Indice
- Per terra e per mare verso Celania
- Altri re e altri cavalieri
- Nel palazzo di Pigiberus
Finalmente il vecchio Venantius poteva rilassarsi. La navigazione procedeva tranquilla, senza scosse, tanto che pareva d'esser fermi. Galileo si era arrampicato fin sulla gabbia dell'albero di maestra e da lì lasciava cadere pesanti oggetti gridando: "Moto relativo! Moto relativo!" I marinai correvano da tutte le parti tentando di schivare i gravi. Poi li raccoglievano e tentavano di colpire lo scienziato rilanciandoglieli. Ma gli oggetti si muovevano a parabola e ricadevano inesorabilmente sulle teste dei lanciatori. Galileo gridava beffardo: "Accelerazione costante! Accelerazione costante!" Nel frattempo Venantius cercava di spiegare alla Dogaressa che cosa il suo amico tentasse di dimostrare:
"È il moto quella cosa
che il luogo fa mutare
se tu sei in riva al mare
lui ti porta su in montagn.
Ma se tu sei dentro a un carro
che si muove a tua insaputa
puoi andare anche a Laputa
ma non sai che ti sei moss.
Gravità è quella cosa
che gli oggetti tira in basso
una piuma oppure un sasso
cascan nello stesso temp."
La Dogaressa sapeva tutto ciò in precedenza, altrimenti le delucidazioni del vecchio sarebbero risultate ben poco efficaci. Maramao era ritirato nella sua cabina e leggeva "Psicopatologia della vita quotidiana" per tentare di capire che cosa gli fosse successo. Ancora sull'isola, subito dopo che il suo maestro gli aveva brutalmente strappato una ciocca di peli causando la fuoriuscita di parole blasfeme dalla sua bocca, una banda di gattacci neri li aveva assaltati e aveva tentato di costringere Maramao all'abiura. Fortunatamente l'ippoveliero era giunto proprio in quel momento e Galileo ne era sceso a salutare il vecchio compagno di studi padovani. A quella vista i gattacci neri gli si erano scagliati contro gridando "morte all'eretico", e a nulla erano valse le lamentazioni di Galileo che gli ricordava di essere stato riabilitato nel 1984. Ci era voluto un bel pò per buttare a mare la banda di felini rabbiosi e rimettersi in viaggio per la torre, dove una volta giunti i nostri eroi si erano dovuti far curare i graffi dalle erbe miracolose della Dogaressa che voleva far creder d'esser dotta donna di scienza, per fare un figuron con i matematici, ma lì sul Bucintoro, tra Galileo e il paziente Venantius, di ringraziare non smetteva in cuor suo il buon Sagredo, che guida le era stata tra le antiche questioni tra Simplicio e il Galilei in un dialogo di pagin mille e tre e rimembrava il povero Giordano Bruno, ch'ostica penna avea, e il tradimento di quel Mocenigo, che nelle mani de' Inquisitor lo consegnò. Per fortuna questa volta i domenigatti s'erano ritirati e il vecchio e il Maramao maldestro tratti in salvo per un pelo. La Dogaressa era anche un poco preoccupata perché, se pur il moto era relativo, parean molto reali i colpi e gli ammacchi sulla tolda, tanto che chiese al buon Venantius se potea spiegar velocemente la dinamica e l'impatto e ricordar le leggi archimedee del galleggiar de' solidi al padovan di Pisa, pria che con tutto il bastimento s'andasse a continuar.
