Indice
- Il profeta Venantius
- Marcobaldo incontra il Prence di Biaghistan
- Venantius alla reggia dell'Ubalda
- Sul finir del gran trambusto
"Co' sta pioggia e co' sto vento
chi è che bussa al mio convento?
Sei tu forse un deficiento
che disturba la mia pac?"
Fuori dalla porta Cellulare guardò il cielo per
un attimo. Il sole splendeva e non si vedeva una nuvola.
La missione si prospettava ardua.
"Sono un messaggero del Principe di Biaghstan.
Il mio sire ha urgente bisogno dei vostri servigi.
La porta si spalancò di colpo. Una visione spettrale
apparve a Cellulare. Un vecchio scheletrico semivestito
di miseri cenci, la barba bianca incolta e sozza, testa
pelata e occhio destro di vetro. Quando l'eremita aprì
la bocca una zaffata fetente di aringa e prosecco ammorbò
l'aria.
"Già lo so, villan pennuto,
l'ho veduto nella palla
quella fatta di cristalla
e che al mondo mi connett..."
Non aveva terminato la frase che il gatto Maramao schizzò
dal letto a fauci aperte. Cellulare riuscì a
sfuggirgli appena in tempo.
Appollaiatosi sul più alto ramo del più
alto pino dei paraggi, Cellulare tirò un sospiro
di sollievo per essersi salvato dalle grinfie del perfido
Maramao. E da lì cominciò a schernirlo
così:
Maramao tu sei già morto
or ti tagliano la fava
una casa non mancava
però adesso ce l'hai in cul !
Ma l'incauto pennuto non aveva notato che l'hobby preferito
dal maleodorante Venanzius era quello di coltivare
i bonsai, ragion per la quale quel ramo di quel pino
risultava trovarsi a circa un metro da terra, tavolo
incluso. Gli toccò quindi librarsi in volo per
sottrarsi all'attacco successivo di quel felino rognoso
e bastardo.
Involandosi non mancò comunque di scagazzare
in testa a Venanzius, intendendo con questo dirgli
" Alza le chiappe e vai ad aiutare il Principe
!" .
Nel frattempo dalla sua cella il Signore di Biaghstan
udì il grido disperato del fraterno amico Georgiano,
che si era sacrificato per accorrere in suo soccorso.
Tirò due peti di commozione e questo gli suggerì
una mossa audace: cominciò a rotolarsi per terra
urlando "Aìta, aìta !" sino
a che arrivarono due guardie che aprirono la porta
della cella per soccorrerlo. In quel preciso momento
il Principe sparò loro addosso un paio di quelle
che considerava "le scorregge delle grandi occasioni"
e che d'abitudine riservava per la notte di Capodanno,
per la grande soddisfazione dei suoi sudditi, che comunque
avevano sempre l'accortezza di porsi sopra vento.
L'effetto fu devastante: le guardie vennero istantaneamente
stordite e si dice che a tutt'oggi non abbiano ancora
ricuperato totalmente la pienezza delle loro capacità
fisiche e mentali. Il Principe afferrò il mazzo
delle chiavi e si precipitò a liberare l'amico
Georgiano; ne seguì un momento intenso di affetto,
con grandi abbracci e pacche sulle spalle, cui il Principe
pose fine improvvisamente con un cazzotto quando l'amico
tentò di baciarlo sulla bocca. Lo lasciò
privo di sensi e raggiunse l'uscita.
Finalmente libero, il Principe raggiunse il suo bianco
destriero, che lo squadrò con uno sguardo pieno
d'odio che significava "Senti pirla, la prossima
volta ricordati di togliere quella stramaledetta chiave
!"
Galoppando e galoppando giunse finalmente alla Reggia
di Celania. Balzò giù dalla sella, procurandosi
una lussazione dell'anca, ma fieramente si presentò
alla Real Guardia che gli domandò "Chi
siete, Messere ?" "Sono il Prence di Biaghstan,
ed esigo di vedere la Regina ! " ("Me' cojoni
"pensò la guardia che aveva ascendenze
ciociare) "un attimo solo che gliela chiamo",
e tornò con una barra di ghiaccio dentro la
quale s'intravedeva il corpo nudo della Regina.
"Chè faccio, ve la scongelo o ve la portate
via così ?" Perplesso chiese il Principe
"Ma che è, frigida ?" Rispose la guardia:
"Frigida un par di balle, so' ttre mesi che v'aspetta
tutta nuda, e nun ce avemo ancora er riscaldamento
centrale!".
Amare lacrime di delusione scesero sul viso del Principe,
che risalì a cavallo e lo spronò verso
quel sole al tramonto che sembrava ridere di lui.
Il Principe cavalcava, assai triste per la delusione
subita, e guardando il sole al tramonto si chiese cosa
cazzo avesse da ridere: quando improvvisamente Twingo,
il suo bianco destriero che ormai incominciava a sembrare
grigio dato che da troppo tempo non l'aveva portato
a lavare in un cavallavaggio, si bloccò di colpo
ed emise un acuto nitrito.
