Le Alture di Golem - 1


Le Alture di Golem - Capitolo I


Indice

- C'erano una volta...le Alture del Golem
- Il reggente di Sabatiland
- Il piccione viaggiatore e i viaggiatori erranti

C'ERANO UNA VOLTA...LE ALTURE DEL GOLEM

C'era una volta.....due paesi confinanti, diversissimi tra loro ma entrambi ricchi, floridi, benedetti dalla natura. Si chiamavano l'uno Cadonia e l'altro Biaghstan.
I Cadoniani erano portati per natura e per educazione alla dialettica e alla speculazione filosofica, i Biaghstechi alla poesia, alla danza ed al teatro.
Entrambi i popoli erano assai civili, intelligenti, colti: amavano le arti ed il bello. Intrattenevano tra loro rapporti di amicizia e i loro scambi culturali erano preciso e indispensabile riferimento per le nazioni vicine, quali il Sabatiland, l'Alzh merstan e la Celania.
I confini tra Cadonia, Biaghstan e gli altri Stati erano situati sulle Alture di Golem, ridente oasi ricca di ogni ben di dio, dei cui frutti, e delle cui bellezze tutti fruivano copiosamente.
Un giorno i governi di Cadonia e Biaghstan pensarono di celebrare, proprio su quelle alture, un grande incontro ludico internazionale, una sorta di Olimpiade che vieppiù unisse - divertendoli - i popoli del Golem. Iniziarono così gli incontri preparatori dell'Evento, che si protrassero per qualche tempo: ad essi intervennero anche i Sabatiani, i Celanici e gli Alzhmèri, sforzandosi ciascuno di portare il loro, talora modesto - soprattutto gli Alzhmèri, contributo.
Finché, un brutto giorno - un sabato, che fu ricordato dai posteri come il "Big Chill Day" - o meglio una brutta notte, mentre la Regina di Cadonia era lontana dal paese per improrogabili impegni di Governo (alcuni storici, come il Bartezzaghi, sostengono si trattasse del compleanno di una lontana cugina, altri, come il Singer, ipotizzano un incontro con il promesso sposo, di cui peraltro le cronache non tramandano il nome) il Principe di Biaghstan - entusiasta ed impaziente come tutto il suo popolo ritenne che fosse giunto il momento di dare concretamente il via ai "Grandi Giochi del Golem": cercò invano di mettersi in contatto con la Regina di Cadonia, scambiò lunghi messaggi con il Reggente di Sabatiland, la Regina di Celania ed il Vizir di Alzheimerstan e fissò per le ore 02.00 della domenica l'inizio dei "G.G.G.".
Complicazioni diplomatiche, black-out(s) sulle linee internazionali, esitazioni di altri Governi nel partecipare fecero sì che il progetto non decollasse.
Al suo rientro la Regina di Cadonia fu sorpresa e risentita delle iniziative prese in sua assenza: forse non a torto, si sentì scavalcata e quasi tradita dal Principe Biaghstano, che considerava - come ebbe a dire - "....un fratello, anzi di più, un compagno di banco..." - accusò un oscuro dignitario, certo Guglielmo Marconi, di essere la talpa che aveva, svelandoli, fatto fallire i suoi programmi.
Richiamo' il suo ambasciatore a Biaghstan per consultazioni.
Il Principe di Biaghstan, a sua volta forse non a torto, nel proclamarsi estraneo ad ogni speculazione, si ritirò per protesta del progetto "G.G.G." dopo un nobile messaggio di addio; ma intanto ammassava truppe alla frontiera.
Le Nazioni vicine tacquero, incerte sul da farsi. Nubi di guerra si addensarono all'orizzonte...
Il Vizir di Alzheimerstan, dopo aver inghiottito una manciata delle pillole con cui tentava, non sempre con successo, di tenere a freno la sua malattia, si fece promotore di una Conferenza Internazionale che, chiarendo gli equivoci di quella notte maledetta, riportasse il sereno sui cieli del Golem e, soprattutto, rilanciasse il programma dei "Grandi Giochi del Golem".