Galeotti remavano secondando la marea e lentamente terre, barene, palazzi, chiese - ultimi i campanili - l'angelo dorato e la sua torre svanivano nella curva d'orizzonte mentre si procedeva ver Celania, o Celania procedeva ver di lor (non chiaro l'era). Portata a Maramao l'erba gattaia, curati i graffi di Venantius con erba medica e radicchio trevigiano, vedendo che gli amici si ristabilivan, la Dogaressa lieta si mise a canticchiare delle arie ma confusa si fermò, sospesa, interrogando il consiglier: "che Cassio c'entra Rodrigo di Posa, amico di Don Carlos, col conte di Warwick, che sta pure a Boston, e che di nome fa Riccardo? Qui non capisco, qui un codice si cela che decrittar non so". Decise di andare sul sicuro:
"E te beltade ignota
cinto di chiome bionde
tu azzurro hai l'occhio
ma or lo vedo nero"
Il giovane Rodrigo era turbato. Gli ultimi eventi avevano assai fortemente mosse l'acque solitamente chete del gran mare di Golem. Errori dei proti, inquisizioni, controinquisizioni che al confronto Torquemada parea un venditore di fondi berlusconiano... Un dubbio lo assalì: "Potrò citare, con un sottile fondo d'ironia appena un pò venato di detestazione viscerale e di profondissima repulsione, il Sire di Arcore?" Si rasserenò pensando che lui navigava co' mezzi della Omnitel, che stranamente non era del Ser Silvio ma di Messer Colaninno mantovano, anzi forse non più, ma de' tedeschi, che - mossesi le truppe del mantovano a guerra contro l'Impero di Sua Altezza Telefonica Sire Bernabeo Romano - eran del primo scese al soccorso co' lor lanzichenecchi. "Faran Pasqua i lurchi ne le lor tane per poi scendere a valle? - si domandò - Ma in fondo che me ne cale, a Pasqua io vado ad Antigua!" si rispose. Restava comunque turbato. Chi tramava nell'ombra? Chi aveva disguidato una sua missiva - scritta ancora con lo pseudonimo di Alzh I e destinata al mefitico Sire di Biaghstan - recapitandola alla bella Ubalda, che già soffriva troppo di suo, tra gelsomini e caffè, tra glaciazioni e disgeli, tanto d'aver quasi perso la voglia di scrivere, per esser tediata da incomprensibili incisi? "E quella sua passione - dell'Ubalda dico - per quel giovane scapestrato, senz'arte né parte, quel tal Georgiano, sempre alla ventura?"
"E' giunto, è giunto!" gridò un messo trafelato, entrando nella sala dove Rodrigo misurava a passi lunghi e lenti la sua impazienza. "Chi, dunque?" domandò Rodrigo. "Lui - rispose il messo - il Comandante Che. Già l'avevano avvistato i vostri fidati bravi, il Nibbio e il Griso..." "Cretino - lo interruppe Rodrigo, Conte di Warwich - quelli sono gli scherani dell'altro Rodrigo, di quello stronzo! Io sono quello bravo, cioè, non bravo in quel senso, io sono bravo davvero...Ma perché dar confidenza ad uno sciocco messo? Dimmi, orsù, e come giunse nelle terre di Celania?" "Giunse dal cielo, su un grande uccello bianco, grande più assai della Fenice (e intender volea il mitologico uccello che sempre risorse dalle sue ceneri, mentre pel Teatro speriamo): e quando dal ventre del grande mostro alato discese, s'inginocchiò, si tolse il sigaro dalla bocca, e baciò la terra...." "Ma chi si crede d'essere? - pensò Rodrigo - Dopo la visita del prence dei Cristiani nella sua Isla Querida si è montato la testa!" Tuttavia era colpito. Il Che, il Comandante, un mito degli Anni Sessanta, come lo aveva battezzato un teleaédo, tal Giovanni Minato! "Ed io che tengo un suo ritratto, quello col basco e il sigaro, a capo del mio giaciglio: è la volta che me lo faccio autografare, prima che - bello di fama e di sventura - si faccia ammazzare da qualcuno dei suoi nemici, ad esempio quelli della Confraternita Investigatori Associati. Altro che Antigua!" E gridando "A Celania, a Celania!" si lanciò di corsa nel giardino di ciliegi che circondava la Reggia.
