Le Alture di Golem - 8


Le Alture di Golem - Capitolo VIII


Indice

. In un'altra galassia, nel frattempo...
. Piccola Enciclopedia del Golem
. Lo scherzo di Pigiberus
. Altri personaggi in marcia
. In cammino verso Celania
. Rodrigo due volte tra l'onde perigliose

IN UN'ALTRA GALASSIA, NEL FRATTEMPO...

Bit..Bit..Bit.. Segnali imprecisi arrivano alla base satellitare di Marianum planet, aperta dalla Vaticanus dos, colonia stellare di origine imprecisata, proveninte da un'altra dimensione spazio temporale, presente sul pianeta Terra da tempo immemore. Il capitano Paulus dos, cercava di decifrare i messaggi che arrivavano da un punto spazio dimensionale imprecisato della vita terrestre, del passato. Al capitano Paulus dos, iniziarono a venire dubbi sulla presenza di fantagorroici personaggi sulla scena del pianeta Terra, non appena, scovato nella sua soffitta asteroidea un vecchio modem e inseritosi in rete, come non faceva più dall'età di tre micro anni, quando navigare andava di moda, vide narrare la storia di un Golem imprecisato. Si diede così alla ricerca della possibile presenza di tali personaggi nella realtà terrestre. La sua lotta proseguiva da diecimila minuti lunari, pari a sette anni terrestri e le casuali scoperte fatte erano che è tutta trippa per gatti maltusiani. Il comandante in seconda Ratzinger Mazzinga, crocifiggeva e abborriva gli sforzi di cercare contatti con altri fanta pianeti mentali, da parte del comandante Paulus dos. Ma l'invidia satellitare è una brutta spazio bestia e Ratzinger Mazzinga decise di complottare contro Paulus dos, per togliergli il dos, appunto (nel senso del comando computeristico della stazione spazio orbitante). Paulus dos era ignaro di ciò che gli stava per accadere e mentre iniziava a visualizzare sullo schermo fantaspazio, le immagini di un'altura sommersa da castelli, cacche di piccioni e piccoli esseri con coroncine e strani nomi, Ratzinger Mazzinga penetrò nel micro circuito di controllo della stazione spazio orbitante e si impossessò del sensore principale, interrompendo la visione del fantaspazio terrestre. Paulus dos, non riuscì, in un primo momento, a capire cosa stesse accadendo e decise di controllare i micro circuiti della stazione spazio orbitante. Infilatosi nel tubo fantaconnettitore per verificare possibili fantaguasti, si imbatté in un personaggio fantagolemico, che era stato teleriprodotto nella stazione. "Chi sei, numero di categoria e cibercodice." Gli disse Paulu dos. Ma il fanta personaggio non capiva ciò che voleva il comandante. Re Jetto decise di lasciar perdere con i convenevoli di rito e si affidò all'istinto. Da buon Cristiano, Vaticanus dos gli parve un bel nome per un qualunque cosa sia una stazione spazio orbitante e iniziò a fare amicizia col capitano Paulus dos. Costui ogni tanto continuava a chiedere a Re Jetto quale fosse il suo cibecodice, e Re Jetto da buon monarca di spirito qual'era, lo assecondava, con pazienza. Iniziò così la sua avventura stellare. Il vero problema era che nel suo regno poteva parlare il suo idioma, senza difficoltà. Nello spazio, invece, aveva ricevuto da una capsula spaziale vagante un disco in platino con delle canzoni di tali Beatles, perché in quel ameno luogo parlavano solo in musica, al limite in numeri. Re Jetto era stonato come una cibercampana stellare e ogni volta che tentava di comunicare nel modo di Paulus dos, finiva a carciofate in faccia. Le stonature erano infatti paragonabili alle parolacce su Vaticanus dos. Per una parolaccia, si finiva in una frigocella per sei ore lunari, pari a tre giorni terrestri. Purtroppo Re Jetto era molto prolisso e si sarebbe trasformato in un ghiacciolo se Ratzinger Mazzinga, sempre tramando alle spalle di Paulus dos, non avesse interrotto l'erogazione di freddoenergia, per sabotare la stazione spazio satellitare.

Re Jetto rendendosi conto che la frigocella si stava scongelando, decise di mollare il capitano Paulus dos, per ritornare nel suo fantaregno. Si alleò così a Ratzinger Mazzinga per detronizzare Paulus dos. Ma Ratzinger Mazzinga non era tenero come Pulus dos e Re Jetto capì di aver fatto un pessimo affare a tradire il capitano, infatti il povero Re fu costretto a ore e ore di genuflessioni spaziali, visionando rosarioprogrammi in ciberdialetto di Vaticanus dos. Re Jetto scoprì così che anche nello spazio venivano ricordati i monarchi. Nei rosarioprogrammi vide infatti Regina Coeli, Re Dentore e simili. Incominciando a venire la spaziosera, Re Jetto cercò di scovare un modo per scappare dalla galassia straniera. Pur non conoscendo l'astronomia moderna, convinto com'era che la Golemterra fosse piatta, comprese che l'astronomia è tutta un'opinione.
A Marianum planet intanto Paulus dos, convinto dell'amicizia di Re Jetto, lo invitò ad un banchetto stellare, per il suo spazio compleanno. Alla festa intervennero altolocati ministri del ciberculto, quali Capitan Marias Martinez, responsabile di Milanos dos, piccolo arcipelago stellare nella galassia controllata da Vaticanu dos. La serata trascorse tra versi di Let it Be e Yesterday, recitati dal giullare spaziale Benignus primus, una persona assai positiva che ripeteva ogni tre, quattro parole che la vita è bella, o è balla? Non so. Ratzinger Mazzinga decise di escogitare un piano per far fallire la serata e di far sfigurare agli occhi delle alte autorità Paulus dos. Re Jetto, non si sa come, scoprì la cosa e pentendosi di aver girato le spalle a Paulus dos, si impegnò a cercare un modo per rovinare i piani di Ratzinger Mazzinga.

