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non invecchiano mai...













Seminì
 
piccolo seme di grano

I
 
 Seminì era un piccolo chicco di grano giallo con le sfumature bianche. Troppo poco per essere pane. Nessuno sapeva da dove fosse venuto, come fosse capitato da quelle parti. Un palmo l’aveva preso tra i suoi calli e l’aveva lasciato cadere nella scura terra.
 La terra profumata lo aveva ricoperto e lui si era spaventato. Oh piccolo seme nel buio!
 Egli non sapeva che quella era il suo nutrimento perciò tremava di paura. Si sentiva solo,  si sentiva perso.

II
 
Seminì se ne stava immobile. Si sentiva prigioniero e diceva: “Altro che buona terra! questo posto mi isola dal mondo.  Mi sento soffocare!”. Stava cominciando a prendere coscienza di sé. “Un tempo ero un chicco amico e fratello di altri cicchi e passavo il mio tempo nel giallo del sole. Ero giallo come lui!” Esclamò pensando al sole. Ma lì sotto la terra, no! Perciò, decise, che in quel buco nero non sarebbe rimasto a lungo. Quando era parte di una spiga vedeva il sole apparire e sparire, ma lì no, tutto era buio. Tutto sembrava uguale, così terribilmente nero, sulla superficie terrestre, invece, il giorno e la notte si alternavano. I raggi del sole l’accarezzavano,  i raggi della luna lo cullavano, ma ora tutto sembrava perduto, cambiato, immobile ed egli si sentiva incapace di compiere un cammino; e poi, dove cercare e con quali forze?
 
III
 
Un pallido sole malato a fatica passeggiava tra le nuvole distribuendo deboli carezze: si stancava subito e le giornate si fecero corte, corte. Fu chiamato il dottor Vento che arrivò soffiando a più non posso facendosi largo tra i rami e le case. Fischiava, urlava. Prescrisse all’astro riposo assoluto, chiese alle nuvole di fargli da guanciale e da coperte. Gli uomini guardarono  il cielo e dissero: “È inverno”. Le formiche abbandonarono le loro processioni. Molti animali scelsero il letargo, ma sotto la terra tutto era semplicemente nero e questa era l’unica cosa che il piccolo seme vedeva. Di tutto quel che realmente stava accadendo egli non sapeva perché neanche l’eco delle cose arrivava dalle sue parti. Ma una volta mentre le nuvole della superficie cominciarono a bisticciarsi, dell’acqua cadde sulla terra. Seminì si sentì di annegare. Sentiva e vedeva dell’acqua e lui lì fermo, immobile, cosa avrebbe potuto fare contro quella catastrofe imminente? Avrebbe perso i suoi bei colori. Avrebbe perso la sua bella forma o peggio, quel limo l’avrebbe potuto annientare, schiantare su qualche pietra. Mentre l’acqua cadeva si trasformava in tiepido fango. Non si sa che accadde e, forse fu la paura, forse fu l’istinto, qualcosa comunque capitò. Seminì mise due piccole radici: Una per tenersi ferma alla terra, l’altra per pilotare le acque. Qualcosa era cambiato e lui era ancora vivo e si sentiva un po’ più forte di prima.
 