Il principe, che parlava anche il cavallese, ne capì
immediatamente il significato: "Senti pirla, passi
per la chiave, ma vedi un po' di togliermi dalle chiappe
quell'idiota del tuo pitone !"
Si ricordò solo allora di avere trascurato il
suo diletto serpente, balzò di sella, lussandosi
l'unica anca ancora sana, e andò verso il retrotreno
di Twingo, dal quale faceva capolino la coda del suo
pitone, che aveva cercato un posticino al caldo per
ripararsi dal vento durante la cavalcata.
La afferrò e commise il fatale errore di estrarlo
troppo velocemente, provocando così il ben noto
effetto "sturacessi" che lo sommerse istantaneamente
di letame, mentre Twingo nitriva soddisfatto pensando
"Niente di meglio di un buon clistere di quando
in quando!"
Il Principe di Biaghstan procedeva a piedi, in preda
a una tristezza a confronto della quale il Leopardi
sarebbe
potuto passare per la "Gialappa's" .
Nel momento in cui aveva riprovato a rimontare in sella,
il suo destriero aveva emesso un acutissimo nitrito
che lui
aveva inteso significare "Senti pirla, va bene
la chiave, va bene il pitone, va bene sembrare grigio,
ma a diventare tutto marrone non ci sto proprio !"
E se ne era fuggito verso quel sole al tramonto che
si stava ormai scompisciando dalle risate.
Non gli fu certo di conforto il notare che alcuni scarabei
stercorari al suo passaggio si facevano velocemente
da parte e che i pastori di greggi di capre estraevano
altrettanto rapidamente le loro bombolette di spray
deodorante.
Ma ciò che più lo fece deprimere fu l'incontro
con una puzzola che si affrettò a mettersi al
collo un Arbre Magique !
Comunque lui non demordeva, e a dispetto delle circostanze
avverse era fermamente deciso a raggiungere la reggia
alpina di Sabatiland, dove il suo vecchio amico Marcobaldo
gli avrebbe sicuramente offerto asilo e pizza.
Un improvviso tonfo sulla sua testa gli fece alzare
gli occhi al cielo, dove vide Cellulare in preda a
dissenteria acuta. Gli urlò quindi, infuriato
: "Cazzo, ma non ti sembra che ne abbia già
abbastanza addosso? " "Chirp chirp"
fu la risposta di Cellulare, che lui tradusse come
"Non è colpa mia, è quel Venanzius
dei miei due che mi ha riempito di aringhe, ed eccone
gli effetti !"
Il Principe di Biaghstan era quasi giunto alla sua meta,
la Reggia di Marcobaldo, nonostante Cellulare continuasse
a manifestargli il grande affetto che aveva per lui
svolazzandogli sopra la testa, con le inevitabili conseguenze
dovute alla sua aringhesca incontinenza. Oramai si
trascinava a stento, vuoi per il peso del materiale
organico equino e avico che si portava addosso, vuoi
perchè ci aveva le anche sbilenche.
Mentre arrancava per l'erta rimase curiosamente stupito
dal vedere vari camosci e stambecchi che al suo passaggio
si buttavano dai dirupi, suicidandosi. Pensò
a un'epidemia di rabbia e si ripromise di segnalare
la cosa al Reggente.
Grande fu lo stupore di Marcobaldo nel riconoscere,
ancorché ovattata dallo spesso strato di escrementi,
la voce del suo amico Principe di Biaghistan. Pur tenendosi
a prudente distanza non poté evitare alcuni
conati di vomito per l'insopportabile fetore, che fortunatamente
andarono a vuoto poiché la sua pizza era stata
fagocitata dalla vorace Colombinha, e quando questi
si calmarono disse "Mio nobil e sventurato Prence
! Or alfin io riconosco tua persona ! Dimmi, qual iniquo
malefizio riducetteti in cotali deplorevol condizioni
? Profferisci, orsù !"
"Ma va a dà via i ciapp ! - rispose il Principe,
che nei momenti di tensione era portato a rammentare
la sua ascendenza Longobarda - parla come mangi e vedi
piuttosto di fare qualcosa per scrostarmi di dosso
tutta questa merda !"
Marcobaldo rimase leggermente perplesso, ci pensò
sopra per qualche Istante poi venne folgorato da un'idea
luminosa : "Seguimi, mio caro amico, così
prenderemo due piccioni con una fava !" All'udire
la parola piccioni, Cellulare pensò che lo stessero
chiamando e s'involò dalla quercia scagazzando
di felicità sopra i due nobili; ma male gliene
incolse perché un ciottolo tirato con grande
precisione da Marcobaldo, che dimostrò in questo
modo di non gradire la cosa, lo colpì in quella
parte dell'uccello che serve per produrre gli uccellini.
