Le Alture di Golem - 2


Le Alture di Golem - Capitolo II


Indice

- Il profeta Venantius
- Marcobaldo incontra il Prence di Biaghistan
- Venantius alla reggia dell'Ubalda
- Sul finir del gran trambusto

IL PROFETA VENANTIUS

A casa del profeta...
Qualcuno bussò alla porta.
L'eremita Venantius brontolava di cattivo umore. "Io che ho visto i giardini prensili di Cadonia, io che ho giocato coi furetti al canto dei gufi nelle foreste del Biaghstan, io che ho perso notti e vista compulsando i volumi della biblioteca di Sabatiland (non capendoci comunque un'acca), io che ho inutilmente tentato di adoperare la mia scienza per fermare il degrado mentale del Vizir di Alzheimerstan, io che ho assistito alle peggiori atrocità della guerra del TUT, io che ... io...". Come spesso gli capitava il vecchio aveva perso il filo.
Qualcuno ribussò alla porta. Il vecchio gridò:

"Co' sta pioggia e co' sto vento
chi è che bussa al mio convento?
Sei tu forse un deficiento
che disturba la mia pac?"

Fuori dalla porta Cellulare guardò il cielo per un attimo. Il sole splendeva e non si vedeva una nuvola. La missione si prospettava ardua.
"Sono un messaggero del Principe di Biaghstan. Il mio sire ha urgente bisogno dei vostri servigi. La porta si spalancò di colpo. Una visione spettrale apparve a Cellulare. Un vecchio scheletrico semivestito di miseri cenci, la barba bianca incolta e sozza, testa pelata e occhio destro di vetro. Quando l'eremita aprì la bocca una zaffata fetente di aringa e prosecco ammorbò l'aria.

"Già lo so, villan pennuto,
l'ho veduto nella palla
quella fatta di cristalla
e che al mondo mi connett..."

Non aveva terminato la frase che il gatto Maramao schizzò dal letto a fauci aperte. Cellulare riuscì a sfuggirgli appena in tempo.
Appollaiatosi sul più alto ramo del più alto pino dei paraggi, Cellulare tirò un sospiro di sollievo per essersi salvato dalle grinfie del perfido Maramao. E da lì cominciò a schernirlo così:

Maramao tu sei già morto
or ti tagliano la fava
una casa non mancava
però adesso ce l'hai in cul !

Ma l'incauto pennuto non aveva notato che l'hobby preferito dal maleodorante Venanzius era quello di coltivare i bonsai, ragion per la quale quel ramo di quel pino risultava trovarsi a circa un metro da terra, tavolo incluso. Gli toccò quindi librarsi in volo per sottrarsi all'attacco successivo di quel felino rognoso e bastardo.
Involandosi non mancò comunque di scagazzare in testa a Venanzius, intendendo con questo dirgli " Alza le chiappe e vai ad aiutare il Principe !" .

Nel frattempo dalla sua cella il Signore di Biaghstan udì il grido disperato del fraterno amico Georgiano, che si era sacrificato per accorrere in suo soccorso. Tirò due peti di commozione e questo gli suggerì una mossa audace: cominciò a rotolarsi per terra urlando "Aìta, aìta !" sino a che arrivarono due guardie che aprirono la porta della cella per soccorrerlo. In quel preciso momento il Principe sparò loro addosso un paio di quelle che considerava "le scorregge delle grandi occasioni" e che d'abitudine riservava per la notte di Capodanno, per la grande soddisfazione dei suoi sudditi, che comunque avevano sempre l'accortezza di porsi sopra vento.
L'effetto fu devastante: le guardie vennero istantaneamente stordite e si dice che a tutt'oggi non abbiano ancora ricuperato totalmente la pienezza delle loro capacità fisiche e mentali. Il Principe afferrò il mazzo delle chiavi e si precipitò a liberare l'amico Georgiano; ne seguì un momento intenso di affetto, con grandi abbracci e pacche sulle spalle, cui il Principe pose fine improvvisamente con un cazzotto quando l'amico tentò di baciarlo sulla bocca. Lo lasciò privo di sensi e raggiunse l'uscita.
Finalmente libero, il Principe raggiunse il suo bianco destriero, che lo squadrò con uno sguardo pieno d'odio che significava "Senti pirla, la prossima volta ricordati di togliere quella stramaledetta chiave !"

Galoppando e galoppando giunse finalmente alla Reggia di Celania. Balzò giù dalla sella, procurandosi una lussazione dell'anca, ma fieramente si presentò alla Real Guardia che gli domandò "Chi siete, Messere ?" "Sono il Prence di Biaghstan, ed esigo di vedere la Regina ! " ("Me' cojoni "pensò la guardia che aveva ascendenze ciociare) "un attimo solo che gliela chiamo", e tornò con una barra di ghiaccio dentro la quale s'intravedeva il corpo nudo della Regina.
"Chè faccio, ve la scongelo o ve la portate via così ?" Perplesso chiese il Principe "Ma che è, frigida ?" Rispose la guardia: "Frigida un par di balle, so' ttre mesi che v'aspetta tutta nuda, e nun ce avemo ancora er riscaldamento centrale!".
Amare lacrime di delusione scesero sul viso del Principe, che risalì a cavallo e lo spronò verso quel sole al tramonto che sembrava ridere di lui.