IV
 
I giorni passarono e lui cominciò a mettere sempre nuove radici e queste crescevano ed andavano sempre più in profondità. Seminì fu preso da un bisogno: il bisogno di essere forte, di sentirsi sicuro in quel punto del pianeta. Molta acqua passò da quelle parti, ma lui oramai non era più un problema. Quando arrivava le diceva: ”BENVENUTA ACQUA CHE MI INSEGNI AD ESSERE FORTE, CHE SCENDENDO DALL’ALTO MI INSEGNI LA VITA”.
Ben presto però a Seminì cominciarono a tornagli strani pensieri. Gli tornarono alla mente le idee sul buio. Il sole oramai era un ricordo sbiadito e del giallo dell’astro non aveva più vestiti, un ricordo impreciso dei tempi in cui non aveva neanche una radice: gli mancava la luce, gli mancava l’aria, gli mancava il profumo, gli mancava il vento. Troppe cose gli mancavano, ma non sapeva cercarle. Quando ad un tratto gli venne un’idea: “chiederò all’acqua!”.
“ O Acqua che vieni dall’alto sai tu se esiste il sole?” e l’acqua rispose: “Tante volte sorveglia le mie processioni, mentre vado dalla sorgente alla foce e passeggiando, la nostra calda amicizia, mi porta fin al suo cuore da dove mi tuffo per salir con ogni cosa verso il cielo più alto”.
A quelle parole in  Seminì crebbe la voglia di crescere. Oltre il nero c’è il Sole e continuando a crescere verso il basso decise d’andar verso l’alto. Seminì tentò di forarla, ma fu uno spreco di forze. Qualche tempo dopo pensò di poterla spostare, ma anche quella idea si rivelò uno spreco di forze. “Non arriverò mai al sole. Il sole non esiste è solo un frutto della mia fantasia. Tornerò ad occuparmi delle mie radici”. Seminì cominciò a ripiegarsi su se stesso, ad occuparsi delle cose che lo circondavano, senza mai avventurarsi in sogni che egli definiva pericolosi: e lui l’esperienza verticale l’aveva fatta! Chi meglio di lui sapeva, con quanta forza si era dedicato alla rimozione della pietra. Quanto impegno aveva messo, un impegno però che non l’aveva portato a niente.
Dalle radici, belle e robuste, era contento e di queste si occupava senza difficoltà, ma un dolore nascosto palpitava nel suo cuoricino bianco farina: “il desiderio del sole”. Un giorno vide passar dalle sue parti dell’acqua e a quel filo liquido tornò a chiedere: “O Acqua che vieni dall’alto sai tu se esiste il sole?” E l’acqua rispose: “Tante volte sorveglia le mie processioni mentre vado dalla sorgente alla foce…”. A questo punto mentre l’acqua stava parlando Seminì l’interruppe dicendo: “Qual è la via per andare dalla sorgente alla foce, dalla foce al sole, e dal sole alla sorgente?”.
 L’Acqua rispose: “Io leggera scivolo su ogni cosa e sempre cerco le vie. Quando una via è sbarrata, un grande macigno mi ferma, io non spreco le mie forze per abbattere ciò che è duro, ma accarezzandolo cerco un nuovo spiraglio per la mia meta. Da quelle parole Seminì si sentì confortato. La via più semplice è la ricerca non l’abbandono o la fuga. E così, dopo qualche tempo, dopo essersi preparato tornò a puntare verso l’alto. Arrivò fin dove c’era la pietra, non tentò nemmeno di penetrarla e facendo come l’acqua, la percorse fino a che non si accorse che le pietre non sono interminabili: ad un certo punto, nuova terra, morbida terra, era sul suo capo.
Doveva solo continuare a crescere.
 
V

 Durante questa scalata di tanto in tanto si fermava per riposare, per riprendere le forze. Ora che aveva trovato la strada si sentiva rinascere. Finalmente aveva una strada da percorrere e cominciò a percorrerla con tanta avidità e così velocemente da finir col dimenticarsi di tutto il resto. Ben presto però cominciò a sentirsi molto debole e la sua scalata divenne una grande fatica non un piacere. Non si accorgeva salendo della verità dei sassolini e dei granelli di terra.
 A un certo punto sfinito decise di fermarsi per riposare. Si addormentò.
 Mentre stava sonnecchiando dovette fare un balzo perché la terra aveva cominciato a tremargli attorno; verso di lui veniva un piccolo verme che si allungava e si accorciava. Era messer lombrico, Seminì gli gridò vedendolo: “si fermi mostro”, ma messer lombrico non si fermò e continuò a mangiar la terra. Seminì si spaventò ancor di più quando lo vide a pochi millimetri. Voleva far qualcosa , ma non sapeva bene cosa fare. Sperò d’esser risparmiato e per la paura si rannicchiò e così rimase, tutto tremante. Tremava e tremava fino a che non si rese conto che poteva pure farne a meno. Nel frattempo tutto era tornato alla solita calma anzi ora della buona terra lo circondava e del lombrico… solo un ricordo.
 