Ubalda, regina di Celania, fu raggiunta dalla notizia della Conferenza Internazionale mentre si concedeva l'unico caffè che ogni giorno le preparava la fedele Peppina, dama di corte.
Ubalda aveva accolto con entusiasmo l'istituzione delle Olimpiadi delle alture di Golem. Gran pezzo di poetessa, coltivava il sogno di trasformare il regno di Celania in una grande scuola di poesia; aveva istituito la rima dell'obbligo, aveva addirittura finanziato scuole private di tecnica dell'ottonario, provocando non pochi sommovimenti in alcune zone calde del regno; lei stessa si esprimeva esclusivamente in rima, preferibilmente baciata. Il fallimento dell'avvio dei Grandi Giochi del Golem l'aveva amareggiata, e oscuri presagi di guerra l'avevano tormentata per tutta la notte. Nel sogno, aveva visto il reggente di Sabatiland che ripeteva ossessivamente: y para bailar la bamba/fu ferito ad una gamba.
Il caffè della Peppina, e la notizia della Conferenza che sicuramente avrebbe rilanciato il nobile progetto e riportato la pace nei territori vicini, la confortarono.

IL REGGENTE DI SABATILAND

Il reggente di Sabatiland arrancò faticosamente su per il pendio.
Arrivò in cima col fiato corto, e si sedette pesantemente su un masso che dominava la pianura. "Non mi reggo in piedi pensò, un po' depresso - non sono più quello di una volta".
Ahi, quanto a dir qual era è cosa dura questa erta selvaggia e aspra e forte che dominar qui sembra la pianura.
Smise di pensare ai versi e guardò stancamente le luci che decoravano la piana sottostante. Poi volse lo sguardo al cielo, e rimase incantato ad ammirare quello spettacolo sfolgorante. Tornò a guardare in basso. Leggermente disgustato, contò i paesi lungo il fiume, avvolti in una nebbiolina luminescente. Laggiù non sapevano neanche cosa fosse il firmamento. Tornò a guardare in alto. "Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me". Questo pensiero gli ricordò che non aveva ancora mangiato. Si alzò e si avviò verso casa.

Marcobaldo, reggente di Sabatiland, aprì il frigorifero. Libri. Con un sorriso, si perdonò la distrazione, e si avviò con sicurezza verso l'armadio, deciso a prepararsi una bella cenetta. Aprì le prime due ante, che andavano dal pavimento al soffitto, e ne esaminò il contenuto. Ancora libri. Con calma e metodo, aprì in sequenza tutte le altre ante dell'armadio. Sempre libri. Represse uno scatto di nervosismo, ed iniziò a perquisire tutti i contenitori di casa, alla ricerca di qualcosa da mettere sotto i denti. Scrivanie, cassettiere, scarpiere, non tralasciò nulla, trovando sempre e solamente libri.
Sconfortato, si lasciò andare sul divano, chiedendosi come avrebbe potuto evitare di morire di fame.
Lentamente, un'idea si fece strada nella sua mente. Sogghignò, compiacendosi della propria acutezza, prese il telefono e chiamò un numero di Celania. Con voce autoritaria, ordinò: "Una pizza alla siciliana, alla sede del Reggente di Sabatiland, subito!". In quel momento, il campanello della residenza squillò. Stupefatto, Marcobaldo andò alla finestra, e vide il ragazzo del Pizza-express con la siciliana pronta per la cena. "Ma come avete fatto?" chiese al ragazzo. "Reggente - rispose quello - sono dodici anni che ogni sera voi ordinate una pizza alla siciliana".