Dopo svariati ripensamenti, tormenti e tradimenti, Re Jetto decise di confessare il tradimento di Ratzinger Mazzinga a Paulus dos, ma in tutta la serata parve non esserci un momento in cui Paulus dos fosse solo. Un'idea balenò nella testolina fantagorroica di Re Jetto, che si travestì da donna e invitò Paulus dos a ballare. Paulus dos lusingato nel vedere una fanciulla chiedergli un ballo accettò l'invito lanciandosi nel turbine della danza. Ad un tratto, nella pausa di una mazzurca lunare, Re Jetto si rivelò a Paulus dos, che interpretò male e strizzò l'occhio a Re Jetto che interpretò bene e mollò un cazzotto a Paulus dos. Paulus dos ripresosi decise di ascoltare Re Jetto. Gli rivelò così le trame del perfido Ratzinger Mazzinga, ma Paulus dos parve non credere a Re Jetto. Finché nella sala non si fece improvvisamente buio. Ratzinger aveva fatto saltare i fusibili stellari dell'energia lunare e nell'oscurità attentò alla vita di Paulus dos. Fortunatamente Re Jetto che era ancora abbracciato a Paulus dos, riuscì a capire che si trattava di un agguato contro il capitano e si frappose tra il saturnopugnale di Ratzinger ed il corpo di Paulus dos. Fortunatamente essendo di un altra dimensione cosmica il saturnopugnale trapassò Re Jetto senza ferirlo, mentre Paulus dos rimase stecchito.

PICCOLA ENCICLOPEDIA DEL GOLEM

Pigeribus: È dottore in psicantropia formativa, ma non se ne vanta affatto. La sua passione è l'inzigamento, in cui è Magister Magnus. Vive da un po' di tempo in simbiosi con Georgiano di Barbaria (vedi) e con Fluvio di Biaghstan (nel frattempo s'è scoperto il mistero del nome, ma il Sire di Biaghstan era forse più felice quando tutti lo chiamavano "brutto pezzo di ...."), cui offre con lo stesso disinteresse crittogrammi e viados. Quando dorme suscita ectoplasmi che chiama Milena Miles e Vanessa Lomaire (Milena Miles è quella stronza che ha fatto mille con un intervento da dietro che doveva essere punito con il cartellino rosso e invece neanche un'ammonizione!).

Georgiano di Barbaria: menestrello, avventuriero, vagabondo, sta tra Lazarillo de Tormes e Angelo Branduardi. Mostra talora strane e del tutto casuali simiglianze stilistiche, nel suo fluente narrare, con Doc Pigeribus. E' pazzamente innamorato del gran pezzo dell'Ubalda, anzi - da perfetto cantore dell'amor cortese - di TUTTA l'Ubalda e non solo di quel pezzo che... insomma avete capito, quello LI'. Innamorato, illanguidisce, inventa infocati ideogrammi, illustra ininterrottamente inarrestabile incoercibile inclinazione, intrattenendo ipnoticamente ignari interlocutori, inizialmente irretiti indi irresistibilmente infastiditi, infine irritati, incazzati, inferociti. Ignora - ingrato e indelicato - indegni inequivocabili inviti indecenti intrattenitrici incerte inclinazioni. Indefessamente incaponiscesi in illusoria inconfessabile infatuazione, ignorando inequivocabili indizi indifferenza indirettamente indirizzatigli inespugnabile ingrata. Intuito insuccesso, ignorato ignobilmente, imprecherà ingenerosamente ingiuriando ispiratrice, implorando invano inserimento in insaziabile ininseminata insenatura?

Venantius: eremita trevigiano, ha facoltà profetiche, vive con il gatto Maramao che miagola in "M" accavallando a più non posso MANNAGGE, MAREMME, MOLECOLE, MONADI, MADONNE, non sempre in quest'ordine. Venantius gira in bicicletta, ma recentemente si è imbarcato sul Bucintoro con il fido Maramao, la Serenissima Dogaressa e certo Galileo Galilei, un pisano mezzo matto che si diverte a gettar pietre e piume giù dalle torri, per veder quale dei due oggetti riesce a colpir per primo gli ignari passanti. La sua definizione dell'esperimento è: "STUDIO DEL MOTO DEI GRAVI", alludendo forse alle condizioni di salute dei colpiti. Per essere un eremita fa troppa vita mondana (nel senso miglior del termine).

L'AVVENTURA DI PETONIUS CONTINUA

Il Principe Petonius I si accinse ad aprire la porta contrassegnata dalla Alfa (una strana sensazione lo portava a pensare che la Omega portasse sfiga, e in ogni caso preferiva le auto sportive agli orologi), quando ad un tratto gli venne in mente che Pigeribus aveva parlato di ectoplasmi che prendevano consistenza materiale solo durante il suo sonno.
Non essendo interessato a esperienze di sesso virtuale si girò di scatto e sparò verso Pigeribus due peti anestetici che lo addormentarono all'istante. Disse quindi a Georgiano, che lo guardava stupefatto: "Se per caso si risveglia prima che io sia tornato, dagli un cazzotto in testa acciocché si riaddormenti!"
L'attonito cavaliere annuì, e il Prence varcò la soglia pensando felice: "Finalmente si tromba!"

La stanza era in penombra, ma dopo qualche istante poté discernere una figura femminile che si muoveva sinuosamente al ritmo di un samba che stava canticchiando. "Sei tu, Vanessa ?" chiese pieno di aspettative mentre velocemente si toglieva gli abiti di dosso. "Si, meu ninho - rispose con voce flautata la figura - Vén acà que te traigo em Paradiso!" ("Minchia, una Brasiliana! - pensò eccitatissimo Petonius - questa ancora mi mancava!") e si fiondò su di lei. Ma grande fu il suo sconcerto quando, allungando le mani sull'oggetto del desiderio, trovò una cosa che non era prevista dal regolamento. "Cazzo, un viado! - urlò Petonius furibondo - quel figlio di chi so io di Pigiberus mi ha preso per il culo!" Neutralizzò il travestito con una raffica di peti che lo ridussero in coma profondo e uscì di corsa dalla stanza. Georgiano nel vederlo gli chiese: "Già fatto, Prence ?" ma rimase non poco stupito dal sentirsi rispondere "Ma và a cagà!"
Furibondo per lo scherzo subìto Petonius guardò Pigeribus, che giaceva ancora narcotizzato, e ordinò a Georgiano "Ammanettalo!" "Prego?" fu la stupita risposta del Cavaliere. "Mettigli le manette ai polsi, così da immobilizzarlo!" "Perdona Prence la mia ignoranza, ma cosa sono le manette ?" "Cazzo è vero, non le hanno ancora inventate!" pensò il Signore di Biaghstan, che quindi soggiunse: "Va bé, ponilo in vincoli". Giorgiano estrasse di tasca un foglio di pergamena e una penna d'oca e cominciò a scrivere. "Ma che cazzo fai ?" gli chiese Petonius. "Sto preparando una dichiarazione che gli farò firmare, con la quale sarà vincolato a Voi per il resto dei suoi giorni" balbettò Georgiano, che dallo lo sguardo infuocato del Principe cominciò a pensare di stare facendo una stronzata. "Ma cosa hai capito, inetto? Legalo!" gli urlò Petonius. ("E non potevi dirlo chiaramente subito, pirla!") pensò Georgiano, che si affrettò a legare strettamente i polsi di Pigiberus con una robusta fune. Il Prence tirò un peto di rianimazione su Pigeribus, e come questi riprese i sensi gli disse: "Per il tuo scherzo del cazzo, e non sto usando una metafora, resterai legato sino a che non avrai risolto questa crittografia:
DOQIDO (12)
così imparerai a farti beffe di me!" Si avvicinò a Georgiano, gli sussurrò all'orecchio la soluzione e gli ordinò di non liberarlo sino a che non l'avesse trovata, anche a costo di farlo morire d'inedia. Rivolse a Pigeribus un sorriso sprezzante e uscì dalla torre.

