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Nelle civiltà tradizionali Arte, Scienza e Religione non furono mai tra loro separate. Espressioni diverse di un unico sapere - un sapere metafisica - testimoniavano di una concezione olistica e sacralizzata del mondo, ben lontana da quella ottusamente materialistica dei nostro tempo. L'arte era in sé preghiera, e forme e colori erano un ponte sull'eterno, un arcobaleno fra terra e cielo. L'opera, in quanto tale, superava il suo creatore: nulla era in essa di arbitrario: il suo linguaggio non era la cervellotica espressione di contenuti soggettivi, delle angosce e delle nevrosi dell'artista. Era un'arte che parlava per simboli: ed il simbolo - il vero simbolo - è sempre vettore d'Intuizione. Come ha scritto Mircea Eliade, il simbolo non si rivolge "solamente alla coscienza desta", bensì "alla totalità della vita psichica": esso può "rivelare una modalità del reale o una struttura dei mondo che non sono evidenti sul piano dell'espericnza immediata". Colui che "comprende un simbolo, non solo si apre al mondo oggettivo, ma può nel contempo uscire dal particolare ed accedere ad una comprensione dell'universale". I simboli rappresentano, di fatto, altrettante lettere della Parola cosmica, immagini travalicanti il pensiero cerebrale e in grado di parlare una koinè spirituale. Disse bene Rudolf Steiner che "Se troviamo le giuste forme artistiche, noi inseriamo il veicolo, la laringe attraverso la quale gli dèi possono parlarci"; poiché "quanto è artistico, nel senso superiore dei termine, comporta leggi solide e forme sicure che sono ben fondate sulle leggi essenziali del cosmo". Tali orizzonti sono pressoché scomparsi dal pensiero artistico contemporaneo, travolto dal caos di una civiltà desacralizzata che tributa culti all'informe o a pure forme prive di contenuto. L'uomo è divenuto folla senza volto, stordito dai mass media, bombardato da informazioni pilotate, manipolato dai governi, asservito alle multinazionali, non più individuo ma consumatore e oggetto di scambio: e l'ardsta, specchio di una realtà disgregata e alla deriva, la rappresenta ad immagine della propria coscienza lacerata. C'è però un'altra arte, un'arte che, in un mondo dove Dio nietzschanamente "è morto", può ancora indicarci il sentiero delle stelle. Piero Fabris ne è degno esponente. La sua è arte di cerca, più che di ricerca: vi stilla pensiero religioso, profuma di grani di incenso, reca in sé la speranza di una civiltà organica, di un mondo che metafisicamente non ha mai cessato di esistere e che ai suoi occhi trasognati di poeta si trasfigura nella dimensione lirica della fìaba. Non è questione, qui, di meri artifizi cerebrali: forme e colori si fanno alveo di immagini, di un flusso di immagini la cui intima sorgente è il cuore: e chi sappia coglierne l'ordito metafisico, chi sappia superare il gioco sottile delle parvenze, può ritrovarvi il filo d'Arianna che, solo, può liberarci dal nostro labirinto.
Prof. Paolo Lopane |
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Se passiamo in rassegna, uno dopo l'altro, i quadri di Piero Fabris, l'impressione che riceviamo potrebbe essere quella di un racconto per immagini. Attraverso uno stile che potremmo definire vagamente surreale, ritroviamo rappresentati, più o meno esplicitamente, i simboli che racchiudono l'esperienza spirituale dell'umanità: dai primordi, da quando l'uomo si sentiva parte integrante di una natura amata e temuta, fino al momento in cui, a poco a poco, questo legame si è spezzato quasi dei tutto. L'albero, il cerchio, la sfera, la spirale, la montagna, la scala, la croce, vedute, ora lunari ora solari, che evocano atmosfere a metà tra magiche e fiabesche. In quasi tutte le opere ricorre il motivo della cornice, che si pone contemporaneamente come esterno e interna al paesaggio, essendo costituito da elementi che fanno parte del paesaggio stesso (colonne, varchi). La cornice guida l'occhio, orienta lo sguardo, e chi osserva ha l'illusione di affacciarsi sul mondo che il pittore propone. la cornice diventa il punto di separazione e di contatto tra realtà vissuta e la realtà raffigurata. L'elemento naturale e quello umano sono costantemente presenti nell'immaginario di Piero Fabris, in una ideale fusione. La natura non è bosco selvaggio, foresta vergine, la presenza dell'uomo, quando non è esplicita, è sempre testimoniata dalle tracce che egli lascia dietro di sé (case, colonne, libri, muri), ma non diventa mai ingombrante: la colonna ha la stessa valenza dell'albero, il castello si confonde fra le montagne. L'uomo non è messo in primo piano, non è dominatore. Anzi, l'opera umana si inserisce naturalmente nella natura, completandola. In effetti, questi quadri non giungono mai a mostrare il punto di rottura tra natura e uomo, ma si costruiscono come ipotesi di ciò che potrebbe accadere nel momento in cui l'uomo accettasse di re-inserirsi nel progetto universale (a cui più volte si allude nei quadri attraverso la figura della scacchiera) che lo lega in modo armonioso e comunque indissolubile alle cose e a ciò che esse vogliono significare.
Maria Martinelli |
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