Sul Bucintoro si svolgeva la seguente conversazione tra il gatto Marameo e la Dogaressa. "Pensate, Marameo, voi che di pesci v'intendete - disse la Dogaressa - che in questo mare opera un Retiario smaliziato, che usa più bautte che il Doge mio signore a Carnevale, e che battute fa giocando sull'equivoco latino (per non parlar dell'anglio) tra persone e personae fingendo confusion mentale per far bottin d'ittica preda?" "Mmmmhhhhhh! Mmmmhhhhhh!" Il Marameo ebbe il pelo tutto irto e fe' la groppa arcuata, come aveva appreso dagli Houhhhhinnnnhhh quando si era nel lor paese recato come visiting professor, tornando da Laputa, ma poi pensò: "Madonna, mia! Magari, mungendo mare, mi manderebbe mirabili merluzzi!" Socchiuse gli occhi beato a quel pensiero e, prestamente sopito, sognò d'essere sulle alture della pesca tra i pescatori di perle, col Retiario accanto e
merluzzetti d'intorno
erran nell'acqua
sì che a mirarli
intenerisce gola.
Vedendo che attenzione così scarsa le mostrava
il Marameo, e che Venantius era tutto intento a una
lavagna a segnar simboli pel Galileo, tutto stupito
e in grande maraviglia che dicea: "Dammi un momento,
dammi un conatus solo!" e Venantius a scrivere
subitamente epsilon minuscole, e sempre più
minuscole, a piacer suo, guardò se altri messaggi
erano arrivati, o doglianze, o ritratti di fulvi furetti,
promessi, che attendeva dal sulfurio Biaghistano, che
prima avea preso di peto per una storia di censura
sul pensier del peto medio. Nulla di galleggiante,
niente emergeva dal Grande Ocelàno, nemmen dalla
foresta di Birnano nessun moto giungeva.
"Ambizioso spirto,
tu sei Vir Tuale!
Alla grandezza aneli,
ma sarai tu malvagio?"
Questo leggero motivetto le aleggiava nella testa: "canto la canzonetta che mi piace tanto, e che fa dudu du dudu dudu duuuuu" quando pensava al signor de le bautte col sospetto: che il mar di Golem fosse l'oceano di Tarkowski, quel di Solaris, con scambio di sogni e di chimere col reale? Qual sintesi a priori la confuse nel tentar di saggiar questa persona? Che il precettor di Koenisberg le avesse raccontato solo palle? Così interrogandosi riprese in mano il perspicillo e lo fissò ver l'alto, turbata da fenomeni celesti che non parean comete "Chissà cosa ne penserebbe Thycho" si chiese silenziosa, per non farsi sentir dal Galileo. I fenomeni celesti erano comunque strani, tutti ancor da interpretare. Puntato ch'ebbe il perspecillo non ci capì granché, poiché puntò sulla costellazion del Granchio (che avea preso per error dal Saladino scambiando la Befana per la nonna) e poi si ritirò cantando, scoprendosi una voce di baritono con alti di soprano:
Madama.
Madama?
Madama!
perché troppo le piaceva cantar
"Io conobbi la voce che adoro"
Ma che razza di magione
ma che schifo di reggente
questo Baldo residente
neanche un goccio di buon vin.
Se noi avessimo saputo
di restare qui all'asciutto
non avremmo fatt di tutto
per venire fin quassù
a portare il nostro aiuto
ad un ostico compare
che ci fece orgià chiamare
per soccorrerlo costì
non è questa la maniera
di trattare noi leoni
noi s'aspetta libagioni
non vogliamo libragion!
Mentre i Re Ali cercavano il vino, Re Fuso si era sdraiato
sull'erba accanto all'ultimo Re Spiro - i due avevano
scoperto una naturale affinità - e stava progettando
di brucare un po' d'erba per scacciare la fame montante.
Qualsiasi altra prospettiva gli pareva troppo impegnativa.
