Le Alture di Golem - 3


Le Alture di Golem - Capitolo III


Indice

- Piccola Enciclopedia delle Alture del Golem
- Il ritorno di Pigiberus
- Marcobaldo incontra Re Fuso
- Il regno di Cadonia

PICCOLA ENCICLOPEDIA DELLE ALTURE DEL GOLEM

Il luogo

Le alture del Golem: sono terra di confine, una ridente oasi ricca di ogni ben di Dio, posta al centro di un gruppo di Stati, floridi e dediti alle arti e alla cultura, in stretti rapporti - non sempre idilliaci - tra loro. Le Alture sono state scelte da vari Regnanti quale sede del G.G.G. (Grande Gioco del Golem), evento ludico, Olimpiade dello spirito, che culminerà con la Festa di Re Jetto, cui sono stati invitati non solo i Reggitori delle terre del Golem ma tutte le teste coronate delle Terre Conosciute.

I Personaggi (in rigoroso ordine alfabetico):

Alzh I: è il vecchio e saggio Vizir di Alzheimerstan, affetto da un progressivo decadimento mentale (Testicularium morbum), che lo porterà entro breve al rincoglionimento totale. E' noto anche come il Grande Pacificatore ed è in qualche modo l'involontario irresponsabile dell'alluvionale proliferazione di storie che compongono la saga delle "Alture di Golem". Cita T.S. Eliot, Lorenzo da Ponte, Alessandro Manzoni, proverbi inglesi, poeti maledetti francesi del XVI sec., melodrammatici pesaresi, tutti regolarmente a sproposito. Ama smisuratamente - ed è forse il solo - i tormentoni.

Dogaressa di Ca' dei Doni, già, ma praticamente a sua insaputa, Klausia di Cadonia: entità carismatica - insieme ai sovrani di Biaghstan e di Sabatiland - dei Regni del Golem, appassionata di musica salisburghese, di filosofia teoretico-neokantiana, di angurie, di gòndole ( o "gondòle"?) e di mille altre sophie. La sua figura - come quella di Agatha Christie - si ammanta del piccolo mistero di una sua "apofanìa" (si dice?) durata qualche giorno. E' ora ricomparsa, animata da fiero spirito di vendetta, serenissimamente decisa a rimettere le cose a posto.

Marcobaldo di Sabatiland: altro personaggio mitico dei Regni del Golem. Ha il grave demerito di aver, or non è guari, incoraggiato Alzh I a frequentare il Reame. E' un Parnàso ambulante, i libri li tiene anche nella ghiacciaia. Golosissimo di pizza alla siciliana, intrattiene rapporti con tutti i Sovrani ed i Visitatori del Golem, ma in particolare con il Principe di Biaghstan con il quale pare stia stato sorpreso nella comitiva di un "Postribolar Tour All Inclusive" nei bassifondi di Biaghstan.

Ubalda di Celania: oltre che Regina è un gran pezzo di poetessa. Passa parte del suo tempo, tutta nuda e tutta calda, a bere il caffè della Peppina: l'altra parte la passa, tutta nuda e tutta calda, a praticare lo sport più popolare del mondo. E non è il calcio. Non usa WonderBra, ma reggiseni in profilati di titanio della sesta misura. Eccellente ed ardita rimatrice, ha una predilezione per Rainaldo Carosonius, troviero napoletano, di cui conosce a memoria e spesso cita le "chansons de geste". Ha dato asilo, improvvida!, ad un Tuareg ed ora non sa che farsene. Ma lo scoprirà, oh se lo scoprirà...!

X Principe di Biaghstan: il nome di battesimo è ignoto, ma presso i suoi avversari è conosciuto con svariati appellativi di cui il più tenero è "brutto pezzo di..." E', secondo gli storici, tra i più antichi Sovrani del Golem. Soffre di meteorismo irrefrenabile e di scatologia all'ultimo stadio. Ha temerariamente lanciato i famosi "Racconti a più mani", poi rapidamente degenerati nel G.G.G.. La sua intempestiva audacia gli è costata i favori di Klausia Regina di Cadonia (vedi), con cui ha - da allora - reiterato querelle su querelle spesso incomprensibili ai non addetti ai lavori.