Il povero Cellulare entrò quindi in vite e precipitò
al suolo con un "Chiiiiirp!" straziante che
il Principe tradusse a Marcobaldo come "Reggente
carro di grano, porco cento volte a chicco !"
Marcobaldo spiegò la sua idea: "Ora andiamo
nel mio campo qui di fianco, che giusto dovevo concimare.
Ti irrigherò con la canna dell'acqua e tutto
quel ben di Dio che ti porti addosso non andrà
sprecato !"
Il Principe sulle prime si seccò un poco all'idea
di dover fungere da concimaia, poi capì di non
avere alternative e fece buon viso a cattivo gioco.
Disse solo: "Va bene, ma poi andiamo a mangiarci
una pizza !" Un subdolo sorriso aleggiò
per un attimo sul volto di Marcobaldo, che rispose
"Non ti preoccupare, ce ne ho una già in
casa !"
Uscita dalla doccia in una nuvola di borotalco, la fata Colombinha si ritrovò sola nel castello del prode Marcobaldo. "E come lo sapevo! Basta fare un favore a questi messeri Biancocelesti per vederli svanire!", pensava fra se, ignorando che il nostro eroe si era recato nel vicino campo per liberare dal guano (non senza recuperarlo a fini concimativi!!!) il Principe Biaghston. Tra l'offeso e l'avvilito, anche per le ultime prestazioni internazionali delle compagini alle dipendenze del prode Zemanustra, decise di andarsene anche lei: sarebbe andata da sola alla festa del Re Jetto, anche se nessuno l'aveva esplicitamente invitata! Indosso' il suo migliore mantello giallorosso, calzo' le scarpine fatate delle molte miglia, e si avvio'. Un leggero peso sullo stomaco le ricordava spiacevolmente la pizza siciliana da poco ingurgitata. "Ma che razza di gusti" penso' "come si fa ad ordinare per 12 anni di seguito, sera dopo sera, sempre una pizza di questo sapore? Boh! Sara' ora che mi metta a dieta!"
Giunti che furono nel campo che intendevasi venire concimato,
Marcobaldo fece arrivare dalle Reggenti stalle Bel
Pistolino, elefante sacro, che la sua vecchia amica
Ifigonia era usa noleggiargli per l'irrigazione nella
stagione della semina e del raccolto. Venne quindi
portato al vicino ruscello in cui il suo addestratore
gli fece immergere la proboscide, indi, usando l'antica
tecnica magrebina detta "del cammello mattonato",
gli fece aspirare un paio
d'ettolitri d'acqua. Venne quindi condotto in prossimità
del Principe di Biaghstan, e lì gli
venne recitata la filastrocca alla quale era stato abituato
a obbedire: "Pompa, pompa come un mulo !"
All'udire queste parole Bel Pistolino (elefante sacro)
dimenticò per un attimo di non trovarsi nella
Reggia del Sir di Corinto e si avventò sul Reggente
Marcobaldo tentando di sottoporlo a inesorabile sodomìa.
E fu solo la prontezza di riflessi del Principe di
Biaghistan, che nonostante le anche sbilenche si interpose
con un balzo tra i due causando con il suo fetore l'immediata
perdita di sensi del pachiderma, a salvarlo dalla spiacevole
esperienza.
Nel perdere i sensi, Bel Pistolino (elefante sacro)
perse anche il controllo degli sfinteri, per cui da
un parte inondò il Principe con tutta l'acqua
che aveva aspirato, ripulendolo completamente dalla
sua lordezza, e dall'altra ricoprì il terreno
con uno strato di letame tale da garantirne la sua
fertilizzazione per i successivi cinque anni.
Grande fu la gioia di Marcobaldo, che si azzardò
ad abbracciare finalmente l'amico dicendogli "Senza
di te non avrei mai visto una cagata del genere !"
E il Principe "Che fai, mi stai prendendo per
il culo ?" E si avviarono sottobraccio verso la
Reggia, dove li aspettava Colombinha.
Come entrarono nella Reggia si fece loro incontro Colombinha,
avvolta nel suo migliore mantello giallo rosso.
"Cazzo, siamo già al due di maggio ?"
pensò il Principe ricordando gli impegni di
Campionato e si lanciò verso di lei cercando
di dribblarla. Ma le sue anche sbilenche non gli agevolarono
il tentativo, e venne atterrato al limite dell'area.
Marcobaldo, severo ma imparziale, fischiò il
fallo. Il Principe lo spinse via, si riallacciò
la patta dei pantaloni e gli disse
"Se ci riprovi ancora ti spacco la faccia !"
"Scusa, mi ero confuso" fu l'imbarazzata
risposta del Reggente.
