Le Alture di Golem - 7


Le Alture di Golem - Capitolo VII


Indice

- Per terra e per mare verso Celania
- Altri re e altri cavalieri
- Nel palazzo di Pigiberus

PER TERRA E PER MARE VERSO CELANIA

Era la notte velata di pallor lunar: la Dogaressa ripensava ai tempi, in cui giovane Klausia, prima di maritare il Doge, era in Cadonia e il limitar di gioventù saliva in certe terre che confinano con quelle del Cavalier dell'altro mare. O montagne invitte, o sentieri interrotti, non sempiterne calli..., così lei rimembrava il color piola d'ieri e l'oggi suo quando udì netto un colpo di cannone: scùp! Dall'ipponaviglio il segnale giungeva: dall'isola riportavan celermente un vecchio e un rosso marameo. Fece apprestare il desinare con le aringhe per il vecchio, per il magro maramao menu: merluzzi, mitili, minutaglia, moleche, mazzancolle.
Il matematico di Pisa Galileo, sbarcato il vecchio, subito il riconobbe: "Ma tu sei quello che scoprì i teoremi che a lungo a noi restaro sconosciuti, sulla distribuzion di bollicine nel Prosecco, finché nel Patavino Studio non pubblicasti la tua tesi!" Il vecchio l'abbracciò e fu condotto con tutti gli onori nella torre, dove commossi pure i lampadari s'eran mossi, e quell'oscillazion cambiò la storia della scienza. La Dogaressa il fece rivestire e lo colmò di lodi, oltre che di frizzantino, ma lo vedeva preoccupato ancora (e non pensava per l'aringa). Gli chiese cosa lo turbasse e lui rispose che, pur con tutta l'amicizia che per lei sentiva, pressato si sentiva a correr dall'Ubalda perché allarmato da un messaggio suo. La Dogaressa, che sottratto aveva quel piccion suo col pelo in becco, si pentì ed ordinò che tosto fosse armato e messo in mare il suo più gran vascello, il Bucintoro, il galeon dogale con turchi e salatini prigionieri al remo, per recarsi insieme al vecchio nel mare di Celania, a confortar l'Ubalda, bere il caffè della Peppina e ciccàr d'invidia pe'l gelsomino suo, lì già fiorito in quella dolce latitudo. "Speriam che Colombinha ci spiri un favorevol vento" e si salpò nel Mare Nostrum.

Finalmente il vecchio Venantius poteva rilassarsi. La navigazione procedeva tranquilla, senza scosse, tanto che pareva d'esser fermi. Galileo si era arrampicato fin sulla gabbia dell'albero di maestra e da lì lasciava cadere pesanti oggetti gridando: "Moto relativo! Moto relativo!" I marinai correvano da tutte le parti tentando di schivare i gravi. Poi li raccoglievano e tentavano di colpire lo scienziato rilanciandoglieli. Ma gli oggetti si muovevano a parabola e ricadevano inesorabilmente sulle teste dei lanciatori. Galileo gridava beffardo: "Accelerazione costante! Accelerazione costante!" Nel frattempo Venantius cercava di spiegare alla Dogaressa che cosa il suo amico tentasse di dimostrare:

"È il moto quella cosa
che il luogo fa mutare
se tu sei in riva al mare
lui ti porta su in montagn.

Ma se tu sei dentro a un carro
che si muove a tua insaputa
puoi andare anche a Laputa
ma non sai che ti sei moss.

Gravità è quella cosa
che gli oggetti tira in basso
una piuma oppure un sasso
cascan nello stesso temp."

La Dogaressa sapeva tutto ciò in precedenza, altrimenti le delucidazioni del vecchio sarebbero risultate ben poco efficaci. Maramao era ritirato nella sua cabina e leggeva "Psicopatologia della vita quotidiana" per tentare di capire che cosa gli fosse successo. Ancora sull'isola, subito dopo che il suo maestro gli aveva brutalmente strappato una ciocca di peli causando la fuoriuscita di parole blasfeme dalla sua bocca, una banda di gattacci neri li aveva assaltati e aveva tentato di costringere Maramao all'abiura. Fortunatamente l'ippoveliero era giunto proprio in quel momento e Galileo ne era sceso a salutare il vecchio compagno di studi padovani. A quella vista i gattacci neri gli si erano scagliati contro gridando "morte all'eretico", e a nulla erano valse le lamentazioni di Galileo che gli ricordava di essere stato riabilitato nel 1984. Ci era voluto un bel pò per buttare a mare la banda di felini rabbiosi e rimettersi in viaggio per la torre, dove una volta giunti i nostri eroi si erano dovuti far curare i graffi dalle erbe miracolose della Dogaressa che voleva far creder d'esser dotta donna di scienza, per fare un figuron con i matematici, ma lì sul Bucintoro, tra Galileo e il paziente Venantius, di ringraziare non smetteva in cuor suo il buon Sagredo, che guida le era stata tra le antiche questioni tra Simplicio e il Galilei in un dialogo di pagin mille e tre e rimembrava il povero Giordano Bruno, ch'ostica penna avea, e il tradimento di quel Mocenigo, che nelle mani de' Inquisitor lo consegnò. Per fortuna questa volta i domenigatti s'erano ritirati e il vecchio e il Maramao maldestro tratti in salvo per un pelo. La Dogaressa era anche un poco preoccupata perché, se pur il moto era relativo, parean molto reali i colpi e gli ammacchi sulla tolda, tanto che chiese al buon Venantius se potea spiegar velocemente la dinamica e l'impatto e ricordar le leggi archimedee del galleggiar de' solidi al padovan di Pisa, pria che con tutto il bastimento s'andasse a continuar.