Marcobaldo iniziò a pensare ad una pizza alla
siciliana, mentre Elettra, che aveva un sesto senso
per queste ed altre cose, iniziò a preoccuparsi.
L'unico che sembrava pronto all'azione era Re Ligione.
Senza una parola s'inerpicò su per il pendio
che lo separava dal Girasole Gigante e raggiunse la
base di quel pilastro vegetale la cui cima si perdeva
al di là delle nuvole. Nella luce rosata del
tramonto, si guardò intorno, abbracciò
il fusto del Girasole, e proruppe in un'invocazione
tonante: "Popolo di Golem! Convertiti alla contemplazione
del Grande Girasole, Prima e Ultima Ragione dell'esistenza
di tutte le cose animate e inanimate......" La
sua voce sembrò salire irresistibilmente su
per il tronco del Girasole, raggiungerne la cima invisibile,
e da lì irradiarsi per l'universo intero. Re
Ligione, ormai tutt'uno con il Girasole, entrò
in una sorta di trance ipnotica. Re, reggenti ed etère
furono sopraffatti dal fascino di quelle parole e
della luce rossarancioviola di un fantasmagorico tramonto.
Le loro menti stavano per essere travolte da un vortice
mistico, quando un boato terrificante squassò
la terra di Sabatiland, ponendo fine all'orazione di
Re Ligione. Il Girasole Gigante, seguendo la sua natura
girasolesca, aveva seguito il cammino del sole ed
era piombato a terra a gran velocità, facendo
tremare alberi, case e torri. Passato il cataclisma,
Marcobaldo cercò di fare il punto della situazione.
"Ci siamo tutti? Elettra, Re Fuso, Re Cioto..."
"Non c'e' piu' Re Ligione." Un collettivo
sospiro di sollievo accolse questa rivelazione, ma
Re Ligione non impiegò molto a frasi sentire:
"Uùutuuu, turutumu fuuru du quu! Sunu suttu
ul gurusulu!" "O Marcobaldo, affidi le tue
greggi alla custodia di pastori sardi?" "Mai
avuto greggi, Re Fuso. Questo deve essere Re Ligione,
che chiede aiuto da sotto il Girasole." "Su
nun mu turutu fuuru du quu, surutu muluduttu pur suttuntu
gunuruzuunu!" "Non esiste forza umana che
lo possa disseppellire. Bisognerà aspettare
che il Girasole si alzi spontaneamente domattina, al
levar del sole." Un secondo sospiro di sollievo
accolse questa affermazione. Ma nessuno pensò
più alla cena. La fame era passata a tutti.
L'oscurità portò finalmente tranquillità
nel piccolo, ed una volta sereno, regno di Sabatiland.
Il Girasole giaceva sul terreno come un lunghissimo
verme, in attesa di risvegliarsi all'alba del giorno
successivo. I Re Ali ospiti di Marcobaldo si erano
ritirati nelle loro stanze per concedersi il meritato
riposo, e Re Ligione pareva momentaneamente rassegnato
alla sua condizione. Marcobaldo si era disteso sull'erba
del parco e guardava rapito il cielo stellato. Accanto
a lui, in silenzio, Elettra. L'aria, già tiepida,
fremeva d'impercettibili vibrazioni. Le stelle tremolavano
leggermente, le cime degli alberi ondeggiavano piano
piano, l'erba veniva attraversata da folate lievi ed
improvvise. Lo sguardo di Marcobaldo passò lentamente
da Auriga a Perseo, a Cassiopea, all'Orsa Minore. Con
gli occhi saltò sul Piccolo Carro, e lo percorse
di stella in stella fino alle Stelle Polari. Le Stelle
Polari. DUE Stelle Polari. L'attenzione di Marcobaldo
si risvegliò all'improvviso, focalizzandosi
su un elemento che sconvolgeva l'ordine del suo piccolo
universo. Poi una delle stelle polari iniziò
a muoversi, seguendo una spirale sempre più
ampia, sempre più vicina, così vicina
da sembrare a portata di mano. E una voce esplose allegramente
nella mente di Marcobaldo. Solo nella sua mente: "A
Marcobba', come te butta?" "Pixel, granfijodena,
'ndo sei stato tutto 'sto tempo?" "T'arisurto
?1" "Me 'sto a schizza' cor dentifricio!2"
Pixel era....chissà cos'era. Uno strano ente
che si manifestava agli umani, se voleva, come punto
luminoso. Non aveva estensione, né dimensioni.