Georgiano si sedette accanto a Pigeribus che, legato, gli disse: "Orsù cavaliere, liberatemi, farò qualsiasi cosa per voi". Ma il fiero e devoto guerriero rispose: "Desolato, sir, non me ne vogliate; ho ricevuto un ordine e non posso venir meno ai miei compiti". Si accese una sigaretta e si affacciò alla finestra, guardando Petonio che usciva; poi si rivolse di nuovo a Pigeribus: "Forza, sir, rispondete al quesito. Vogliamo restare in questa incresciosa situazione ancora per molto?" "Sto pensando, sto pensando: datemi un po' di tempo!" rispose il padrone di casa, nervoso e cogitabondo. Georgiano guardò di nuovo fuori, questa volta per scrutare l'orizzonte. Sospirò. Poi prese carta e penna e scrisse:

"Mia adorata dea d'amore
che portasti a tutto il mondo
col sorriso d'un secondo
il segreto di Beltà,

non lasciarti trasportare
mai da alcuna azione indegna
di chi sopra un trono regna
e ti viene a importunar',

né da rei comportamenti
d'ogni specie di signori
che ti coprano d'onori
solo per violar tuo lett'.

Io son qui, mia amata Ubalda,
ben lontano, ma presente:
il mio orecchio è lì e ti sente,
se dovessi aver bisogn'.

La mia Balda degli Ubaldi
sempre è a tua disposizione
per difender la magione
de' suoi padri di Celan'.

No, non cedere, amor mio,
fallo per il mio buon cuore
che non batte senza amore,
e collassa se è tradit'."

Legò il messaggio al piccione mandatogli da Adelinda, e lo "spedì", speranzoso di ricevere, una volta tanto, notizie direttamente dalla sua amata. "Allora, sir? - disse poi, rivolgendosi di nuovo a Pigeribus - Avete svelato l'arcano?" "Ancora no, cavaliere, ma ci sono vicino, credo" rispose Pigeribus. "Bene, sir, sbrigatevi. Mi crea un certo imbarazzo far da carceriere al padrone di casa" replicò Georgiano, mettendosi a sedere su una comoda poltrona, in attesa di nuovi eventi.

Petonius, mentre si accingeva a salire a cavallo, si domandava se non fosse stato troppo duro nei confronti di quello che, tutto sommato, era un suo amico di vecchia data. Pur se cocente era stata la sua delusione, decise di offrirgli un'alternativa, dato che molto probabilmente non sarebbe riuscito a risolvere quel difficilissimo enigma, e sarebbe quindi perito tra atroci sofferenze. Mentre si accingeva a rientrare, venne colpito sulla spalla da una maleodorante deiezione, che riconobbe immediatamente; alzò lo sguardo al cielo e vide una mail volante che si stava allontanando. Sparò in quella direzione un peto da caccia che raggiunse il bersaglio, facendolo precipitare all'istante. Notò che l'incontinente volatile aveva legato alla zampa un rotolino di pergamena; incuriosito lo srotolò e lo lesse, pur non senza provare qualche senso di colpa per la violazione del segreto postale che stava perpetrando. Ma grande fu la sua soddisfazione nell'apprenderne il contenuto; riarrotolò la missiva e se la mise in tasca pensando: "Questa gliela porto io di persona! Fosse che fosse la volta buona..." Rientrò nella torre, e vedendo Georgiano mollemente adagiato in una poltrona gli gridò: "Ah, ce la prendiamo comoda, eh ?? E fumiamo pure in servizio!!" Il Cavaliere scattò immediatamente sugli attenti, farfugliando alcune scuse di circostanza, del tipo: "Perdono Prence, quì non c'è un cazzo da fare, sa com'è, le ore non passano mai..." mentre pensava "Porca vacca, ma 'sto cagacazzo di un rompicoglioni non se ne era già andato?!" "Va bè, per questa volta passi. Riposo! Ma che non si ripeta! Ho pensato di offrire una speranza di sopravvivenza a Pigeribus: se risolverà questo potrai dargli da mangiare, pur lasciandolo in vincoli sino a che non avrà risolto il precedente".
SOSTILIOS (9)
Gli mormorò la soluzione all'orecchio e se ne ripartì, già pregustando l'incontro con quel gran pezzo dell' Ubalda, che sperava trovar calda almeno una volta.

Pigeribus osservava lo scambio di battute tra il suo vecchio (ex) amico e Georgiano di Barbaria. La testa doleva e si sentiva debole e frastornato. I peti malefici di Fluvio Petonio lo avevano ridotto piuttosto male. Ciò nonostante cominciò a pensare all'ultima crittografia che, se risolta gli avrebbe consentito di ingurgitare qualcosa dalle mani dell'innamorato perso Georgiano. SOSTILIOS (9) gli aveva detto quel maledetto, ma Pigeribus non riusciva a risolvere l'arcano. Guardò con occhi supplichevoli l'innamorato Georgiano e gli chiese di aiutarlo con la soluzione. "Saggio Pigeribus - disse Georgiano - ho dato la mia parola a quel metifico principe e pur se sento di odiarlo sempre più come cavaliere non posso mancare a quanto promesso." Quindi con un dito tracciò sulla terra la parola ROMA e al di sotto scrisse RE RE RE RE quindi racchiuse il tutto in un cerchio e mise un sassolino sul terzo RE. Pigeribus ebbe una illuminazione: ma si era evidente, il terzo RE di Roma! Come si chiamava si chiese? Infine il nome gli venne alla memoria: Tullo Ostilio, quindi SOSTILIOS = TRA S TULLO = TRASTULLO. E così disse a Georgiano. "E adesso finalmente si mangia", mormorò.

Mentre Petonius si avviava verso l'uscita, notò per terra un foglietto sgualcito. Lo raccolse, e trovandolo leggermente appiccicoso capì trattarsi di una vecchia etichetta. Leggendola comprese perché Pigeribus aveva voluto conservarla. Essa proveniva da un abaco di una manifattura concorrente di quella per la quale entrambi avevano prestato servizio. L'originale era in anglosassone, e recitava:

CAUTION ! HAZARDOUS AREA
-------------------------
Do not remove this cover.
Trained service personnel only.
No user serviceable components inside.