Galeotti remavano secondando la marea e lentamente terre, barene, palazzi, chiese - ultimi i campanili - l'angelo dorato e la sua torre svanivano nella curva d'orizzonte mentre si procedeva ver Celania, o Celania procedeva ver di lor (non chiaro l'era). Portata a Maramao l'erba gattaia, curati i graffi di Venantius con erba medica e radicchio trevigiano, vedendo che gli amici si ristabilivan, la Dogaressa lieta si mise a canticchiare delle arie ma confusa si fermò, sospesa, interrogando il consiglier: "che Cassio c'entra Rodrigo di Posa, amico di Don Carlos, col conte di Warwick, che sta pure a Boston, e che di nome fa Riccardo? Qui non capisco, qui un codice si cela che decrittar non so". Decise di andare sul sicuro:

"E te beltade ignota
cinto di chiome bionde
tu azzurro hai l'occhio
ma or lo vedo nero"

Il giovane Rodrigo era turbato. Gli ultimi eventi avevano assai fortemente mosse l'acque solitamente chete del gran mare di Golem. Errori dei proti, inquisizioni, controinquisizioni che al confronto Torquemada parea un venditore di fondi berlusconiano... Un dubbio lo assalì: "Potrò citare, con un sottile fondo d'ironia appena un pò venato di detestazione viscerale e di profondissima repulsione, il Sire di Arcore?" Si rasserenò pensando che lui navigava co' mezzi della Omnitel, che stranamente non era del Ser Silvio ma di Messer Colaninno mantovano, anzi forse non più, ma de' tedeschi, che - mossesi le truppe del mantovano a guerra contro l'Impero di Sua Altezza Telefonica Sire Bernabeo Romano - eran del primo scese al soccorso co' lor lanzichenecchi. "Faran Pasqua i lurchi ne le lor tane per poi scendere a valle? - si domandò - Ma in fondo che me ne cale, a Pasqua io vado ad Antigua!" si rispose. Restava comunque turbato. Chi tramava nell'ombra? Chi aveva disguidato una sua missiva - scritta ancora con lo pseudonimo di Alzh I e destinata al mefitico Sire di Biaghstan - recapitandola alla bella Ubalda, che già soffriva troppo di suo, tra gelsomini e caffè, tra glaciazioni e disgeli, tanto d'aver quasi perso la voglia di scrivere, per esser tediata da incomprensibili incisi? "E quella sua passione - dell'Ubalda dico - per quel giovane scapestrato, senz'arte né parte, quel tal Georgiano, sempre alla ventura?"

"E' giunto, è giunto!" gridò un messo trafelato, entrando nella sala dove Rodrigo misurava a passi lunghi e lenti la sua impazienza. "Chi, dunque?" domandò Rodrigo. "Lui - rispose il messo - il Comandante Che. Già l'avevano avvistato i vostri fidati bravi, il Nibbio e il Griso..." "Cretino - lo interruppe Rodrigo, Conte di Warwich - quelli sono gli scherani dell'altro Rodrigo, di quello stronzo! Io sono quello bravo, cioè, non bravo in quel senso, io sono bravo davvero...Ma perché dar confidenza ad uno sciocco messo? Dimmi, orsù, e come giunse nelle terre di Celania?" "Giunse dal cielo, su un grande uccello bianco, grande più assai della Fenice (e intender volea il mitologico uccello che sempre risorse dalle sue ceneri, mentre pel Teatro speriamo): e quando dal ventre del grande mostro alato discese, s'inginocchiò, si tolse il sigaro dalla bocca, e baciò la terra...." "Ma chi si crede d'essere? - pensò Rodrigo - Dopo la visita del prence dei Cristiani nella sua Isla Querida si è montato la testa!" Tuttavia era colpito. Il Che, il Comandante, un mito degli Anni Sessanta, come lo aveva battezzato un teleaédo, tal Giovanni Minato! "Ed io che tengo un suo ritratto, quello col basco e il sigaro, a capo del mio giaciglio: è la volta che me lo faccio autografare, prima che - bello di fama e di sventura - si faccia ammazzare da qualcuno dei suoi nemici, ad esempio quelli della Confraternita Investigatori Associati. Altro che Antigua!" E gridando "A Celania, a Celania!" si lanciò di corsa nel giardino di ciliegi che circondava la Reggia.

