Indice
- C'erano una volta...le Alture del Golem
- Il reggente di Sabatiland
- Il piccione viaggiatore e i viaggiatori erranti
Ubalda, regina di Celania, fu raggiunta dalla notizia
della Conferenza Internazionale mentre si concedeva
l'unico caffè che ogni giorno le preparava la
fedele Peppina, dama di corte.
Ubalda aveva accolto con entusiasmo l'istituzione delle
Olimpiadi delle alture di Golem. Gran pezzo di poetessa,
coltivava il sogno di trasformare il regno di Celania
in una grande scuola di poesia; aveva istituito la
rima dell'obbligo, aveva addirittura finanziato scuole
private di tecnica dell'ottonario, provocando non pochi
sommovimenti in alcune zone calde del regno; lei stessa
si esprimeva esclusivamente in rima, preferibilmente
baciata. Il fallimento dell'avvio dei Grandi Giochi
del Golem l'aveva amareggiata, e oscuri presagi di
guerra l'avevano tormentata per tutta la notte. Nel
sogno, aveva visto il reggente di Sabatiland che ripeteva
ossessivamente: y para bailar la bamba/fu ferito ad
una gamba.
Il caffè della Peppina, e la notizia della Conferenza
che sicuramente avrebbe rilanciato il nobile progetto
e riportato la pace nei territori vicini, la confortarono.
Marcobaldo, reggente di Sabatiland, aprì il frigorifero.
Libri. Con un sorriso, si perdonò la distrazione,
e si avviò con sicurezza verso l'armadio, deciso
a prepararsi una bella cenetta. Aprì le prime
due ante, che andavano dal pavimento al soffitto, e
ne esaminò il contenuto. Ancora libri. Con calma
e metodo, aprì in sequenza tutte le altre ante
dell'armadio. Sempre libri. Represse uno scatto di
nervosismo, ed iniziò a perquisire tutti i contenitori
di casa, alla ricerca di qualcosa da mettere sotto
i denti. Scrivanie, cassettiere, scarpiere, non tralasciò
nulla, trovando sempre e solamente libri.
Sconfortato, si lasciò andare sul divano, chiedendosi
come avrebbe potuto evitare di morire di fame.
Lentamente, un'idea si fece strada nella sua mente.
Sogghignò, compiacendosi della propria acutezza,
prese il telefono e chiamò un numero di Celania.
Con voce autoritaria, ordinò: "Una pizza
alla siciliana, alla sede del Reggente di Sabatiland,
subito!". In quel momento, il campanello della
residenza squillò. Stupefatto, Marcobaldo andò
alla finestra, e vide il ragazzo del Pizza-express
con la siciliana pronta per la cena. "Ma come
avete fatto?" chiese al ragazzo. "Reggente
- rispose quello - sono dodici anni che ogni sera voi
ordinate una pizza alla siciliana".
"Yum, yum" pensò Marcobaldo, masticando
lentamente. Era meglio una siciliana o un libro di
Oliver Sacks? Meglio la siciliana. Però Capote
era meglio della siciliana. Ma peggio di una bottiglia
di Montepulciano. Che, a sua volta....fu distratto
da uno strano fenomeno che ebbe luogo al centro della
sala a volta, dove soleva mangiare. Fosfeni, scintillii,
luminescenze, bagliori multicolanti apparvero brancolanti
ondeggianti picchiettanti sbrodolantisi intorno ad
una figura dapprima indistinta, poi sempre piu' distinta
e signorile: la Fata Colombinha. Figura rotondeggiante
e semovente, era un
gerundio vivente (infatti, era maritata con Geranio,
ed aveva messo al mondo un bimbo battezzato Gerundivo,
per la gioia dei parenti tutti). Le sue curve imperiose
lanciarono ombre selvatiche sulle mura di pietra della
sala a volta. Un aderentissimo vestito di lamè
le fasciava senza pietà gambe fianchi vita petto
e quant'altro. Su un fondo color verde speranza di
entrare in coppa campioni volteggiavano leggiadre gigantesche
farfalle giallorosse con nerissimi occhietti inchiodati
all'estremità di lunghe e sinuose antenne. Colombinha
accennò un dribbling, una finta, uno scatto,
e tutto quel movimento produsse effetti riflessi deflessi
circonflessi sull'attenzione di Marcobaldo, già
pizzofilo. Colombinha s'inarcò e simulò
un colpo di testa. Una delle farfalle rimase imprigionata
tra le curve della fatona e si dibattè per liberarsi,
strizzando involontariamente l'occhio a Marcobaldo.
