Le Alture di Golem - 5


Le Alture di Golem - Capitolo V


Indice

- Le pene d'amore di Georgiano
- L'anima dolente dell'Ubalda
- L'otto marzo

LE PENE D'AMORE DI GEORGIANO

Georgiano si svegliò, ma udì uno strano silenzio intorno a sé. Era abituato a sentire le risate delle sentinelle che lo prendevano per il culo, ed ora non capiva. Si avvicinò alle sbarre e vide solo una sentinella, che dormiva beatamente accanto ai mazzi di chiavi delle celle. Avrebbe potuto raggiungerle facilmente, ma memore della promessa fatta di giacere nell'umida prigione fino all'arrivo della bella Ubalda, non osò. Svegliò la guardia e chiese dove fossero andati tutti; la guardia raccontò l'accaduto e si ricordò anche dell'ordine impartito dalla regina di liberare il prode cavaliere.
Georgiano era libero, ma covava in lui ancora il desiderio di parlare di persona alla bella regina. Corse a procurarsi tutti i gelsomini che trovò, per farne dono ad Ubalda e per chiederle umilmente di accettare il suo invito alla festa del Re Jetto. Di fronte ad un rifiuto si sarebbe tolto la vita? L'idea era quella, ma lui sapeva di non avere le palle per farlo. Così confidò nella sincerità dei suoi sentimenti e della sua devozione per far colpo sulla bellissima regina, e le scrisse un biglietto:

"Oh gran pezzo dell'Ubalda
co' tuoi fiori mi presento
e farestimi contento
se volessi dir di sì;

non ho regno né dimora,
perlomeno fino ad ora
se vorrai vedermi ancora
getta un fiore di lassù"

Avrebbe dato il messaggio all'amata ed avrebbe atteso la sua risposta sotto la sua finestra, come nella migliore tradizione. Legò il biglietto ad un sasso (visto che il suo piccione Icaro se l'era probabilmente mangiato Venantius), e lo scagliò contro il vetro della finestra di Ubalda. Il sasso rimbalzò e gli ricadde dritto sulla testa. "Maledetto plexyglas" pensò, e riprovò con più forza, e con più forza il sasso gli ricadde in testa. Tramortito, raccolse tutte le sue forze e tentò di nuovo. Finalmente il vetro si ruppe, non senza precipitare in mille pezzi addosso al prode cavaliere, che cadde a terra svenuto tra tonnellate di gelsomini e litri di sangue. Si sarebbe mai affacciata l'Ubalda, leggendo il biglietto? E lo avrebbe soccorso o lasciato lì a dissanguarsi per amore? Privo di sensi, Georgiano sognava; sognava il ricevimento di Re Jetto, lui e Ubalda lì insieme, mano nella mano, e tutti i sovrani che lo invidiavano, e Ubalda pazza d'amore per lui che chiedeva di sposarlo: chiaramente un sogno.
Georgiano si svegliò in un comodo letto. Era quello dell'Ubalda? No, se fosse stato per lei, sarebbe certo morto dissanguato sotto la sua finestra. Ma allora dove si trovava? Si guardò intorno e vide che era in una piccola casa di quelle che si vedono per le vie della capitale celana, e accanto a lui sedeva una donna che lo guardava con un grosso sorriso. "Finalmente ti desti! Disperavo sulla tua sorte, visto lo stato in cui ti raccolsi ai piedi della reggia. Mi chiamo Adelinda". "Io sono Georgiano da Barbaria" rispose pronto il cavaliere, sentendo tornargli le forze "cosa mi è mai accaduto?" "Sei un altro sedotto e abbandonato da quella mangia-uomini della regina; sapessi quanti ne ho visti finire come te" rispose la donna aiutandolo ad alzarsi a sedere, per porgergli una tazza di brodo. I due cominciarono a parlare e Georgiano apprese le nuove delle Alture. Ascoltò la donna narrargli dei venti di guerra che soffiavano tra i regni di Cadonia e di Sabatiland, cui seguì, non si sa per quale nesso, l'idea di abbandonare il progetto dei GGG, a causa delle ferie che alcuni dei sovrani volevano prendersi per dedicarsi al loro otium letterario; questa almeno era la versione diffusa dagli araldi nelle piazze di tutte le città del regno, ma tra il volgo, come sempre il più acuto degli storici, si vociferava che i rapporti tra i sovrani delle Alture non fossero più così idilliaci; non che la guerra tra Marcobaldo e la Dogaressa avesse già determinato gli schieramenti (anche se la via delle alleanze era già stata battuta da qualche sprovveduto), ma gli altri regni soffrivano della mancanza di comunicazione tra i sovrani, ognuno dei quali proseguiva per la sua politica curandosi raramente delle altrui posizioni, coinvolgendo assai poco i reggenti vicini. Il popolo delle alture, unico ceppo etnico e unito anche da un comune senso di fratellanza, soffriva di questo distacco e auspicava una più intensa collaborazione tra i sovrani per il bene delle Alture di Golem. Georgiano passò un paio di notti di convalescenza riflettendo sulla situazione, poi decise di partire. "Dove andrai, prode guerriero? Dove mai il vento condurrà le tue ancor fragili membra?" gli chiese Adelinda sulla soglia, mentre lui montava sul cavallo da lei procuratogli per il viaggio. "Non lo so ancora, mia cara amica. Percorrerò le Alture in cerca di qualcuno che mi aiuti a smuovere le torbide acque in cui annega il popolo golemiano" rispose il cavaliere. "Ti rivedrò?" continuò Adelinda mentre il cavallo si allontanava. "Certamente, cara amica. Ti ho ringraziato?" disse Georgiano voltandosi leggermente. "No" replicò la donna. "Lo farò"1 fece Georgiano, e spronò il cavallo verso il fondo della strada. Si lanciò al galoppo e i suoi occhi socchiusi dal vento e dal sole guardavano avanti, ma nella sua mente il pensiero andava al di là della strada, a cercare l'unico uomo delle alture che potesse aiutarlo in tale impresa: il principe di Biaghstan. Mentre una mano accarezzava dolcemente un gelsomino conservato nella tasca, a ricordargli la sua amata; purtroppo ormai solo un ricordo.