IL RITORNO DI PIGIBERUS

Pigiberus guardava perplesso i messaggi che via via riceveva dai suoi corrispondenti sparsi nei Territori del Golem. Era appena ritornato al suo studio-spelonca dopo una lunga assenza dovuta a un seminario di aggiornamento sulle tecniche più avanzate di inzigamento che gli avrebbe consentito di scrivere sulla sua pergamenina da visita Dott. Pigiberus, Magno Inzigator. Per lui, vago formatore psicantropico e picaresco istrione vagante per i siti orboterrari, questo poteva presentare l'opportunità di aumentare ancor più la sua personalità, già così sovrabbondante, da crearne una doppia o tripla a seconda delle circostanze. Pensava con affetto alla sua penultima personalità, Viviane Lomaire, che per qualche giorno aveva fatto rodere di invidia Klausia di Cadonia e Ubalda di Celania; e alla piccola e improvvisata Milena Miles che aveva levato dal naso del Prence di Biaghstan il contributo no 1000 al quale teneva in modo particolare. Pigiberus si era segretamente infatuato della Fata Colombina da quando questa, con la sua bacchetta magica aveva trasformato UNA PIGRA COMUNISTA SIRIANA in una POLTRONA DI DAMASCO ROSSA che aveva poi spedita alla regina Ubalda di Celania per mantenerla tutta calda. E adesso dal suo studio-spelonca osservava tutti i frenetici preparativi dei Nobili per partecipare alla prima e ultima edizione dei magnifici G.G.G. Vedeva soprattutto gli sforzi sovraumani di Alzh I per far giungere tutti gli invitati in tempo per l'apertura dei G.G.G. Ma lui sapeva che una volta convenuti colà non sarebbero stati solo baciamano ed inchini; cosa si sarebbero detti lo Scatologico Longobardo e l'Eterea Ausonica? E quali complimenti si sarebbero scambiati il profugo Pizzomane e la Serenissima Cassireriana?
Ah, saperlo, saperlo.

Mentre i tecnici dell'Alzheimeritalia - la compagnia di stendardo di Alzheimerstan - tentavano di recuperare la scatola nera (in realtà era color viola-becchino) della mongolfiera di Re Jetto, distrutta da un missile terra-aria lanciato da Virus, il figlio inetto e irresponsabile di Alzh I, quest'ultimo, ripresosi da un attacco di ulcera duodenale causatogli dall'ultima impresa del suo rampollo, stringeva in pugno una pergamena, miracolosamente scampata all'incendio dell'aeromobile. "Ecco finalmente la lista degli invitati... 'Orpo..." - si guardò nervosamente intorno in cerca del suo fedele e gigantesco servitore nerovestito, che in quel momento era però dal dentista - "come è lunga!".
E si mise a leggere, non senza essersi assicurato che Norton - l'enorme e feroce mastino cadoniano che aveva comperato per tenere a bada Virus, il suo figliolo inetto ed irresponsabile - fosse di guardia alla porta.
"Da Re Jetto, sovrano di Sfighaland a Alzh I, Vizir di Alzheimerstan, Ave atque Valium! Senza pregiata Vostra a riscontrare, comunichiamoVi qui di seguito i nominativi dei Grandi della Terra Conosciuta che parteciperanno alla grande festa indetta per il G.G.G. insieme a parenti e famiglia: Re Visore de' Conti, con il suo fratello minore Re Gioniere; Re Dattore con la moglie Cronaca e le figlie gemelle Rosa e Nera; Re Fuso con suo fratello Proto, sempre a correggerlo; Re 'Ostato con suo fratello Re Sistenza e i figli Volt, Watt e Ohm; Re Parto, con suo fratello Cesareo; Re Porter con i fratelli, Cole e Scoop; Re Plicante con la figlia Blade, il genero Runner (vincitore dell'ultima maratona di Biaghland) e i nipotini Wilkinson, Gillette e Bic; Re Sidence, con il fratello minore Meublé; Re 'Ginella, che è un po' gay ed ha annunciato che verrà co' 'na vesta scollata, 'nu cappiello co' e fronne e co' e rrose e porterà pure tre o quattro sciantose; Re Pellente, da solo. Restiamo in attesa di cortese sollecito riscontro, anche per le vie brevi, e passiamo ben distintamente a salutarVi." "Norton! torna qui", urlò all'improvviso Alzh I, chiamando l'enorme e feroce mastino cadoniano che stava freneticamente correndo tutt'attorno nel tentativo di afferrare al volo il boomerang che Virus, l'inetto ed irresponsabile figliolo, gli scagliava d'oltre un'ora. Troppo tardi: sfinito dalle inutili e ripetute rincorse, Norton (l'anti-Virus) crollò al suolo esanime.