Colombinha fece finta - Marcobaldo e Il Principe abboccaron come due tordi e piombarono a terra - di non vedere ciò che accadeva tra i due e si avviò tranquillamente per la sua strada. Il Principe diede un'occhiata al mantello giallorosso che ondeggiava giù per la discesa, e fece a M.: "Quella se ne va, e non la vediamo più!". Ridacchiando, Marcobaldo vestito di biancoceleste, lo rassicurò:
"Non ti curar di lei, ma guarda e lassa
che s'anche lei progetta di fuggire
poi tanto la riprendo, la ragassa
questa è la fin di chi vuol disparire
questo il destino di ogni giallorosso
che crede d'andar via senza capire
che fa la fine d'ogni saltafosso:
sarà ripreso senza sforzo alcuno
chè giallorosso in fuga e' paradosso"
"O valente cavaliere
Pregoti darmi passaggio
Ti do in cambi un bell'assaggio
Di aringa con cipoll.
Presto al mare devo andare
Ed all'isola-prigione
Un mio amico scorreggione
Ivi chiuso dentro sta."
Quando il cavaliere gli rivolse il volto qualcosa si
ritorse nella memoria dell'eremita. Un ricordo di tempi
andati. Era certo di aver già veduto quelle
fattezze. Ma una sorta di velo sembrava celarne l'identità.
"Non c'è problema nonnino! Ma già
che siamo sulla strada potremmo passare a rifocillarsi
alla reggia della regina Ubalda di Celania." Il
sorriso malizioso dava bene ad intendere a che genere
di rifocillamenti ambisse.
"È l'Ubalda quella cosa
che ne fa di crude e cotte
ha le scarpe tutte rotte
rivederla fa piacer."
Disse il vecchio, e saltò con inaspettata agilità
in groppa al cavallo. In quella Cellulare passò
svolazzando sopra di loro, lasciando un ricordo odoroso
sulla fronte del cavaliere.
Dopo qualche miglio il cavaliere decise di fermarsi
ad una locanda per darsi una ripulita e rifocillarsi.
Il vecchio, che odiava simili luoghi di incultura e
socialità, decise di rimanere ad aspettare nella
stalla con il cavallo. Ma quando il cavaliere uscì
dalla locanda non era più solo e non era più
molto nobile. Con scatto fulmineo il vecchio salì
in groppa al cavallo e scomparve all'orizzonte.
L'eremita Venantius cavalcava e brontolava. Io che risolsi
l'annoso problema del sesso degli angoli (maschili
fino a 180 gradi, femminili se maggiori), che trovai
il punto fischio (con l'aiuto del celebre studioso
celaniano Cacio Polli), io che elaborai la teoria della
relatività speziale (molto contestata dai cuochi
di ogni regno), io che formulai l'ipotesi dell'involuzione
creatrice (per spiegare i processi mentali del Vizir
di Alzheimerstand), io che ... io ...
Mentre era intento a ritrovare il filo, il cavallo si
fermò d'improvviso.
Davanti a lui si svolgeva una scena allucinante. Un
grande spiazzo brulicava di varia umanità. Vi
erano nobili cavalieri che portavano in spalla i loro
destrieri, buoi tirati da carri, birilli che facevano
roteare in aria dei giocolieri, cerchi che saltavano
dentro a leoni infuocati. Non c'era dubbio: era giunto
a Celania.
Chiese ad un tizio lì vicino, che stava per essere
ingoiato da una spada:
"Pria che tu sia digerito
per favor punta il tuo dito
verso quel regale sito
dove trovasi l'Ubald."
Lo sventurato vece appena in tempo ad indicare la reggia
(che comunque era evidentemente visibile senza bisogno
di indicazioni)
prima di svanire nello stomaco della spada. Venantius
si presentò ai cancelli del palazzo e apostrofò
la guardia:
"Sono l'uomo più sapiente
che sia nato in queste terre
ogni tanto sbaglio un'erre
ma esigo il tuo lispett.
Dimmi ora immantinente
dove sta la tua signora
presto prima che qui fora
cali il sole e venga nott."
Dopo l'iniziale perplessità della guardia, dovuta allo strano eloquio del vecchio, Venantius fu accompagnato alla sala da letto della regina, che se ne stava distesa a fianco di quel cavaliere che lo aveva accompagnato per un tratto di strada. Stranamente il pavimento della sala era completamente allagato.
Udendo il cigolio della porta, Georgiano si destò
di colpo. Mai era stato così confuso al risveglio:
l'ultima cosa che ricordava era il suo abbraccio fraterno
con il suo grande amico sovrano di Biaghstan, e quella
allucinazione che per un attimo lo aveva fatto assomigliare
a Laetitia Casta; poi più nulla, e ora si guardava
intorno per capire dove fosse. Davanti a sé
vide il volto anziano del sapiente Venanzius di cui
aveva perso le tracce dopo gli episodi della locanda,
ma
mentre stava per salutarlo si accorse dello sguardo
con cui il saggio sembrava voler dire "Me' cojoni!".