Sul Bucintoro si svolgeva la seguente conversazione tra il gatto Marameo e la Dogaressa. "Pensate, Marameo, voi che di pesci v'intendete - disse la Dogaressa - che in questo mare opera un Retiario smaliziato, che usa più bautte che il Doge mio signore a Carnevale, e che battute fa giocando sull'equivoco latino (per non parlar dell'anglio) tra persone e personae fingendo confusion mentale per far bottin d'ittica preda?" "Mmmmhhhhhh! Mmmmhhhhhh!" Il Marameo ebbe il pelo tutto irto e fe' la groppa arcuata, come aveva appreso dagli Houhhhhinnnnhhh quando si era nel lor paese recato come visiting professor, tornando da Laputa, ma poi pensò: "Madonna, mia! Magari, mungendo mare, mi manderebbe mirabili merluzzi!" Socchiuse gli occhi beato a quel pensiero e, prestamente sopito, sognò d'essere sulle alture della pesca tra i pescatori di perle, col Retiario accanto e

merluzzetti d'intorno
erran nell'acqua
sì che a mirarli
intenerisce gola.

Vedendo che attenzione così scarsa le mostrava il Marameo, e che Venantius era tutto intento a una lavagna a segnar simboli pel Galileo, tutto stupito e in grande maraviglia che dicea: "Dammi un momento, dammi un conatus solo!" e Venantius a scrivere subitamente epsilon minuscole, e sempre più minuscole, a piacer suo, guardò se altri messaggi erano arrivati, o doglianze, o ritratti di fulvi furetti, promessi, che attendeva dal sulfurio Biaghistano, che prima avea preso di peto per una storia di censura sul pensier del peto medio. Nulla di galleggiante, niente emergeva dal Grande Ocelàno, nemmen dalla foresta di Birnano nessun moto giungeva.

"Ambizioso spirto,
tu sei Vir Tuale!
Alla grandezza aneli,
ma sarai tu malvagio?"

Questo leggero motivetto le aleggiava nella testa: "canto la canzonetta che mi piace tanto, e che fa dudu du dudu dudu duuuuu" quando pensava al signor de le bautte col sospetto: che il mar di Golem fosse l'oceano di Tarkowski, quel di Solaris, con scambio di sogni e di chimere col reale? Qual sintesi a priori la confuse nel tentar di saggiar questa persona? Che il precettor di Koenisberg le avesse raccontato solo palle? Così interrogandosi riprese in mano il perspicillo e lo fissò ver l'alto, turbata da fenomeni celesti che non parean comete "Chissà cosa ne penserebbe Thycho" si chiese silenziosa, per non farsi sentir dal Galileo. I fenomeni celesti erano comunque strani, tutti ancor da interpretare. Puntato ch'ebbe il perspecillo non ci capì granché, poiché puntò sulla costellazion del Granchio (che avea preso per error dal Saladino scambiando la Befana per la nonna) e poi si ritirò cantando, scoprendosi una voce di baritono con alti di soprano:

Madama.
Madama?
Madama!

perché troppo le piaceva cantar
"Io conobbi la voce che adoro"

ALTRI RE E ALTRI CAVALIERI

Il gruppetto di re, reggenti ed etère che popolava temporaneamente la residenza di Sabatiland si dispose a preparar la cena alle ultime luci del giorno. Senza preoccuparsi troppo di cosa potesse pensarne Marcobaldo, Re Cioto e Re Ga' si misero a caccia di bottiglie così velocemente che parevano aver le ali ai piedi. Esaminarono accuratamente cantine, soffitte, sgabuzzini e sottoscala e se ne tornarono in giardino con le pive nel sacco. Libri, libri, libri e ancora libri. E neanche un libro di enologia.

Ma che razza di magione
ma che schifo di reggente
questo Baldo residente
neanche un goccio di buon vin.

Se noi avessimo saputo
di restare qui all'asciutto
non avremmo fatt di tutto
per venire fin quassù

a portare il nostro aiuto
ad un ostico compare
che ci fece orgià chiamare
per soccorrerlo costì

non è questa la maniera
di trattare noi leoni
noi s'aspetta libagioni
non vogliamo libragion!