Seguivano le stesse istruzioni in altri idiomi e il Prence fu curiosamente colpito da quella Italiana:

ATTENZIONE! PERICOLOSA REGIONE
-------------------------------
Non rimovere questa copertura.
Ammaestrato servente l'uomo soltanto.
Non utente servibile parte interno.

Sulle prime rimase perplesso, poi dedusse che era stato scritto da un circolo di femministe che in quel momento erano nel loro periodo mestruale, e quindi non servibili per gli eventuali uomini utenti delle loro parti interne, ancorché ammaestrati e serventi. Si fece una grassa risata e si diresse ancora una volta verso la porta.

ALTRI PERSONAGGI IN MARCIA

Se la terra non bastava
or ci sono anche i pianeti
cronostorie, gran segreti,
per i Giochi di Golem.

La Re Gina poveretta
sta spendendo un capitale
pe'l salmone ed il caviale
ma la storia corre in frett.

Tutti hanno gran premura:
chi s'imbarca, chi è rapito,
chi fa errori con un dito,
chi non mangia mai l'aring.

La gemella gran guerriera
non ha modo di seguire
e si perde anche l'ardire
"Neppur fossero in carrier!"

A cavallo del destriero
mormorando solitaria
pensa d'esser visionaria
che le manchi un po' il mestier.

Sfumacchiando a più non posso
dalla torre più lontana
la Kook'Alzh, ch'è l'altra Dama,
pensa già di fare un balz.

Sembran tutt'e due pensare
"Non ho tempo, non m'impegno,
qui finisce ch'el bel Regno
mi rimane in mezzo al mar".

Dopo i malintesi che avevano turbato le menti e le gesta dei Signori del Golem, il villaggio era nuovamente tranquillo. Si mormorava, è vero, che Re Jetto fosse scomparso, addirittura rapito e da uno strano vascello volante, alieno, ma - si sa - il popolino ama spargere strane voci...
Joneg è finalmente giunta, ascolta le notizie ed è serena. Pensa persino di deporre le sue armi, di tornare ad essere la felice damigella di un tempo, lontana dalle mille avventure e dalle tante vicissitudini che ha vissuto. Il suo occhio distratto nota, quasi per caso, là in lontananza, verso Alzheimerstan, dall'estremo confin...levarsi un fil di fumo.1 Che sarà mai? I soliti Piromani delle Alture? La malefica setta Brucialberi è sempre pronta a colpire! Sta per gridare: "115,115, aita, aita" quando coglie qualcosa di noto, un ritmo che già conosce... Il fumo è un segnale che diviene sempre più chiaro. "Ah, Joneg, sono disperata, tutto è perduto. Non oso affidare alla carta il segreto delle mie pene: ma ho bisogno di effonderle nel seno di un'amica fedele e sicura. A che ora potrò vedervi e cercare presso di voi consolazione e consiglio?2 "È Kook'alzh" mormora Joneg "si è rimessa a leggere epistolari e a fumare, la sciocca. Guarda come tossisce!" Richiama il suo destrier e balza in sella per correr a consolare sua sorella.

Intanto alla residenza di Marcobaldo, l'alba del giorno dopo fu accompagnata da un monumentale risvegliarsi del Girasole, che alla vista del sole sorgente si rizzò in tutta la sua incommensurabile altezza. Re Ligione ricomparve indissolubilmente abbracciato al Girasole, ormai divenuto sua unica ragione di vita. Il risucchio di tanto fenomeno richiamò verso l'alto fiori, alberi, cespugli ospiti di Marcobaldo, reggenti, etère, nuvole e piccioni viaggiatori. Alcuni di questi furono deviati dalle loro
rotte, e si mossero secondo orbite spiraliformi verso il centro di quella tromba d'aria vegetale. Dopo pochi minuti tutto tornò normale, ed i volatili ripresero il loro volo verso quelle che sentivano essere
le rispettive destinazioni, senza realizzare i mutamenti indotti dal vortice girasolesco. Marcobaldo si rivolse ai suoi ospiti: "Miei gentili ospiti, è giunto il momento di rivelarvi il motivo del mio invito. Voi tutti sapete che di qui a non molto il mi' Cerino3 accenderà la fiaccola dei Grandi Giochi di Golem, occasione in cui tradizionalmente il nostro piccolo grande mondo dimentica conflitti e diatribe per riunirsi intorno a un'idea comune: il gioco. Noi stiamo per affrontare un rischioso viaggio, durante il quale affronteremo imprevedibili difficoltà che potrebbero impedirci di raggiungere la nostra meta. Ho chiesto il vostro aiuto per superare le insidie che ci aspettano." Pixel si chiese in che modo due ubriaconi e due larve umane avrebbero potuto essere d'aiuto in un'impresa del genere, ma sapeva che la mente di Marcobaldo era spesso più tortuosa del corso del Meandro. A conferma delle sue convinzioni, prima di partire Marcobaldo chiese ad Elettra di travestirsi da uomo. E quand'ella si fu trasformata in un bellissimo cavaliere, subito battezzato Elettro, la compagnia si mise in cammino. Mentre quella compagnia così variamente assortita si avviava, uno strano spettacolo apparve sulla strada. Dieci giovanissime e bellissime fanciulle, perfettamente identiche una all'altra, procedevano in fila indiana in direzione opposta alla loro. Esse camminavano così vicine le une alle altre, che il petto di ognuna sfiorava la schiena della precedente, e le sue natiche accarezzavano il ventre della successiva. Il loro passo era così armonioso e ben sincronizzato, che da lontano si aveva l'impressione di vedere uno strano animale con venti gambe dirigersi lentamente verso la residenza che i compari stavano abbandonando. Camminando, le ragazze cantavano:

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
in questa valle limpida e fiorente
la sofferenza della deca-Artura
da un empio sortilegio tristemente
costretta a camminar incatenata
per opra d'una strega maleolente.