Erano le tre del mattino quando Alzh I, V.D.A., G.M.D.G., R.D.V.T.D., S.D.N., S.D.P.L. (GE), fu svegliato da un canto stonato, sgangherato e sconnesso che lacerava la quiete della tiepida notte alzheimeria. Per un attimo pensò che sua moglie, quella gran "Zokkol" di Germen, stesse copulando con 'Orpo, il suo gigantesco e fedelissimo servitore nerovestito. No, neanche nell'akme (termine alzhmerio che si può tradurre con akme) della passione Germen era capace di tanto. Riconobbe la voce: era quella di Virus, il suo inetto ed irresponsabile figliolo. Per un attimo pensò che Norton, l'enorme e feroce mastino cadoniano, lo stesse sbranando. Il cuore gli balzò in petto per la gioia, peraltro di breve durata: si rammentò che Norton era ancora svenuto dopo aver rincorso invano il boomerang che Virus gli aveva lanciato per ore. Ristette ad ascoltare e percepì le parole di quella stralunata serenata:

"Ubalda dolcissima Ubalda
dei canti d'amor sei l'aralda:
frescura d'acquifera falda
che - gelida - il cuore riscald.
Ubalda dolcissima Ubalda
sei bella, sei tanta, sei calda
nel cuor la passion si rinsalda
....."

La voce si fece esitante e poi il canto si interruppe. Del resto chi riesce a trovare altre rime in "alda"?
Dunque Virus, il suo inetto ed irresponsabile figliolo, nonostante le apparenze aveva qualche cosa di umano. Evidentemente - dopo aver tanto sentito poeti e trovatori cantare la bellezza e la generosità della Regina di Cadonia, nota in tutto il Golem per la liberalità dei costumi e per le misure dei suoi reggiseni - il mostriciattolo se ne era innamorato.
"'Orpo" pensò Alzh I e subito il fedele e gigantesco servitore gli si prosternò dinanzi. Nerovestito nel buio della camera da letto poté schivare la pedata rituale. "Eccomi, Vizir! Mi avevate pensato?". "Sparisci, svanisci, scompari, sublimati, se non vuoi che la tua testa domattina adorni il più alto pennone della torre della mia sontuosa dimora" - sbraitò Alzh I.
Mentre 'Orpo si rialzava frettolosamente - si era prosternato come sempre al bacio della sacra pantofola del Vizir - lanciò un urlo lacerante: una freccetta di carta, scagliata dalla infallibile cerbottana di Virus, l'inetto ed irresponsabile figliolo d'Alzh I, gli aveva dolorosamente trafitto l'ampio e nerovestito deretano.