Georgiano cavalcò a lungo e giunse finalmente al confine col regno di Biaghstan. Al canonico "chi va là" della guardia di frontiera, il cavaliere rispose fieramente "Georgiano da Barbaria" e, fingendo di ignorare il pernacchione che aveva seguito la presentazione, aggiunse: "Sono qui per far visita al mio caro amico, vostro regnante, per questioni di importanza internazionale." "Al tempo, cavaliere: il principe non calca queste terre, in questi giorni" gli disse distratta la guardia. "E dov'è, di grazia?" chiese stupito Georgiano. "Sta recandosi a visitare lo suo antico compare Pigiberus" rispose la guardia. "E quante lune trascorsero dalla di lui partenza?" continuò Georgiano, ricevendo come repentina risposta: "Non lo si rimembra al momento, ma posso darti rassicurazione: lo Principe è uno che cazzeggia per lo cammino, va a donne e a procacciarsi ogni sorta di guai. Se lo tuo ronzino lancerai al galoppo, opererai di certo lo sorpasso in poco tempo". "Vi ringrazio, gentile e onesto amico: tesoro farò del vostro consiglio. Grato vi sarei se voleste, qualora vi giungessero sue nuove, far riferir allo sovrano di mia recente venuta e lo motivo. Vi saluto" disse Georgiano congedandosi. Puntò il muso del cavallo verso la dimora di Pigiberus, e via al galoppo. Il cavaliere era ancora debole, ma non sentiva la stanchezza, animato com'era da superiori motivazioni. E anche quando le sue membra lo scongiuravano di concedersi riposo, lui continuava la sua marcia sorretto dal pensiero della bella Ubalda.

"Oh gran pezzo dell'Ubalda
perché così mal trattasti
chi t'adora, e non degnasti
lui di considerazion'?

Io darei per te la vita
(e per poco non l'ho data)
sarà mai ricompensata
la mia grande devozion'?

Tornerò, mia bella Ubalda,
per guardarti un giorno ancora:
che sia l'ultimo, se allora
il tuo amore non avrò!"

... pensava tra sé Georgiano, accarezzando il suo gelsomino nella tasca, afflitto dalla lontananza dell'amata. Ma l'avrebbe davvero rivista? Certamente non prima d'aver risolto i più gravi problemi che affliggevano le Alture: impresa che lo avrebbe innalzato a grande splendore di fronte agli occhi dell'Ubalda, o almeno lui lo sperava.