Il Principe cavalcava, assai triste per la delusione subita, e guardando il sole al tramonto si chiese cosa cazzo avesse da ridere: quando improvvisamente Twingo, il suo bianco destriero che ormai incominciava a sembrare grigio dato che da troppo tempo non l'aveva portato a lavare in un cavallavaggio, si bloccò di colpo ed emise un acuto nitrito.
Il principe, che parlava anche il cavallese, ne capì immediatamente il significato: "Senti pirla, passi per la chiave, ma vedi un po' di togliermi dalle chiappe quell'idiota del tuo pitone !"
Si ricordò solo allora di avere trascurato il suo diletto serpente, balzò di sella, lussandosi l'unica anca ancora sana, e andò verso il retrotreno di Twingo, dal quale faceva capolino la coda del suo pitone, che aveva cercato un posticino al caldo per ripararsi dal vento durante la cavalcata.
La afferrò e commise il fatale errore di estrarlo troppo velocemente, provocando così il ben noto effetto "sturacessi" che lo sommerse istantaneamente di letame, mentre Twingo nitriva soddisfatto pensando "Niente di meglio di un buon clistere di quando in quando!"

Il Principe di Biaghstan procedeva a piedi, in preda a una tristezza a confronto della quale il Leopardi sarebbe
potuto passare per la "Gialappa's" .
Nel momento in cui aveva riprovato a rimontare in sella, il suo destriero aveva emesso un acutissimo nitrito che lui
aveva inteso significare "Senti pirla, va bene la chiave, va bene il pitone, va bene sembrare grigio, ma a diventare tutto marrone non ci sto proprio !" E se ne era fuggito verso quel sole al tramonto che si stava ormai scompisciando dalle risate.
Non gli fu certo di conforto il notare che alcuni scarabei stercorari al suo passaggio si facevano velocemente da parte e che i pastori di greggi di capre estraevano altrettanto rapidamente le loro bombolette di spray deodorante.
Ma ciò che più lo fece deprimere fu l'incontro con una puzzola che si affrettò a mettersi al collo un Arbre Magique !
Comunque lui non demordeva, e a dispetto delle circostanze avverse era fermamente deciso a raggiungere la reggia alpina di Sabatiland, dove il suo vecchio amico Marcobaldo gli avrebbe sicuramente offerto asilo e pizza.
Un improvviso tonfo sulla sua testa gli fece alzare gli occhi al cielo, dove vide Cellulare in preda a dissenteria acuta. Gli urlò quindi, infuriato : "Cazzo, ma non ti sembra che ne abbia già abbastanza addosso? " "Chirp chirp" fu la risposta di Cellulare, che lui tradusse come "Non è colpa mia, è quel Venanzius dei miei due che mi ha riempito di aringhe, ed eccone gli effetti !"
Il Principe di Biaghstan era quasi giunto alla sua meta, la Reggia di Marcobaldo, nonostante Cellulare continuasse a manifestargli il grande affetto che aveva per lui svolazzandogli sopra la testa, con le inevitabili conseguenze dovute alla sua aringhesca incontinenza. Oramai si trascinava a stento, vuoi per il peso del materiale organico equino e avico che si portava addosso, vuoi perchè ci aveva le anche sbilenche.
Mentre arrancava per l'erta rimase curiosamente stupito dal vedere vari camosci e stambecchi che al suo passaggio si buttavano dai dirupi, suicidandosi. Pensò a un'epidemia di rabbia e si ripromise di segnalare la cosa al Reggente.

MARCOBALDO INCONTRA IL PRENCE DI BIAGHISTAN

Il Reggente Marcobaldo aveva spedito la Colombinha a farsi una doccia, perché dopo avere danzato primo tempo, secondo tempo, supplementari e rigori puzzava di sudore come un cammello che avesse corso la Parigi-Dakar.
Mentre attendeva che lei si mettesse in ghingheri per andare alla festa di Re Jetto, sedette nella sua poltrona con l'intenzione di rileggere per la settecentoventiquattresima volta il suo tomo preferito, l'Amleto.
Tutt'a un tratto sospese la lettura e pensò: "C'è del marcio in Danimarca, ma anche qui da noi non si scherza un cazzo !"
Aprì la porta della Reggia e intravide un informe ammasso di guano, sul quale un piccione che gli volava sopra continuava a depositare incessantemente le sue deiezioni, dirigersi barcollando verso di lui.
"T' arresta, puteolente straniero, chi tu sei e qual motivo ti porta ad ammorbarmi la pura aria delle nostre valli ?"
"Non squassarmi lo genitale, Marcobaldo, non vedi forse come io sia nella merda sin ben oltre il collo ? - fu la rabbiosa replica del Principe - tratta piuttosto di dare di piglio all'archibugio , acciocchè io venga liberato da cotal tormento !"
Cellulare capì immediatamente che la situazione non gli si prospettava favorevole, e volò di corsa a rifugiarsi in cima a una quercia poco distante, causando la morte di alcune decine di innocenti passerotti che se ne stavano tranquilli a riposare nei loro nidi, che si trasformarono come per incanto in fosse biologiche.