Mentre i Re Ali cercavano il vino, Re Fuso si era sdraiato sull'erba accanto all'ultimo Re Spiro - i due avevano scoperto una naturale affinità - e stava progettando di brucare un po' d'erba per scacciare la fame montante. Qualsiasi altra prospettiva gli pareva troppo impegnativa. Marcobaldo iniziò a pensare ad una pizza alla siciliana, mentre Elettra, che aveva un sesto senso per queste ed altre cose, iniziò a preoccuparsi. L'unico che sembrava pronto all'azione era Re Ligione. Senza una parola s'inerpicò su per il pendio che lo separava dal Girasole Gigante e raggiunse la base di quel pilastro vegetale la cui cima si perdeva al di là delle nuvole. Nella luce rosata del tramonto, si guardò intorno, abbracciò il fusto del Girasole, e proruppe in un'invocazione tonante: "Popolo di Golem! Convertiti alla contemplazione del Grande Girasole, Prima e Ultima Ragione dell'esistenza di tutte le cose animate e inanimate......" La sua voce sembrò salire irresistibilmente su per il tronco del Girasole, raggiungerne la cima invisibile, e da lì irradiarsi per l'universo intero. Re Ligione, ormai tutt'uno con il Girasole, entrò in una sorta di trance ipnotica. Re, reggenti ed etère furono sopraffatti dal fascino di quelle parole e della luce rossarancioviola di un fantasmagorico tramonto. Le loro menti stavano per essere travolte da un vortice mistico, quando un boato terrificante squassò la terra di Sabatiland, ponendo fine all'orazione di Re Ligione. Il Girasole Gigante, seguendo la sua natura girasolesca, aveva seguito il cammino del sole ed era piombato a terra a gran velocità, facendo tremare alberi, case e torri. Passato il cataclisma, Marcobaldo cercò di fare il punto della situazione. "Ci siamo tutti? Elettra, Re Fuso, Re Cioto..." "Non c'e' piu' Re Ligione." Un collettivo sospiro di sollievo accolse questa rivelazione, ma Re Ligione non impiegò molto a frasi sentire: "Uùutuuu, turutumu fuuru du quu! Sunu suttu ul gurusulu!" "O Marcobaldo, affidi le tue greggi alla custodia di pastori sardi?" "Mai avuto greggi, Re Fuso. Questo deve essere Re Ligione, che chiede aiuto da sotto il Girasole." "Su nun mu turutu fuuru du quu, surutu muluduttu pur suttuntu gunuruzuunu!" "Non esiste forza umana che lo possa disseppellire. Bisognerà aspettare che il Girasole si alzi spontaneamente domattina, al levar del sole." Un secondo sospiro di sollievo accolse questa affermazione. Ma nessuno pensò più alla cena. La fame era passata a tutti.
L'oscurità portò finalmente tranquillità nel piccolo, ed una volta sereno, regno di Sabatiland. Il Girasole giaceva sul terreno come un lunghissimo verme, in attesa di risvegliarsi all'alba del giorno successivo. I Re Ali ospiti di Marcobaldo si erano ritirati nelle loro stanze per concedersi il meritato riposo, e Re Ligione pareva momentaneamente rassegnato alla sua condizione. Marcobaldo si era disteso sull'erba del parco e guardava rapito il cielo stellato. Accanto a lui, in silenzio, Elettra. L'aria, già tiepida, fremeva d'impercettibili vibrazioni. Le stelle tremolavano leggermente, le cime degli alberi ondeggiavano piano piano, l'erba veniva attraversata da folate lievi ed improvvise. Lo sguardo di Marcobaldo passò lentamente da Auriga a Perseo, a Cassiopea, all'Orsa Minore. Con gli occhi saltò sul Piccolo Carro, e lo percorse di stella in stella fino alle Stelle Polari. Le Stelle Polari. DUE Stelle Polari. L'attenzione di Marcobaldo si risvegliò all'improvviso, focalizzandosi su un elemento che sconvolgeva l'ordine del suo piccolo universo. Poi una delle stelle polari iniziò a muoversi, seguendo una spirale sempre più ampia, sempre più vicina, così vicina da sembrare a portata di mano. E una voce esplose allegramente nella mente di Marcobaldo. Solo nella sua mente: "A Marcobba', come te butta?" "Pixel, granfijodena, 'ndo sei stato tutto 'sto tempo?" "T'arisurto ?1" "Me 'sto a schizza' cor dentifricio!2" Pixel era....chissà cos'era. Uno strano ente che si manifestava agli umani, se voleva, come punto luminoso. Non aveva estensione, né dimensioni. Comunicava telepaticamente con Marcobaldo, e solo con lui. Se gli angeli custodi esistessero e custodissero, Pixel sarebbe stato un angelo custode. Ma non era un angelo custode e non custodiva. Ogni tanto, se le cose giravano per il verso giusto, tentava di istillare un pò di buon senso nella zucca da sognatore di Marcobaldo. "Guardala." "Chi?" "La sparapompibocchignottola." Marcobaldo trattenne il respiro. Non era più abituato al gergo di Pixel. Guardò Elettra. La tiepida brezza notturna agitava lievemente la veste semitrasparente di Elettra, accarezzando le seducenti forme della fanciulla in un ipnotico gioco di apparizioni fugaci ed improvvise scomparse. Per un attimo Marcobaldo ebbe l'impressione d'intravedere le natiche della giovane, rosee di un rosa fanciullesco. E subito dopo si convinse di aver visto, sfiorato, i seni di Elettra. Bianchi, leggeri, sodi, aerei. Marcobaldo restò a lungo a guardare la ragazza, poi le si avvicinò lentamente, le pose una mano sulla vita, e baciò lentamente le sue labbra rosa pallido.

