
‘800 effettuò uno studio sulle tonnare italiane, di un impiegato
amministrativo della tonnara di Magazzinazzi che nel 1930 ne tracciò un
accuratissimo schema.
Solo negli ultimi due anni -
stagioni di pesca 1998 e ‘99 - la tonnara di Bonagia ha adottato un
nuovo tipo di ingresso fra le reti, la "bocca a nassa" presa in
prestito dalle tonnare spagnole, un escamotage per impedire la fuga dei
tonni una volta entrati fra le reti, estraneo alla cultura tonnarota
siciliana ma resosi necessario per fronteggiare la diminuzione delle
catture. Le altre tonnare siciliane avevano adottato la "nassa"
spagnola già a partire dagli anni ’60, e in molti casi la
trasformazione non si è limitata al varco d’ingresso dei tonni, ma ha
comportato anche la eliminazione di alcune "camere" e delle
rispettive "porte", col conseguente accorciamento delle reti
dell’isola (così è avvenuto, per esempio, a Favignana).
Se, dunque, la fase cruciale della
pesca - la mattanza - ha subito tutto sommato poche trasformazioni (e più
in là vedremo quali), la struttura originale della tonnara siciliana
sopravvive solo a Bonagia, dove all’introduzione della "nassa"
non ha corrisposto (almeno fino all’ultima stagione felice) la riduzione
delle dimensioni delle reti, ma solo la eliminazione della
"porta" centrale, quella del "bordonaro".
Naturalmente sono cambiati i
materiali impiegati per realizzare reti, cavi e galleggianti, col nylon, l’acciaio
e la plastica al posto delle fibre vegetali e del sughero, ma il sistema
di armamento e di posizionamento è sempre lo stesso.
Identico ai secoli scorsi è rimasto
anche il sistema di ancoraggio delle reti al fondale, che qui avviene
ancora mediante l’impiego delle "rosase", i conci di tufo
delle cave locali, che appesantiscono il "piombo" delle reti
attaccati in grappoli; altrove, a Favignana e nelle tonnare sarde, ma
anche negli ultimi tentativi esperiti a Scopello e Punta Raisi, l’uso
delle "rosase" è stato del tutto o in parte soppiantato dagli
spezzoni di pesante catena che gli spagnoli da decenni usano nei loro
impianti. Nell’ultima sfortunata stagione anche a Bonagia è stato
introdotto l’uso della catena accoppiata ai conci di tufo - ovviamente
diminuiti di numero - ma tale metodo non sembra adatto a questo impianto,
calato in una zona di mare profonda fino a 50 metri e percorsa da
impetuose correnti; non dimentichiamo che la tonnara di Bonagia viene
calata a 5.186 metri dalla costa, una distanza mai raggiunta da nessun
altro impianto, in Sicilia né altrove.
Migliaia di metri di rete fitta e
pesante, di cavi di "summo" e piombi, evidentemente abbisognano
di un fissaggio al fondale che non può essere costituito dalla catena,
pensata in Spagna per ondeggiare sotto la spinta della corrente perché
lì i tonni si mantengono nello strato più superficiale dell’acqua.
Le cave di tufo, così come le
saline, hanno fornito per secoli materia prima alle tonnare: oggi si
parlerebbe di sinergia tra attività complementari, che avevano necessità
di operare non solo in stretto contatto commerciale, ma anche in zone
limitrofe per abbattere i costi del trasporto.
Una tradizione che invece s’è
persa, ed è davvero un peccato, è quella dei canti della tonnara - le cialome. Nati per uniformare gli sforzi dei tonnaroti nelle fasi più
faticose del lavoro - l’assummare delle reti e delle ancore soprattutto
-, con l’impiego di motori accoppiati a potenti verricelli che si sono
sostituiti agli uomini questi canti hanno perduto il loro ruolo
originario, e ne hanno conservato solo l’aspetto folcloristico. A
Bonagia non c’è più nessuno che si ricordi le strofe delle antiche cialome, e quando la presenza di pochi rari turisti spinge qualcuno a
cercare di intonare il solo, il saggio rais Solina si porta le mani alle
orecchie e si gira per non sentire quello strazio.