"Yum, yum" pensò Marcobaldo, masticando lentamente. Era meglio una siciliana o un libro di Oliver Sacks? Meglio la siciliana. Però Capote era meglio della siciliana. Ma peggio di una bottiglia di Montepulciano. Che, a sua volta....fu distratto da uno strano fenomeno che ebbe luogo al centro della sala a volta, dove soleva mangiare. Fosfeni, scintillii, luminescenze, bagliori multicolanti apparvero brancolanti ondeggianti picchiettanti sbrodolantisi intorno ad una figura dapprima indistinta, poi sempre piu' distinta e signorile: la Fata Colombinha. Figura rotondeggiante e semovente, era un
gerundio vivente (infatti, era maritata con Geranio, ed aveva messo al mondo un bimbo battezzato Gerundivo, per la gioia dei parenti tutti). Le sue curve imperiose lanciarono ombre selvatiche sulle mura di pietra della sala a volta. Un aderentissimo vestito di lamè le fasciava senza pietà gambe fianchi vita petto e quant'altro. Su un fondo color verde speranza di entrare in coppa campioni volteggiavano leggiadre gigantesche farfalle giallorosse con nerissimi occhietti inchiodati all'estremità di lunghe e sinuose antenne. Colombinha accennò un dribbling, una finta, uno scatto, e tutto quel movimento produsse effetti riflessi deflessi circonflessi sull'attenzione di Marcobaldo, già pizzofilo. Colombinha s'inarcò e simulò un colpo di testa. Una delle farfalle rimase imprigionata tra le curve della fatona e si dibattè per liberarsi, strizzando involontariamente l'occhio a Marcobaldo. Il quale rimase senza fiato a rimirare la fata danzare calcio davanti al caminetto.

Come tutte le cose belle, anche l'ipnotica danza di Colombinha terminò, e Marcobaldo tornò alla pizza, ormai fredda. Ma la cosa non fu un problema per lui. Con un movimento fulmineo, la fatona scippò abilmente il piatto dalle mani del reggente ed ingoiò la siciliana in un sol boccone.
Marcobaldo rimase a bocca aperta e stomaco vuoto. La fatona approfittò del suo sbigottimento per piantarsi davanti a lui, e con le mani sui fianchi tuonò: "ALLORA?" "Allora cosa?" rispose flebilmente il nostro. "Allora, si va o non si va?" "Dove, di grazia?"

"Alla grande festa nuova
che Re Jetto in serbo cova
con la moglie nell'alcova
per rifare i G.G.G.'

molte teste coronate
saran lì perchè invitate
e saran accompagnate
da soldati un tanto al di'"

"Quindi, caro il mio Marcobaldo, è opportuno che ti procuri una scorta degna del tuo rango. Non puoi arrivar / solo soletto / dal nobil Re Jetto."
Marcobaldo cercò di valutare il proprio rango, ma non poté, non conoscendone il nucleo. K'er nucleo è la fonte d'ogni Sapienza. Marcobaldo tornò con la memoria alla cerimonia in cui il ruolo di reggente gli era stato conferito. Il legittimo regnante, Re Capitatolipersbaglio, non aveva nessuna voglia di governare quella parte di universo, ed aveva approfittato della prima crisi per svignarsela. Ma prima aveva passato la patata bollente a Marcobaldo, con una cerimonia di esemplare semplicità.
Conoscendo la passione della vittima per libri e film, lo aveva bloccato in un corridoio e apostrofato così:
"A Marcobba', sei pratico de reggia? "Beh, un po' sì." "E allora areggeme 'sto regno."
E da quell'istante Marcobaldo era diventato reggente del regno di Sabatland, o Re Gente, come lo chiamava qualcuno.
Il vecchio profeta Venanzius non ricordava d'aver udito tali suoni in molti anni. Cercò nella memoria lo squillo delle voci, il frusciare delle sete, il nitrire dei cavalli, lo squillo delle trombe. Allora era un giovane scienziato di corte, fedele servitore della regina... Non riusciva più nemmeno a ricordare quale fosse stata la prima. Tante corti aveva visitato e servito da allora.
Decise di trattenersi ancora qualche momento nella grotta, scavata in una roccia presso il punto più elevato delle alture di Golem, assaporare l'amata solitudine che stava per venire squarciata dal delirio ludico. Guardò con rimpianto i versi scribacchiati su un pezzo di pergamena:

È il cielo quella cosa
che ti sta sopra la testa
ma se piove o c'è tempesta
meglio è aveci sopra un tett.