Grande fu lo stupore di Marcobaldo nel riconoscere, ancorché ovattata dallo spesso strato di escrementi, la voce del suo amico Principe di Biaghistan. Pur tenendosi a prudente distanza non poté evitare alcuni conati di vomito per l'insopportabile fetore, che fortunatamente andarono a vuoto poiché la sua pizza era stata fagocitata dalla vorace Colombinha, e quando questi si calmarono disse "Mio nobil e sventurato Prence ! Or alfin io riconosco tua persona ! Dimmi, qual iniquo malefizio riducetteti in cotali deplorevol condizioni ? Profferisci, orsù !"
"Ma va a dà via i ciapp ! - rispose il Principe, che nei momenti di tensione era portato a rammentare la sua ascendenza Longobarda - parla come mangi e vedi piuttosto di fare qualcosa per scrostarmi di dosso tutta questa merda !"
Marcobaldo rimase leggermente perplesso, ci pensò sopra per qualche Istante poi venne folgorato da un'idea luminosa : "Seguimi, mio caro amico, così prenderemo due piccioni con una fava !" All'udire la parola piccioni, Cellulare pensò che lo stessero chiamando e s'involò dalla quercia scagazzando di felicità sopra i due nobili; ma male gliene incolse perché un ciottolo tirato con grande precisione da Marcobaldo, che dimostrò in questo modo di non gradire la cosa, lo colpì in quella parte dell'uccello che serve per produrre gli uccellini. Il povero Cellulare entrò quindi in vite e precipitò al suolo con un "Chiiiiirp!" straziante che il Principe tradusse a Marcobaldo come "Reggente carro di grano, porco cento volte a chicco !"
Marcobaldo spiegò la sua idea: "Ora andiamo nel mio campo qui di fianco, che giusto dovevo concimare. Ti irrigherò con la canna dell'acqua e tutto quel ben di Dio che ti porti addosso non andrà sprecato !"
Il Principe sulle prime si seccò un poco all'idea di dover fungere da concimaia, poi capì di non avere alternative e fece buon viso a cattivo gioco. Disse solo: "Va bene, ma poi andiamo a mangiarci una pizza !" Un subdolo sorriso aleggiò per un attimo sul volto di Marcobaldo, che rispose "Non ti preoccupare, ce ne ho una già in casa !"

Uscita dalla doccia in una nuvola di borotalco, la fata Colombinha si ritrovò sola nel castello del prode Marcobaldo. "E come lo sapevo! Basta fare un favore a questi messeri Biancocelesti per vederli svanire!", pensava fra se, ignorando che il nostro eroe si era recato nel vicino campo per liberare dal guano (non senza recuperarlo a fini concimativi!!!) il Principe Biaghston. Tra l'offeso e l'avvilito, anche per le ultime prestazioni internazionali delle compagini alle dipendenze del prode Zemanustra, decise di andarsene anche lei: sarebbe andata da sola alla festa del Re Jetto, anche se nessuno l'aveva esplicitamente invitata! Indosso' il suo migliore mantello giallorosso, calzo' le scarpine fatate delle molte miglia, e si avvio'. Un leggero peso sullo stomaco le ricordava spiacevolmente la pizza siciliana da poco ingurgitata. "Ma che razza di gusti" penso' "come si fa ad ordinare per 12 anni di seguito, sera dopo sera, sempre una pizza di questo sapore? Boh! Sara' ora che mi metta a dieta!"

Giunti che furono nel campo che intendevasi venire concimato, Marcobaldo fece arrivare dalle Reggenti stalle Bel Pistolino, elefante sacro, che la sua vecchia amica Ifigonia era usa noleggiargli per l'irrigazione nella stagione della semina e del raccolto. Venne quindi portato al vicino ruscello in cui il suo addestratore gli fece immergere la proboscide, indi, usando l'antica tecnica magrebina detta "del cammello mattonato", gli fece aspirare un paio
d'ettolitri d'acqua. Venne quindi condotto in prossimità del Principe di Biaghstan, e lì gli
venne recitata la filastrocca alla quale era stato abituato a obbedire: "Pompa, pompa come un mulo !"
All'udire queste parole Bel Pistolino (elefante sacro) dimenticò per un attimo di non trovarsi nella Reggia del Sir di Corinto e si avventò sul Reggente Marcobaldo tentando di sottoporlo a inesorabile sodomìa. E fu solo la prontezza di riflessi del Principe di Biaghistan, che nonostante le anche sbilenche si interpose con un balzo tra i due causando con il suo fetore l'immediata perdita di sensi del pachiderma, a salvarlo dalla spiacevole esperienza.
Nel perdere i sensi, Bel Pistolino (elefante sacro) perse anche il controllo degli sfinteri, per cui da un parte inondò il Principe con tutta l'acqua che aveva aspirato, ripulendolo completamente dalla sua lordezza, e dall'altra ricoprì il terreno con uno strato di letame tale da garantirne la sua fertilizzazione per i successivi cinque anni.
Grande fu la gioia di Marcobaldo, che si azzardò ad abbracciare finalmente l'amico dicendogli "Senza di te non avrei mai visto una cagata del genere !" E il Principe "Che fai, mi stai prendendo per il culo ?" E si avviarono sottobraccio verso la Reggia, dove li aspettava Colombinha.