La tradizione dei canti è invece
ancora ben viva a Favignana, dove i turisti sono molti più dei tonni,
come ha confessato - non ho capito se con amarezza o con orgoglio - il
giovane rais Gioacchino Cataldo.
Una parziale innovazione, piuttosto,
ha interessato le barche della tonnara di Bonagia: nel 1989 l’antica
flotta - vascelli, parascarmi, muciare - è stata tirata in secco, e al
suo posto è scesa in mare un’armata di imbarcazioni dalle medesime
dimensioni, ma realizzate in ferro e vetroresina invece che nel
tradizionale legno di rovere e pitch pine. Il ferro assicura durata e
richiede minore manutenzione, e così la flotta è stata rinnovata
interamente; l’ultima ad andare in pensione è stata la muciara del rais,
costruita agli inizi del secolo.
Le antiche barche, comunque, non
sono andate perdute ma riposano - ancora pressoché integre - una accanto
all’altra sotto la torre di Bonagia, e costituiscono un interessante
richiamo turistico e culturale; sarebbe auspicabile che l’ente pubblico
- Soprintendenza o Comune di Valderice - si prendessero cura di questo
patrimonio, preservandolo dalle intemperie e dai vandali, e rendendolo
pienamente fruibile per gli appassionati, i curiosi e gli studiosi.
Arriviamo alla fase cruciale della
pesca del tonno, quella che da sempre attira l’interesse e la curiosità
e richiama i turisti: la mattanza.
In questo momento topico, forse più
che in tutte le altre fasi della pesca, trova giustificazione il titolo
del mio intervento, l’ultima mattanza: soltanto a Bonagia, sulle barche
a cinquemila e passa metri da terra, è possibile vivere le emozioni della
uccisa - si chiamava così prima dell’adozione, nel tardo ‘700, del
termine spagnoleggiante mattanza - come se il tempo si fosse fermato alla
tonnatica uccisione descritta dal Villabianca.
Sui vascelli di Bonagia gli uomini,
seminudi o al massimo ricoperti dai vestiti smessi della vita quotidiana,
distribuiti in squadre di sei o otto (i rimiggi) posizionati nell’apposito
corridoio del vascello (lo stirato) effettuano la mattanza secondo i
metodi antichi: uncinano i tonni con le aste di diversa lunghezza, li
attirano fino al vascello, li alzano appoggiandoli al bordo, e infine i
due tonnaroti più muscolosi - che nel rimiggiu assumono la posizione
centrale - li fanno scivolare alle loro spalle sul fondo della barca
afferrandoli per le pinne. La scena è decisamente cruenta e il sangue
corre a fiotti, ma anche questa violenza che può apparire gratuita ha una
giustificazione: la carne del tonno abbondantemente dissanguata per le
tante ferite si presta meglio alla conservazione e alla lavorazione. Una
mattanza di Bonagia oggi è del tutto identica ad una uccisa di trecento
anni fa.
Nelle tonnare sarde invece i tonni
vengono issati sui vascelli con l’impiego di ganci sagolati collegati a
piccoli bighi di carico: il pesce ormai esausto viene agganciato per il
muso, e un solo pescatore, al massimo due, possono tirarlo a bordo
sfruttando il bigo e il bozzello che demoltiplica lo sforzo. Anche questo
metodo è stato mutuato dalle tonnare spagnole, dove da decenni al posto
delle aste si usano corti uncini snodati.
Altrove la necessità di fruire dei
contributi privati per garantire la sopravvivenza della tonnara ha
costretto i pescatori a farsi sponsorizzare, e così capita di vedere i
vascelli fasciati da striscioni pubblicitari, ed i tonnaroti che intonano
l’Ajamola ricoperti da candide magliette che promettono vacanze
rilassanti e divertenti. Non è cosa gravissima, e se questo è valso a
salvare la tonnara dalla fine dell’attività, ben venga, ma è chiaro
che in questo caso la tradizione ha perduto molto del suo fascino antico,
che la mattanza è diventata cosa diversa, non più solo pesca ma anche
spettacolo ed esibizione folcloristica.
