Indice
- Piccola Enciclopedia delle Alture del Golem
- Il ritorno di Pigiberus
- Marcobaldo incontra Re Fuso
- Il regno di Cadonia
Le alture del Golem: sono terra di confine, una ridente oasi ricca di ogni ben di Dio, posta al centro di un gruppo di Stati, floridi e dediti alle arti e alla cultura, in stretti rapporti - non sempre idilliaci - tra loro. Le Alture sono state scelte da vari Regnanti quale sede del G.G.G. (Grande Gioco del Golem), evento ludico, Olimpiade dello spirito, che culminerà con la Festa di Re Jetto, cui sono stati invitati non solo i Reggitori delle terre del Golem ma tutte le teste coronate delle Terre Conosciute.
I Personaggi (in rigoroso ordine alfabetico):
Alzh I: è il vecchio e saggio Vizir di Alzheimerstan, affetto da un progressivo decadimento mentale (Testicularium morbum), che lo porterà entro breve al rincoglionimento totale. E' noto anche come il Grande Pacificatore ed è in qualche modo l'involontario irresponsabile dell'alluvionale proliferazione di storie che compongono la saga delle "Alture di Golem". Cita T.S. Eliot, Lorenzo da Ponte, Alessandro Manzoni, proverbi inglesi, poeti maledetti francesi del XVI sec., melodrammatici pesaresi, tutti regolarmente a sproposito. Ama smisuratamente - ed è forse il solo - i tormentoni.
Dogaressa di Ca' dei Doni, già, ma praticamente a sua insaputa, Klausia di Cadonia: entità carismatica - insieme ai sovrani di Biaghstan e di Sabatiland - dei Regni del Golem, appassionata di musica salisburghese, di filosofia teoretico-neokantiana, di angurie, di gòndole ( o "gondòle"?) e di mille altre sophie. La sua figura - come quella di Agatha Christie - si ammanta del piccolo mistero di una sua "apofanìa" (si dice?) durata qualche giorno. E' ora ricomparsa, animata da fiero spirito di vendetta, serenissimamente decisa a rimettere le cose a posto.
Marcobaldo di Sabatiland: altro personaggio mitico dei Regni del Golem. Ha il grave demerito di aver, or non è guari, incoraggiato Alzh I a frequentare il Reame. E' un Parnàso ambulante, i libri li tiene anche nella ghiacciaia. Golosissimo di pizza alla siciliana, intrattiene rapporti con tutti i Sovrani ed i Visitatori del Golem, ma in particolare con il Principe di Biaghstan con il quale pare stia stato sorpreso nella comitiva di un "Postribolar Tour All Inclusive" nei bassifondi di Biaghstan.
Ubalda di Celania: oltre che Regina è un gran pezzo di poetessa. Passa parte del suo tempo, tutta nuda e tutta calda, a bere il caffè della Peppina: l'altra parte la passa, tutta nuda e tutta calda, a praticare lo sport più popolare del mondo. E non è il calcio. Non usa WonderBra, ma reggiseni in profilati di titanio della sesta misura. Eccellente ed ardita rimatrice, ha una predilezione per Rainaldo Carosonius, troviero napoletano, di cui conosce a memoria e spesso cita le "chansons de geste". Ha dato asilo, improvvida!, ad un Tuareg ed ora non sa che farsene. Ma lo scoprirà, oh se lo scoprirà...!
X Principe di Biaghstan: il nome di battesimo è ignoto, ma presso i suoi avversari è conosciuto con svariati appellativi di cui il più tenero è "brutto pezzo di..." E', secondo gli storici, tra i più antichi Sovrani del Golem. Soffre di meteorismo irrefrenabile e di scatologia all'ultimo stadio. Ha temerariamente lanciato i famosi "Racconti a più mani", poi rapidamente degenerati nel G.G.G.. La sua intempestiva audacia gli è costata i favori di Klausia Regina di Cadonia (vedi), con cui ha - da allora - reiterato querelle su querelle spesso incomprensibili ai non addetti ai lavori.