Il quale rimase senza fiato a rimirare la fata danzare
calcio davanti al caminetto.
Come tutte le cose belle, anche l'ipnotica danza di
Colombinha terminò, e Marcobaldo tornò
alla pizza, ormai fredda. Ma la cosa non fu un problema
per lui. Con un movimento fulmineo, la fatona scippò
abilmente il piatto dalle mani del reggente ed ingoiò
la siciliana in un sol boccone.
Marcobaldo rimase a bocca aperta e stomaco vuoto. La
fatona approfittò del suo sbigottimento per
piantarsi davanti a lui, e con le mani sui fianchi
tuonò: "ALLORA?" "Allora cosa?"
rispose flebilmente il nostro. "Allora, si va
o non si va?" "Dove, di grazia?"
"Alla grande festa nuova
che Re Jetto in serbo cova
con la moglie nell'alcova
per rifare i G.G.G.'
molte teste coronate
saran lì perchè invitate
e saran accompagnate
da soldati un tanto al di'"
"Quindi, caro il mio Marcobaldo, è opportuno
che ti procuri una scorta degna del tuo rango. Non
puoi arrivar / solo soletto / dal nobil Re Jetto."
Marcobaldo cercò di valutare il proprio rango,
ma non poté, non conoscendone il nucleo. K'er
nucleo è la fonte d'ogni Sapienza. Marcobaldo
tornò con la memoria alla cerimonia in cui il
ruolo di reggente gli era stato conferito. Il legittimo
regnante, Re Capitatolipersbaglio, non aveva nessuna
voglia di governare quella parte di universo, ed aveva
approfittato della prima crisi per svignarsela. Ma
prima aveva passato la patata bollente a Marcobaldo,
con una cerimonia di esemplare semplicità.
Conoscendo la passione della vittima per libri e film,
lo aveva bloccato in un corridoio e apostrofato così:
"A Marcobba', sei pratico de reggia? "Beh,
un po' sì." "E allora areggeme 'sto
regno."
E da quell'istante Marcobaldo era diventato reggente
del regno di Sabatland, o Re Gente, come lo chiamava
qualcuno.
Il vecchio profeta Venanzius non ricordava d'aver udito
tali suoni in molti anni. Cercò nella memoria
lo squillo delle voci, il frusciare delle sete, il
nitrire dei cavalli, lo squillo delle trombe. Allora
era un giovane scienziato di corte, fedele servitore
della regina... Non riusciva più nemmeno a ricordare
quale fosse stata la prima. Tante corti aveva visitato
e servito da allora.
Decise di trattenersi ancora qualche momento nella grotta,
scavata in una roccia presso il punto più elevato
delle alture di Golem, assaporare l'amata solitudine
che stava per venire squarciata dal delirio ludico.
Guardò con rimpianto i versi scribacchiati su
un pezzo di pergamena:
È il cielo quella cosa
che ti sta sopra la testa
ma se piove o c'è tempesta
meglio è aveci sopra un tett.
Parole che distillavano decenni di meditazioni e di
studi. E ora sarebbe stato da esse strappato e ingolfato
nella spirale
dell'agonistica contesa. Sarebbe mai tornato ad esse?
Difficile a dirsi.
Sul letto il fedele amico Maramao lo osservava sornione
e indifferente come sempre, e suoi sui occhi gialli
pareva disegnarsi un'espressione d'ironica compassione.
Cavalcando nella fredda sera d'inverno, capitò
presso le alture di Golem il noto avventuriero vagabondo
Georgiano. Nato nella lontana terra di Barbaria, era
però stato portato, ancora giovane nella bellissima
terra golemiana, dove fu istruito ed educato nelle
scuole di corte di quei regni dalla celebre tradizione
culturale. Aveva trascorso molto tempo in quelle terre
che amava più di sé stesso, come anche
i loro abitanti, ma la sua indole vagabonda lo portava
assai spesso ad allontanarsi, senza per altro mai tardare
troppo nel ritorno: e quando tornava era felice di
trovare che nulla era cambiato. Ma questa volta, attraversando
il regno di Celania salutando allegramente tutti i
cittadini che incontrava, avviandosi verso Biaghstan,
Georgiano aveva appreso dal popolo del grande fermento
degli ultimi tempi. In passato aveva conosciuto e servito
molti dei vicini sovrani delle alture, anche se spesso
alla sua partenza, grazie ad un filtro magico donatogli
dalla fata Colombina, veniva presto dimenticato e mai
più cercato: evitava così di rimanere
legato ai sovrani che nobilmente cercava di allietare
nei suoi compiti di cavaliere.