In altri luoghi Clean No-Fear, il Cavaliere Senza Macchia e Senza Paura, proditoriamente aggredito dal Sire di Biaghstan, Fluvio/Fulvio, a colpi di peti suoi e del suo destriero e ritrovatosi biondo, riccioluto e con un fisico della Ciccone (in arte Madonna) si era aggregato ai Californian Dream Boys e girava tutte le Terre Conosciute vestito sol d'un perizoma leopardato, così esiguo che a mala pena conteneva gli attributi suoi e i dollaroni che ogni sera una tribadica schiera di vecchiacce libidinose gli ficcava tra l'elastico e gli anzidetti attributi, mirando peraltro più agli attributi che all'elastico. Le fortune guerriere e l'onore di Alzheimerstan - o meglio della Contea di Warwich - erano da allora affidate solo a Dash, la miglior lama del Golem, che, anche se non era un gran fusto, facea sbiancar chi gli si parava innanzi con sporchi pensieri e luride intenzioni. Il suo motto, finemente inciso sulla lama della sua spada, era "Bucàti io farò di quei che mi DronD" (crittografia elementare che ciascun dei Regnanti del Golem saprà decrittare in ben meno assai dei fatidici tre minuti). Dash era stato inviato da Rodrigo - ancor sotto le mentite spoglie di Alzh I - al soccorso della Serenissima Dogaressa di Ca' dei Doni, la quale allor si dibattea tra mille pensieri sconnessi (e forse ancor si dibatte giacché favella nella ultima Sua, di color "piola", come s'io dicessi color rivera o batistuta o meglio ancor montella, dal nome del fiero guerrier che guida la sventurata squadra de la Lanterna, che un nocchiero fumante accampa sullo stemma suo). Il giovane Dash, ancorché non fosse gran fusto, era pur sempre un apprezzabile bel manzo. Lo movea irresistibile brama di conoscere da vicino quella misteriosa e imprevedibile creatura che - già Klausia di Cadonia ed ora Serenissima Dogaressa - serenissima non gli parea punto, ma d'umor vago e mutevole. Mutevole come il sembiante del cielo lagunare, che trascolora dall'indaco più intenso al grigio bruma nel volger d'un istante. Colse dunque come un dono del ciel l'ordine di Rodrigo di partire per Ca' dei Doni e già s'infiammava al solo pensiero dell'allusione che il nome stesso - nomen omen - recava in sé. E mentre sellava Candy, il suo bianco e fedel destrier, si trovò a declamar tra sé e sé:

"Ca' dei Doni è quella landa
dove regna incontrastata
bella, altera ed incantata
la Serena Dogaress.

Ella vive la sua vita
tra tramonti, calle e altane
molti ha gatti, nessun cane,
e poi legge il Cassirer.

Io non so se per studiare
la sofìa ch'è nella scienza
abbia letto con pazienza
Ludovico Geymonat.

Alla fiera sua beltade
porterò, forier del maggio,
gelsomin, fiorito omaggio
dalle terre di Rivier.

E se'l fiore profumato
le rammenta gli anni lieti
di fanciulla, forse i peti
oblierà di quel Biaghstan.