VI
 
 Con più equilibrio, curandosi cioè sia delle radici che del germoglio, Seminì riprese la sua ascesa e finalmente dopo tanta fatica era a pochi centimetri dalla superficie.
 Si fermò, prese fiato, poi con un colpo fece capolino, ma rimase deluso quando al posto del grande astro giallo si trovò sotto un manto nero trapunto di stelle. Si chiese: “ a cosa è valsa tanta fatica?” e ancora, “ho lavorato per un sogno, ma la realtà è ben diversa!” E così col cuore triste, deluso si lasciò cadere sfinito per la stanchezza.
 Il venticello, appena lo vide, cominciò a fargli le moine, cominciò ad accarezzarlo, a solleticarlo, a cullarlo. Sotto quella volta immensa il piccolo seme si sentì insignificante. Si sentiva in un certo senso abbandonato, più solo di prima e per giunta anche deluso. Ad un tratto, proprio nel momento in cui, tutto gli sembro cadere cominciò ad albeggiare e il venticello dovette dargli uno  strattone per destarlo. Gli disse: “È così che saluti l’alba?” Ma lui non sapeva cosa fosse un’alba, l’aveva dimenticato e cominciò ad aprirsi a tanta meraviglia di colori, di giochi di aranci e rossi; fantasie di gialli e giallini, riempivano il cielo e lui dovette ricredersi. Si fece pian piano verde.

VII
 
 Quando il sole fu alto e tutte le ombre si fecero piccole, piccole, dalle sue parti venne un essere umano che gli disse: “Ti sei fatto attendere!”.
 Nessuno, ordunque l’aveva dimenticato e quel tale ancora disse: “Cresci, cresci germoglio, diventa alto e forte, diventa d’oro”.
 E fu allora che si accorse d’esser parte di un campo. Voleva raccontare, voleva dire a tutti quel che gli stava accadendo,  ma poi rifletté e disse: “La Natura è maestra”.
 
Piero Fabris         


















La forza del gigante
 
a penna delicata
per il suo becco curvo

Dalla finestra della soffitta si vedevano le montagne innevate: Testadiprete, Dolcedorme e il Gigante Solitario.

Ogni vetta aveva un nome e una storia che si perdeva nella notte dei tempi.

Ogni tanto il vento, soffiando forte, portava l'eco di quelle antiche storie e Alfio, con i suoi occhiali sgangherati, lo stava ad ascoltare e così facendo si dimenticava del freddo e della solitudine.

Quella volta in una notte più fredda del solito, il buon vento picchiò con forza e ripetutamente ai vetri della finestra dove Alfio se ne stava rannicchiato nel suo giaciglio.

«Fammi entrare», diceva il vento, «devo dirti cose importanti. Suvvia, fammi entrare, ho cose belle da raccontare», continuava a dire il vento soffiando attraverso gli spifferi e picchiando alla finestra.

Alfio si alzò infreddolito e, con la coperta avvolta sulle spalle, prese uno sgabello e salendoci affacciò gli occhiali sgangherati alla finestra.

Davanti ai suoi occhi c'erano le montagne innevate ed erano diventate tutte fosforescenti ed animate.

La cima di Testadiprete ricordava la zucca pelata del parroco della cattedrale.

La cima di Dolcedorme, luminosa e splendida, sembrava una principessina in carne ed ossa e poi, più in là, la vetta era quella del Gigante Solitario che sembrava guardare verso la finestra di Alfio.

«Sta guardando da questa parte», disse Alfio al vento che rispose: «Sì, ti sta aspettando».

«Un attimo, soltanto un attimo per mettermi qualcosa di più pesante!».

Ma il vento gli disse che non c'era tempo: egli doveva soltanto aprire la finestra e le Stelle Ghiacciate avrebbero provveduto a portarlo dal Gigante Solitario.

Quando Alfio aprì la finestra un brivido di gelo lo percorse e gli occhiali sgangherati gli caddero sul pavimento frantumandosi, ma alle lenti non poté pensare perché un tappeto di stelle era steso davanti a lui e lo invitava ad affrettarsi per quel sentiero insolito.

A piedi nudi, con il vento che gli soffiava accanto, egli toccò in un attimo la volta celeste e percorse il cammino verso il Gigante Solitario lentamente, per paura di scivolare sulla scia che le Stelle Ghiacciate avevano steso per lui.

«Perché quel gigante vuol parlare con me?».

«Perché tu sei l'unico capace di comprendere il suo segreto».

«Ma io sono piccolo e insignificante. Tutti i miei compagni mi chiamano Cannocchiale perché ho i vetri degli occhiali spessi e grandi».