MARCOBALDO INCONTRA RE FUSO

Dietro di loro, un unico, enorme girasole stava crescendo a vista d'occhio, ed aveva già superato in altezza la più grande delle torri della residenza di Sabatiland. Stupefatto, il Principe chiese a Marcobaldo: "Ma cosa coltivi?". La risposta fu tautogrammatica: "Girasoli giganti." "E a che servono?".
"A far danni." Il Principe sospirò, ed evitò di commentare. Certo che il mondo di Golem era pieno di gente perlomeno particolare. In quel momento, vide un individuo dall'aspetto spaventosamente stanco, che arrancava alla volta della residenza di Sabatiland. "Aspettiamo qualcuno?". "Re Fuso." "Veramente mi pare di essere stato abbastanza preciso."
"Stiamo aspettando il Re Fuso." "Quanti ne vuoi: Parcobaldo, Sabotland, Dadonia, Rubalda, Verus..." Si interruppe incrociando la sguardo truce di Marcobaldo, ed istantaneamente realizzò che il forestiero era, in effetti, Re Fuso. Generosamente, si lanciò in soccorso del nuovo ospite, che stava per crollare davanti a loro.
"Come ti senti?" dissero all'unisono i due amici. "Sono fuso." "Sì, lo sappiamo, ma come stai?". "Sono fuso."
"Va bene, lasciamo perdere. Siediti, e raccontaci cos'è successo."

"Mi presento, sono Fuso
per gli amici son Fusillo
e con l'animo busillo
camminando me ne vo

voglio andare come gli altri
a giocar col Golemondo
ircocorvi e girotondo
cinegiochi e giù di lì

io non sono specialista
d'enigmistiche crociate
spero solo tre cassate
me la chiavo con un sì."