Mentre i tecnici dell'Alzheimeritalia - la compagnia
di stendardo di Alzheimerstan - tentavano di recuperare
la scatola nera (in realtà era color viola-becchino)
della mongolfiera di Re Jetto, distrutta da un missile
terra-aria lanciato da Virus, il figlio inetto e irresponsabile
di Alzh I, quest'ultimo, ripresosi da un attacco di
ulcera duodenale causatogli dall'ultima impresa del
suo rampollo, stringeva in pugno una pergamena, miracolosamente
scampata all'incendio dell'aeromobile. "Ecco finalmente
la lista degli invitati... 'Orpo..." - si guardò
nervosamente intorno in cerca del suo fedele e gigantesco
servitore nerovestito, che in quel momento era però
dal dentista - "come è lunga!".
E si mise a leggere, non senza essersi assicurato che
Norton - l'enorme e feroce mastino cadoniano che aveva
comperato per tenere a bada Virus, il suo figliolo
inetto ed irresponsabile - fosse di guardia alla porta.
"Da Re Jetto, sovrano di Sfighaland a Alzh I, Vizir
di Alzheimerstan, Ave atque Valium! Senza pregiata
Vostra a riscontrare, comunichiamoVi qui di seguito
i nominativi dei Grandi della Terra Conosciuta che
parteciperanno alla grande festa indetta per il G.G.G.
insieme a parenti e famiglia: Re Visore de' Conti,
con il suo fratello minore Re Gioniere; Re Dattore
con la moglie Cronaca e le figlie gemelle Rosa e Nera;
Re Fuso con suo fratello Proto, sempre a correggerlo;
Re 'Ostato con suo fratello Re Sistenza e i figli Volt,
Watt e Ohm; Re Parto, con suo fratello Cesareo; Re
Porter con i fratelli, Cole e Scoop; Re Plicante con
la figlia Blade, il genero Runner (vincitore dell'ultima
maratona di Biaghland) e i nipotini Wilkinson, Gillette
e Bic; Re Sidence, con il fratello minore Meublé;
Re 'Ginella, che è un po' gay ed ha annunciato
che verrà co' 'na vesta scollata, 'nu cappiello
co' e fronne e co' e rrose e porterà pure tre
o quattro sciantose; Re Pellente, da solo. Restiamo
in attesa di cortese sollecito riscontro, anche per
le vie brevi, e passiamo ben distintamente a salutarVi."
"Norton! torna qui", urlò all'improvviso
Alzh I, chiamando l'enorme e feroce mastino cadoniano
che stava freneticamente correndo tutt'attorno nel
tentativo di afferrare al volo il boomerang che Virus,
l'inetto ed irresponsabile figliolo, gli scagliava
d'oltre un'ora. Troppo tardi: sfinito dalle inutili
e ripetute rincorse, Norton (l'anti-Virus) crollò
al suolo esanime.
Erano le tre del mattino quando Alzh I, V.D.A., G.M.D.G., R.D.V.T.D., S.D.N., S.D.P.L. (GE), fu svegliato da un canto stonato, sgangherato e sconnesso che lacerava la quiete della tiepida notte alzheimeria. Per un attimo pensò che sua moglie, quella gran "Zokkol" di Germen, stesse copulando con 'Orpo, il suo gigantesco e fedelissimo servitore nerovestito. No, neanche nell'akme (termine alzhmerio che si può tradurre con akme) della passione Germen era capace di tanto. Riconobbe la voce: era quella di Virus, il suo inetto ed irresponsabile figliolo. Per un attimo pensò che Norton, l'enorme e feroce mastino cadoniano, lo stesse sbranando. Il cuore gli balzò in petto per la gioia, peraltro di breve durata: si rammentò che Norton era ancora svenuto dopo aver rincorso invano il boomerang che Virus gli aveva lanciato per ore. Ristette ad ascoltare e percepì le parole di quella stralunata serenata:
"Ubalda dolcissima Ubalda
dei canti d'amor sei l'aralda:
frescura d'acquifera falda
che - gelida - il cuore riscald.