Come entrarono nella Reggia si fece loro incontro Colombinha, avvolta nel suo migliore mantello giallo rosso.
"Cazzo, siamo già al due di maggio ?" pensò il Principe ricordando gli impegni di Campionato e si lanciò verso di lei cercando di dribblarla. Ma le sue anche sbilenche non gli agevolarono il tentativo, e venne atterrato al limite dell'area. Marcobaldo, severo ma imparziale, fischiò il fallo. Il Principe lo spinse via, si riallacciò la patta dei pantaloni e gli disse
"Se ci riprovi ancora ti spacco la faccia !" "Scusa, mi ero confuso" fu l'imbarazzata risposta del Reggente.

Colombinha fece finta - Marcobaldo e Il Principe abboccaron come due tordi e piombarono a terra - di non vedere ciò che accadeva tra i due e si avviò tranquillamente per la sua strada. Il Principe diede un'occhiata al mantello giallorosso che ondeggiava giù per la discesa, e fece a M.: "Quella se ne va, e non la vediamo più!". Ridacchiando, Marcobaldo vestito di biancoceleste, lo rassicurò:

"Non ti curar di lei, ma guarda e lassa
che s'anche lei progetta di fuggire
poi tanto la riprendo, la ragassa

questa è la fin di chi vuol disparire
questo il destino di ogni giallorosso
che crede d'andar via senza capire

che fa la fine d'ogni saltafosso:
sarà ripreso senza sforzo alcuno
chè giallorosso in fuga e' paradosso"

VENANTIUS ALLA REGGIA DELL'UBALDA

Il vecchio Venantius, intanto, trascinava stancamente i piedi scalzi sulla sabbia del deserto che divideva le alture del Golem dal vasto mare. Mentre camminava bofonchiava improperi veneto-olandesi all'indirizzo dei vari regnanti del luogo, e soprattutto del Principe di Biaghstan che per l'ennesima volta era dentro per flatulenze in luogo pubblico. Cellulare gli svolazzava sopra la testa. Ad un certo punto sentì lo scalpicciare di un cavallo. Apparve un cavaliere dal nobile portamento. Venantius alzò il pollice e proferì:

"O valente cavaliere
Pregoti darmi passaggio
Ti do in cambi un bell'assaggio
Di aringa con cipoll.

Presto al mare devo andare
Ed all'isola-prigione
Un mio amico scorreggione
Ivi chiuso dentro sta."

Quando il cavaliere gli rivolse il volto qualcosa si ritorse nella memoria dell'eremita. Un ricordo di tempi andati. Era certo di aver già veduto quelle fattezze. Ma una sorta di velo sembrava celarne l'identità.
"Non c'è problema nonnino! Ma già che siamo sulla strada potremmo passare a rifocillarsi alla reggia della regina Ubalda di Celania." Il sorriso malizioso dava bene ad intendere a che genere di rifocillamenti ambisse.

"È l'Ubalda quella cosa
che ne fa di crude e cotte
ha le scarpe tutte rotte
rivederla fa piacer."

Disse il vecchio, e saltò con inaspettata agilità in groppa al cavallo. In quella Cellulare passò svolazzando sopra di loro, lasciando un ricordo odoroso sulla fronte del cavaliere.
Dopo qualche miglio il cavaliere decise di fermarsi ad una locanda per darsi una ripulita e rifocillarsi. Il vecchio, che odiava simili luoghi di incultura e socialità, decise di rimanere ad aspettare nella stalla con il cavallo. Ma quando il cavaliere uscì dalla locanda non era più solo e non era più molto nobile. Con scatto fulmineo il vecchio salì in groppa al cavallo e scomparve all'orizzonte.

L'eremita Venantius cavalcava e brontolava. Io che risolsi l'annoso problema del sesso degli angoli (maschili fino a 180 gradi, femminili se maggiori), che trovai il punto fischio (con l'aiuto del celebre studioso celaniano Cacio Polli), io che elaborai la teoria della relatività speziale (molto contestata dai cuochi di ogni regno), io che formulai l'ipotesi dell'involuzione creatrice (per spiegare i processi mentali del Vizir di Alzheimerstand), io che ... io ...
Mentre era intento a ritrovare il filo, il cavallo si fermò d'improvviso.
Davanti a lui si svolgeva una scena allucinante. Un grande spiazzo brulicava di varia umanità. Vi erano nobili cavalieri che portavano in spalla i loro destrieri, buoi tirati da carri, birilli che facevano roteare in aria dei giocolieri, cerchi che saltavano dentro a leoni infuocati. Non c'era dubbio: era giunto a Celania.
Chiese ad un tizio lì vicino, che stava per essere ingoiato da una spada:

"Pria che tu sia digerito
per favor punta il tuo dito
verso quel regale sito
dove trovasi l'Ubald."

Lo sventurato vece appena in tempo ad indicare la reggia (che comunque era evidentemente visibile senza bisogno di indicazioni)
prima di svanire nello stomaco della spada. Venantius si presentò ai cancelli del palazzo e apostrofò la guardia:

"Sono l'uomo più sapiente
che sia nato in queste terre
ogni tanto sbaglio un'erre
ma esigo il tuo lispett.

Dimmi ora immantinente
dove sta la tua signora
presto prima che qui fora
cali il sole e venga nott."

Dopo l'iniziale perplessità della guardia, dovuta allo strano eloquio del vecchio, Venantius fu accompagnato alla sala da letto della regina, che se ne stava distesa a fianco di quel cavaliere che lo aveva accompagnato per un tratto di strada. Stranamente il pavimento della sala era completamente allagato.