Ma questa volta era diverso: voleva assolutamente partecipare
ai Grandi Giochi, ed era pronto ad offrirsi come campione
per quello dei sovrani che lo avesse voluto, sperando,
cessato l'effetto dei filtri che a quasi tutti aveva
dato, di trovare asilo presso uno dei regni in ricordo
dei servigi resi; avrebbe ricambiato con tutto il suo
impegno nei Giochi. Ma da chi recarsi? Dal carissimo
sovrano di Biaghstan, suo amico e corrispondente epistolare
anche nei luoghi più lontani? O dalla calda
regina Ubalda, che certo lo avrebbe ricordato per la
sua devozione? O forse dalla potente sovrana di Cadonia,
da lui sempre stimata? O, ancora, dall'acuto re di
Sabatiniland? O provare dal pacifico e diplomatico
visir di Alzheimerstan, che non aveva mai conosciuto
personalmente, ma che forse di Georgiano aveva sentito
parlare? O da chi altro? Cavalcava riflettendo su cosa
fare, quando un colombo gli lasciò un ricordo
sulla nuca; sorrise quando vide quel colombo cadere
al suolo ucciso, ma intanto la cosa lo aveva fatto
riflettere: era proprio nella merda.
Tutto ciò accadeva mentre il Principe di Biaghstan,
leggermente scoglionato dal non riuscire a comunicare
con la Regina di Cadonia, dal non poter parlare nè
con il Reggente di Sabatiland, che era andato a fare
la settimana bianca, nè con il Vizir di Alzheimerstan
che cercava indarno di trovare cura alla sua irrimediabile
infermità facendo bagni di sole a Varazze, aprì
il box del palazzo dal quale fece uscire il suo bianco
cavallo, che per tradizione di famiglia aveva chiamato
Twingo.
Come girò la chiave d'avviamento, dopo averla
opportunamente inserita nell'apposita feritoia posteriore,
si beccò un calcio in faccia che lo lasciò
in uno stato di stupefazione per circa tre ore.
Ripresosi, guardò meglio, e vedendo le froge
rosse capì che l'animale era in riserva. Provvedette
quindi all'opportuno
rifornimento di crusca, sino a che il cruscotto gli
indicò l'avvenuto pieno.
Balzò in sella, e quando gli passò il
dolore ai gioielli di famiglia, dovuto al gesto inconsulto
e imprudente, spronò il nobile animale verso
il Regno di Celania, dove sperava di incontrare quel
gran pezzo della Regina Ubalda, tutta nuda e tutta
calda.
Strada facendo venne fermato da una pattuglia della
Stradale che gli contestò l'eccesso di velocità.
Quando disse "Come osate, io sono il Principe !"
gli venne risposto dal maresciallo " E io sono
la Fata Turchina !".
Ragion per cui ora langue in una secreta, in attesa
del Giudice Torquemada che verrà a decidere
sulla sua sorte quando tornerà dalle vacanze
al Club Med di Santo Domingo.
La Regina Ubalda, nel frattempo, è sempre nuda
ma comincia a raffreddarsi, data la stagione.
Intanto Georgiano da Barbaria si fermò a riflettere e a mangiare qualcosa in una locanda pulciosa sulla strada verso la reggia di Biaghstan. Come era sua abitudine ascoltò le conversazioni dei presenti senza farsi notare, e apprese della disgrazia capitata al sovrano di Biaghstan. Subito pensò che era suo dovere aiutarlo e decise di farsi arrestare anch'egli per scoprire dove il re era stato rinchiuso. Al tavolo accanto al suo erano sedute sei guardie: senza pensarci si avventò su quella più vicina e le assestò un colpo secco al naso. In un attimo gli altri cinque si alzarono, lo presero, lo gonfiarono e lo ammanettarono: solo a quel punto Georgiano si rese conto della cazzata che aveva fatto. Una delle guardie gli si avvicinò e gli chiese il motivo di quel gesto; senza scomporsi, col suo occhio nero e le sue due costole rotte, Georgiano disse: "Una volta feci la stessa domanda ad un tale che si spogliò completamente nudo e si gettò su un cactus: perché?"; "e lui cosa rispose?" chiese interessata la guardia; "mi era sembrata una buona idea, sul momento" ** disse Georgiano mentre veniva caricato in sella dalle guardie, alla volta della prigione. Tanto per stare sicure, le guardie pensarono fosse il caso di dargli una bella mazzata in testa. Svegliatosi in uno stato pietoso, guardò le buie e umide pareti della sua cella e a stento trattenne le lacrime che scendevano ogni volta che si rendeva conto della sua stupidità. Non aveva più idee, gli era solo venuta in mente, sull'argomento, una crittografia: Aiuti Maldestri = Onorevoli Fini e Casini; ma gli sarebbe stata poco utile. Resosi conto che spremersi le meningi non gli era poi così congeniale, fece la cosa per cui occorreva pensare meno: cominciò ad urlare a squarciagola "sire! sire!", sperando che il sovrano di Biaghstan si trovasse nei pressi e che insieme trovassero la migliore via di fuga.