Ubalda dolcissima Ubalda
sei bella, sei tanta, sei calda
nel cuor la passion si rinsalda
....."
La voce si fece esitante e poi il canto si interruppe.
Del resto chi riesce a trovare altre rime in "alda"?
Dunque Virus, il suo inetto ed irresponsabile figliolo,
nonostante le apparenze aveva qualche cosa di umano.
Evidentemente - dopo aver tanto sentito poeti e trovatori
cantare la bellezza e la generosità della Regina
di Cadonia, nota in tutto il Golem per la liberalità
dei costumi e per le misure dei suoi reggiseni - il
mostriciattolo se ne era innamorato.
"'Orpo" pensò Alzh I e subito il fedele
e gigantesco servitore gli si prosternò dinanzi.
Nerovestito nel buio della camera da letto poté
schivare la pedata rituale. "Eccomi, Vizir! Mi
avevate pensato?". "Sparisci, svanisci, scompari,
sublimati, se non vuoi che la tua testa domattina adorni
il più alto pennone della torre della mia sontuosa
dimora" - sbraitò Alzh I.
Mentre 'Orpo si rialzava frettolosamente - si era prosternato
come sempre al bacio della sacra pantofola del Vizir
- lanciò un urlo lacerante: una freccetta di
carta, scagliata dalla infallibile cerbottana di Virus,
l'inetto ed irresponsabile figliolo d'Alzh I, gli aveva
dolorosamente trafitto l'ampio e nerovestito deretano.
"Mi presento, sono Fuso
per gli amici son Fusillo
e con l'animo busillo
camminando me ne vo
voglio andare come gli altri
a giocar col Golemondo
ircocorvi e girotondo
cinegiochi e giù di lì
io non sono specialista
d'enigmistiche crociate
spero solo tre cassate
me la chiavo con un sì."
Peppina uscì sulla porta del palazzo attratta
dalle voci provenienti dalla strada. Un gruppo di uomini
giungeva a corte recitando bellissimi versi; alla delegazione
dei carcerieri pentiti si erano uniti, lungo la strada,
quasi tutti gli uomini del borgo, come sempre accadeva
quando qualcuno recava poesie alla Regina. Il Tuareg
aveva seguito quel popolo recitante, prima in silenzio
e poi, per non essere da meno, aveva cominciato anche
lui: "m'agg accattat nu cammell / m'agg accattat
nu turbant / nu turbant a 'a Rinascent". "I
Re Magi!" esclamò Peppina, e tornò
di corsa nel palazzo ad avvertire la Regina.
Marcobaldo e il Principe si scambiarono uno sguardo
di compatimento che stava a significare "Questo
più che Fuso è completamente rincoglionito!".
Mentre si accingevano a confortare il povero demente,
il Principe sentì cadergli sulla testa una cosa
molliccia e maleodorante.
"PorcoGioveGiunonVaccaVenerTroiaMarteCulo! - esclamò
ricordando quell'antica espressione greca appresa ai
tempi del liceo, che denotava stupore, disappunto e
leggera contrarietà - adesso ti faccio allo
spiedo, bastardo!".
Poi guardò in terra e vide l'incolpevole Cellulare
che, ripresosi da poco dal suo stato comatoso, faceva
del suo meglio per massaggiarsi con le alucce la parte
lesa dalla sassata, e che gli fece "Chichichichirp!",
che lui interpretò come "E che cazzo vuoi
da me, non vedi che me ne sto qui cercando di farmi
passare il dolore alle balle che per poco quello stronzo
del tuo amico non mi ha frantumato??!!".
Alzò quindi gli occhi al cielo e vide svolazzare
un identico volatile, che riconobbe immediatamente
essere Exuberus, il fratello gemello di Cellulare,
che lui aveva regalato molti anni prima al suo vecchio
compagno di studi Pigiberus, di cui non aveva più
avuto notizie recenti.