Udendo il cigolio della porta, Georgiano si destò di colpo. Mai era stato così confuso al risveglio: l'ultima cosa che ricordava era il suo abbraccio fraterno con il suo grande amico sovrano di Biaghstan, e quella allucinazione che per un attimo lo aveva fatto assomigliare a Laetitia Casta; poi più nulla, e ora si guardava intorno per capire dove fosse. Davanti a sé vide il volto anziano del sapiente Venanzius di cui aveva perso le tracce dopo gli episodi della locanda, ma
mentre stava per salutarlo si accorse dello sguardo con cui il saggio sembrava voler dire "Me' cojoni!". Cercò di capirne la ragione e voltandosi vide che la risposta giaceva al suo fianco, dormiente: era la bellissima regina Ubalda, tutta nuda e di nuovo calda. "Stai a vedere che ho fatto sesso con l'Ubalda?" pensò Georgiano, per nulla convinto che quell'ipotesi potesse corrispondere al vero. Ma allora come cavolo ci era capitato, nel suo letto? E se davvero era successo qualcosa, perché cazzo non se lo ricordava? L'unica cosa da farsi era svegliare la bellissima regina e chiedere delucidazioni;
ma era così bella e dolce avvolta nel suo beato sonno, che non ne ebbe il coraggio, da bravo cavaliere qual era; o forse aveva paura di quello che non ricordava... "Mio caro Venanzius, - chiese Georgiano uscendo guardingo dalla stanza- un tempo non avevi una palla di cristallo? Non sai dirmi cosa mi è successo stanotte?". Il saggio lo guardò e lo pregò di seguirlo. "Fermi voi!" gridò una guardia vedendoli aggirarsi per il castello come a casa loro, "Avete il permesso?". Venanzius fece cenno di sì, e la guardia si rivolse con cagnesco sguardo a Georgiano. "io veramente non ricordo esattamente se..." provò a bofonchiare mentre la guardia armava la balestra. Memore delle sventure della galera, e optò per la fuga: tirò fuori dalla tasca il suo piccione viaggiatore (mai uscire di casa senza!), lo consegnò a Venanzius e disse: "se scoprirai quel che mi è accaduto stanotte, mandamelo con questo". E con uno slancio degno dei migliori atleti del regno si gettò contro la vetrata della finestra vicina, sfondandola. Precipitò nel fossato del castello, ricco di simpatica fauna carnivora, ma riuscì a cavarsela utilizzando l'arte oratoria imparata anni prima nelle scuole di Biaghstan, convincendo le decine di animali a convertirsi al vegetarianesimo. Si trascinò esausto sulla riva e si nascose fra i cespugli, attendendo nuovi sviluppi.

"Quel gran pezzo dell'Ubalda..." continuava a pensare Georgiano, attendendo l'arrivo del suo piccione dal rassicurante nome di Icaro. Doveva sapere cosa era successo; era davvero accaduto qualcosa tra loro due? Era stata una tenera notte d'amore, o lui aveva fatto irruzione nella di lei camera violentandola tutta la notte? O era stata lei a violentarlo? O cos'altro? L'incertezza lo faceva impazzire, quand'ecco la geniale idea affacciarsi nel suo affaticato cervello: l'avrebbe invitata ad andare insieme alla festa del Re Jetto. Dalla reazione all'invito avrebbe forse capito se la cosa (qualunque cosa fosse) avrebbe avuto un seguito. Così si travestì da postino e, con il classico doppio suono di campanello, si presentò al portone del castello. La guardia non lo riconobbe, per sua fortuna, e prese il biglietto che Georgiano aveva scritto mettendolo insieme all'altra posta. C'era una quantità di lettere da far paura, tra cui probabilmente anche l'invito di Re Jetto: come assicurarsi che la bellissima Ubalda aprisse le due lettere al suo risveglio? Con la solita astuzia Georgiano pensò di allungare una mazzetta allo smistatore della posta di corte, per farle passare avanti alle altre. Il risultato fu che, visto lo strano interessamento del postino alla sorte della missiva recapitata, le guardie capirono l'imbroglio e lo arrestarono, portandolo nelle segrete del castello. "Esigo di vedere la regina!" intimò loro il prode Georgiano, mentre le guardie e i servitori si facevano beffe delle sue idee geniali, ormai proverbiali. "Fatemi parlare con la regina!" continuava incessantemente Georgiano, convinto che tanto, qualunque cosa fosse successa la scorsa notte
tra loro due, peggio di così non poteva andare. Ma non aveva considerato una cosa...

Georgiano giaceva nella sua cella, umida e buia come tutte le celle, mentre le ore passavano. Agitandosi tra pensieri di fuga e della bella Ubalda, all'improvviso sbottò e chiamò a sé i secondini. "Esigo di parlare con la regina! Non me ne andrò di qui finché non sarò stato ricevuto." Alla risata collettiva dei secondini Georgiano si rese conto che forse non era nelle condizioni più adatte a dare ultimatum.
Sconsolato dalla ennesima figura di merda, tirò fuori dalla tasca la sua fedele armonica e cominciò a comporre uno straziante canto di speranza:

"Dove sei mia bella Ubalda?
Attandiam qui il tuo ritorno:
non lasciare un altro giorno
il tuo regno senza un re.