Parole che distillavano decenni di meditazioni e di studi. E ora sarebbe stato da esse strappato e ingolfato nella spirale
dell'agonistica contesa. Sarebbe mai tornato ad esse? Difficile a dirsi.
Sul letto il fedele amico Maramao lo osservava sornione e indifferente come sempre, e suoi sui occhi gialli pareva disegnarsi un'espressione d'ironica compassione.

IL PICCIONE VIAGGIATORE E I VIAGGIATORI ERRANTI

Intanto Alzh I, Vizir di Alzheimerstan, era felice, tanto che - se non glielo avessero impedito gli acciacchi dell'età e non lo avesse dissuaso la rigida educazione ricevuta - si sarebbe messo a ballare.
Gli illustri vicini di Biaghstan, Sabatiland e Celania avevano raccolto il suo accorato invito a riaprire le trattative per il progetto dei Grandi Giochi del Golem. La focosa regina di Cadonia - riferivano i messi - non era ancora rientrata dal suo misterioso incontro, ma fonti bene informate la dicevano favorevole a partecipare all'impresa, che senza di lei avrebbe stentato a decollare. "Qui mi danno il Nobel per la Pace" si trovò a pensare tra se e sé.
Si alzò dal trono, impaziente: doveva dare la bella notizia a qualcuno, ma si ricordò che sua moglie Virus era andata ad un "brücke" benefico (il brücke è un gioco di carte assai simile al bridge); suo figlio, l'inetto ed irresponsabile Germen, era partito per una battuta di caccia con l'arco insieme ai dignitari di corte. Decise di mandare comunque un messaggio di gioia ai Re suoi vicini.
Lo vergò in fretta su una pergamena, poi salì sulla torre più alta della reggia, dove era situata la colombaia. Mentre saliva faticosamente, ripensò alle parole del suo vecchio e saggio recettore orientale, Par Kim Son: " I Re sono anch'essi esseri umani soggetti a passioni, perciò trattali come tali...ma sii più cortese con le Regine!".
Prese il più veloce dei suoi piccioni viaggiatori, uno splendido colombo candido, veloce come il vento: gli legò la pergamena alla zampetta e lo lanciò nell'aria tiepida della sera: "Va', mio bravo, vola a destino..."
In quel mentre una freccia scagliata da Germen, il suo figliolo inetto e irresponsabile, trafisse l'uccello che precipitò al suolo.

Cavalcando nella fredda sera d'inverno, capitò presso le alture di Golem il noto avventuriero vagabondo Georgiano. Nato nella lontana terra di Barbaria, era però stato portato, ancora giovane nella bellissima terra golemiana, dove fu istruito ed educato nelle scuole di corte di quei regni dalla celebre tradizione culturale. Aveva trascorso molto tempo in quelle terre che amava più di sé stesso, come anche i loro abitanti, ma la sua indole vagabonda lo portava assai spesso ad allontanarsi, senza per altro mai tardare troppo nel ritorno: e quando tornava era felice di trovare che nulla era cambiato. Ma questa volta, attraversando il regno di Celania salutando allegramente tutti i cittadini che incontrava, avviandosi verso Biaghstan, Georgiano aveva appreso dal popolo del grande fermento degli ultimi tempi. In passato aveva conosciuto e servito molti dei vicini sovrani delle alture, anche se spesso alla sua partenza, grazie ad un filtro magico donatogli dalla fata Colombina, veniva presto dimenticato e mai più cercato: evitava così di rimanere legato ai sovrani che nobilmente cercava di allietare nei suoi compiti di cavaliere.
Ma questa volta era diverso: voleva assolutamente partecipare ai Grandi Giochi, ed era pronto ad offrirsi come campione per quello dei sovrani che lo avesse voluto, sperando, cessato l'effetto dei filtri che a quasi tutti aveva dato, di trovare asilo presso uno dei regni in ricordo dei servigi resi; avrebbe ricambiato con tutto il suo impegno nei Giochi. Ma da chi recarsi? Dal carissimo sovrano di Biaghstan, suo amico e corrispondente epistolare anche nei luoghi più lontani? O dalla calda regina Ubalda, che certo lo avrebbe ricordato per la sua devozione? O forse dalla potente sovrana di Cadonia, da lui sempre stimata? O, ancora, dall'acuto re di Sabatiniland? O provare dal pacifico e diplomatico visir di Alzheimerstan, che non aveva mai conosciuto personalmente, ma che forse di Georgiano aveva sentito parlare? O da chi altro? Cavalcava riflettendo su cosa fare, quando un colombo gli lasciò un ricordo sulla nuca; sorrise quando vide quel colombo cadere al suolo ucciso, ma intanto la cosa lo aveva fatto riflettere: era proprio nella merda.