Sopraffatti dalla sorpresa e dalla bellezza delle fanciulle, i viaggiatori rimasero i silenzio ad ammirare il passaggio delle ragazze. Fu solo quando anche l'ultima fu passata, che Marcobaldo si riscosse e, accompagnando quello strano animale, iniziò ad interrogare le giovani. "Chi sei tu che chiudi la fila?" "Io son Artura-che-ha-conosciuto-tutti-tranne-te." "A questo si potrebbe anche rimediare", pensò Marcobaldo. "E tu che la precedi, di grazia, chi sei?" "Io son Artura-che-sa-bene-ballare." Marcobaldo continuò la sua indagine, fino alla decima Artura, che rispose: "Io son Artura-che-ancor-non-sa-cosa-vuol-dir-l'amore. "Marcobaldo la guardò bene, e non seppe cosa pensare. "Com'è possibile che tu, che non hai nulla da invidiare alle altre, non abbia ancora trovato un degno cavaliere?" "Un infelice destino mi perseguita. L'incantesimo che c'imprigiona in questa formazione costringe ogni cavaliere che incontriamo a giacere con ognuna di noi, dall'ultima fino alla prima. Cosa che riempie d'istantanea felicità i fortunati cavalieri che hanno la ventura d'attraversare la nostra strada, e d'infelicità me, perché nessuno è mai sopravvissuto tanto da raggiungermi. Ma il giorno che incontreremo un campione che sopravviverà a questa prova, io sarò finalmente felice, e noi saremo finalmente libere da questo maleficio."
Marcobaldo rimase vivamente impressionato dalla sventura della povera fanciulla, e si ripromise d'alleviare le sue sofferenze dopo aver partecipato ai Giochi di Golem. Fece per riavviarsi sulla strada dei Giochi, ma dovette arrendersi ad una forza invisibile che gli impediva di allontanarsi dalle Arture. E così fu anche per gli altri suoi compagni, Elettro compreso.

Il principe di Biaghstan, mentre cavalcava verso il regno di Celania, era assalito dai ricordi, il che gli causò un forte attacco di nostalgia. Pensava al suo palazzo di Petonia, capitale del Principato, ai suoi vasi di petunie dai petali variopinti, alle sue petulanti ancelle, alle petizioni dei suoi sudditi, ai petardi con i quali era solito festeggiare il Carnevale quando non andava di fretta e ai pesvelti nel caso contrario, all'epidemia di tifo petecchiale che non poche preoccupazioni gli aveva causato anni prima, alle petizze 4 che aveva messo da parte per farne omaggio alla Dogaressa in occasione di una prossima visita e alle petonciane5 alla parmigiana che il cuoco di Corte era solito preparagli.
Gli venne anche in mente la famosa canzone "Ciao ciao" di Petula Clark, e tirò alcuni peti di commozione che fecero sì che Twingo girasse la testa verso di lui con un nitrito di rimprovero che stava a significare "Senti pirla, se proprio devi scorreggiare almeno scendi di sella prima!"

Ligio alle istruzioni ricevute dal Prence, Georgiano si accinse a rifocillare l'infelice Pigeribus che, tuttora in vincoli, cercava disperatamente di risolvere l'enigma che gli avrebbe ridato libertà.
Georgiano trovò alfine una scatoletta sulla quale era impressa una scritta in un idioma a lui sconosciuto. La aprì comunque con la punta della spada e dalla scatola si sprigionò un odore immondo che riconobbe essere di aringhe affumicate. "Cazzo, i peti del Prence al pari somigliano a
Chanel n.5 - pensò mentre portava il nauseabondo intruglio a Pigeribus - e ci sono persone a cui piace mangiarle! "Pigeribus, che per il lungo digiuno non solo non ci vedeva ma neppure ci olfattava più per la fame, ingurgitò voracemente il contenuto della scatoletta, a colpi di lingua che neanche un Terranova avrebbe saputo fare. E si riaccasciò nei suoi vincoli, con il sorriso tipico di colui il quale ha esaudito una delle sue necessità primarie. Passarono alcuni minuti, e cominciò ad avvertire un certo sommovimento nel suo apparato digestivo. Realizzò solo in quel momento che la stramaledetta scatola gli era stata inviata da Venantius, come regalo di compleanno, almeno tre anni prima. Urlò quindi disperatamente a Georgiano: "Scioglimi, che ho un attacco di sciolta!" Georgiano lo guardò con un sorriso di scherno e rispose: "Sì, e già che siamo in tema, mi vuoi prendere per il culo?" "No, te lo giuro, sto per esplodere...fai qualcosa!" Georgiano capì, sia dall'espressione del volto di Pigeribus, che gli ricordò curiosamente il famoso quadro "L'urlo", sia dalle gocce di sudore che non gli imperlavano la fronte solo perché venivano schizzate nel raggio di un metro, il dramma in corso. Si portò quindi vicino a lui e si accinse da tergo a calargli le braghe, operazione che Pigeribus non avrebbe potuto effettuare da solo in quanto ancora in vincoli. Ma la scelta di tempo fu quanto mai inopportuna: nel preciso momento in cui portò a termine il suo generoso intervento, Pigeribus raggiunse il suo estremo limite di continenza ed esplose in una micidiale sbroffata di escrementi che sollevarono lo sfortunato Georgiano letteralmente da terra scaraventandolo su quella poltrona sulla quale sino a pochi minuti prima oziava fumando. "Cazzo, lo sapevo che avrei dovuto controllare la data di scadenza!" pensò Pigeribus mentre le sue irrefrenabili scariche continuavano ad abbattersi inesorabilmente sull'infelice Cavaliere, ormai totalmente incapace di sottrarsi al maleodorante fiotto, per lo stato di confusione mentale in cui si ritrovava. L'ultimo pensiero che ebbe prima di perdere definitivamente i sensi fu "Cazzo, passi per il normale tanfo di merda, ma mescolato a quello delle aringhe è assolutamente insopportabile!"
E svenne.
Si svegliò in un tanfo quasi insopportabile. "Siamo nella merda!" esclamò rivolgendosi a Pigeribus, che giaceva svenuto poco lontano, esausto per la grande fatica sostenuta nell'espellere tutta quella roba. Il cavaliere s'alzò frastornato e, barcollando, raggiunse la doccia privata del padrone di casa, in cui si catapultò e dove rimase per ore. Uscito finalmente lindo e pinto, asciugandosi i capelli, vide che Pigeribus era ancora lì, immobile, e decise di approfittare del momento per andarsene da quell'ormai invivibile luogo.

Ma pensando alla reazione di Petonio, decise che forse era meglio portare con sé, legato, Pigeribus. Caricò il pover'uomo privo di sensi sul suo cavallo (non prima di aver provveduto ad assicurarsi da eventuali fisiologiche sorprese, con apposito tappo di sughero), e cominciò a seguire le tracce del principe, più ad olfatto che a vista. Dopo qualche chilometro di cammino, ecco sopraggiungere il terribile sospetto: "stai a vedere che quel gran figlio di... se n'è andato a Celania senza dirmi nulla?", e lanciò il cavallo al galoppo sapendo di non sbagliarsi. Ma un sorriso era dipinto sul volto di Georgiano, perché il principe gli aveva appena offerto l'occasione di rivedere la sua amata Ubalda, anche se sapeva che ella non lo avrebbe probabilmente ricevuto col calore che lui s'aspettava. Il sorriso di Georgiano non esprimeva dunque gioia, ma una strana sensazione mista di paura e curiosità: era forse giunto il momento della verità tra lui ed Ubalda? Avrebbe forse dovuto soffrire al punto di togliersi la vita? Non lo sapeva. Sapeva solo che se la regina lo avesse rifiutato, non sarebbe certo tornato al Creatore prima di averci mandato chiunque avesse importunato la sua amata. Georgiano cavalcava veloce, il suo destriero divorava il sentiero, e il povero Pigeribus, ancor privo di sensi, sobbalzava inerte legato all'animale in corsa.