Comunicava telepaticamente con Marcobaldo, e solo con
lui. Se gli angeli custodi esistessero e custodissero,
Pixel sarebbe stato un angelo custode. Ma non era un
angelo custode e non custodiva. Ogni tanto, se le cose
giravano per il verso giusto, tentava di istillare
un pò di buon senso nella zucca da sognatore
di Marcobaldo. "Guardala." "Chi?"
"La sparapompibocchignottola." Marcobaldo
trattenne il respiro. Non era più abituato al
gergo di Pixel. Guardò Elettra. La tiepida brezza
notturna agitava lievemente la veste semitrasparente
di Elettra, accarezzando le seducenti forme della fanciulla
in un ipnotico gioco di apparizioni fugaci ed improvvise
scomparse. Per un attimo Marcobaldo ebbe l'impressione
d'intravedere le natiche della giovane, rosee di un
rosa fanciullesco. E subito dopo si convinse di aver
visto, sfiorato, i seni di Elettra. Bianchi, leggeri,
sodi, aerei. Marcobaldo restò a lungo a guardare
la ragazza, poi le si avvicinò lentamente, le
pose una mano sulla vita, e baciò lentamente
le sue labbra rosa pallido.
In altri luoghi Clean No-Fear, il Cavaliere Senza Macchia e Senza Paura, proditoriamente aggredito dal Sire di Biaghstan, Fluvio/Fulvio, a colpi di peti suoi e del suo destriero e ritrovatosi biondo, riccioluto e con un fisico della Ciccone (in arte Madonna) si era aggregato ai Californian Dream Boys e girava tutte le Terre Conosciute vestito sol d'un perizoma leopardato, così esiguo che a mala pena conteneva gli attributi suoi e i dollaroni che ogni sera una tribadica schiera di vecchiacce libidinose gli ficcava tra l'elastico e gli anzidetti attributi, mirando peraltro più agli attributi che all'elastico. Le fortune guerriere e l'onore di Alzheimerstan - o meglio della Contea di Warwich - erano da allora affidate solo a Dash, la miglior lama del Golem, che, anche se non era un gran fusto, facea sbiancar chi gli si parava innanzi con sporchi pensieri e luride intenzioni. Il suo motto, finemente inciso sulla lama della sua spada, era "Bucàti io farò di quei che mi DronD" (crittografia elementare che ciascun dei Regnanti del Golem saprà decrittare in ben meno assai dei fatidici tre minuti). Dash era stato inviato da Rodrigo - ancor sotto le mentite spoglie di Alzh I - al soccorso della Serenissima Dogaressa di Ca' dei Doni, la quale allor si dibattea tra mille pensieri sconnessi (e forse ancor si dibatte giacché favella nella ultima Sua, di color "piola", come s'io dicessi color rivera o batistuta o meglio ancor montella, dal nome del fiero guerrier che guida la sventurata squadra de la Lanterna, che un nocchiero fumante accampa sullo stemma suo). Il giovane Dash, ancorché non fosse gran fusto, era pur sempre un apprezzabile bel manzo. Lo movea irresistibile brama di conoscere da vicino quella misteriosa e imprevedibile creatura che - già Klausia di Cadonia ed ora Serenissima Dogaressa - serenissima non gli parea punto, ma d'umor vago e mutevole. Mutevole come il sembiante del cielo lagunare, che trascolora dall'indaco più intenso al grigio bruma nel volger d'un istante. Colse dunque come un dono del ciel l'ordine di Rodrigo di partire per Ca' dei Doni e già s'infiammava al solo pensiero dell'allusione che il nome stesso - nomen omen - recava in sé. E mentre sellava Candy, il suo bianco e fedel destrier, si trovò a declamar tra sé e sé:
"Ca' dei Doni è quella landa
dove regna incontrastata
bella, altera ed incantata
la Serena Dogaress.