L'ANIMA DOLENTE DELL'UBALDA

Mentre Ubalda guardava dalla finestra il tuareg che, confuso, rimaneva incerto sul da farsi, fu quasi stordita da un intenso profumo di gelsomini. Si accorse solo allora di tutti quei fiori e pezzi di vetro e della finestra scassata, e chiese spiegazioni. Una guardia le raccontò brevemente di un seccatore che aveva combinato un macello mentre lei dormiva, vittima di uno dei suoi attacchi di eta-betite, ma le assicurò che non era stato incarcerato; le consegnò anche un biglietto che aveva trovato da qualche parte. Ubalda si raggelò - solo per un attimo, data la presenza di tutti quei gelsomini - ma sprofondò nella tristezza. E a niente valse, stavolta, il caffè della Peppina. L'uomo sul cammello non era Restacummé - ora ne era certa - e l'uomo che per aver sciolto i suoi ghiacci aveva pagato ingiustamente con il vituperato carcere, ora chissà dove giaceva, ferito e deluso. Ubalda ordinò che si chiamasse la fata Colombinha, quella bella fata incontrata un giorno proprio sulle alture del Golem. Qui Colombinha le aveva svelato di essere in Celania, in terra e in ogni luogo, e che bastava farle un fischio, quando avesse avuto bisogno di lei. E ora Ubalda ne aveva bisogno. Doveva ritrovare quel gentiluomo, l'unico che non aveva pensato a metterle subito le mani addosso, che non era fuggito, davanti al suo ghiaccio, ma l'aveva sciolto col profumo dei fiori... Anche Ubalda aveva un cuore, ma nei Regni Uniti nessuno lo sapeva, anzi correva voce che una sua biografia non autorizzata le attribuisse arci-tette sesta misura e non le riconoscesse altro che superficiali conoscenze carosoniane. Triste come non era mai stata, Ubalda andò a raccogliere tutti i gelsomini e li sistemò in un vaso accanto al suo letto. Subito dopo, scrisse una lettera a Venantius, il cicloeremita:

O Venatius, caro amico,
tu che vaghi in bicicletta e
te ne freghi della tetta
nelle tue meditazion,

tu che, saggio, puoi scrutare
la mia anima dolente,
tu che non sei deficiente,
o Venantius, io ti preg

fammi don di tua presenza
vieni a farmi compagnia
ti ospiterò a casa mia e
ti faccio gli spaghett.

Intanto il vecchio eremita Venantius stava rallegrandosi nel rivedere l'amico che aveva lasciato alle prese col piccione Cellulare sulle alture del Golem:

"Marameo, rosso felino
rivederti è un gran festino
brinderei con del buon vino
se ne avessi solo un po'"

Il gatto rispose con altrettanto ardore, invocando subito coccole: "Miao, maestro, massaggia mio mento". Questo era l'idioma maramesco che il vecchio aveva imparato a decifrare negli anni.

"Ti lasciai dentro la grotta
alle prese col pennuto
ora qui sei comparuto
come è andata questa stor?"

"Miaaao, misero Maramao! Mefitico merlo meditavo mangiare. Ma
mancai morirlo, miao. Mi mancava merenda. Meditai mangiare
more, mirtilli, mosche, meringhe, mocassini. Mi memorai maramei
marini. Mangiar merluzzo molto migliore, miao. Molte miglia
miagolai, mugugnando meste melodie. Ma mi meritai meta."

Effettivamente il luogo pullulava di felini, e pareva non esservi sull'isola alcun altro abitante. Venantius non si disperò molto, anzi si rallegrò di aver ritrovato l'amata solitudine. Trovata una grotta su un'altura da cui si vedeva il tratto di mare che divideva l'isola dall'irraggiungibile torre eburnea della Dogaressa, si mise in meditazione. Maramao si accoccolò beato vicino a lui. Poteva sentire il tessuto dell'essere fluire nella sua mente; gli parve cogliere nella struttura dell'universo delle incrinature, delle dissonanze, come se il Tutto non fosse guidato dalla mano sicura dal Creatore, ma improvvisato di volta in volta da Autori folli e in perenne disaccordo. Ad un certo punto credette di vedere un senso, un perché, ma quando guardò meglio si rese conto che si trattava solo di una strana nave a forma di cavallo che scivolava sull'acqua in direzione della torre. Si alzò di scatto e cominciò a sbracciarsi gridando:

"Voi dell'ippobastimento
attendete un sol momento
ed al mio predicamento
date almeno un po' di rett.

Sono un vecchio eremita
su quest'isola mia vita
fino al giorno ch'è finita
io non voglio trascinar.

Quindi datemi soccorso
solo un po' mutate corso
si lo so vi sembro un orso
ma son uomo come voi."

I marinai della nave non capirono i farfugliamenti di Venantius, e pensarono bene di tenersi alla larga da quel vecchio lunatico.