Ché ho bisogno di sapere
se sarò mai liberato,
se graziato o ringraziato
per ciò che fu tra te e me;

'sì ti prego, mia regina,
e ti porgo questi canti:
io non posso andare avanti
se non torni qui da me.

Resterò nelle segrete
fino a che tu, giunta l'ora,
tornerai per darci ancora
le tue rime da ascoltar'."

A udire questa nenia, anche le rudi sentinelle del castello si impietosirono, accorgendosi che, in effetti, nemmeno loro sentivano più le soavi rime della loro cara sovrana rimbombare per i corridoi della fortezza. Tutto sembrava più cupo ora che si avvertiva la mancanza della poesia nel regno che più di tutti aveva nella poesia il suo punto di riferimento e, nell'Ubalda, la sua musa ispiratrice. Ma dov'era la regina? E avrebbe mai liberato il prode e devoto Georgiano? E qual era il pericolo che incombeva sull'ignaro cavaliere, rincoglionito già di suo, senza contare le pene d'amore che gli toccava soffrire? Senza saperlo Georgiano si trovava più al sicuro in quella umida cella che fuori a passeggio per le amene alture di Golem.

La regina Ubalda era stata risvegliata dal gran trambusto di vetri infranti e tonfi acquatici. Si rivestì velocemente e uscì nel corridoio da dove provenivano rumorosi schiamazzi. Lì trovò il profeta Venantius che discuteva con una guardia. La guardia voleva avere spiegazioni circa il comportamento di un certo amico dell'eremita, e Venantius gli rispondeva:

"Cara guardia non capisci
che l'amico è rintronato
tutta notte lui ha trombato
e il cervello suo s'è fus."

La guardia non capiva quel modo di parlare e continuava lanciare improperi al vecchio. "Casa sta saccadanda qua!", sbottò la regina. "Cheeee????", esclamarono in coro l'eremita e la guardia. "Scasata, ma agna valta cha ha an argasma, aa parda l'asa da tatta la cansananta tranna ana", rispose l'Ubalda. La guardia era completamente stupefatta ed interdetta, ma il vecchio Venantius aveva letto le opere del Dossena e quindi riuscì a capire.

"Mia regina, ben trovata
vedo che non sei cambiata
da quand'io t'ebbi lasciata
e ancor giochi coi fringuell.

Qui io vengo con affanno
tu soccorso devi darmi
con l'aiuto di tue armi
dobbiam liberare in Princ."

"Na!", gli rispose quella, "al prancapa di Baaghstan s'à gaà labarata da sala. Sa aspattava ta stava frasca."
Non tormenteremo oltre il lettore con il discorso diretto e spiegheremo in fretta cosa la regina di Celania disse al famoso
sapiente.
I preparativi per i G.G.G. procedevano spediti. Già molti regnanti avevano dato la loro adesione. Tra cui persino Re Spiro detto Rantolo, nonostante le sue critiche condizioni di salute, Re Giano detto il Parmigiano Bifronte e perfino Re Moto, nonostante abitasse lontanissimo e avesse come unico mezzo di trasporto la vecchia cavalla Lambretta. Però mancava ancora all'appello la regina di Cadonia, e senza di lei i giochi non sarebbero stati veri giochi.
Quindi la regina Ubalda pregò il vecchio di recarsi in missione segreta a Cadonia per scoprire cosa stesse trattenendo sua altezza. La regina mise a disposizione del vecchio una bicicletta (sapendo che quello era il suo veicolo preferito).
Rispose anche alle domande sulle vicende di Georgiano. Il cavaliere era stato trasportato a Celania dal principe di Biaghstan, che si era pentito di averlo così malamente ferito ed era tornato alla prigione a raccattarlo. Lo aveva lasciato con la Regina la quale alla sua vista si era improvvisamente scongelata ed aveva approfittato del suo stato comatoso.
Partendo l'eremita la salutò così:

"Io di dico arrivederci
e m'involo al tuo servizio
tu ritorna pure al vizio
e al caffè della Peppin."

Al che la regina replicò:
"Bana fartana a an cala alla balana".

Troppo impegnati a fare troppe cose (tiro con l'arco, corse a cavallo, disinfestazioni da deiezioni avifaunistiche, congelamenti di Ubalde, scongelamenti di Ubalde), le menti assorte a cercare di prevedere gli intenti della sibillina - e sempre misteriosamente, o minacciosamente? - assente Klausia, regina di Cadonia, i nostri eroi, cui si erano aggiunti via via altri illustri personaggi della Regione di Golem (Giorgiano di Barbaria, Venantius l'Eremita), non avevano avuto tempo di guardare la posta.
Eppure gli inviti di Re Jetto e Re Gina a partecipare alla grande festa che avrebbe dato il via al G.G.G. erano da tempo giunti alle loro dimore, ma giacevano, ignorati, sui ricchi vassoi d'argento, nell'atrio. (Tutti i regnanti hanno ricchi vassoi d'argento per la posta nell'atrio):
Nel frattempo, dopo mille telefonate, Re Gina aveva fatto il punto della situazione:
Avevano accettato di partecipare alla festa le più illustri teste coronate del mondo allora conosciuto, ed anche alcune teste di cavolo.
Abbiamo già visto che avevano risposto all'invito Re Petitajuvant con la moglie Eco Re Coaro con la figlia Ferrarelle
Re Segòne con la moglie Manina ed i figli Pollutio e Praecox (in realtà non erano figli suoi, ma frutto di un'avventura di Manina con Re 'Ykjavik d'Islanda9 Re Spighi con le tre figlie gemelle, Fontana di Trevi, Fontana di Roma e Fontana di Papa Re Play con il fratello Play Back ed il cugino Re Wind.
Ben presto altri si aggiunsero: Re Gicalze con la moglie Omsa Re Becca con la moglie Liseuse Re Azionario con i figli Re Volution e Re Trivo, sempre a litigare tra loro
Re Lax con la moglie Gutta Re Canàti con la moglie Donzelletta ed i figli Giacomo, Leopardo, Silvia, Ginestra, Pastore ed Errante.
E poi ancora....ma questa è un'altra storia.