Ella vive la sua vita
tra tramonti, calle e altane
molti ha gatti, nessun cane,
e poi legge il Cassirer.
Io non so se per studiare
la sofìa ch'è nella scienza
abbia letto con pazienza
Ludovico Geymonat.
Alla fiera sua beltade
porterò, forier del maggio,
gelsomin, fiorito omaggio
dalle terre di Rivier.
E se'l fiore profumato
le rammenta gli anni lieti
di fanciulla, forse i peti
oblierà di quel Biaghstan.
Poi salì in arcione e die' di sprone. "Giddap,
Candy", gridò tornato per un attimo bambino,
gli occhi sgranati sugli albi di Pecos Bill.
Dopo una lunga e sfrenata cavalcata in sella al suo
candido destriero, Dash s'era fermato per rifocillarsi
- dopo aver schivato de' gran tumulti di plebaglia
affamata - ad una locanda che l'insegna recava di una
tonda luna. E mentre qui mangiava dello stufato lo
raggiunse l'oste chiedendogli: "Siete forse voi
messer Dash, primo spadaccino del Regno di Alzheimerstan,
colui che s'anco non sia un gran fus..." "Son
io" lo interruppe Dash, che quella storia del
fustino men digeriva che il tiglioso stufato ch'avea
dinanzi. "Giunse per voi un messaggio, recato
a voi sull'aure da un P.T.3" Così dicendo
gli porse una piccola pergamena strettamente arrotolata.
Dash srotolò febbrilmente il foglio e lesse:
"Serenissima Dogaressa imbarcatasi su Bucintoro,
il vascello che va ben per mari verso Celania. Compagni
le son Galileo, Venantius, Peppina e Marameo. Approvvigionati
ampiamente di aringhe, aliotidi, astici, arselle,
alici, acciughe, alalunghe altri affini acciocché,
accattivato, accolgati amicalmente: altrimenti aggressivo.
Attento, artigli affilatissimi affettano anche amici.
Affettuosi affabili auguri, accorati addii. Alzh."
"Oste- disse Dash - ov'è il messaggerpiccione,
ch'io possa rispondere?" "Stufato, or se
n'è ito" rispose sibillinamente l'oste,
e lo sguardo gli cadde sul piatto che Dash aveva pur
faticosamente ripulito. "Avete fave? - chiese
ancora Dash - Ch'io tenti di pigliarne un secondo?"
Ma non era stagione. Il giovane spadaccino uscì
dalla locanda e si diresse di corsa al porto (come
sperasse di trovare un porto di mare sulla strada per
Bergamo è licenza letteraria che vorrete perdonare
all'autor vostro). Giunto che fu alla banchina chiese
se naviglio vi fosse pronto a salpar sulla rotta di
Celania. "Uno solo, e sta per levar l'ancore.
Venite vi accompagno, ch'anch'io debbo imbarcarmi -
si offerse un indigeno dal corpo seminudo completamente
coperto di tatuaggi - Vi presenterò al Capitano."
"Benvenuto a bordo" Una voce profonda lo
accolse dal ponte di prora. "Grazie." Lo
sventurato rispose. Aveva appena finito di rispondere
che una figura alta e grande che pareva fusa nel bronzo
massiccio come il Perseo si fece innanzi, stagliandosi
maestosa contro la luce che veniva dal boccaporto.
"Sono il Capitano Achab, figliuolo. Ma potete
chiamarmi Capitano Achab. E questi che vedete così
adorno di fregi che sembra un muro della metropolitana
di Milano, è Quuequeg, il ramponiere figiano.