La Dogaressa di Ca' dei Doni si risvegliò che il vento voltato era a Scirocco, i sogni dissipati da un profumo che il vento misto a sabbia dolcemente adduceva pe'saloni nel primo lumeggiare del mattino.

"Aprite le finestre a primavera! - disse, affacciata alla finestra, a'
soliti stupiti trecentoventi giapponesi dell'ostello dirimpetto -
Cos'è questo profum di gelsomini, che giunge a me fuori stagione?
E quest'aroma di caffè sì forte?
... più non mi par idrogen solforato, come dapprima...
Ma io sognava, invero, la smarrita!
Tutto quel caos, e pizze, e puzze e pur questo dannato puzzle, dove
non so più cosa son cosa faccio,
or di fuoco ora sono di ghiaccio."

- con salto ardito concluse: - "non vorrei mai scambiar le cose e
domandarmi se son desta o sogno e poi finir da' cherubini al
calderòn fumante, o peggio, al Marzulino della notte fonda"

Cercò nelle cucine: servi nessuno, ne' famigliari d'intorno; brillanti cuccume napoletane stavano al loro posto e non sul focolare, salì in terrazza e i gelsomini stavansi coi fiori ben racchiusi, ancora rosi dall'inverno che in queste terre li serra fin l'aprile... Diresse le sue nari a mezzogiorno, che subito pervase quel misto tutto arabico e jasmino: è il dolce Sud che vuol che dolci aspirazioni noi si percepisca insieme? Conquistami natura aromatica e fragrante! (gli cadea tra le braccia. O dolci baci o languide carezze) Si sovveniva - ma questo altro era discorso - del glicine odoroso e di Roxane, amica d'Occidente, cui fea la corte l'uom che da eccellente usava sì il fioretto, imbattuto spadaccino, ma ancor più mirabilmente il verso alessandrino. Per via di fiori profumati o piante rampicanti o rami di cucina, per stanze arioste, o versi a tutto spiano - non si sa per quale collettiva associazion d'insiemi - tutto ciò la riportava alla signora di Celania, che fama avea di donna bellissima e ubertosa e cuor di rime e ritmi e d'appetiti desti (s'era scoperto di recente, con certo scandalo, un suo abbandono perfino con Re Itano!), e che usa era a rimirare sue vestigia in uno specchio alquanto strano, d'ispanica fattura, trovato in Francia, che nome avea Mirò. Miròmao, credendosi chiamato, perché da sempre riteneva che nomina sunt consequentia rerum, si stiracchiò per bene e venne a mordicchiare la dogal caviglia, in attesa che certa sua stoviglia fosse riempita con certi prediletti croccantini odorosi di merluzzo - i merli li lasciava a ornare e orlar le torri. Mangiato ch'ebbe e sbadigliato, si stese lungo lungo a completar la digestione mattutina al sole.

L'OTTO MARZO

Era l'otto marzo. E questa data riportava ancor più alla mente di Georgiano la bella Ubalda; non perché fosse donna da festeggiare, ma per quella sua avversione a tale festa, che aveva bandita dal suo regno. Tornavagli alla mente quell'otto marzo in cui portolle gran cesto di mimose, e i conseguenti insulti. Quand'ecco, mentre ancora era sulle tracce del principe di Biaghstan, sovvenire l'infelice decisione di sostare in una piccola radura, a riposar le stanche membra. Infelice perché non sapeva il cavaliere essere quello il territorio di caccia di perfidi briganti. Appoggiato al tronco d'un grande albero, Georgiano non potea vedere il losco figuro che gli si avvicinava da tergo, pronto a tagliargli la gola per poi derubarlo. Ma un monitorio nitrito del suo destriero lo mise in guardia, e fece appena in tempo a sottrarsi dalla portata dello stiletto. "Non mi par carino il vostro comportamento, sir. Forse non sapete con chi avete a che fare" disse Georgiano, alzatosi di scatto. "Non ho paura di voi, messere. State in guardia" replicò il brigante sfoderando una grezza spada. "Ripensateci, sir. Qual folle andrebbe di sua sponte a farsi tagliare il Gulliver e tagliuzzare il corpo in squisite bis-bistecche? Desiderate davvero renderla?" "Come dite?" chiese stupito il brigante. "Renderla, sir: rendere l'anima a Dio. Andate a farvi un bel po' di latte-più, sir, datemi retta" proferì Georgiano in tutta calma. Ma il brigante rispose "non perché io sia un fuorilegge, significa che non abbia onore. Non fuggirò al vostro cospetto, sono stato chiaro?" "Come un lago senza fango, sir; così chiaro e limpido come un cielo d'estate, senza nubi."2 rispose Georgiano sfoderando la sua splendente Balda degli Ubaldi, come non aveva ancora avuto occasione di fare dal suo ritorno nelle Alture. Era essa la nobile spada appartenuta alla stirpe dei sovrani di Celania, al tempo della spartizione dei territori golemiani; gli era stata donata quando aveva servito il nobile Ubaldone IV, padre della bella Ubalda, attuale regnante, come riconoscimento dell'opera svolta con la nota devozione che lo legava al casato (nonché alla bella principessa). Al veder quella scintillante arma chiunque avesse un minimo di rispetto per la stirpe celana, s'inchinava e deponeva ogni ostilità. E non fece eccezione il brigante, che, dopo numerosi segni di riverenza, fuggì a gambe levate. Georgiano ripose la sua fedele compagna, e rimontò in sella, sperando che il contrattempo non ritardasse oltremodo il suo incontro col principe di Biaghstan, e ripartì.