Cercò di capirne la ragione e voltandosi vide
che la risposta giaceva al suo fianco, dormiente: era
la bellissima regina Ubalda, tutta nuda e di nuovo
calda. "Stai a vedere che ho fatto sesso con l'Ubalda?"
pensò Georgiano, per nulla convinto che quell'ipotesi
potesse corrispondere al vero. Ma allora come cavolo
ci era capitato, nel suo letto? E se davvero era successo
qualcosa, perché cazzo non se lo ricordava?
L'unica cosa da farsi era svegliare la bellissima regina
e chiedere delucidazioni;
ma era così bella e dolce avvolta nel suo beato
sonno, che non ne ebbe il coraggio, da bravo cavaliere
qual era; o forse aveva paura di quello che non ricordava...
"Mio caro Venanzius, - chiese Georgiano uscendo
guardingo dalla stanza- un tempo non avevi una palla
di cristallo? Non sai dirmi cosa mi è successo
stanotte?". Il saggio lo guardò e lo pregò
di seguirlo. "Fermi voi!" gridò una
guardia vedendoli aggirarsi per il castello come a
casa loro, "Avete il permesso?". Venanzius
fece cenno di sì, e la guardia si rivolse con
cagnesco sguardo a Georgiano. "io veramente non
ricordo esattamente se..." provò a bofonchiare
mentre la guardia armava la balestra. Memore delle
sventure della galera, e optò per la fuga: tirò
fuori dalla tasca il suo piccione viaggiatore (mai
uscire di casa senza!), lo consegnò a Venanzius
e disse: "se scoprirai quel che mi è accaduto
stanotte, mandamelo con questo". E con uno slancio
degno dei migliori atleti del regno si gettò
contro la vetrata della finestra vicina, sfondandola.
Precipitò nel fossato del castello, ricco di
simpatica fauna carnivora, ma riuscì a cavarsela
utilizzando l'arte oratoria imparata anni prima nelle
scuole di Biaghstan, convincendo le decine di animali
a convertirsi al vegetarianesimo. Si trascinò
esausto sulla riva e si nascose fra i cespugli, attendendo
nuovi sviluppi.
"Quel gran pezzo dell'Ubalda..." continuava
a pensare Georgiano, attendendo l'arrivo del suo piccione
dal rassicurante nome di Icaro. Doveva sapere cosa
era successo; era davvero accaduto qualcosa tra loro
due? Era stata una tenera notte d'amore, o lui aveva
fatto irruzione nella di lei camera violentandola tutta
la notte? O era stata lei a violentarlo? O cos'altro?
L'incertezza lo faceva impazzire, quand'ecco la geniale
idea affacciarsi nel suo affaticato cervello: l'avrebbe
invitata ad andare insieme alla festa del Re Jetto.
Dalla reazione all'invito avrebbe forse capito se la
cosa (qualunque cosa fosse) avrebbe avuto un seguito.
Così si travestì da postino e, con il
classico doppio suono di campanello, si presentò
al portone del castello. La guardia non lo riconobbe,
per sua fortuna, e prese il biglietto che Georgiano
aveva scritto mettendolo insieme all'altra posta. C'era
una quantità di lettere da far paura, tra cui
probabilmente anche l'invito di Re Jetto: come assicurarsi
che la bellissima Ubalda aprisse le due lettere al
suo risveglio? Con la solita astuzia Georgiano pensò
di allungare una mazzetta allo smistatore della posta
di corte, per farle passare avanti alle altre. Il risultato
fu che, visto lo strano interessamento del postino
alla sorte della missiva recapitata, le guardie capirono
l'imbroglio e lo arrestarono, portandolo nelle segrete
del castello. "Esigo di vedere la regina!"
intimò loro il prode Georgiano, mentre le guardie
e i servitori si facevano beffe delle sue idee geniali,
ormai proverbiali. "Fatemi parlare con la regina!"
continuava incessantemente Georgiano, convinto che
tanto, qualunque cosa fosse successa la scorsa notte
tra loro due, peggio di così non poteva andare.
Ma non aveva considerato una cosa...
Georgiano giaceva nella sua cella, umida e buia come
tutte le celle, mentre le ore passavano. Agitandosi
tra pensieri di fuga e della bella Ubalda, all'improvviso
sbottò e chiamò a sé i secondini.
"Esigo di parlare con la regina! Non me ne andrò
di qui finché non sarò stato ricevuto."
Alla risata collettiva dei secondini Georgiano si rese
conto che forse non era nelle condizioni più
adatte a dare ultimatum.
Sconsolato dalla ennesima figura di merda, tirò
fuori dalla tasca la sua fedele armonica e cominciò
a comporre uno straziante canto di speranza:
"Dove sei mia bella Ubalda?
Attandiam qui il tuo ritorno:
non lasciare un altro giorno
il tuo regno senza un re.
Ché ho bisogno di sapere
se sarò mai liberato,
se graziato o ringraziato
per ciò che fu tra te e me;
'sì ti prego, mia regina,
e ti porgo questi canti:
io non posso andare avanti
se non torni qui da me.