Poi salì in arcione e die' di sprone. "Giddap, Candy", gridò tornato per un attimo bambino, gli occhi sgranati sugli albi di Pecos Bill.
Dopo una lunga e sfrenata cavalcata in sella al suo candido destriero, Dash s'era fermato per rifocillarsi - dopo aver schivato de' gran tumulti di plebaglia affamata - ad una locanda che l'insegna recava di una tonda luna. E mentre qui mangiava dello stufato lo raggiunse l'oste chiedendogli: "Siete forse voi messer Dash, primo spadaccino del Regno di Alzheimerstan, colui che s'anco non sia un gran fus..." "Son io" lo interruppe Dash, che quella storia del fustino men digeriva che il tiglioso stufato ch'avea dinanzi. "Giunse per voi un messaggio, recato a voi sull'aure da un P.T.3" Così dicendo gli porse una piccola pergamena strettamente arrotolata. Dash srotolò febbrilmente il foglio e lesse: "Serenissima Dogaressa imbarcatasi su Bucintoro, il vascello che va ben per mari verso Celania. Compagni le son Galileo, Venantius, Peppina e Marameo. Approvvigionati ampiamente di aringhe, aliotidi, astici, arselle, alici, acciughe, alalunghe altri affini acciocché, accattivato, accolgati amicalmente: altrimenti aggressivo. Attento, artigli affilatissimi affettano anche amici. Affettuosi affabili auguri, accorati addii. Alzh." "Oste- disse Dash - ov'è il messaggerpiccione, ch'io possa rispondere?" "Stufato, or se n'è ito" rispose sibillinamente l'oste, e lo sguardo gli cadde sul piatto che Dash aveva pur faticosamente ripulito. "Avete fave? - chiese ancora Dash - Ch'io tenti di pigliarne un secondo?" Ma non era stagione. Il giovane spadaccino uscì dalla locanda e si diresse di corsa al porto (come sperasse di trovare un porto di mare sulla strada per Bergamo è licenza letteraria che vorrete perdonare all'autor vostro). Giunto che fu alla banchina chiese se naviglio vi fosse pronto a salpar sulla rotta di Celania. "Uno solo, e sta per levar l'ancore. Venite vi accompagno, ch'anch'io debbo imbarcarmi - si offerse un indigeno dal corpo seminudo completamente coperto di tatuaggi - Vi presenterò al Capitano." "Benvenuto a bordo" Una voce profonda lo accolse dal ponte di prora. "Grazie." Lo sventurato rispose. Aveva appena finito di rispondere che una figura alta e grande che pareva fusa nel bronzo massiccio come il Perseo si fece innanzi, stagliandosi maestosa contro la luce che veniva dal boccaporto. "Sono il Capitano Achab, figliuolo. Ma potete chiamarmi Capitano Achab. E questi che vedete così adorno di fregi che sembra un muro della metropolitana di Milano, è Quuequeg, il ramponiere figiano. E qual'è il vostro nome, figliuolo?" Dash aveva la tentazione di rispondergli "E io sono Dash, il fiociniere afgano" ma uno sguardo a quella sorta di Mastro Lindo lavorato a jacquard, col nome da nipote di Donald Duck, lo dissuase. "Mi chiamo Dash, Capitano" "Mi chiamo Capitano Achab, ragazzo, ma voi chiamatemi pure Capitano Achab. M.A.S.H, avete detto?" "No, capitano Achab" - ripeté Dash - quella era una storia di ospedali, la mia di lavanderie. Dash." "Ho capito, Trash!" "No, anzi l'esatto contrario: D A S H!!!" "Ah, Flash, dunque? Come il terzo ufficiale del Pequod." "Chiamatemi Ismaele" - stava per dire Dash, tanto per farla finita. Ma poi pensò che la Serenissima l'avrebbe a lungo rampognato se si azzardava ancora a cambiar nome. "Dash, capitano Achab, D come dagherrotipo, A come anastrofe, S come semiologico, H come Hurluberlu." "E ci voleva tanto, figliuolo? Dash, ho capito" concluse Achab." Ma sapete che anche se non siete un gran fusto, siete pur sempre un bel manzo?" "Lo so, Capitano Achab, lo so" rispose lo sventurato

Calata la notte, Dash, stanco per le emozioni e le fatiche della giornata, stava per addormentarsi. Mentre si abbandonava a quel delizioso sopore che precede il sonno, la mente gli suggeriva l'immagine di Klausia, la Serenissima Dogaressa di Ca' dei Doni, che smanettava sul servente maggiore e sugli abachi locali tentando d'indurli a riconoscere il doppio zero pronunciando formule alchemiche.

"Qui discernere bisogna,
osteria! il numer mille
o in un mare di scintille
tutto il software perderet.

Non è mille novecento
se due zeri metto in fila
riconoscere il duemila
ostreghèta voi dovet!

Mariéta monta in gòndola
che mi te porto al Lido
se il bimillennio infido
eludere saprò."

Lo stato ipnagogico gli proiettava, sullo schermo panoramico della mente, l'immagine in Panavision Vistavision con effetto Surround di lei, le guance deliziosamente arrossate di collera, china sull'abaco, mentre con le agili dita premeva i tasti del clavicembalo da scrittura.
Quando una mano lo sfiorò, pensò per un attimo che il suo sogno si fosse avverato e che Klausia fosse giunta - evocata dal suo pur confuso desiderio - sino a lui. Afferrò quella mano e stava per portarla alle labbra per deporvi un trepido bacio, quando riconobbe l'inconfondibile callosità che il lungo maneggiar la fiocina da baleniere lascia sul palmo. Di più, una voce rauca ed inconfondibilmete maschile gli sussurrò, mentre un alito fetido di aringa affumicata gli colpiva le nari: "Ti ho notato appena sei salito a bordo: sai che anche se non sei un gran fusto, sei sempre un bel manzo?" Dash fu desto in un lampo, la mano gli corse alla spada che l'aveva reso famoso in tutte le Alture di Golem e, puntandola alla gola del fiociniere seminudo che gli stava entrando nella cuccetta, esplose: "Per chi mi hai preso? Per Billy Budd? Bada ben balenier busone, brutto bifolco, becero buzzurro, bietolon beante, bindolone beota, bipede bastardo, beone balèngo, bocchinaro, bacherozzo, baggiano, babbeo berciante, baciapile bacato, baccalà basito, bacco, bagascia blenorragica, bajocco bucato, baluba belluino, balzano barbagianni, bardotto bastonato, batrace bitorzoluto, battona bardata, becco bernoccoluto, beccamorti barbino, bestia, bue, belino4 bifido, birbante bilioso, bischero bisunto, blague borioso, bovaro baffuto, bordellista , bolso bravaccio, broccolo brussellese, bradipo balbettante, briccon brigoso, bubbon brucelloso, buffon bugiardo, bravaccio, bulletto, burba burbanzosa, burino butteratto, borghese bigotto! Bada a te!
"Eh no, borghese poi no! - esclamò il baleniere rosso in viso - Voto a sinistra io, pago le tasse, io, e ho fatto il sessantotto, io. Ho occupato da solo il porto di Nantucket, io!" E se ne andò, avvilito, piangendo.