La tonnara di Bonagia presenta,
inoltre, una importante caratteristica, ormai unica nell’asfittico
panorama italiano: qui l’antico ciclo della pesca e della lavorazione
del tonno è ancora completo. In mare si pescano i grandi pesci, che nello
stabilimento vengono lavorati per farne prodotto sott’olio e per
estrarne le preziose interiora, uova e lattume.
In verità solo una parte del tonno
mattanzato viene sottoposto alla trasformazione sott’olio, perché il
resto viene commercializzato fresco sui mercati isolani, ma soprattutto
esportato crudo in Giappone dove costituisce uno dei piatti più prelibati
e costosi. Qualcuno potrà storcere il naso di fronte a questa strategia
commerciale, ma da sempre la produzione di tonno è stata superiore al
fabbisogno locale (anche perché limitata ad un breve periodo dell’anno)
e così l’uomo si è ingegnato per conservarne i saporiti tranci per
farne prodotto da esportazione: sotto sale, sott’olio, o crudo, non
cambia granché, è questa la legge del mercato.
Resta il fatto che solo qui gli
stabilimenti sono rimasti assolutamente al servizio dell’attività di
pesca, mentre altrove gli antichi opifici o sono stati trasformati in
residence, o sono stati abbandonati al degrado strutturale.
Bisogna aggiungere che l’attuale
stabilimento conserviero collegato alla tonnara di Bonagia non è quello
primitivo, venduto dai vecchi proprietari e divenuto complesso
alberghiero; i tonni vengono lavorati nella ex tonnara di Sancusumano,
alle porte di Trapani, costruita in questo secolo per sostituire gli
antichi edifici della tonnara di San Giuliano ormai cadenti (per i quali
peraltro esiste un progetto di ristrutturazione inserito nel Programma di
Recupero Urbano e Sviluppo Sostenibile del Comune di Trapani).
Comunque, chi oggi volesse seguire
il destino dei tonni dal momento del loro arrivo in tonnara a quello della
loro preparazione per l’inscatolamento, non ha alternativa: solo a
Bonagia può avere un quadro preciso del ciclo dalla pesca alla
lavorazione.
E non si può parlare di tonnare e
mattanze senza un accenno ai "signori dei tonni", gli uomini da
cui dipendono le sorti della pesca: i Rais.
Già nel 1500 il Pugnatore nella sua
"Historia di Trapani" scriveva che i trapanesi erano i migliori
rais del Mediterraneo, inviati ad impiantar tonnare sulle coste italiane e
spagnole.
Mercurio, Giotto, Jachino, Mommo
Solina, sono nomi entrati nel mito; uomini che sono riusciti ad assommare
in sé tutte le qualità che fanno di un ottimo pescatore anche un grande
capo.
Sapienza, saggezza, capacità di
comando, pazienza, lungimiranza, sono le caratteristiche di un bravo rais.
A Bonagia c’è un termine bellissimo che compendia tutte queste
prerogative: la raisìa.
E la "raisìa" non si
impara, è innata negli uomini destinati al comando delle reti, si affina
di giorno in giorno, si arricchisce quotidianamente con l’esperienza.
Ho conosciuto diversi rais, e da
alcuni di essi ho ricevuto insegnamenti che mi sono stati preziosi nella
vita di ogni giorno, anche quando il mare e le barche erano solo un dolce
pensiero.
Io mi ritengo un privilegiato per
avere avuto l’occasione di ascoltare le spiegazioni ed i consigli dei
vecchi pescatori che mi hanno voluto far partecipe del loro sapere, ma
sono sicuro che chiunque abbia passione e voglia di capire i segreti del
mare troverebbe negli uomini delle tonnare generosi interlocutori, ben
felici di trasmettere le loro conoscenze.
Un museo vivo dunque, dove il
passato si intreccia col presente e insieme gettano le basi per l’attività
futura: così definirei la tonnara di Bonagia, confidando che la sua
sopravvivenza - legata sempre alla produzione - possa conservare e
perpetuare il ricordo di una cultura di cui la nostra terra non può fare
a meno.
Ninni Ravazza
giornalista e
scrittore
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