Resterò nelle segrete
fino a che tu, giunta l'ora,
tornerai per darci ancora
le tue rime da ascoltar'."
A udire questa nenia, anche le rudi sentinelle del castello si impietosirono, accorgendosi che, in effetti, nemmeno loro sentivano più le soavi rime della loro cara sovrana rimbombare per i corridoi della fortezza. Tutto sembrava più cupo ora che si avvertiva la mancanza della poesia nel regno che più di tutti aveva nella poesia il suo punto di riferimento e, nell'Ubalda, la sua musa ispiratrice. Ma dov'era la regina? E avrebbe mai liberato il prode e devoto Georgiano? E qual era il pericolo che incombeva sull'ignaro cavaliere, rincoglionito già di suo, senza contare le pene d'amore che gli toccava soffrire? Senza saperlo Georgiano si trovava più al sicuro in quella umida cella che fuori a passeggio per le amene alture di Golem.
La regina Ubalda era stata risvegliata dal gran trambusto di vetri infranti e tonfi acquatici. Si rivestì velocemente e uscì nel corridoio da dove provenivano rumorosi schiamazzi. Lì trovò il profeta Venantius che discuteva con una guardia. La guardia voleva avere spiegazioni circa il comportamento di un certo amico dell'eremita, e Venantius gli rispondeva:
"Cara guardia non capisci
che l'amico è rintronato
tutta notte lui ha trombato
e il cervello suo s'è fus."
La guardia non capiva quel modo di parlare e continuava lanciare improperi al vecchio. "Casa sta saccadanda qua!", sbottò la regina. "Cheeee????", esclamarono in coro l'eremita e la guardia. "Scasata, ma agna valta cha ha an argasma, aa parda l'asa da tatta la cansananta tranna ana", rispose l'Ubalda. La guardia era completamente stupefatta ed interdetta, ma il vecchio Venantius aveva letto le opere del Dossena e quindi riuscì a capire.
"Mia regina, ben trovata
vedo che non sei cambiata
da quand'io t'ebbi lasciata
e ancor giochi coi fringuell.
Qui io vengo con affanno
tu soccorso devi darmi
con l'aiuto di tue armi
dobbiam liberare in Princ."
"Na!", gli rispose quella, "al prancapa
di Baaghstan s'à gaà labarata da sala.
Sa aspattava ta stava frasca."
Non tormenteremo oltre il lettore con il discorso diretto
e spiegheremo in fretta cosa la regina di Celania disse
al famoso
sapiente.
I preparativi per i G.G.G. procedevano spediti. Già
molti regnanti avevano dato la loro adesione. Tra cui
persino Re Spiro detto Rantolo, nonostante le sue critiche
condizioni di salute, Re Giano detto il Parmigiano
Bifronte e perfino Re Moto, nonostante abitasse lontanissimo
e avesse come unico mezzo di trasporto la vecchia cavalla
Lambretta. Però mancava ancora all'appello la
regina di Cadonia, e senza di lei i giochi non sarebbero
stati veri giochi.
Quindi la regina Ubalda pregò il vecchio di recarsi
in missione segreta a Cadonia per scoprire cosa stesse
trattenendo sua altezza. La regina mise a disposizione
del vecchio una bicicletta (sapendo che quello era
il suo veicolo preferito).
Rispose anche alle domande sulle vicende di Georgiano.
Il cavaliere era stato trasportato a Celania dal principe
di Biaghstan, che si era pentito di averlo così
malamente ferito ed era tornato alla prigione a raccattarlo.
Lo aveva lasciato con la Regina la quale alla sua vista
si era improvvisamente scongelata ed aveva approfittato
del suo stato comatoso.
Partendo l'eremita la salutò così:
"Io di dico arrivederci
e m'involo al tuo servizio
tu ritorna pure al vizio
e al caffè della Peppin."
Al che la regina replicò:
"Bana fartana a an cala alla balana".
Troppo impegnati a fare troppe cose (tiro con l'arco,
corse a cavallo, disinfestazioni da deiezioni avifaunistiche,
congelamenti di Ubalde, scongelamenti di Ubalde), le
menti assorte a cercare di prevedere gli intenti della
sibillina - e sempre misteriosamente, o minacciosamente?
- assente Klausia, regina di Cadonia, i nostri eroi,
cui si erano aggiunti via via altri illustri personaggi
della Regione di Golem (Giorgiano di Barbaria, Venantius
l'Eremita), non avevano avuto tempo di guardare la
posta.
Eppure gli inviti di Re Jetto e Re Gina a partecipare
alla grande festa che avrebbe dato il via al G.G.G.
erano da tempo giunti alle loro dimore, ma giacevano,
ignorati, sui ricchi vassoi d'argento, nell'atrio.
(Tutti i regnanti hanno ricchi vassoi d'argento per
la posta nell'atrio):
Nel frattempo, dopo mille telefonate, Re Gina aveva
fatto il punto della situazione:
Avevano accettato di partecipare alla festa le più
illustri teste coronate del mondo allora conosciuto,
ed anche alcune teste di cavolo.