Exuberus gli si posò sulla spalla e gli tubò
nell'orecchio, cosa che procurò al Principe
una temporanea sordità, ma che comunque intese
voler dire: "Cazzo, sono tre giorni che ti cerco,
se non fosse per quell'odore di merda che ti sei lasciato
dietro per tutta la contrada, col piffero che ti avrei
trovato! Pigiberus vorrebbe avere l'immediato conforto
della tua presenza, quindi alza le chiappe e muoviti!".
Si levò in volo e lasciò il Principe fortemente
perplesso sul da farsi, dato che prima dell'arrivo
di Re Fuso stava concordando con Marcobaldo un "puttantour",
come erano avvezzi fare ai vecchi tempi.
Il Principe di Biaghstan stava manifestando le sue perplessità
a Marcobaldo, perché il suo innato senso dell'amicizia
lo spingeva a raggiungere immediatamente il vecchio
Pigiberus. Il Reggente gli disse "Peccato, ho
saputo che è appena arrivata una bellissima
etéra dal Regno di Slovenia: pare che sia diplomata
in lingue e che in questo superi di gran lunga tutte
le cortigiane del Granducato dell'Emilia e della Contea
di Washington. Ha solo una lievissima imperfezione
fisica che la porta a zoppicare leggermente, e per
questo si fa chiamare Cjolanka Sbilenka".
"Beata lei - pensò il Principe - io ce le
ho tutte e due!" e questa triste constatazione
lo portò a preoccuparsi di come avrebbe potuto
fare a raggiungere il lontano amico. Considerò
per un attimo l'idea di farsi prestare Bel Pistolino
(elefante sacro) che era tuttora privo di sensi, ma
poi gli venne in mente che gli elefanti sono noti per
la loro eccezionale memoria, e decise di non arrischiare.
In quel momento si udì uno scalpiccìo
di zoccoli e con uno sfàglio1 un bianco cavallo
si arrestò in derapage davanti a loro.
Il cavaliere smontò e porse loro due missive,
dicendo "Sono il Messaggero Veneto." "Grazie,
io leggo solo il Corriere della Sera - lo interruppe
il Principe, poi rendendosi conto di avere sparato
una cazzata clamorosa disse - prego, continui pure".
"... e devo consegnare questo messaggio della
Dogaressa a tutti i Sovrani del Golem".
Guardando meglio il cavallo il Principe riconobbe in
lui il suo destriero. Gli disse "Twingo, sono
io!". Lui lo guardò con diffidenza, lo
annusò e suonò alto un nitrito2, che
significava "Meno male che hai smesso di travestirti
da cloaca!".
Il Principe disse al Messaggero "Guardi che questo
cavallo è mio!". "Mi importa una sega
- rispose brusco il messo, che aveva ascendenze toscane
- l'ho trovato per strada e a caval trovato non si
guarda in bocca!".
Il Principe si rabbuiò in viso, poi disse "Guardi
che le sono caduti degli scudi dalla tasca". Il
messo si piegò per guardare nell'erba, il Principe
si girò rapidamente e gli sparò in faccia
un peto da competizione, che lo buttò cinque
metri più in là.
Si mise in tasca Cellulare, che sembrava avere recuperato
la sua integrità, montò a cavallo, questa
volta con estrema circospezione, e salutò il
suo amico "Addio Marcobaldo, per la pizza e le
zoccole ci rivediamo un'altra volta!".
Marcobaldo, intento nella lettura della missiva, fece
solo un distratto cenno di saluto con la mano, mentre
si rabbuiava sempre di più in viso man mano
che procedeva.
