Dalla finestra della soffitta si vedevano le montagne innevate: Testadiprete, Dolcedorme e il Gigante Solitario.
Ogni vetta aveva un nome e una storia che si perdeva nella notte dei tempi.
Ogni tanto il vento, soffiando forte, portava l'eco di quelle antiche storie e Alfio, con i suoi occhiali sgangherati, lo stava ad ascoltare e così facendo si dimenticava del freddo e della solitudine.
Quella volta in una notte più fredda del solito, il buon vento picchiò con forza e ripetutamente ai vetri della finestra dove Alfio se ne stava rannicchiato nel suo giaciglio.
«Fammi entrare», diceva il vento, «devo dirti cose importanti. Suvvia, fammi entrare, ho cose belle da raccontare», continuava a dire il vento soffiando attraverso gli spifferi e picchiando alla finestra.
Alfio si alzò infreddolito e, con la coperta avvolta sulle spalle, prese uno sgabello e salendoci affacciò gli occhiali sgangherati alla finestra.
Davanti ai suoi occhi c'erano le montagne innevate ed erano diventate tutte fosforescenti ed animate.
La cima di Testadiprete ricordava la zucca pelata del parroco della cattedrale.
La cima di Dolcedorme, luminosa e splendida, sembrava una principessina in carne ed ossa e poi, più in là, la vetta era quella del Gigante Solitario che sembrava guardare verso la finestra di Alfio.
«Sta guardando da questa parte», disse Alfio al vento che rispose: «Sì, ti sta aspettando».
«Un attimo, soltanto un attimo per mettermi qualcosa di più pesante!».
Ma il vento gli disse che non c'era tempo: egli doveva soltanto aprire la finestra e le Stelle Ghiacciate avrebbero provveduto a portarlo dal Gigante Solitario.
Quando Alfio aprì la finestra un brivido di gelo lo percorse e gli occhiali sgangherati gli caddero sul pavimento frantumandosi, ma alle lenti non poté pensare perché un tappeto di stelle era steso davanti a lui e lo invitava ad affrettarsi per quel sentiero insolito.
A piedi nudi, con il vento che gli soffiava accanto, egli toccò in un attimo la volta celeste e percorse il cammino verso il Gigante Solitario lentamente, per paura di scivolare sulla scia che le Stelle Ghiacciate avevano steso per lui.
«Perché quel gigante vuol parlare con me?».
«Perché tu sei l'unico capace di comprendere il suo segreto».
«Ma io sono piccolo e insignificante. Tutti i miei compagni mi chiamano Cannocchiale perché ho i vetri degli occhiali spessi e grandi».
«La grandezza di un uomo è pari a quella del suo cuore!».
Alfio diventò rosso e si toccò il viso e poi disse: «Per i miei amici io sono soltanto un pappamolle».
«I tuoi amici vedono quello che vogliono vedere, mentre i saggi guardano le cose nella loro realtà, per questo il Gigante Solitario si è rivolto a te».
«Ma chi era il Gigante Solitario?».
«Un tempo era conosciuto come Sua Altitudine e tutti i giganti avevano rispetto e stima di lui, poi però è rimasto l'unico e solo superstite del popolo dei giganti».
Quando arrivarono ai piedi del gigante il vento si inchinò e così fece anche Alfio.
Sua Altitudine accennò un sorriso e chiese al giovincello di fare molta attenzione perché un gigante delle nevi non è abituato a parlare molto, perciò ha la voce molto bassa, i suoni escono dalla sua bocca lentamente e sono sottili come un filo.
«Caro Alfio, un tempo la terra era popolata da gigante e da grosse rane.
Noi giganti eravamo i padroni di un infinito tesoro di diamanti, mentre le rane erano le padrone di un immenso tesoro di perle.
Eravamo forti e potenti, con un dito potevamo ridurre un macigno di pietra in briciole.
Le rane invece erano molto agili e difficilmente riuscivamo a catturarle e questo ci indispettiva molto.
Quando la misura fu colma e un piccolo gruppo di rane riuscì a farsi beffe di noi, convocammo il Gran Consiglio per decidere sul da farsi.
Essendo il capo di tutti i giganti, toccò a me parlare per primo e dissi:
«Non possiamo permettere a delle rane di schermirci così, dobbiamo trovare una soluzione per dar loro una bella lezione».
Tutti applaudirono, essendo d'accordo, ma qual era la soluzione?
Il più giovane di noi chiese il permesso di parlare, ma ogni volta gli dicevamo che doveva aspettare il suo turno.
Passammo giorni e giorni a discutere animatamente.
Finalmente arrivò il turno del giovane gigante che disse:
«Ho osservato come saltano le rane: ci sfuggano sempre perché fanno un salto verso l'alto; dobbiamo catturarle mentre spiccano quel salto!».
Tutti applaudirono fino a che qualcuno di essi poi domandò:
«Ma come si fa a catturare una rana mentre salta?».
Il giovane gigante non si perse d'animo e tutto impettito rispose:
«Costruiremo con i rami una rete fitta, così appena escono dalle acque e spiccano il salto rimarranno impigliate».
Tutti applaudirono ed io, Sua Altitudine, gli diedi il titolo che meritava: Ser Gigante dell'Ingegno.
Ben presto Ser Gigante dell'Ingegno divenne popolarissimo, tutti lo cercavano per un consiglio, altri lo cercavano per farsi notare.
Tutti i giganti si misero al suo servizio per costruire la Grande Rete.
Egli dirigeva i lavori instancabilmente, giorno e notte, notte e giorno.