«La grandezza di un uomo è pari a quella del suo cuore!».

Alfio diventò rosso e si toccò il viso e poi disse: «Per i miei amici io sono soltanto un pappamolle».

«I tuoi amici vedono quello che vogliono vedere, mentre i saggi guardano le cose nella loro realtà, per questo il Gigante Solitario si è rivolto a te».

«Ma chi era il Gigante Solitario?».

«Un tempo era conosciuto come Sua Altitudine e tutti i giganti avevano rispetto e stima di lui, poi però è rimasto l'unico e solo superstite del popolo dei giganti».

Quando arrivarono ai piedi del gigante il vento si inchinò e così fece anche Alfio.

Sua Altitudine accennò un sorriso e chiese al giovincello di fare molta attenzione perché un gigante delle nevi non è abituato a parlare molto, perciò ha la voce molto bassa, i suoni escono dalla sua bocca lentamente e sono sottili come un filo.

«Caro Alfio, un tempo la terra era popolata da gigante e da grosse rane.

Noi giganti eravamo i padroni di un infinito tesoro di diamanti, mentre le rane erano le padrone di un immenso tesoro di perle.

Eravamo forti e potenti, con un dito potevamo ridurre un macigno di pietra in briciole.

Le rane invece erano molto agili e difficilmente riuscivamo a catturarle e questo ci indispettiva molto.

Quando la misura fu colma e un piccolo gruppo di rane riuscì a farsi beffe di noi, convocammo il Gran Consiglio per decidere sul da farsi.

Essendo il capo di tutti i giganti, toccò a me parlare per primo e dissi:

«Non possiamo permettere a delle rane di schermirci così, dobbiamo trovare una soluzione per dar loro una bella lezione».

Tutti applaudirono, essendo d'accordo, ma qual era la soluzione?

Il più giovane di noi chiese il permesso di parlare, ma ogni volta gli dicevamo che doveva aspettare il suo turno.

Passammo giorni e giorni a discutere animatamente.

Finalmente arrivò il turno del giovane gigante che disse:

«Ho osservato come saltano le rane: ci sfuggano sempre perché fanno un salto verso l'alto; dobbiamo catturarle mentre spiccano quel salto!».

Tutti applaudirono fino a che qualcuno di essi poi domandò:

«Ma come si fa a catturare una rana mentre salta?».

Il giovane gigante non si perse d'animo e tutto impettito rispose:

«Costruiremo con i rami una rete fitta, così appena escono dalle acque e spiccano il salto rimarranno impigliate».

Tutti applaudirono ed io, Sua Altitudine, gli diedi il titolo che meritava: Ser Gigante dell'Ingegno.

Ben presto Ser Gigante dell'Ingegno divenne popolarissimo, tutti lo cercavano per un consiglio, altri lo cercavano per farsi notare.

Tutti i giganti si misero al suo servizio per costruire la Grande Rete.

Egli dirigeva i lavori instancabilmente, giorno e notte, notte e giorno.

In cuor suo sapeva che avrebbe raggiunto l'apice della notorietà con la cattura della prima rana.

Quando il piano fu attuato io mi sentii soddisfatto, ma Ser Gigante dell'Ingegno disse:

«Ora che sappiamo come catturare le rane non possiamio fermarci; ne cattureremo parecchie e le useremo come merce di scambio per impossessarci del Tesoro di Perle che da sempre custodiscono da qualche parte!».

Tutti i giganti applaudirono e tornarono al lavoro.

Costruirono una rete ancor più grande e così fitta che i raggi dorati del sole a malapena filtravano e quasi tutto il pianeta fu avvolto dall'oscurità.

Purtroppo molte rane confusero la rete con il cielo stellato e rimasero impigliate.

I giganti le raccolsero e chiusero in un pozzo buio e stretto da dove si sentivano i loro lamenti.

Quando il numero delle rane diminuì repentinamente, fu indetta dal loro Consiglio un'assemblea straordinaria di tutte le rane del pianeta. Si diedero appuntamento intorno al Grande Lago Circolare delle Querce.

All'assemblea non mancò nessuno.

Anche le rane più anziane parteciparono.

C'era la Rana Gennaro e la sua consorte.