Tutto ciò accadeva mentre il Principe di Biaghstan, leggermente scoglionato dal non riuscire a comunicare con la Regina di Cadonia, dal non poter parlare nè con il Reggente di Sabatiland, che era andato a fare la settimana bianca, nè con il Vizir di Alzheimerstan che cercava indarno di trovare cura alla sua irrimediabile infermità facendo bagni di sole a Varazze, aprì il box del palazzo dal quale fece uscire il suo bianco cavallo, che per tradizione di famiglia aveva chiamato Twingo.
Come girò la chiave d'avviamento, dopo averla opportunamente inserita nell'apposita feritoia posteriore, si beccò un calcio in faccia che lo lasciò in uno stato di stupefazione per circa tre ore.
Ripresosi, guardò meglio, e vedendo le froge rosse capì che l'animale era in riserva. Provvedette quindi all'opportuno
rifornimento di crusca, sino a che il cruscotto gli indicò l'avvenuto pieno.
Balzò in sella, e quando gli passò il dolore ai gioielli di famiglia, dovuto al gesto inconsulto e imprudente, spronò il nobile animale verso il Regno di Celania, dove sperava di incontrare quel gran pezzo della Regina Ubalda, tutta nuda e tutta calda.
Strada facendo venne fermato da una pattuglia della Stradale che gli contestò l'eccesso di velocità.
Quando disse "Come osate, io sono il Principe !" gli venne risposto dal maresciallo " E io sono la Fata Turchina !".
Ragion per cui ora langue in una secreta, in attesa del Giudice Torquemada che verrà a decidere sulla sua sorte quando tornerà dalle vacanze al Club Med di Santo Domingo.
La Regina Ubalda, nel frattempo, è sempre nuda ma comincia a raffreddarsi, data la stagione.

Intanto Georgiano da Barbaria si fermò a riflettere e a mangiare qualcosa in una locanda pulciosa sulla strada verso la reggia di Biaghstan. Come era sua abitudine ascoltò le conversazioni dei presenti senza farsi notare, e apprese della disgrazia capitata al sovrano di Biaghstan. Subito pensò che era suo dovere aiutarlo e decise di farsi arrestare anch'egli per scoprire dove il re era stato rinchiuso. Al tavolo accanto al suo erano sedute sei guardie: senza pensarci si avventò su quella più vicina e le assestò un colpo secco al naso. In un attimo gli altri cinque si alzarono, lo presero, lo gonfiarono e lo ammanettarono: solo a quel punto Georgiano si rese conto della cazzata che aveva fatto. Una delle guardie gli si avvicinò e gli chiese il motivo di quel gesto; senza scomporsi, col suo occhio nero e le sue due costole rotte, Georgiano disse: "Una volta feci la stessa domanda ad un tale che si spogliò completamente nudo e si gettò su un cactus: perché?"; "e lui cosa rispose?" chiese interessata la guardia; "mi era sembrata una buona idea, sul momento" ** disse Georgiano mentre veniva caricato in sella dalle guardie, alla volta della prigione. Tanto per stare sicure, le guardie pensarono fosse il caso di dargli una bella mazzata in testa. Svegliatosi in uno stato pietoso, guardò le buie e umide pareti della sua cella e a stento trattenne le lacrime che scendevano ogni volta che si rendeva conto della sua stupidità. Non aveva più idee, gli era solo venuta in mente, sull'argomento, una crittografia: Aiuti Maldestri = Onorevoli Fini e Casini; ma gli sarebbe stata poco utile. Resosi conto che spremersi le meningi non gli era poi così congeniale, fece la cosa per cui occorreva pensare meno: cominciò ad urlare a squarciagola "sire! sire!", sperando che il sovrano di Biaghstan si trovasse nei pressi e che insieme trovassero la migliore via di fuga.