** citazione da "I magnifici sette", battuta di Steve MacQueen.
Allora il Principe di Biaghstan, rinchiuso in quella
umida e buia cella in attesa del ritorno del Giudice,
meditava sul da farsi. Fortunatamente non era stato
perquisito al momento dell'arresto, in fondo si trattava
solo di una infrazione al Codice del Sentiero, e pertanto
aveva con sé tutto quello che sempre si portava
appresso.
Estrasse quindi da una tasca il suo piccione viaggiatore,
che per qualche strana ragione lui chiamava Cellulare,
e dall'altra il suo pitone, al quale era legato da
un grande rapporto di affetto sin da quando i suoi
genitori glielo avevano gettato nella culla, nella
speranza che venisse divorato.
Purtroppo per loro l'infante, affetto da acuto meteorismo,
stordì immediatamente con i suoi effluvi il
rettile che, non stupido, comprese immediatamente da
quale parte gli conveniva stare.
Lo fece quindi arrotolare attorno al corpo di Cellulare,
al quale ordinò "Vola dal vecchio profeta
Venanzius che, riconoscendolo, capirà che ho
bisogno del suo aiuto !" Cellulare gli rivolse
uno sguardo stupito ed emise una serie di trilli che
il Principe, conoscendo il piccionese, capì
non essere una chiamata in arrivo bensì una
manifestazione di disappunto, del tipo "E come
cazzo posso mettermi a volare, con questo pirla di
serpente arrotolato che mi blocca le ali ??"
Il Principe sulle prime trasecolò nell'udire
il turpiloquio del pennuto, poi si sovvenne di averlo
sempre portato con sé sin dai tempi del Liceo,
e quindi gli diede solo un affettuoso rimbrotto, immediatamente
contraccambiato da un'affettuosa beccata che lo privò
temporaneamente del visus dell'occhio sinistro.
Srotolò il pitone, che nel frattempo aveva cominciato
a invidiare il simbolo degli Sforza rimpiangendo l'occasione
persa anni prima, e lanciò Cellulare al di là
delle sbarre della finestrella, dopo avergli raccomandato
di passare prima dalla Regina Ubalda, per portarle
i suoi saluti e le sue scuse per non avere potuto arrivare
da lei.
Il volatile tentò invano di spiegare le ali:
vuoi per il lunghissimo tempo passato in una tasca,
vuoi per la stretta del pitone, se le ritrovò
pressocchè atrofizzate, e precipitò miseramente
nel mare che circondava l'isola sulla quale si ergeva
la prigione, denominata "Canta canta".
Incazzato, ma comunque mai dimenticando essere la sua
ragione sociale "viaggiatore", Cellulare
iniziò a nuotare verso il Regno di Celonia,
maledicendosi per non avere portato con sè la
sua tessera di "frequent flier" Twa.
Dopo un lungo e periglioso viaggio pervenne alfine alla
reggia della Regina Ubalda. La guardia del Real Palazzo
gli chiese "Chi sei?" e lui "Sono un
uccello per la Regina" "Prego, si accomodi
pure, è da un pezzo che la sta aspettando !".
Ubalda lo ricevette nella sua camera da letto, sempre
nuda ma ormai tutta coperta di brina.
Cellulare le volò sulla spalla, e lei, con occhi
sognanti, cantò: "E l'oselin de la comare
giù più in basso dovea andare..."
Perplesso, Cellulare azzardò una prospezione
nel sito indicatogli, e dopo attento esame esclamò
" Mi scusi, vado a prendere il mio amico pitone...torno
subito !"
Saltò sulla finestra e spiccò il volo,
in direzione della casa del vecchio profeta Venanzius,
pensando "Cazzo, me la sono cavata proprio per
un pelo !"
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