Abbiamo già visto che avevano risposto all'invito
Re Petitajuvant con la moglie Eco Re Coaro con la figlia
Ferrarelle
Re Segòne con la moglie Manina ed i figli Pollutio
e Praecox (in realtà non erano figli suoi, ma
frutto di un'avventura di Manina con Re 'Ykjavik d'Islanda9
Re Spighi con le tre figlie gemelle, Fontana di Trevi,
Fontana di Roma e Fontana di Papa Re Play con il fratello
Play Back ed il cugino Re Wind.
Ben presto altri si aggiunsero: Re Gicalze con la moglie
Omsa Re Becca con la moglie Liseuse Re Azionario con
i figli Re Volution e Re Trivo, sempre a litigare tra
loro
Re Lax con la moglie Gutta Re Canàti con la moglie
Donzelletta ed i figli Giacomo, Leopardo, Silvia, Ginestra,
Pastore ed Errante.
E poi ancora....ma questa è un'altra storia.
Alla spaventosa rivelazione dello specchio, Ubalda si
era raggelata, nel vero senso della parola. La notte,
nuovi incubi avevano popolato il suo sonno agitato,
fino a quando la regina non si era completamente scongelata,
per un prodigio di cui pochi erano a conoscenza: il
profumo del gelsomino aveva il potere di sciogliere
il ghiaccio della Ubalda. Quella notte, nella sua stanza
era entrato un cavaliere con le scarpe tutte rotte
e tra i brandelli di una delle era appuntato un rametto
di gelsomino.
La purezza del gelsomino doveva però essere stata
contaminata con qualche sostanza non proprio profumata,
e come sempre accadeva in questi casi, il prodigio
si era realizzato solo a metà e la regina si
era svegliata scongelata sì, ma in uno stato
semiconfusionale. Non riusciva ad esprimersi, pronunciava
frasi monovocaliche e oltretutto insensate, né
ricordava qualcosa della notte trascorsa. Solo il caffè
della Peppina riuscì a riportarla alla normalità,
tanto che dopo il primo sorso Ubalda trattenne a stento
l'irrefrenabile impulso di denudarsi, e la temperatura
del suo corpo si elevò immediatamente di altri
tre gradi. Grande fu la gioia della Peppina nel vedere
la sua regina rinsavire, grande quanto lo sbigottimento
che aveva provato nel sentire Ubalda pronunciare, alla
vista del caffè, un oscuro "nan à
vara cha tatta fa brada".
La regina, dopo aver bevuto il caffè della Peppina
ed essere finalmente rinsavita del tutto, stava per
ritirarsi nel suo studio ottagonale per riordinare
le idee e lavorare di lima sul poema con cui avrebbe
partecipato al G.G.G., quando all'improvviso udì
uno struggente suono di armonica. Si alzò e
andò alla finestra; il suono sembrava provenire
dall'alto muro di cinta dell'ex carcere... Com'era
possibile? Non avrebbe dovuto esserci nessuno, le celle
dovevano essere vuote ... Lei stessa aveva ordinato
che tutti i detenuti del regno di Celania fossero scarcerati
e condannati a comporre per tutta la vita almeno un
sonetto al giorno contro la pena di morte. Improvviso
un profumo di gelsomino, anch'esso proveniente dal
carcere, giunse fino alla finestra e Ubalda percepì
confusamente che quella musica l'aveva già sentita,
e poi quel profumo, quel profumo... Ubalda salì
sull'ampio davanzale e urlò con tutto il fiato
che aveva in gola:
Ma che cavolo succede?
Cosa vi è saltato in mente?
Libero, immediatamente,
sia quell'uomo ch'è laggiù.
Egli è stato qui stanotte
con le scarpe tutte rotte
ma c'aveva il gelsomino
e m'ha pure scongelat.
E levatevi 'sto vizio
di rinchiudere la gente
nella cella puzzolente!
Carcerieri da tre sold!
I secondini e anche i terzini si agitarono senza sapere cosa fare. Ora l'unico modo per riparare era comporre immediatamente dei versi, possibilmente alessandrini, ed offrirli alla regina perché li perdonasse. Nella confusione che seguì, si scordarono di liberare il cavaliere Georgiano. Dopo qualche ora, una delegazione di carcerieri si recò al palazzo percorrendo l'antica Via del Sale (conosciuta anche come Salaria Garantita) e declamando a gran voce i versi appena composti, per le vie del borgo fortificato.
Oh gran pezzo di Regina
sì l'abbiamo fatta grossa.
Deh perdonaci, e la mossa
fa' di nuovo per noi tutt.
Credevamo che quel tipo
ti volesse importunare.
Deh ora non ti congelare
che mò ti sei scongelat!