Altrove, un enigmatico e ingarbugliato personaggio così declamava a gran voce, non senza trattenere i moti di gioia dell'animo suo:

"State contenti, umana gente, al quia
che se potuto aveste veder tutto
mestier non era ..........".

L'ingarbugliato personaggio aveva il nome di Rodrigo (o era Riccardo? o Clean No-Fear? o Dash? o fors'anche 'Orpo, il fedele e gigantesco servo nerovestito di Alzh I?). Era riuscito nel suo intento di crear confusione, seminar incertezze, fare e disfare, crear dal nulla maschere e farle parer persone e poi pigliar persone e trasformarle in figure reali.. "Tutto il mondo è un palcoscenico...ed io son Kean, genio e sregolatezza! o Keats? o Yeats? Non so più cosa son, cosa faccio.." si trovò a canterellare l'aria del gran salisburghese che da qualche tempo gli risuonava notte e dì all'orecchio. In realtà sapeva benissimo chi era ed un poco men che fare...Ma come fosse giunto a destino ed avesse potuto veder co' suoi occhi la bella Ubalda e farsi fare un autografo dal Che...... il mistero si sarebbe svelato...E gli brillavan gli occhi per la pregustata gioia. Purché la Serenissima non gli guastasse la festa, scoprendo anzi tempo il vero esser suo. "Argutissima donna. S'ella è di bellezza pari al suo ingegno (così si favoleggia tra quei ch'ebbero il ben di vederla in persona) - si dicea tra il compiaciuto ed il preoccupato - scoprirà chi son io in realtà. No, non è possibile che scopra ch'io sia in realtà, poiché io stesso quasi nol so più!" Dopo un breve pausa gridò "Cocchiere! frusta i cavalli." Pronunciò il comando sporgendosi dal finestrino della vecchia ma lussuosa carrozza che sei splendidi bai facevan correre già come il vento sulle tortuose strade che dalla sua Riviera portavano verso il Golem, verso Celania, verso l'Ubalda, infine.

Ubalda stava pian piano uscendo dallo stato depressivo in cui era caduta. Il messaggio di Georgiano e la cartolina di Carduccio di Battirua avevano riportato il sorriso sulle labbra rosse sulle quali morire, di Ubalda di Celania. Anche lo scirocco aveva finalmente trovato quiete. La Peppina tostava senza sosta. Altri messaggi erano stati recapitati a palazzo: quasi tutti i vicini di regno si apprestavano a farle visita, prima dell'avvio dei GGG. L'arrivo che più di ogni altro Ubalda attendeva trepidante era quello di Re Llà Campo, il più bello, il più sensuale e il più viveur tra i re,
che Ubalda soleva chiamare affettuosamente - ed anagrammaticamante - Camporella.

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1 Sei contento di vedermi?
2 Sono contento di vederti.
3 Pigeon Traveler
4 in idioma alzhmerio dicesi belino quel che in longobardo dicesi pirla, in siculo minchia, in calabro fiora. L'origine della parola è controversa: chi vuol che venga da Belèno, divinità priapica dei Galli Liguri, chi da "budellino", indi "buellino", che da sol mostra ciò cui allude.