Il Principe e il Cavalier Georgiano trotterellavano alla volta del loft di Pigiberus parlando fittamente tra loro. Si erano incontrati poche miglia prima. Scesero da cavallo e il Principe si fece avanti per abbracciare l'amico, che si sottrasse dicendogli: "Una cordiale avara sarà più che sufficiente, mi ricordo ancora cos'è successo l'ultima volta!" "AVARA ???" trasecolò il Principe, "Sì, STRETTA DI MANO!" fu la risposta di Georgiano, che non seppe mai il rischio che aveva corso di venire annichilito da un peto di stupore. Mentre procedevano Georgiano gli chiese in quali circostanza avesse conosciuto Pigiberus. "Fummo compagni di studi ai tempi della nostra gioventù, poi gli eventi ci separarono. Quando i miei genitori pretesero che io facessi uno stage di lavoro presso una grande azienda, allo scopo di apprendere tutti i più reconditi segreti sulla gestione di un popolo, lo ritrovai, anche se operante in diverso settore. Io mi occupavo dell'utilizzo degli abachi, mentre lui insegnava agli altri le arti di stampare su pergamena, con le tecniche apprese a Magonza da Gutenberg. E difatti così solea soprannominarsi, ma i suoi allievi lo nomavano Gutalax, perché i suoi insegnamenti avevano su di loro un effetto lassativo: pensa che ripeteva loro sino all'ossessione che per stampare la lettera A era necessario pigiare il tasto che aveva la stessa riportata sopra, e così via per tutte le altre, perché non riusciva a capacitarsi che anche un infante avrebbe afferrato immediatamente questo semplicissimo concetto. Fece un tale esubero del pigiare i tasti che i suoi superiori cominciarono a chiamarlo Pigiberus, e da allora tutti lo hanno sempre chiamato così. Io stesso non ricordo più quale fosse originariamente il suo nome". "Ma dimmi Prence, se mi è consentito: qual è il tuo nome, che sempre io ignorai?" "E' una triste storia, mio caro amico. Devi sapere che alla nascita mi battezzarono Fulvio, crecqui (?) come il più bel Principe delle Alture, e tutte le donzelle volevano intrattener commercio carnale con me. Un brutto giorno un'orrenda fattucchiera avanzò la stessa pretesa, e al mio deciso diniego mi trasformò in un orrendo omuncolo che emanava senza interruzione flatulenze insopportabili per chi mi stava dattorno e che come apriva bocca profferiva solo motti da trivio, che dico, addirittura da quadrivio. Per questo il popolo decise di chiamarmi Fluvio, nome che non amavo assolutamente, per cui quando ereditai il trono vi ascesi con il nome, da me scelto, di Petonius primo, emanando nel contempo una legge che prevedeva il taglio della lingua per chi avesse osato riferirsi a voce a me con l'altro, e della mano se vergato.