Gennaro era fra tutti la rana più orribile, l'ultimo esemplare di rana a tre teste: una da vecchio con la voce roca, che sapeva tutto sui tempi passati; una da giovane, che parlava di progetti e di idee: una da neonato che aveva gli occhi nel futuro.

Tutti avevano grande considerazione di Rana Gennaro e noi giganti sapevamo che era la custode dell'Immenso Tesoro di Perle; conosceva l'ingresso dello stagno dove erano custodite tutte le perle e possedeva le Tre Chiavi.

Tutta l'assemblea, però, rimase delusa perché, nonostante la sua grande saggezza ed esperienza, Rana Gennaro non riuscì ad essere compresa.

Intorno al Lago Circolare si stendeva un prato sconfinato sul quale spuntava di tanto in tanto, una siepe e nessuno lo ricordava così pieno di rane da tanto tempo.

Esse parlarono a lungo per trovare una soluzione e questa emerse quando, stanche delle parole e delle citazioni dotte, si concretizzò davanti ai loro occhi, all'inizio come una nebbiolina che si fece sempre più intensa e chiara.

Qualcuno si ricordò che a qualche  chilometro del lago c'era un monte dalla forma strana che i giganti non conoscevano perché la sua vetta era altissima da raggiungere.

Noi giganti non amiamo scalare le montagne!

La forma di quella montagna ricordava un'immensa rana.

Il loro scopo era attirarci sulla cima dalla quale saremmo precipitati oppure travolti da una valanga.

Una delegazione di rane, con la bandiera bianca, chiese di essere ricevuta per parlamentare.

Il Gran Consigliere dei Giganti le ricevette.

Era anche presente Ser Gigante dell'Ingegno, il quale pretese di essere chiamato: Il Grande.

La rana delegata ci disse:

«Carissimi giganti, voi utilizzate mezzucci per catturarci e questo ci rende indegni dell'Infinito Tesoro di Diamanti che custodite, del quale si dice essere secondo soltanto al firmamento di stelle.

Il nostro Tesoro di Perle non è da meno e quindi pensiamo che i due tesori non debbano essere separati.

Vi proponiamo dunque una sfida tra la rana più forte e tutti voi; chi vincerà si prenderà i due tesori».

Il Grande, Ser Gigante dell'Ingegno, esclamò:

«I giganti saranno nelle nostre mani!».

Tutti i giganti applaudirono.

«Non è detto!», esclamò la Rana Delegata, «bisognerà lasciar decidere al Responso dello scontro tra voi giganti e la nostra Grande Rana dei Ghiacci Antichi!».

Io rimasi perplessa e volevo prendere tempo per capire meglio; ma tutti i giganti erano entusiasti ed accecati dall'idea di poter diventare facilmente i soli padroni di entrambi i tesori.

Capeggiati dal Grande Ser Gigante dell'Ingegno, si affrettarono per incontrare la Grande Rana.

Si avviarono in fila indiana verso quel monte ridendo e scherzando e quando arrivarono sulla cima, stanchi morti, si trovarono davanti una sagoma più grande del più grande gigante.

Appena la videro le corsero incontro per afferrarla e si scontrarono la cima dura e ghiacciata di quel monte che, frantumandosi, si trasformò in una valanga.

Ci travolse tutti e disseminò il gelo e il vento, che terminarono l'opera trasformandoli in una catena di monti

Le rane fecero salti di gioia e corsero a liberare tutte le altre che ancora giacevano nel pozzo.

Insieme dettero una grande festa che durò più di dieci giorni.

Io, amareggiato per quello che era accaduto ai miei fratelli, vagai per monti impervi e valli, spargendo il nostro tesoro da tutte le parti.

Poi, piangendo, mi addormentai su questo monte.

Dalle mie lacrime nacque il Grande Fiume ed ogni tanto, un mio lamento stacca un pezzo di ghiaccio.

Era tanto che non parlavo con qualcuno che mi potesse comprendere, per questo ho chiesto al Vento ed alle Stelle e loro mi hanno parlato di te, che sai guardare lontano».

Alfio sorrise.

Il Vento lo accompagnò sul sentiero di stelle fino alla soffitta.

Al mattino si svegliò credendo di aver sognato.

I suoi occhiali giacevano infranti sul davanzale.

 

Piero Fabris