** citazione da "I magnifici sette", battuta di Steve MacQueen.

Allora il Principe di Biaghstan, rinchiuso in quella umida e buia cella in attesa del ritorno del Giudice, meditava sul da farsi. Fortunatamente non era stato perquisito al momento dell'arresto, in fondo si trattava solo di una infrazione al Codice del Sentiero, e pertanto aveva con sé tutto quello che sempre si portava appresso.
Estrasse quindi da una tasca il suo piccione viaggiatore, che per qualche strana ragione lui chiamava Cellulare, e dall'altra il suo pitone, al quale era legato da un grande rapporto di affetto sin da quando i suoi genitori glielo avevano gettato nella culla, nella speranza che venisse divorato.
Purtroppo per loro l'infante, affetto da acuto meteorismo, stordì immediatamente con i suoi effluvi il rettile che, non stupido, comprese immediatamente da quale parte gli conveniva stare.
Lo fece quindi arrotolare attorno al corpo di Cellulare, al quale ordinò "Vola dal vecchio profeta Venanzius che, riconoscendolo, capirà che ho bisogno del suo aiuto !" Cellulare gli rivolse uno sguardo stupito ed emise una serie di trilli che il Principe, conoscendo il piccionese, capì non essere una chiamata in arrivo bensì una manifestazione di disappunto, del tipo "E come cazzo posso mettermi a volare, con questo pirla di serpente arrotolato che mi blocca le ali ??"

Il Principe sulle prime trasecolò nell'udire il turpiloquio del pennuto, poi si sovvenne di averlo sempre portato con sé sin dai tempi del Liceo, e quindi gli diede solo un affettuoso rimbrotto, immediatamente contraccambiato da un'affettuosa beccata che lo privò temporaneamente del visus dell'occhio sinistro.
Srotolò il pitone, che nel frattempo aveva cominciato a invidiare il simbolo degli Sforza rimpiangendo l'occasione persa anni prima, e lanciò Cellulare al di là delle sbarre della finestrella, dopo avergli raccomandato di passare prima dalla Regina Ubalda, per portarle i suoi saluti e le sue scuse per non avere potuto arrivare da lei.
Il volatile tentò invano di spiegare le ali: vuoi per il lunghissimo tempo passato in una tasca, vuoi per la stretta del pitone, se le ritrovò pressocchè atrofizzate, e precipitò miseramente nel mare che circondava l'isola sulla quale si ergeva la prigione, denominata "Canta canta".
Incazzato, ma comunque mai dimenticando essere la sua ragione sociale "viaggiatore", Cellulare iniziò a nuotare verso il Regno di Celonia, maledicendosi per non avere portato con sè la sua tessera di "frequent flier" Twa.
Dopo un lungo e periglioso viaggio pervenne alfine alla reggia della Regina Ubalda. La guardia del Real Palazzo gli chiese "Chi sei?" e lui "Sono un uccello per la Regina" "Prego, si accomodi pure, è da un pezzo che la sta aspettando !".
Ubalda lo ricevette nella sua camera da letto, sempre nuda ma ormai tutta coperta di brina.
Cellulare le volò sulla spalla, e lei, con occhi sognanti, cantò: "E l'oselin de la comare giù più in basso dovea andare..."
Perplesso, Cellulare azzardò una prospezione nel sito indicatogli, e dopo attento esame esclamò " Mi scusi, vado a prendere il mio amico pitone...torno subito !"
Saltò sulla finestra e spiccò il volo, in direzione della casa del vecchio profeta Venanzius, pensando "Cazzo, me la sono cavata proprio per un pelo !"


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