Fortunatamente il soccorso del sapiente Venantius, che era stato beneficato nel passato dalla mia famiglia, annullò con le sue magiche pozioni l'infame maleficio, pressoché completamente: mi restituì lo splendido aspetto che tu vedi, e fece in modo che propensione a flatulenze e turpiloquio non fossero indiscriminate, ma esercitate a mia volontà. E come ti ricorderai, questo non di poco ausilio ci è stato in quelle tristi segrete!"
Ammirato e commosso Georgiano gli afferrò la mano e la baciò in segno di devozione, ricevendo in cambio un'affettuosa carezza sul volto, che lo stupì non poco. Nel frattempo erano giunti alla loro meta. "Ma dimmi, mio Prence - chiese Georgiano mentre smontavano da cavallo - cosa significhi dicendo che il sapiente Venantius fu beneficato dalla tua famiglia!" "Nel senso che fu realmente bene ficato da una mia bellissima cugina, di nome Si Mona, fanciulla di coscia allegra che perse la sua verginità a sei mesi facendo uso improprio della tettarella del biberon, e che io stesso non avrei esitato a trombarmi intensamente se non mi avessero raffrenato i sacri vincoli della parentela!" fu la risposta che lo lasciò attonito, ancorché vagamente stimolato nell'immaginazione. "E dimmi, te ne supplico, sarebbeci per me veruna possibilità di avere accesso alle sue grazie ?" domandò speranzoso Georgiano. "Di certo, mio buon amico, alla condizione che tu sia disposto ad affrontare per almeno due mesi - tempo medio stimato - il far la fila con i maschi che stanno in coda davanti alla sua porta attendendo il loro turno!" fu la sconfortante replica del Principe. Grande fu lo sconforto che si dipinse sul viso del Cavaliere, che venne poi rapidamente cancellato con un straccio imbevuto nell'acquaragia.

"In fondo il sesso non è tutto nella vita - sospirò - ci sono valori ben più elevati cui mirare!" "Fai in fretta a parlare tu - esclamò il Prence con indignazione - ti sei farcito, non saranno neanche tre giorni, quel gran pezzo dell'Ubalda (a proposito, era poi davvero calda?) mentre io sono tre mesi che non batto un chiodo! L'Ubalda era surgelata, Cjolanka Sbilenka non ho fatto neppure in tempo a vederla, la Colombinha proprio mentre ci stavo riuscendo ha ricevuto un fax che la convocava immediatamente, e tu mi vieni a dire così? Ma va un po' a dà via 'lcü!"
Georgiano comprese il dramma dell'amico e non rispose. Petonio I e Georgiano continuavano il loro cammino fianco a fianco, verso la dimora di Pigiberus. Il cavaliere narrò al sovrano le sue disavventure, e s'abbandonò alla solita poesia per fargli comprendere quale grande sentimento provasse per la bella Ubalda. Mentre Georgiano decantava l'allegria e la vitalità della regina, Petonio di Biaghstan si scurì in volto, e cominciò a guardarsi intorno imbarazzato. "Cosa vi succede, sir?" chiese il cavaliere al sovrano, accorgendosi del mutamento d'umore. "Nulla, caro amico, nulla. Solo pensavo che aveste saputo" farfugliò il principe, subito incalzato dal guerriero "...saputo cosa, sir? Parlate, in nome di Dio!". Petonio fece un bel respiro, poi disse: "La regina Ubalda di Celania è improvvisamente piombata in un profondo stato di depressione, ed è da giorni rinchiusa nel suo maniero, senza proferir parola con nessuno, tutta intenta a comporre. Non sarebbe grave, l'ha già fatto altre volte, ma gira voce ch'ella non voglia più uscire dalla sua stanza, ed alcuni l'hanno sentita piangere calde lacrime la notte nel suo letto." "Oh sventura, che ti accanisci senza riguardo nemmeno della bellezza divina! Come osasti porre la tua meschina mano sul capo della mia amata, proprio quand'io sono lontano, e non posso darle conforto?" sbottò Georgiano rovesciando fiumi di lacrime, e "devo raggiungerla" disse, subito fermato nel suo proposito dalle sagge e comprensive parole di Petonio: "Al tempo, mio passionale amico; lo sai che Pigiberus ci aspetta, e con lui più importanti affari. Scrivile, piuttosto: vedrai che le tue parole le daranno conforto, e tornerà a splendere il suo sorriso sulle orfane Alture. Ti presto il mio Cellulare". Dopo aver riflettuto, Georgiano annuì, tirando fuori dalla tasca della carta, una penna e il suo gelsomino. Compose un messaggio in codice, che nessuno nelle Alture avrebbe saputo decifrare, eccetto l'amata Ubalda. Legò il messaggio e il gelsomino alla zampa del fido Cellulare, ed il principe prese il piccione tra le mani, ordinandogli di recarsi alla reggia di Celania. Asciugandosi il volto dalle lacrime, Georgiano guardava Cellulare librarsi in volo, e si chiese se mai quelle poche parole sarebbero bastate a restituire la sua amata al popolo delle Alture.


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