Peppina uscì sulla porta del palazzo attratta dalle voci provenienti dalla strada. Un gruppo di uomini giungeva a corte recitando bellissimi versi; alla delegazione dei carcerieri pentiti si erano uniti, lungo la strada, quasi tutti gli uomini del borgo, come sempre accadeva quando qualcuno recava poesie alla Regina. Il Tuareg aveva seguito quel popolo recitante, prima in silenzio e poi, per non essere da meno, aveva cominciato anche lui: "m'agg accattat nu cammell / m'agg accattat nu turbant / nu turbant a 'a Rinascent". "I Re Magi!" esclamò Peppina, e tornò di corsa nel palazzo ad avvertire la Regina.
Marcobaldo e il Principe si scambiarono uno sguardo di compatimento che stava a significare "Questo più che Fuso è completamente rincoglionito!". Mentre si accingevano a confortare il povero demente, il Principe sentì cadergli sulla testa una cosa molliccia e maleodorante.
"PorcoGioveGiunonVaccaVenerTroiaMarteCulo! - esclamò ricordando quell'antica espressione greca appresa ai tempi del liceo, che denotava stupore, disappunto e leggera contrarietà - adesso ti faccio allo spiedo, bastardo!".
Poi guardò in terra e vide l'incolpevole Cellulare che, ripresosi da poco dal suo stato comatoso, faceva del suo meglio per massaggiarsi con le alucce la parte lesa dalla sassata, e che gli fece "Chichichichirp!", che lui interpretò come "E che cazzo vuoi da me, non vedi che me ne sto qui cercando di farmi passare il dolore alle balle che per poco quello stronzo del tuo amico non mi ha frantumato??!!".
Alzò quindi gli occhi al cielo e vide svolazzare un identico volatile, che riconobbe immediatamente essere Exuberus, il fratello gemello di Cellulare, che lui aveva regalato molti anni prima al suo vecchio compagno di studi Pigiberus, di cui non aveva più avuto notizie recenti.
Exuberus gli si posò sulla spalla e gli tubò nell'orecchio, cosa che procurò al Principe una temporanea sordità, ma che comunque intese voler dire: "Cazzo, sono tre giorni che ti cerco, se non fosse per quell'odore di merda che ti sei lasciato dietro per tutta la contrada, col piffero che ti avrei trovato! Pigiberus vorrebbe avere l'immediato conforto della tua presenza, quindi alza le chiappe e muoviti!".
Si levò in volo e lasciò il Principe fortemente perplesso sul da farsi, dato che prima dell'arrivo di Re Fuso stava concordando con Marcobaldo un "puttantour", come erano avvezzi fare ai vecchi tempi.
Il Principe di Biaghstan stava manifestando le sue perplessità a Marcobaldo, perché il suo innato senso dell'amicizia lo spingeva a raggiungere immediatamente il vecchio Pigiberus. Il Reggente gli disse "Peccato, ho saputo che è appena arrivata una bellissima etéra dal Regno di Slovenia: pare che sia diplomata in lingue e che in questo superi di gran lunga tutte le cortigiane del Granducato dell'Emilia e della Contea di Washington. Ha solo una lievissima imperfezione fisica che la porta a zoppicare leggermente, e per questo si fa chiamare Cjolanka Sbilenka".
"Beata lei - pensò il Principe - io ce le ho tutte e due!" e questa triste constatazione lo portò a preoccuparsi di come avrebbe potuto fare a raggiungere il lontano amico. Considerò per un attimo l'idea di farsi prestare Bel Pistolino (elefante sacro) che era tuttora privo di sensi, ma poi gli venne in mente che gli elefanti sono noti per la loro eccezionale memoria, e decise di non arrischiare.
In quel momento si udì uno scalpiccìo di zoccoli e con uno sfàglio1 un bianco cavallo si arrestò in derapage davanti a loro.
Il cavaliere smontò e porse loro due missive, dicendo "Sono il Messaggero Veneto." "Grazie, io leggo solo il Corriere della Sera - lo interruppe il Principe, poi rendendosi conto di avere sparato una cazzata clamorosa disse - prego, continui pure". "... e devo consegnare questo messaggio della Dogaressa a tutti i Sovrani del Golem".
Guardando meglio il cavallo il Principe riconobbe in lui il suo destriero. Gli disse "Twingo, sono io!". Lui lo guardò con diffidenza, lo annusò e suonò alto un nitrito2, che significava "Meno male che hai smesso di travestirti da cloaca!".
Il Principe disse al Messaggero "Guardi che questo cavallo è mio!". "Mi importa una sega - rispose brusco il messo, che aveva ascendenze toscane - l'ho trovato per strada e a caval trovato non si guarda in bocca!".
Il Principe si rabbuiò in viso, poi disse "Guardi che le sono caduti degli scudi dalla tasca". Il messo si piegò per guardare nell'erba, il Principe si girò rapidamente e gli sparò in faccia un peto da competizione, che lo buttò cinque metri più in là.
Si mise in tasca Cellulare, che sembrava avere recuperato la sua integrità, montò a cavallo, questa volta con estrema circospezione, e salutò il suo amico "Addio Marcobaldo, per la pizza e le zoccole ci rivediamo un'altra volta!".
Marcobaldo, intento nella lettura della missiva, fece solo un distratto cenno di saluto con la mano, mentre si rabbuiava sempre di più in viso man mano che procedeva.
Mentre alle sue spalle il Girasole Gigante cresceva a ritmi da foresta pluviale ed iniziava ad oscurare la luce del sole, Marcobaldo era sempre più buio e cogitabondo. Era convinto di essere l'unico a sapere cosa si nascondesse dietro la repentina scomparsa di Klausia, Regina di Cadonia, Dogaressa di Ca' dei Doni, Amministratrice dei Faldoni, Creatrice e Gestora di Cadonet, la madre delle reti. Conosceva la Dogaressa dai primi tempi del Golem, quando il popolo dei Golemiani era ancora uno sparuto gruppetto di manipolatori di senso, e sopravviveva cacciando ircocervi e organizzando cinegiochi d'azzardo clandestini. Solo dopo, molto tempo dopo, il Mago Bartezzago aveva frullato e triturato e macerato e distillato il meglio del peggio del loro lavoro, e questo aveva dato nuova linfa alla loro comunità. Ai tempi d'oro degli spacciatori di finneghismi, era stato lui a stabilire i primi contatti tra cellule di sintetizzatori di biogrammi, e Klausia era stata la prima a svelarsi a lui.
Fu momentaneamente distratto dall'arrivo dell'etéra annunciata dal Principe. Una donna stupenda, slanciata, armoniosa. Il suo viso regolare, con grandi occhi chiari ed espressivi incastonati tra una fronte luminosa e zigomi di orientale dolcezza, era illuminato da un sorriso di gentile sensualità. Le dolci curve che ipnotizzarono lo sguardo di Marcobaldo mentre scendeva pigramente lungo il corpo dell'etéra, accompagnavano musicalmente i movimenti elastici della ragazza. Marcobaldo respirò profondamente il profumo che emanava dalla carnagione rosea e vellutata della giovane.
"Come ti chiami, divina creatura?". "Cjolanka Sbilenka." "Non è possibile, prodigio del creato." "Mio signore, giuro su quanto mi è di più caro - e guardò il Reggente in modo inequivocabile - che il mio vero nome è quello che ti ho appena confessato."
Marcobaldo vacillò, al sentirsi chiamare in quel modo, ma tenne duro. "Mia cara, questo nome non ti fa giustizia. D'ora in poi, per me e per tutto il popolo di Golem, tu sarai Elettra." "Perché proprio Elettra, mio signore?". "Perché, mia diletta, il letto si addice ad Elettra."