NEL PALAZZO DI PIGIBERUS

Pigiberus fece entrare Fluvio o Fulvio, comunque il principe di Biaghstan, e il signore di Barbaria che disse infatti di chiamarsi Georgiano di Barbaria, nel suo palazzo. Dopo un abbraccio caloroso e un nutrito scambio di convenevoli i due cominciarono a muoversi per le stanze del palazzo. Era questo manufatto suddiviso in parti tre: a pianoterra stava lo studio-giorno pieno di strumenti atti a facilitare le operazioni quotidiane. In mezzo alla stanza si inerpicava una scala a chiocciola che raggiungeva il luminoso studio-torre dove Pigiberus si dava alle sette Meditazioni quotidiane. In fondo alla stanza stava invece la scala che portava allo studio-spelonca che era destinato a contenere i prodotti più temibili dell'inconscio di Pigiberus. Tra questi, chiuse in due piccole stanze dello studio-spelonca, vi erano Vanessa Lomaire e Milena Miles, poveri ectoplasmi che assurgevano a dignità umana solo nei momenti in cui Pigiberus dormiva. Nel frattempo Fluvio, che si era portato nel retro di un abaco complicatissimo, scoppiò in una risata fragorosa, incontenibile. Pigiberus gli chiese la ragione di tale incontrollata allegria e Fluvio gli fece leggere la piccola pergamena appesa all'abaco che portava un avviso in anglio idioma e la traduzione in italico linguaggio. Fluvio staccò la pergamena e si ripromise di renderla nota a tutti gli abitanti del villaggio globale di Golem. In tutto questo casino allegro non mancò di farsi notare lo sguardo velato di dolore del povero Georgiano che invece di ridere cominciò a declamare: "Deli, devi desistere di donarmi dedizione e devozione. Davvero Deli, devi deciderti. Dimenticami." Pigiberus a queste accorate parole fu mosso da sentimenti di compassione e chiese a Fluvio da cosa derivasse tutta quella angoscia. "Si è innamorato della regina Ubalda e si sente colpevole perché la nobile Adelinda, Deli per gli amici, é ancora innamorata di lui mentre lui non brama altro che a fare l'amore con Ubalda di Celania." rispose Fluvio. "Ma é la vecchia Deli che conosceva anche mio padre ?" richiese Pigiberus. "No non è la vecchia Deli ma la Nuova Deli" concluse Fluvio e soggiunse: "Se ben ricordi i miei gusti avrai preparato per la nostra gioia un incontro con due belle ragazzone. Dove le hai nascoste, vecchio porco?" Pigiberus decise che era giunto il momento di fare uno scherzaccio a quell'assatanato di Fluvio; così gli lisciò il pelo e gli disse dolcemente "Scendete con me nello studio-spelonca dove due bellissime ragazze vi aspettano in due diverse stanze." Scesero tutti e tre e Pigiberus li portò davanti a due porte: sul muro sovrastante la cornice della prima stava stampata una grande Alfa e più sotto, nel legno della porta, era stato intarsiato: AR =2,9,2,9. Sull'altra porta vi era un Omega e la scritta intarsiata: DO = 2,4,3,5. "Ora tocca a voi" disse Pigiberus. Se volete il sollazzo risolvete la crittografia . "Qui non ci capisco un cauz " mugugnò il Fluvio e cominciò a far andare le meningi a tutto spiano.
Nello sforzo di cercare almeno una delle due soluzioni Petonio I, detto Fluvio, si massaggiava le tempie. Ma era talmente preso dalle sue voglie che il cervello si era completamente annebbiato, e sparava soluzioni senza alcun criterio. Georgiano, nel frattempo, lo guardava impietosito, per nulla interessato all'offerta pur gentile di Pigiberus, devoto com'era alla bella Ubalda. "Allora, sir? Vogliamo passare la notte in bianco?" disse beffardamente il cavaliere a Petonio. "Ah-ah, che simpatico. Non mi sembra che tu riesca meglio, caro mio" replicò sprezzante il sovrano. "Veramente io ci sono arrivato, sir, e da tempo." Sorrise Georgiano, subito preso per le vesti da Petonio, che iniziò a implorarlo: "davvero le sai? Dimmene almeno una! Ti prego, non fare l'egoista, vuoi per caso goderti da solo ambedue i doni del padrone di casa? Dimmelo, ti prego, dimmelo-dimmelo-dimmelo!" "E va bene, in nome dell'amicizia che ci lega te li dirò tutti e due, tanto a me non interessa l'offerta: io vivo solo per Ubalda. Ma non facciamoci sentire da Pigiberus, vieni qui che te lo dico all'orecchio." fece Georgiano, seguito dalla pronta e avida adesione del principe (non senza un filo di bava ai lati della bocca): "sì, sì, povero pirla, dimmeli tutti e due!" E si appartarono per la confidenza all'orecchio. Dopodiché Petonio andò da Pigiberus e proclamò fiero, indicando prima l'una, poi l'altra porta: "IL PRINCIPIO DI ARCHIMEDE e LA FINE DEL MONDO. Molto carine, Pigiberus ma ora a me le pulzelle". In quel mentre dalla finestra entrava uno dei soliti piccioni viaggiatori, con alla zampa un messaggio per Georgiano. Egli lesse, poi si scurì in volto. "Cosa accade?" gli chiese preoccupato il padrone di casa. "E' un biglietto di Adelinda; dice che a Celania la regina sta per ricevere una lunga serie di gradite visite galanti. Oh me tapino!! Oh me derelitto!!! E' forse giustizia, questa?! Mi ha dunque già dimenticato la mia amata Ubalda, nonostante i miei affettuosi messaggi? Non posso più vivere così! Non più! Fate largo, sir: a me il passeggero piacere carnale, come la mia amata m'insegna!" disse Georgiano, inondando la sala di lacrime, a Petonio, che stava ancora fermo davanti alle due porte, non sapendo da che parte cominciare. "Al tempo, cavaliere - lo interruppe il principe, non volendo far sfumare quella doppia occasione - orsù! Non fate cose di cui poi vi pentireste!". Georgiano cadde in ginocchio piangendo più di prima: "avete ragione, sir. Saggio come sempre, mi avete ridato la ragione. Ubalda, perché mi fai questo?" chiese guardando nel vuoto, sorretto dal comprensivo Pigiberus, che mai aveva veduto una sì grande dimostrazione d'amore. Tutto ciò mentre Petonio si decideva finalmente a violare una delle due porte.


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