"Gaio regno di Celania
sta arrivando il paladino,
dopo il lungo suo cammino,
per saper la verità.

Fa' che il giorno che finisce
cambi in rosso sol nel cielo,
non pel sangue sopra il velo
con cui Balda pulirò.

Dolce Ubalda, t'amo ancora,
e per questo m'abbandona
la ragion'. Orsù, sii buona:
non mi far soffrire più."

...pensava Georgiano, colmo d'euforia per gli eventi futuri, pur non sapendo cosa il destino gli riservasse.

Petonio I, Principe di Biaghstan, galoppava a spron battuto verso il Regno di Celania, mentre il suo fido destriero Twingo pensava tra se e se: "Senti pirla, invece di battere gli sproni perché non ti batti quello che so io ?" Nel frattempo meditava sull'approccio con il quale avrebbe potuto ingraziarsi i favori della favolosa Ubalda: la missiva l'aveva già biecamente intercettata, un madrigale lo aveva già composto, e continuava a ripeterselo per timore di scordarlo:

Oh gran pezzo di Regina
sono qui, mia dolce Ubalda
se sei nuda e tutta calda
certo ci sollazzerem!

Sono giunto assiderato
fuor c'è vento e neve fiocca
ma il calor della tua gnocca
certo mi conforterà

Se lo vuoi, vò a raccontarti
dei miei nuovi furettini
però poi tanti bambini
anche noi fabbricherem!

Mentre si compiaceva con se stesso per l'ispirata lirica, venne colpito da un intenso dolce profumo. Pensò: "Cazzo, eppure non mi sembra di averne mollata una!" e difatti neppure Twingo aveva manifestato il suo consueto disappunto. Guardandosi intorno si accorse di trovarsi in un bosco di gelsomini e un'idea geniale lo folgorò. Quando si riprese alzò lo sguardo al cielo e disse "Maporcavacca Giove, non puoi stare più attento a dove scagli i tuoi fulmini??!!" e sparò un peto olimpico che privò per alcune ore il resto dell'umanità dell'aiuto degli dei. Raccolse quindi una iosa dei freschi fiori aulentissimi che appaion inver l'estate 6 con l'intenzione di fargliene omaggio, ben conoscendo la di lei predilezione per quel delicato profumo che lui comunque considerava puzzolente. Ma strada facendo fu folgorato da un'altra idea geniale. Quando rinvenne urlò "Cazzo Giove, se vuoi la guerra dillo subito!" e si mise a sparare peti di grosso calibro che costrinsero il Consiglio degli dei a dichiarare l'Olimpo "zona devastata da calamità naturale" e a stanziare fondi per il suo ripristino e il ritorno alle normali attività produttive.

L'idea venne messa in pratica con l'arrestarsi alla prima locanda che Petonius incontrò sul suo cammino; si assise a tavola e all'ossequioso oste che avendolo riconosciuto gli chiese: "Di che posso gratificarvi, mio Prence ?" Rispose: "Portami solo un ampolla d'olio e del sale, che l'insalata l'ho già colta io!" L'oste si diresse verso la cucina scuotendo la testa e meditando "Non ci sono più i Principi di una volta, dove cazzo andremo a finire con questa dannata inflazione?" Petonius si condì un'abbondante insalata di petali di gelsomino, che mangiò voracemente. Dopodichè ne volle mettere alla prova gli effetti; entrò in cucina ed emise il suo famoso peto subdolo, quello silenziato. Subito l'oste urlò alla moglie "Te l'ho detto cento volte che non voglio che tu usi lo spray deodorante qui, che mi copre gli aromi!" Mentre la povera donna sbigottita farfugliava la sua innocenza, Petonius risalì a cavallo soddisfatto pensando al successo che avrebbe avuto con l'Ubalda grazie a questo stratagemma.

RODRIGO DUE VOLTE TRA L'ONDE PERIGLIOSE

"Ma s'io avessi previsto tutto questo..." Così stava rimugicantando tra sé (come se possibil fosse rimugicantare tra qualcun altro) il nobile Rodrigo, e mai i versi immortali del Francesco di Ser Guccio Minore meglio s'erano adattati alle vicende sue. A prescindere dal fatto che - giovane ed ingenuo - anche lui aveva perso la testa al pensier de l'Ubalda e del Che, da quando s'era messo in quell'avventura certo poca moneta avea ricavato e gloria effimerda (equivalente alzhmerio di "gloria da stronzi" ch'è tuttavia ben più icastica figura). Partito in carrozza al grido di "Adelante, Pedro, si puedes!" - parafrasando quel compianto Don Antonio, in arte Nino, Ferrer che le cure del governar Milano alternava con la composizion di canzonette che, precorrendo i tempi, sin d'allora inneggiavano all'eguaglianza tra gli uomini, senza por mente al color della pelle loro - sceso era al mare. Giunto che fu in quella terra che di cinque è fatta, s'era imbarcato su un leudo che - preso a nolo a gran prezzo, in spregio a quella parsimoniosità che l'avi suoi genovesi gli avean nel DNA costrutto - avea fatto vela alla volta di Celania. Ma corse che ebbero poche miglia, un grido s'era levato dalla coffa: "Skull & bones! Skull & bones!" Il leudo era stato ben presto arrembato da uno sciabecco corsaro e, mentre quindici uomini si davano a saccheggiar la stiva, sul cassero altri quindici si scolavano una bottiglia di rhum. Nel trambusto ch'era seguito all'arrembaggio feroce, tra rampini e grappini che volavano da tutte le parti, tra il tuonar di spingarde, moschetti a palle incatenate, carabine, chassepots - che come sempre facean meraviglie - kalashnikov e colubrine, tra il lampeggiar di jatagan, scimitarre, daghe, misericordie, fioretti, sciabole, kriss malesi, machete(s), roncole, asce pennate, bipenni, alabarde svizzere, lame di Toledo, coltelli a serramanico, pattade di Sardegna, bastoni animati e forbici da sarto (ognun fa guerra con l'arme che ha), Rodrigo, visto che tutto era ormai perduto, fuorché l'onore e, pel momento, anche la vita, s'era di slancio gettato in mare non pria d'aver mani mozzate, capi colpiti, caviglie contuse, sterni spezzati e braccia bastonate. Fu un gran tuffo (un triplo carpiato in avanti con doppio avvitamento, quoziente di difficoltà 2,9): riemerso che fu, si mise di gran lena a nuotare verso 'l largo, confidando che i quindici uomini si accontentassero di bere rhum sulla cassa senza controllare se v'era anche il morto. Per tre giorni avea nuotato, difendendosi come avea potuto dagli assalti di barracuda, verdoni, bianconi, squali tigre, squali grigi, squali bianchi grandi, piccoli e medi, squali balena, zigaene, mante, razze, e d'un par di pesci ch'agli squali erano uguali (i dentici). "Ah! S'io avessi compagno qui con me il mefitico biaghstano!" - pensava Rodrigo, mentre le forze gli venivan meno per la stanchezza - Con un peto de' suoi metterebbe in fuga questi predoni che, come ognun sa perché Piero Angela, Giorgio Celli, Jacques Cousteau, Folco Quilici e Danilo Mainardi c'han frantumato i coglioni a dimostrarlo, son d'assai fine e schizzinoso olfatto." E a un tratto: "Sogno o son desto? Una vela..."