IL REGNO DI CADONIA

Il regno di Cadonia era da sempre il più difficile da contattare. Di tutta la regione era l'unico in cui mancassero completamente i piccioni viaggiatori. In loro vece nugoli di colombi infestavano il paese. La loro popolazione era cresciuta in modo incontrollato a causa dell'eccesso di cibo a loro distribuito dalle torme di turisti giapponesi che infestavano quelle terre. Anche la comunicazione via terra era pressocché impossibile: i messi erano impossibilitati al viaggio dal costante stato di allagamento della terra. L'eremita Venantius pedalava spedito sulla bicicletta celaniana, pensava a tali problemi e brontolava. "Io che posso scrutare il più lontano futuro (ma solo di notte e quindi non vedendo niente), io che so ricavare acqua dal ghiaccio con la sola imposizione delle mani, io che posso oscurare il sole con il solo uso di un ombrellone, io che so distinguere il cielo dalla terra, io che... io..."
Tutto assorto nella ricerca del filo, il vecchio non si accorse che la sua lunga e fluente barba bianca si era impigliata nella catena della bicicletta. Lo strappo fu improvviso, la testa del profeta venne tirata in basso mentre le gambe roteavano in aria oltre il manubrio. Il crollo fu precipitoso. Il vecchio giacque inconscio in mezzo alla strada.
Una contadinella abitante nei paraggi venne in soccorso, attirata dal trambusto. Si inginocchiò nei pressi del profeta precipitato e tentò di rianimarlo. Il vecchio aprì stancamente gli occhi e proferì:

"Tanto va la gatta al lardo
è difficile capire
il suo sguardo è una veranda
trotta trotta Cocco Bill."

"È più di quanto mi aspettassi", disse preoccupata la donzella non sapendo che quello era il modo normale di parlare del vecchio.

"Dimmi o giovane fanciulla
che qui intorno avesti culla
questa terra tanto brulla
non è forse Cadonland?".

"Sissignore! Se guardate in quella direzione, affilando lo sguardo per penetrare le grigie brume, potete intravedere la torre della nostra Regina". E così era, in distanza si vedevano i contorni sfumati di un alto pilastro bianco che pareva bucare il cielo grigio. Nella mente del vecchio ritornò il ricordo dei giardini rigogliosi che si trovavano in cima ad essa.
Sentendosi rinvigorito si rialzò e chiese alla donzella di condurlo ad un traghetto che lo potesse portare alla reggia.
Giunsero in riva ad una fetida palude. Dalla nebbia uscì una zattera guidata da un vegliardo ancora più vegliardo di Venantius.

"O spettrale capitano
della zattera fatale
che guidato da un fanale
vai avanti e poi in drè,

portami sull'altra sponda
dove scroscia forte l'onda
e ch'io veda la gioconda
faccia della tua regin."

Il nocchiero borbottò qualcosa in lingua incomprensibile. La ragazza tradusse: "È in sciopero." Ma il vecchio Venantius conosceva la parola segreta che rendeva schiavi tutti gli abitanti di Cadonia. "Te sbiro!".
Sentendo ciò il nocchiero lo accolse sulla zattera e cominciò a spingerla verso il mare aperto con una lunga pertica. La zattera cominciò ad affondare immediatamente.