In cuor suo sapeva che avrebbe raggiunto l'apice della notorietà con la cattura della prima rana.
Quando il piano fu attuato io mi sentii soddisfatto, ma Ser Gigante dell'Ingegno disse:
«Ora che sappiamo come catturare le rane non possiamio fermarci; ne cattureremo parecchie e le useremo come merce di scambio per impossessarci del Tesoro di Perle che da sempre custodiscono da qualche parte!».
Tutti i giganti applaudirono e tornarono al lavoro.
Costruirono una rete ancor più grande e così fitta che i raggi dorati del sole a malapena filtravano e quasi tutto il pianeta fu avvolto dall'oscurità.
Purtroppo molte rane confusero la rete con il cielo stellato e rimasero impigliate.
I giganti le raccolsero e chiusero in un pozzo buio e stretto da dove si sentivano i loro lamenti.
Quando il numero delle rane diminuì repentinamente, fu indetta dal loro Consiglio un'assemblea straordinaria di tutte le rane del pianeta. Si diedero appuntamento intorno al Grande Lago Circolare delle Querce.
All'assemblea non mancò nessuno.
Anche le rane più anziane parteciparono.
C'era la Rana Gennaro e la sua consorte.
Gennaro era fra tutti la rana più orribile, l'ultimo esemplare di rana a tre teste: una da vecchio con la voce roca, che sapeva tutto sui tempi passati; una da giovane, che parlava di progetti e di idee: una da neonato che aveva gli occhi nel futuro.
Tutti avevano grande considerazione di Rana Gennaro e noi giganti sapevamo che era la custode dell'Immenso Tesoro di Perle; conosceva l'ingresso dello stagno dove erano custodite tutte le perle e possedeva le Tre Chiavi.
Tutta l'assemblea, però, rimase delusa perché, nonostante la sua grande saggezza ed esperienza, Rana Gennaro non riuscì ad essere compresa.
Intorno al Lago Circolare si stendeva un prato sconfinato sul quale spuntava di tanto in tanto, una siepe e nessuno lo ricordava così pieno di rane da tanto tempo.
Esse parlarono a lungo per trovare una soluzione e questa emerse quando, stanche delle parole e delle citazioni dotte, si concretizzò davanti ai loro occhi, all'inizio come una nebbiolina che si fece sempre più intensa e chiara.
Qualcuno si ricordò che a qualche chilometro del lago c'era un monte dalla forma strana che i giganti non conoscevano perché la sua vetta era altissima da raggiungere.
Noi giganti non amiamo scalare le montagne!
La forma di quella montagna ricordava un'immensa rana.
Il loro scopo era attirarci sulla cima dalla quale saremmo precipitati oppure travolti da una valanga.
Una delegazione di rane, con la bandiera bianca, chiese di essere ricevuta per parlamentare.
Il Gran Consigliere dei Giganti le ricevette.
Era anche presente Ser Gigante dell'Ingegno, il quale pretese di essere chiamato: Il Grande.
La rana delegata ci disse:
«Carissimi giganti, voi utilizzate mezzucci per catturarci e questo ci rende indegni dell'Infinito Tesoro di Diamanti che custodite, del quale si dice essere secondo soltanto al firmamento di stelle.
Il nostro Tesoro di Perle non è da meno e quindi pensiamo che i due tesori non debbano essere separati.
Vi proponiamo dunque una sfida tra la rana più forte e tutti voi; chi vincerà si prenderà i due tesori».
Il Grande, Ser Gigante dell'Ingegno, esclamò:
«I giganti saranno nelle nostre mani!».
Tutti i giganti applaudirono.
«Non è detto!», esclamò la Rana Delegata, «bisognerà lasciar decidere al Responso dello scontro tra voi giganti e la nostra Grande Rana dei Ghiacci Antichi!».
Io rimasi perplessa e volevo prendere tempo per capire meglio; ma tutti i giganti erano entusiasti ed accecati dall'idea di poter diventare facilmente i soli padroni di entrambi i tesori.
Capeggiati dal Grande Ser Gigante dell'Ingegno, si affrettarono per incontrare la Grande Rana.
Si avviarono in fila indiana verso quel monte ridendo e scherzando e quando arrivarono sulla cima, stanchi morti, si trovarono davanti una sagoma più grande del più grande gigante.
Appena la videro le corsero incontro per afferrarla e si scontrarono la cima dura e ghiacciata di quel monte che, frantumandosi, si trasformò in una valanga.
Ci travolse tutti e disseminò il gelo e il vento, che terminarono l'opera trasformandoli in una catena di monti
Le rane fecero salti di gioia e corsero a liberare tutte le altre che ancora giacevano nel pozzo.
Insieme dettero una grande festa che durò più di dieci giorni.
Io, amareggiato per quello che era accaduto ai miei fratelli, vagai per monti impervi e valli, spargendo il nostro tesoro da tutte le parti.
Poi, piangendo, mi addormentai su questo monte.
Dalle mie lacrime nacque il Grande Fiume ed ogni tanto, un mio lamento stacca un pezzo di ghiaccio.
Era tanto che non parlavo con qualcuno che mi potesse comprendere, per questo ho chiesto al Vento ed alle Stelle e loro mi hanno parlato di te, che sai guardare lontano».
Alfio sorrise.
Il Vento lo accompagnò sul sentiero di stelle fino alla soffitta.
Al mattino si svegliò credendo di aver sognato.
I suoi occhiali giacevano infranti sul davanzale.
Piero Fabris