SUL FINIR DEL GRAN TRAMBUSTO

Ubalda di Celania aveva trascorso una giornata frenetica, intenta ai preparativi per i G.G.G.
La confusione, in realtà, regnava più sovrana della sovrana stessa, e l'annunciata Conferenza Internazionale aveva avuto luogo in modo scombinato, con piccioni viaggiatori che arrivavano a corte con le ali fracassate, linee internazionali intasate, strani uccelli che si introducevano nella sua stanza e poi fuggivano imbranati. La regina aveva cominciato a dubitare della possibilità di considerare i Regni Uniti di Golem come un Villaggio Globale (le sue perplessità si erano manifestate in forma di endecasillabo: "meglio sarebbe uno studio ovale/troppo casino al villaggio globale") ma aveva comunque deciso di preparare armi e bagagli, optando presto per i soli bagagli. Una terribile angoscia si era però impadronita di lei quando aveva voluto provare il vestito scelto per la serata inaugurale (il più bello, quello nero coi fiori non ancora appassiti) e aveva scoperto che le stava stretto. Assalita dai dubbi, immemore degli insegnamenti del
corso di autostima appena frequentato nel lontano Regno di Biaghstan, aveva interrogato lo specchio:
"Specchio specchio mio specchio ovale, chi è la più bella del Villaggio Globale?" "La Regina di Cadonia"
"Azz" aveva mormorato Ubalda.

Alla spaventosa rivelazione dello specchio, Ubalda si era raggelata, nel vero senso della parola. La notte, nuovi incubi avevano popolato il suo sonno agitato, fino a quando la regina non si era completamente scongelata, per un prodigio di cui pochi erano a conoscenza: il profumo del gelsomino aveva il potere di sciogliere il ghiaccio della Ubalda. Quella notte, nella sua stanza era entrato un cavaliere con le scarpe tutte rotte e tra i brandelli di una delle era appuntato un rametto di gelsomino.
La purezza del gelsomino doveva però essere stata contaminata con qualche sostanza non proprio profumata, e come sempre accadeva in questi casi, il prodigio si era realizzato solo a metà e la regina si era svegliata scongelata sì, ma in uno stato semiconfusionale. Non riusciva ad esprimersi, pronunciava frasi monovocaliche e oltretutto insensate, né ricordava qualcosa della notte trascorsa. Solo il caffè della Peppina riuscì a riportarla alla normalità, tanto che dopo il primo sorso Ubalda trattenne a stento l'irrefrenabile impulso di denudarsi, e la temperatura del suo corpo si elevò immediatamente di altri tre gradi. Grande fu la gioia della Peppina nel vedere la sua regina rinsavire, grande quanto lo sbigottimento che aveva provato nel sentire Ubalda pronunciare, alla vista del caffè, un oscuro "nan à vara cha tatta fa brada".
La regina, dopo aver bevuto il caffè della Peppina ed essere finalmente rinsavita del tutto, stava per ritirarsi nel suo studio ottagonale per riordinare le idee e lavorare di lima sul poema con cui avrebbe partecipato al G.G.G., quando all'improvviso udì uno struggente suono di armonica. Si alzò e andò alla finestra; il suono sembrava provenire dall'alto muro di cinta dell'ex carcere... Com'era possibile? Non avrebbe dovuto esserci nessuno, le celle dovevano essere vuote ... Lei stessa aveva ordinato che tutti i detenuti del regno di Celania fossero scarcerati e condannati a comporre per tutta la vita almeno un sonetto al giorno contro la pena di morte. Improvviso un profumo di gelsomino, anch'esso proveniente dal carcere, giunse fino alla finestra e Ubalda percepì confusamente che quella musica l'aveva già sentita, e poi quel profumo, quel profumo... Ubalda salì sull'ampio davanzale e urlò con tutto il fiato che aveva in gola:

Ma che cavolo succede?
Cosa vi è saltato in mente?
Libero, immediatamente,
sia quell'uomo ch'è laggiù.

Egli è stato qui stanotte
con le scarpe tutte rotte
ma c'aveva il gelsomino
e m'ha pure scongelat.

E levatevi 'sto vizio
di rinchiudere la gente
nella cella puzzolente!
Carcerieri da tre sold!

I secondini e anche i terzini si agitarono senza sapere cosa fare. Ora l'unico modo per riparare era comporre immediatamente dei versi, possibilmente alessandrini, ed offrirli alla regina perché li perdonasse. Nella confusione che seguì, si scordarono di liberare il cavaliere Georgiano. Dopo qualche ora, una delegazione di carcerieri si recò al palazzo percorrendo l'antica Via del Sale (conosciuta anche come Salaria Garantita) e declamando a gran voce i versi appena composti, per le vie del borgo fortificato.