E qual'è il vostro nome, figliuolo?" Dash
aveva la tentazione di rispondergli "E io sono
Dash, il fiociniere afgano" ma uno sguardo a quella
sorta di Mastro Lindo lavorato a jacquard, col nome
da nipote di Donald Duck, lo dissuase. "Mi chiamo
Dash, Capitano" "Mi chiamo Capitano Achab,
ragazzo, ma voi chiamatemi pure Capitano Achab. M.A.S.H,
avete detto?" "No, capitano Achab"
- ripeté Dash - quella era una storia di ospedali,
la mia di lavanderie. Dash." "Ho capito,
Trash!" "No, anzi l'esatto contrario: D A
S H!!!" "Ah, Flash, dunque? Come il terzo
ufficiale del Pequod." "Chiamatemi Ismaele"
- stava per dire Dash, tanto per farla finita. Ma poi
pensò che la Serenissima l'avrebbe a lungo rampognato
se si azzardava ancora a cambiar nome. "Dash,
capitano Achab, D come dagherrotipo, A come anastrofe,
S come semiologico, H come Hurluberlu." "E
ci voleva tanto, figliuolo? Dash, ho capito" concluse
Achab." Ma sapete che anche se non siete un gran
fusto, siete pur sempre un bel manzo?" "Lo
so, Capitano Achab, lo so" rispose lo sventurato
Calata la notte, Dash, stanco per le emozioni e le fatiche della giornata, stava per addormentarsi. Mentre si abbandonava a quel delizioso sopore che precede il sonno, la mente gli suggeriva l'immagine di Klausia, la Serenissima Dogaressa di Ca' dei Doni, che smanettava sul servente maggiore e sugli abachi locali tentando d'indurli a riconoscere il doppio zero pronunciando formule alchemiche.
"Qui discernere bisogna,
osteria! il numer mille
o in un mare di scintille
tutto il software perderet.
Non è mille novecento
se due zeri metto in fila
riconoscere il duemila
ostreghèta voi dovet!
Mariéta monta in gòndola
che mi te porto al Lido
se il bimillennio infido
eludere saprò."
Lo stato ipnagogico gli proiettava, sullo schermo panoramico
della mente, l'immagine in Panavision Vistavision con
effetto Surround di lei, le guance deliziosamente arrossate
di collera, china sull'abaco, mentre con le agili dita
premeva i tasti del clavicembalo da scrittura.
Quando una mano lo sfiorò, pensò per un
attimo che il suo sogno si fosse avverato e che Klausia
fosse giunta - evocata dal suo pur confuso desiderio
- sino a lui. Afferrò quella mano e stava per
portarla alle labbra per deporvi un trepido bacio,
quando riconobbe l'inconfondibile callosità
che il lungo maneggiar la fiocina da baleniere lascia
sul palmo. Di più, una voce rauca ed inconfondibilmete
maschile gli sussurrò, mentre un alito fetido
di aringa affumicata gli colpiva le nari: "Ti
ho notato appena sei salito a bordo: sai che anche
se non sei un gran fusto, sei sempre un bel manzo?"
Dash fu desto in un lampo, la mano gli corse alla spada
che l'aveva reso famoso in tutte le Alture di Golem
e, puntandola alla gola del fiociniere seminudo che
gli stava entrando nella cuccetta, esplose: "Per
chi mi hai preso? Per Billy Budd? Bada ben balenier
busone, brutto bifolco, becero buzzurro, bietolon beante,
bindolone beota, bipede bastardo, beone balèngo,
bocchinaro, bacherozzo, baggiano, babbeo berciante,
baciapile bacato, baccalà basito, bacco, bagascia
blenorragica, bajocco bucato, baluba belluino, balzano
barbagianni, bardotto bastonato, batrace bitorzoluto,
battona bardata, becco bernoccoluto, beccamorti barbino,
bestia, bue, belino4 bifido, birbante bilioso, bischero
bisunto, blague borioso, bovaro baffuto, bordellista
, bolso bravaccio, broccolo brussellese, bradipo balbettante,
briccon brigoso, bubbon brucelloso, buffon bugiardo,
bravaccio, bulletto, burba burbanzosa, burino butteratto,
borghese bigotto! Bada a te!