Lungo la Via del Sale, incontrarono un bellissimo Tuareg che, solitario e assorto, aveva tutta l'aria di andare anche lui verso il castello. "Quant sì bell / a cavall 'e stù cammell" gli disse il capofila, invitandolo a seguirli se voleva arrivare al castello. Il Tuareg li seguì...
Alzh I, Vizir di Alzhaimerstan, Gran Muftì del
Golem, Rasoul dei Veri Tre Denti, Sheriff di Nottingham,
Sindaco di Pieve Ligure (GE), era turbato. Anzi più
turbato del solito: non era sua moglie, la vivace e
un po' "zokkol" (1) Virus a preoccuparlo
così, né Germen, il suo figliolo inetto
e irresponsabile (e anche di molto ma di molto "strünzh
(2)): ma una domanda che da giorni gli martellava il
cervello, o almeno quello che gliene restava. La stessa
domanda che aveva tormentato a lungo il compagno e
amico Vlad' di CCCPIA, già Drogul di Carpazia:
"Che fare?" E gli veniva in mente soltanto
e sempre la stessa risposta che Vlad' aveva dato: "Boh?".
Che cosa aveva scatenato? Quali forze oscure e occulte
aveva risvegliato spingendole ad affacciarsi all'Orlo
dell'Abisso, dove da leoni giacevano sopite?
In fondo egli aveva solo cercato di ricucire strappi
e lacerazioni in quella splendida serica trama che,
come un prezioso tappeto delle Terre di Oriente, univa
tra loro i regnanti del Golem. E invece? Raccolto il
suo invito, dapprima timidamente poi con sempre maggiore
impeto, si erano lanciati in un turbinoso e inarrestabile
uragano di parole, versi, storie di cavalli Twingo,
di uccelli Cellulari, di Ubalde discinte, di Klausie
scomparse, di barbari iorgiani, di Marcobaldi. E i
riferimenti scatologici, poi! E che "kazzo"!
(3). Un venticello che si era trasformato in breve
in un terremoto, un maremoto: e già incombeva
il numero Mille. Gli riaffiorarono alla mente le apocalissi
dei Millenaristi. "Mille e non più Mila"...Che
sarebbe accaduto, dopo? Si sarebbero spente per sempre,
tra fumi di zolfo e lapilli incandescenti, le sfere
di cristallo? Rabbrividì, attanagliato da cupi
presagi...Doveva reagire, "orpo!" "Eccomi,
Gran Vizir Alzh I, Spada dell'Alzheimerstan, Gran Muftì
dell'eccetera eccetera"
'Orpo, il gigantesco e fedelissimo servitore si era
materializzato davanti a lui, prosternandosi al bacio
della sacra pantofola. Alzh gli tirò un calcio
nei denti. "Orpo - gli ordinò - la mia
scatola del Piccolo Alchimista, presto!" Alzh
si mise al lavoro, febbrilmente. Un'idea folle gli
era balenata nel cervello, o in quello che gliene restava.
Ma se avesse funzionato.... Per giorni e notti, senza
cibo né acqua ("Cara ancella non voglio
il pane, ho la terra del mio sacchetto che per oggi
mi basterà!" (4) rispondeva alle ancelle
che lo imploravano di mangiare almeno un tozzo di pane),
Alzh mescolò, triturò, amalgamò,
bollì, raffreddò, riscaldò, frullò,
centrifugò, pastorizzò sostanze le più
disparate, consultando di tanto in tanto il Manuale
del Piccolo Alchimista, un vecchissimo volume rilegato
in cuoio che gli aveva regalato per il suo sesto compleanno
il nonno Ibn' Chill. Meditò a lungo se doveva
aggiungere alla pozione le ali di pipistrello ("Can
Baths Beat Beast?" si chiese. Poi si richiese
che "kazzo" (vedi nota 3) c'entrassero i
bagni... "Ah, no: Can BATS Beat Beast, può
il pipistrello vincere la Bestia?" Decise di aggiungere
anche le ali di pipistrello: il liquido nell'alambicco
fumigò, sobbollì, ribollì e finalmente
si acquietò: limpido come acqua di fonte, il
filtro era finalmente pronto. Alzh guardò la
clessidra: era passata una settimana, era esausto,
ma aveva il cuore gonfio di felicità e di orgoglio.
Travasò il liquido in una ampolla di cristallo
ialino e la sollevò per guardarla controluce.
Perfetto.
Una biglia di acciaio scagliata dalla fionda impegnata
da Germen, il suo figliolo inetto e irresponsabile,
colpì l'ampolla ialina, mandandola in mille
pezzi.
_____________________
(1) zokkol: dicesi di donna alzhmeria che passeggia
di notte vicino a fuochi accesi al bordo delle carovaniere
(2) strünzh: deiezione, residuo organico, e - per
traslato - stronzo
(3) kazzo: colorita espressione alzhmeria. Intraducibile.
(4) versi tratti da una tipica canzone guerresca delle
Guardie dei Monti di Alzheimerstan
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