Oh gran pezzo di Regina
sì l'abbiamo fatta grossa.
Deh perdonaci, e la mossa
fa' di nuovo per noi tutt.

Credevamo che quel tipo
ti volesse importunare.
Deh ora non ti congelare
che mò ti sei scongelat!

Lungo la Via del Sale, incontrarono un bellissimo Tuareg che, solitario e assorto, aveva tutta l'aria di andare anche lui verso il castello. "Quant sì bell / a cavall 'e stù cammell" gli disse il capofila, invitandolo a seguirli se voleva arrivare al castello. Il Tuareg li seguì...

Alzh I, Vizir di Alzhaimerstan, Gran Muftì del Golem, Rasoul dei Veri Tre Denti, Sheriff di Nottingham, Sindaco di Pieve Ligure (GE), era turbato. Anzi più turbato del solito: non era sua moglie, la vivace e un po' "zokkol" (1) Virus a preoccuparlo così, né Germen, il suo figliolo inetto e irresponsabile (e anche di molto ma di molto "strünzh (2)): ma una domanda che da giorni gli martellava il cervello, o almeno quello che gliene restava. La stessa domanda che aveva tormentato a lungo il compagno e amico Vlad' di CCCPIA, già Drogul di Carpazia: "Che fare?" E gli veniva in mente soltanto e sempre la stessa risposta che Vlad' aveva dato: "Boh?". Che cosa aveva scatenato? Quali forze oscure e occulte aveva risvegliato spingendole ad affacciarsi all'Orlo dell'Abisso, dove da leoni giacevano sopite?
In fondo egli aveva solo cercato di ricucire strappi e lacerazioni in quella splendida serica trama che, come un prezioso tappeto delle Terre di Oriente, univa tra loro i regnanti del Golem. E invece? Raccolto il suo invito, dapprima timidamente poi con sempre maggiore impeto, si erano lanciati in un turbinoso e inarrestabile uragano di parole, versi, storie di cavalli Twingo, di uccelli Cellulari, di Ubalde discinte, di Klausie scomparse, di barbari iorgiani, di Marcobaldi. E i riferimenti scatologici, poi! E che "kazzo"! (3). Un venticello che si era trasformato in breve in un terremoto, un maremoto: e già incombeva il numero Mille. Gli riaffiorarono alla mente le apocalissi dei Millenaristi. "Mille e non più Mila"...Che sarebbe accaduto, dopo? Si sarebbero spente per sempre, tra fumi di zolfo e lapilli incandescenti, le sfere di cristallo? Rabbrividì, attanagliato da cupi presagi...Doveva reagire, "orpo!" "Eccomi, Gran Vizir Alzh I, Spada dell'Alzheimerstan, Gran Muftì dell'eccetera eccetera"
'Orpo, il gigantesco e fedelissimo servitore si era materializzato davanti a lui, prosternandosi al bacio della sacra pantofola. Alzh gli tirò un calcio nei denti. "Orpo - gli ordinò - la mia scatola del Piccolo Alchimista, presto!" Alzh si mise al lavoro, febbrilmente. Un'idea folle gli era balenata nel cervello, o in quello che gliene restava. Ma se avesse funzionato.... Per giorni e notti, senza cibo né acqua ("Cara ancella non voglio il pane, ho la terra del mio sacchetto che per oggi mi basterà!" (4) rispondeva alle ancelle che lo imploravano di mangiare almeno un tozzo di pane), Alzh mescolò, triturò, amalgamò, bollì, raffreddò, riscaldò, frullò, centrifugò, pastorizzò sostanze le più disparate, consultando di tanto in tanto il Manuale del Piccolo Alchimista, un vecchissimo volume rilegato in cuoio che gli aveva regalato per il suo sesto compleanno il nonno Ibn' Chill. Meditò a lungo se doveva aggiungere alla pozione le ali di pipistrello ("Can Baths Beat Beast?" si chiese. Poi si richiese che "kazzo" (vedi nota 3) c'entrassero i bagni... "Ah, no: Can BATS Beat Beast, può il pipistrello vincere la Bestia?" Decise di aggiungere anche le ali di pipistrello: il liquido nell'alambicco fumigò, sobbollì, ribollì e finalmente si acquietò: limpido come acqua di fonte, il filtro era finalmente pronto. Alzh guardò la clessidra: era passata una settimana, era esausto, ma aveva il cuore gonfio di felicità e di orgoglio. Travasò il liquido in una ampolla di cristallo ialino e la sollevò per guardarla controluce.
Perfetto.
Una biglia di acciaio scagliata dalla fionda impegnata da Germen, il suo figliolo inetto e irresponsabile, colpì l'ampolla ialina, mandandola in mille pezzi.
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(1) zokkol: dicesi di donna alzhmeria che passeggia di notte vicino a fuochi accesi al bordo delle carovaniere
(2) strünzh: deiezione, residuo organico, e - per traslato - stronzo
(3) kazzo: colorita espressione alzhmeria. Intraducibile.
(4) versi tratti da una tipica canzone guerresca delle Guardie dei Monti di Alzheimerstan

 


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