Mentre alle sue spalle il Girasole Gigante cresceva
a ritmi da foresta pluviale ed iniziava ad oscurare
la luce del sole, Marcobaldo era sempre più
buio e cogitabondo. Era convinto di essere l'unico
a sapere cosa si nascondesse dietro la repentina scomparsa
di Klausia, Regina di Cadonia, Dogaressa di Ca' dei
Doni, Amministratrice dei Faldoni, Creatrice e Gestora
di Cadonet, la madre delle reti. Conosceva la Dogaressa
dai primi tempi del Golem, quando il popolo dei Golemiani
era ancora uno sparuto gruppetto di manipolatori di
senso, e sopravviveva cacciando ircocervi e organizzando
cinegiochi d'azzardo clandestini. Solo dopo, molto
tempo dopo, il Mago Bartezzago aveva frullato e triturato
e macerato e distillato il meglio del peggio del loro
lavoro, e questo aveva dato nuova linfa alla loro comunità.
Ai tempi d'oro degli spacciatori di finneghismi, era
stato lui a stabilire i primi contatti tra cellule
di sintetizzatori di biogrammi, e Klausia era stata
la prima a svelarsi a lui.
Fu momentaneamente distratto dall'arrivo dell'etéra
annunciata dal Principe. Una donna stupenda, slanciata,
armoniosa. Il suo viso regolare, con grandi occhi chiari
ed espressivi incastonati tra una fronte luminosa e
zigomi di orientale dolcezza, era illuminato da un
sorriso di gentile sensualità. Le dolci curve
che ipnotizzarono lo sguardo di Marcobaldo mentre scendeva
pigramente lungo il corpo dell'etéra, accompagnavano
musicalmente i movimenti elastici della ragazza. Marcobaldo
respirò profondamente il profumo che emanava
dalla carnagione rosea e vellutata della giovane.
"Come ti chiami, divina creatura?". "Cjolanka
Sbilenka." "Non è possibile, prodigio
del creato." "Mio signore, giuro su quanto
mi è di più caro - e guardò il
Reggente in modo inequivocabile - che il mio vero nome
è quello che ti ho appena confessato."
Marcobaldo vacillò, al sentirsi chiamare in quel
modo, ma tenne duro. "Mia cara, questo nome non
ti fa giustizia. D'ora in poi, per me e per tutto il
popolo di Golem, tu sarai Elettra." "Perché
proprio Elettra, mio signore?". "Perché,
mia diletta, il letto si addice ad Elettra."
"Tanto va la gatta al lardo
è difficile capire
il suo sguardo è una veranda
trotta trotta Cocco Bill."
"È più di quanto mi aspettassi", disse preoccupata la donzella non sapendo che quello era il modo normale di parlare del vecchio.
"Dimmi o giovane fanciulla
che qui intorno avesti culla
questa terra tanto brulla
non è forse Cadonland?".
"Sissignore! Se guardate in quella direzione, affilando
lo sguardo per penetrare le grigie brume, potete intravedere
la torre della nostra Regina". E così era,
in distanza si vedevano i contorni sfumati di un alto
pilastro bianco che pareva bucare il cielo grigio.
Nella mente del vecchio ritornò il ricordo dei
giardini rigogliosi che si trovavano in cima ad essa.
Sentendosi rinvigorito si rialzò e chiese alla
donzella di condurlo ad un traghetto che lo potesse
portare alla reggia.
Giunsero in riva ad una fetida palude. Dalla nebbia
uscì una zattera guidata da un vegliardo ancora
più vegliardo di Venantius.
"O spettrale capitano
della zattera fatale
che guidato da un fanale
vai avanti e poi in drè,
portami sull'altra sponda
dove scroscia forte l'onda
e ch'io veda la gioconda
faccia della tua regin."
Il nocchiero borbottò qualcosa in lingua incomprensibile.
La ragazza tradusse: "È in sciopero."
Ma il vecchio Venantius conosceva la parola segreta
che rendeva schiavi tutti gli abitanti di Cadonia.
"Te sbiro!".
Sentendo ciò il nocchiero lo accolse sulla zattera
e cominciò a spingerla verso il mare aperto
con una lunga pertica. La zattera cominciò ad
affondare immediatamente.
"O nocchiero incompetente
chi t'ha dato la patente?
su veloce immantinente
torna sulla terra ferm."