"Eh no, borghese poi no! - esclamò il baleniere
rosso in viso - Voto a sinistra io, pago le tasse,
io, e ho fatto il sessantotto, io. Ho occupato da solo
il porto di Nantucket, io!" E se ne andò,
avvilito, piangendo.
Altrove, un enigmatico e ingarbugliato personaggio così declamava a gran voce, non senza trattenere i moti di gioia dell'animo suo:
"State contenti, umana gente, al quia
che se potuto aveste veder tutto
mestier non era ..........".
L'ingarbugliato personaggio aveva il nome di Rodrigo (o era Riccardo? o Clean No-Fear? o Dash? o fors'anche 'Orpo, il fedele e gigantesco servo nerovestito di Alzh I?). Era riuscito nel suo intento di crear confusione, seminar incertezze, fare e disfare, crear dal nulla maschere e farle parer persone e poi pigliar persone e trasformarle in figure reali.. "Tutto il mondo è un palcoscenico...ed io son Kean, genio e sregolatezza! o Keats? o Yeats? Non so più cosa son, cosa faccio.." si trovò a canterellare l'aria del gran salisburghese che da qualche tempo gli risuonava notte e dì all'orecchio. In realtà sapeva benissimo chi era ed un poco men che fare...Ma come fosse giunto a destino ed avesse potuto veder co' suoi occhi la bella Ubalda e farsi fare un autografo dal Che...... il mistero si sarebbe svelato...E gli brillavan gli occhi per la pregustata gioia. Purché la Serenissima non gli guastasse la festa, scoprendo anzi tempo il vero esser suo. "Argutissima donna. S'ella è di bellezza pari al suo ingegno (così si favoleggia tra quei ch'ebbero il ben di vederla in persona) - si dicea tra il compiaciuto ed il preoccupato - scoprirà chi son io in realtà. No, non è possibile che scopra ch'io sia in realtà, poiché io stesso quasi nol so più!" Dopo un breve pausa gridò "Cocchiere! frusta i cavalli." Pronunciò il comando sporgendosi dal finestrino della vecchia ma lussuosa carrozza che sei splendidi bai facevan correre già come il vento sulle tortuose strade che dalla sua Riviera portavano verso il Golem, verso Celania, verso l'Ubalda, infine.
Ubalda stava pian piano uscendo dallo stato depressivo
in cui era caduta. Il messaggio di Georgiano e la cartolina
di Carduccio di Battirua avevano riportato il sorriso
sulle labbra rosse sulle quali morire, di Ubalda di
Celania. Anche lo scirocco aveva finalmente trovato
quiete. La Peppina tostava senza sosta. Altri messaggi
erano stati recapitati a palazzo: quasi tutti i vicini
di regno si apprestavano a farle visita, prima dell'avvio
dei GGG. L'arrivo che più di ogni altro Ubalda
attendeva trepidante era quello di Re Llà Campo,
il più bello, il più sensuale e il più
viveur tra i re,
che Ubalda soleva chiamare affettuosamente - ed anagrammaticamante
- Camporella.
_______________________________
1 Sei contento di vedermi?
2 Sono contento di vederti.
3 Pigeon Traveler
4 in idioma alzhmerio dicesi belino quel che in longobardo
dicesi pirla, in siculo minchia, in calabro fiora.
L'origine della parola è controversa: chi vuol
che venga da Belèno, divinità priapica
dei Galli Liguri, chi da "budellino", indi
"buellino", che da sol mostra ciò
cui allude.
Alla pagina dei giochi di parole