"Pigghialu, pigghialu! Lu pisci, lu pisci spada...chiappalu, chiappalu!"
"Pisci spada 'sta minchiazza, capitanu!
Oh capitanu, j'è n'omo, miezz'a lu mari
Oh capitanu, l'avissimo a sarvari?"7

Nel delirio de' sensi che l'avea quasi sopito - ormai esausto e prossimo alla fine dopo tanti giorni a nuotar tra gli squali - Rodrigo sentì come in sogno delle voci ovattate che, in una lingua che mai avea udito prima ma che pure - dopo aver letto tanti libri di Camilleri e visto tanti film di Ciccio e Franco, comprendea perfettamente - provenivan da una paranza che, scarrocciando tra l'onde altissime, gli s'accostava di bolina.
Quando fu tratto a bordo e s'arrisbigliò dal sopore, avvolto in una ruvida coperta (e mai le morbide coltri di pel di capra afgana che gli artigiani della Piana di Loro gli tessean appositamente gli eran parse sì calde e confortevoli), bevuto ch'ebbe qualche sorso di Corvo di Salaparuta - Cantine Florio, vendemmia 1968 - che gli venia offerto, pur mesciuto in un orciuolo di grezza terracotta (e mai gli scintillanti cristalli di Boemia della sua mensa gl'eran parsi più nitidi e sonori), disse: "È la Provvidenza..." e stava per aggiunger "che vi manda" quando compare Bastianazzo lo interruppe: "Chista La Provvidenza j'è, pe' servirla. Ieccome Voscenza facìa a sapirlo? Siti piccaso un birro del Baccelliere Visco ?" ci spiò Bastianazzo. "Ma qual birro e quale Baccelliere, io son Alzh I, cioè, no, io son Riccardo, anzi Rodrigo, insomma è una lunga storia..." "Iddu sta' pazziando" pensava Bastianazzo, taliàndolo sottecchi. "Ma lu tempo è lu bene solo che ci fa ricchi. Cuntate, cuntate.." gli disse, cercando istintivamente - col buon senso delle anime semplici - di rabbonirlo.
"Lasciate, buon uomo, ogni cosa a suo tempo: ma ch'odor è questo che le mie nari offende? Paionmi lupini.." "E lupini sono, Voscenza benedica!" E in quel dir la tempesta, ch'aveva sin lì sonnecchiato, giocherellando con la barca come fa 'l Maramao col topo, ora avvicinandosi ora ritraendosi, s'abbattè su di loro. Una saetta squarciò l'aere livido, e il tuono che seguì li assordò.
Per farla breve, dopo una lunga ed impari battaglia col vento e l'onde, la Provvidenza s'inabissò.
Su la spiaggia di Celania, le donne - avvolte nelle vesti nere che non per lutto, ma sempre indossano in que' luoghi - tornarono verso le case, con le gonnelle scompigliate dal vento, tra lor dicendo: "Che disgrazia! E la barca era carica! Più di quarant'once di lupini!"

"Mentre affoga Bastianazzo tutti pensano a' lupini,
ché di lui e de' suo' tapini
a niun frega un accident.

Guarda un po' che ti fa un nome:
se ti chiami Bastianazzo
a nessun gl'importa un cazzo,
se Filippo, piangon tutt.

Ripiombato tra l'onde perigliose due volte nel giro di poche ore, Rodrigo - calmatosi un poco la tempesta e rinfrancato dal Corvo di Salaparuta bevuto - si era ristorato col mangiar i lupini che galleggiavano a lui d'intorno, ben salsi d'acqua marina. Tanto che tra una bracciata e l'altra si trovò a pensare che sol gli mancava di trovar tra i rottami che il naufragio della Provvidenza avea sparsi una bottiglia di tequila, dei limoni ed un poco di quel licòr d'arance che in franca terra noman Cointreau per farsi un margarita che neanche l'Ernesto all'Harry's Bar.

Schiaritosi il cielo, placatisi i flutti, spinto da un bel vento di grecale, Rodrigo non tardò molto a vedere all'orizzonte profilarsi una costa. Ma già prima n'avea avuto avvisaglie, da qualche tronco ancor coperto di rami fronzuti che avea incrociato, dal volo di piccoli uccelli e da una targa di legno della Società Sportiva "Rari Nantes Camogli", segno che la terraferma non era lontana.
"Vuoi veder che dopo aver buscato tempeste e naufragi sia riuscito a buscar el levante por el ponente? Ché se una Terra Nova è quella, vi troverò que' grandi cani neri che sempre son pronti a salvar li naufraghi. Che se invece codesta sia Terra Cotta, vi troverò il cane di Camilleri. E se nuova terra sia, battezzarla dovrò "Celaniola" nel nome della bellissima Ubalda di Celania? E quali mai portenti vi troverò? Indigeni incivili, pappagalli piumati, patenti praterie, cowboys coraggiosi, mandrie muggenti, corrals cintati, sfighe sfortunate, sfide sanguinose, ferrovie fumanti, pellerossa pennuti, Arrapahos arrapati, Sioux selvaggi, grattacieli giganti, drive-ins deserti, subways sotterranee, cani caldi, Jesses Jameses, Capes Canaverals, New Yorks New Yorks, Coche Cole, Marilyns Monroes, Nevade e Nebraske, Montane e Marilands, Las Veghes e Los Angeles, Dakote e Delawares, Missouris e Missisippis, Alleghani e Appalachi, Levi's e Lee's, Clintons cunnilinguanti, Presidenti pompinati, Pamele porcelline, Silvesters Stalloni, Janets Jacksons, Woodrows Wilsons, Quintestrade e Quintiemendamenti, Padrini Parte Prima..."