Ma era ormai troppo tardi. Il nocchiero affondò
nella palude e non riapparve più. Il vecchio
Venantius si salvò a nuoto. Giunse su un'isola
in cui si sentiva un concerto quasi assordante di miagolii.
Tra tutte quelle voci feline ne riconobbe una. "Maramao!"
gridò.
La Dogaressa contemplava ammirata le evanescenti cupole
marciane, il profilo del campanile - che ahimè,
fermo restava a scalatori persi, quel Sansovino sì
mal terminato da altrui mano, che sempre la metteva
di cattivo umore quando il suo sguardo incontrava la
Libreria con le Procuratie, mentre gli ori risplendevano
contro il declinar del sole.
Seco medesima ragionava sul da farsi, mentre divisa
stava tra l'impulso al riso ed il pensier "Te
sbiro".
Era filtrata dalla rete la notizia di nuova Lega Santa
contro di lei promossa dal Grande Evangelista con grande
proliferar di Epistole per ogni dove, indirizzate a
cristiani e a gentili, sia in forma pubblica che in
più segreti modi. Era stupita che un sant'uomo,
che avea stimato fine tanto da sostituir con esso il
suo patron Teodoro, in ore certo perse del suo tempo
scendesse in bassa corte a preparare i suoi veleni
di nascosto tra le ancelle. Meno stupita s'era quando
aveva visto che l'esegesi a certi versi suoi, e deduzioni
prestamente tratte, forse ancor pria della lettura,
era stata una ed una sola, con gran scandalo di logico
qualsiasi che sa, e non da ieri, che soluzion possibili
ogni enigma ha indeterminate - Cartesio stesso questa
fallacia rammentava spesso a chi volea prender partito
per una sola ipotesi, come la sola vera.
Un merlo s'infrascò tra i rami di camelia e lei
pensò che in fondo di chiarire non aveva voglia,
a orecchie che nemmeno sanno - nemmeno quand'è
calcato esagerato ed iperbolico - riconoscer un pezzo
di registro che si vuol volgare, appunto sottolineato
nel suo essere volgare, citazione. Eppur cambiar linguaggio,
registri e tono era un suo tratto, noto agli ambasciatori
del Ducato di Milano, alle dame di Colombilia, del
divertito Dux, del Pio Cero minore e dei molti altri
che erano nel suo dominio lietamente convenuti il di'
del Redentore, a rimirare, in un barcon di ventisei
persone - un solo assente - dignitari Golemiani e lor
signore convenuti da ogni dove, i fuochi d'artificio
tra mille imbarcazion nel canal della Giudecca e scambi
di prosecchi con angurie, torte di zie e dolci della
nonna con sarde alla cipolla prima fritte in gran padelle
e marmitton di bigoli con salsa ceduti contro olive
d'ascolana zia, cuciniera portentosa.
Nemmeno di chiarire le garbava quanto ristretto e stranamente
ottuso sia lo sguardo di chi vorrebbe individuata nel
calcar gessetti sull'ardesia nera solo una certa classe
tra le infinite di elementi che quotidie vergan segni
strani su lavagne e che geometri possono esser logici,
fisici, economisti, matematici, statistici, ingegneri,
scultori e pittori d'accademia e così via per
non parlar di quelli che altre lingue sanno, che vergano
sul nero altri alfabeti, da convertir infin nel nostro
veneziano. E le lezion di metrica, giusto per stare
un tema, non ricordate voi lettori?
Questo rimuginava seco.
La Dogaressa della repubblica dei veneziani, e di starsi
Serenissima decise, come miglior partito, a spolverar
devota le copertine dell'amato tomo neokantiano brindando
con un "eccellente Marzemino!" - Leporello
in un canto -, che a lei non ricordava punto Concilii
Domenicani o catechisti della domenica, ma Ceneda la
guelfa, non l'Evangelista marciano ma Da Ponte librettista.
Quand'ecco all'orizzonte profilarsi...
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