"O nocchiero incompetente
chi t'ha dato la patente?
su veloce immantinente
torna sulla terra ferm."

Ma era ormai troppo tardi. Il nocchiero affondò nella palude e non riapparve più. Il vecchio Venantius si salvò a nuoto. Giunse su un'isola in cui si sentiva un concerto quasi assordante di miagolii. Tra tutte quelle voci feline ne riconobbe una. "Maramao!" gridò.
La Dogaressa contemplava ammirata le evanescenti cupole marciane, il profilo del campanile - che ahimè, fermo restava a scalatori persi, quel Sansovino sì mal terminato da altrui mano, che sempre la metteva di cattivo umore quando il suo sguardo incontrava la Libreria con le Procuratie, mentre gli ori risplendevano contro il declinar del sole.
Seco medesima ragionava sul da farsi, mentre divisa stava tra l'impulso al riso ed il pensier "Te sbiro".
Era filtrata dalla rete la notizia di nuova Lega Santa contro di lei promossa dal Grande Evangelista con grande proliferar di Epistole per ogni dove, indirizzate a cristiani e a gentili, sia in forma pubblica che in più segreti modi. Era stupita che un sant'uomo, che avea stimato fine tanto da sostituir con esso il suo patron Teodoro, in ore certo perse del suo tempo scendesse in bassa corte a preparare i suoi veleni di nascosto tra le ancelle. Meno stupita s'era quando aveva visto che l'esegesi a certi versi suoi, e deduzioni prestamente tratte, forse ancor pria della lettura, era stata una ed una sola, con gran scandalo di logico qualsiasi che sa, e non da ieri, che soluzion possibili ogni enigma ha indeterminate - Cartesio stesso questa fallacia rammentava spesso a chi volea prender partito per una sola ipotesi, come la sola vera.
Un merlo s'infrascò tra i rami di camelia e lei pensò che in fondo di chiarire non aveva voglia, a orecchie che nemmeno sanno - nemmeno quand'è calcato esagerato ed iperbolico - riconoscer un pezzo di registro che si vuol volgare, appunto sottolineato nel suo essere volgare, citazione. Eppur cambiar linguaggio, registri e tono era un suo tratto, noto agli ambasciatori del Ducato di Milano, alle dame di Colombilia, del divertito Dux, del Pio Cero minore e dei molti altri che erano nel suo dominio lietamente convenuti il di' del Redentore, a rimirare, in un barcon di ventisei persone - un solo assente - dignitari Golemiani e lor signore convenuti da ogni dove, i fuochi d'artificio tra mille imbarcazion nel canal della Giudecca e scambi di prosecchi con angurie, torte di zie e dolci della nonna con sarde alla cipolla prima fritte in gran padelle e marmitton di bigoli con salsa ceduti contro olive d'ascolana zia, cuciniera portentosa.
Nemmeno di chiarire le garbava quanto ristretto e stranamente ottuso sia lo sguardo di chi vorrebbe individuata nel calcar gessetti sull'ardesia nera solo una certa classe tra le infinite di elementi che quotidie vergan segni strani su lavagne e che geometri possono esser logici, fisici, economisti, matematici, statistici, ingegneri, scultori e pittori d'accademia e così via per non parlar di quelli che altre lingue sanno, che vergano sul nero altri alfabeti, da convertir infin nel nostro veneziano. E le lezion di metrica, giusto per stare un tema, non ricordate voi lettori?
Questo rimuginava seco.
La Dogaressa della repubblica dei veneziani, e di starsi Serenissima decise, come miglior partito, a spolverar devota le copertine dell'amato tomo neokantiano brindando con un "eccellente Marzemino!" - Leporello in un canto -, che a lei non ricordava punto Concilii Domenicani o catechisti della domenica, ma Ceneda la guelfa, non l'Evangelista marciano ma Da Ponte librettista.
Quand'ecco all'orizzonte profilarsi...


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