E ancor non avrebbe finito di fantasticare favole se non fosse finalmente giunto a riva. Dinanzi a lui si stendea un arenile desolato, coperto di sabbia rossastra, disseminato di cavalli di frisia, di reticolati, di mine anticarro, di postazioni di mitragliere, di bastioni ruinosi co' barbacani semidistrutti. Sul tutto torreggiava un cartello giallo con una scritta nera che diceva "Addio Bocca di Rosa con te se ne parte la primavera". Più sotto una mano malferma aveva tracciato col pennarello queste parole: "Bloody Omaha" e più sotto ancora " Bloody Mary". Mentre Rodrigo si guardava attorno stupefatto, giunse di corsa un uomo (egli seppe di poi trattarsi d'un avvocato gay di Philadelphia, di nome Gump, Forrest Gump) che - vestito d'una informe uniforme maculata e calzato in capo un cimiero di strana foggia - gli chiese: "Sei tu il soldato Meg Ryan? C'è post@ per te." E senza attender risposta riprese a correre lungo la spiaggia.

Rodrigo, dopo il quanto mai strano incontro, si avviò verso la scogliera che delimitava la spiaggia a perdita d'occhio. Di mano in mano che si avvicinava vedea che più ch'una scogliera quello ch'avea davanti parea una contrafforte di blocchi di pietra ben sagomati e posti l'uno sull'altro si da formare una sorta di muraglia, ma grande assai, priva di sporgenze ed alta molti e molti cubiti.
"Possibile che nuota nuota sia giunto sino al Catài?" si chiese Rodrigo. Ma nel guardare più d'accosto per cercar appiglio onde inerpicarsi, vide un piccolo cartiglio di bronzo con inserta una fessura orizzontale e la scritta "INSERT COIN". "Cazzo, ci risiamo con la storia di coin che si pronuncia kuèn e non vuol dire scopare ma angolo, mentre scopare si dice baiser, da cui kaiser, da cui imperatore ecc. ecc. Qui si gira in tondo!" Guardò meglio e vide che, più in piccolo, v'erano altre scritte:

"Keine gegenstende auf den fernstern werfen"
"Ne jetez aucun objét par la fenêtre"
"Acqua non potabile"
"I contravventori saranno puniti a norma di legge"
"Ne se pencher au dehors"
"Viva la foca, che Dio la benedoca"
"Forza Samp"
"Introdurre solo monete metalliche"

"Finalmente!" si disse Rodrigo ed infilò, non senza qualche rammarico per via del suo DNA genovese, un pezzo d'oro nella fessura. Con un sibilo sottile - segno evidente che il meccanismo era mosso da un qualche accrocchio oleopneumatico - nella liscia parete di pietra si aprì una porta mentre, preceduta da un "dling dlang" da Stazione Centrale, una voce gracchiante diceva:

"T'avanza, t'avanza divino straniero
conosci la stanza che i fati ti diero!"

"Cazzo - disse Rodrigo (che dalla storia dei sestanti e dei pianoforti avea cessato l'usual intercalare alzhmerio " 'Orpo") - l'abate Zanella, quello che odiava l'alloro e parlava con le conchiglie fossili! Lo detestavo ne' miei verdi anni di liceale e me lo ritrovo qui." Ma la voce proseguì:

"Tu se' venuto al loco ov'io t'ho detto
che tu vedrai le genti si' odorose..."

"Ci dev'essere il Biaghstano mefitico in giro" pensò Rodrigo, cercando ne' risvolti della manica il fazzoletto di fine batista impregnato di Denim, il profumo per gli uomini che non devono chiedere mai, tanto non gliela danno lo stesso.
"Per proseguire dovrai pronunciare la password" aggiunse la voce. "La passché?" chiese Rodrigo sconcertato. Per un attimo rimpianse di non aver letto più attentamente il manuale "Internet - Istruzioni per navigare in rete" - che, nella elegante traduzione dal pidjin in italo-franco-spagnolo-yddish, giaceva ancora intonso sulla sua scrivania in Alzheimerstan. "La parola magica, pirla! - riprese la voce - che ti permetterà di varcare la Grande Muraglia." "Apriti Sesamo?" buttò lì senza riflettere Rodrigo. "Error! Error!" si mise a strillare la vociaccia, accompagnata da un ulular di sirene ed un batocciar di campanacci. "Cioè, no, mi son confuso, un aiutino per favore, la domanda di riserva" supplicò Rodrigo, ormai in piena sindrome di "Passaparola" e "Gira la Ruota".
"Voce dal sen fuggita più richiamar non vale" infierì brrwando e fwwzzzando la voce da Stazione Centrale. "Anche il Pietro Trapassi, mi par d'essere ancora in III E al Regio Liceo D'Oria! Tra un attimo entrerà la Lucifredi e ci interrogherà su Il newtonianesimo per le signore.." pensò Rodrigo.
"Hai ancora una possibilità, divino straniero, ma bada che se tu fallisca anche questa sarai condannato a vedere "Sgarbi quotidiani" per due anni di fila. Vuo' tentar la sorte?" "Sì" rispose Rodrigo mentre un velo di gelido umor gli trascorrea le ossa.

"Chi è costei?:

"Più d'un le piace,
Con tutti giace;
Ma un solo n'ama.
Povera dama!"

"Ubalda!" esclamò quasi senza pensar Rodrigo.

Tra rulli di tamburi, squilli di chiarine, trionfar di fanfare, salti, guizzi, frizzi e lazzi di nani e ballerine una gran porta si spalancò 8.

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1 Grazie, Illica e Giacosa
2 Grazie,Choderlos de Laclos
3 per quanto l'interpretazione dell'espressione "mi' Cerino" sia ancora controversa, gli studiosi sono propensi a credere che si tratti di una contrazione di "mite Cerino", pacifico semidio al quale gli Egizi innalzarono una piramide.
In cammino verso Celania
4 Moneta emessa dalla Serenissma nel 18o secolo
5 Nome toscano della melanzana
6 Si ringrazia Cielo d' Alcamo
7 chiedo scusa per la profanazione dell'idioma celaniano a:
Ciullo d'Alcamo, Luigi Pirandello, Salvatore Quasimodo, Giovanni Verga, Andrea Camilleri, Leonardo Sciascia, Pino Caruso, Franco Franchi, Ciccio Ingrassia e, per non sbagliare, don Totò Riina e don Tano Badalamenti
8 Per l'ultima parte si ringraziano:
Marco Polo
Le FS
Ali Babà e i quaranta ladroni
Giacomo Zanella
Dante Alighieri
Mike Bongiorno
Pietro Metastasio
Vittorio Alfieri


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