Indice
. In un'altra galassia, nel frattempo...
. Piccola Enciclopedia del Golem
. Lo scherzo di Pigiberus
. Altri personaggi in marcia
. In cammino verso Celania
. Rodrigo due volte tra l'onde perigliose
Re Jetto rendendosi conto che la frigocella si stava
scongelando, decise di mollare il capitano Paulus dos,
per ritornare nel suo fantaregno. Si alleò così
a Ratzinger Mazzinga per detronizzare Paulus dos. Ma
Ratzinger Mazzinga non era tenero come Pulus dos e
Re Jetto capì di aver fatto un pessimo affare
a tradire il capitano, infatti il povero Re fu costretto
a ore e ore di genuflessioni spaziali, visionando rosarioprogrammi
in ciberdialetto di Vaticanus dos. Re Jetto scoprì
così che anche nello spazio venivano ricordati
i monarchi. Nei rosarioprogrammi vide infatti Regina
Coeli, Re Dentore e simili. Incominciando a venire
la spaziosera, Re Jetto cercò di scovare un
modo per scappare dalla galassia straniera. Pur non
conoscendo l'astronomia moderna, convinto com'era che
la Golemterra fosse piatta, comprese che l'astronomia
è tutta un'opinione.
A Marianum planet intanto Paulus dos, convinto dell'amicizia
di Re Jetto, lo invitò ad un banchetto stellare,
per il suo spazio compleanno. Alla festa intervennero
altolocati ministri del ciberculto, quali Capitan Marias
Martinez, responsabile di Milanos dos, piccolo arcipelago
stellare nella galassia controllata da Vaticanu dos.
La serata trascorse tra versi di Let it Be e Yesterday,
recitati dal giullare spaziale Benignus primus, una
persona assai positiva che ripeteva ogni tre, quattro
parole che la vita è bella, o è balla?
Non so. Ratzinger Mazzinga decise di escogitare un
piano per far fallire la serata e di far sfigurare
agli occhi delle alte autorità Paulus dos. Re
Jetto, non si sa come, scoprì la cosa e pentendosi
di aver girato le spalle a Paulus dos, si impegnò
a cercare un modo per rovinare i piani di Ratzinger
Mazzinga.
Dopo svariati ripensamenti, tormenti e tradimenti, Re Jetto decise di confessare il tradimento di Ratzinger Mazzinga a Paulus dos, ma in tutta la serata parve non esserci un momento in cui Paulus dos fosse solo. Un'idea balenò nella testolina fantagorroica di Re Jetto, che si travestì da donna e invitò Paulus dos a ballare. Paulus dos lusingato nel vedere una fanciulla chiedergli un ballo accettò l'invito lanciandosi nel turbine della danza. Ad un tratto, nella pausa di una mazzurca lunare, Re Jetto si rivelò a Paulus dos, che interpretò male e strizzò l'occhio a Re Jetto che interpretò bene e mollò un cazzotto a Paulus dos. Paulus dos ripresosi decise di ascoltare Re Jetto. Gli rivelò così le trame del perfido Ratzinger Mazzinga, ma Paulus dos parve non credere a Re Jetto. Finché nella sala non si fece improvvisamente buio. Ratzinger aveva fatto saltare i fusibili stellari dell'energia lunare e nell'oscurità attentò alla vita di Paulus dos. Fortunatamente Re Jetto che era ancora abbracciato a Paulus dos, riuscì a capire che si trattava di un agguato contro il capitano e si frappose tra il saturnopugnale di Ratzinger ed il corpo di Paulus dos. Fortunatamente essendo di un altra dimensione cosmica il saturnopugnale trapassò Re Jetto senza ferirlo, mentre Paulus dos rimase stecchito.
Georgiano di Barbaria: menestrello, avventuriero, vagabondo, sta tra Lazarillo de Tormes e Angelo Branduardi. Mostra talora strane e del tutto casuali simiglianze stilistiche, nel suo fluente narrare, con Doc Pigeribus. E' pazzamente innamorato del gran pezzo dell'Ubalda, anzi - da perfetto cantore dell'amor cortese - di TUTTA l'Ubalda e non solo di quel pezzo che... insomma avete capito, quello LI'. Innamorato, illanguidisce, inventa infocati ideogrammi, illustra ininterrottamente inarrestabile incoercibile inclinazione, intrattenendo ipnoticamente ignari interlocutori, inizialmente irretiti indi irresistibilmente infastiditi, infine irritati, incazzati, inferociti. Ignora - ingrato e indelicato - indegni inequivocabili inviti indecenti intrattenitrici incerte inclinazioni. Indefessamente incaponiscesi in illusoria inconfessabile infatuazione, ignorando inequivocabili indizi indifferenza indirettamente indirizzatigli inespugnabile ingrata. Intuito insuccesso, ignorato ignobilmente, imprecherà ingenerosamente ingiuriando ispiratrice, implorando invano inserimento in insaziabile ininseminata insenatura?
Venantius: eremita trevigiano, ha facoltà profetiche, vive con il gatto Maramao che miagola in "M" accavallando a più non posso MANNAGGE, MAREMME, MOLECOLE, MONADI, MADONNE, non sempre in quest'ordine. Venantius gira in bicicletta, ma recentemente si è imbarcato sul Bucintoro con il fido Maramao, la Serenissima Dogaressa e certo Galileo Galilei, un pisano mezzo matto che si diverte a gettar pietre e piume giù dalle torri, per veder quale dei due oggetti riesce a colpir per primo gli ignari passanti. La sua definizione dell'esperimento è: "STUDIO DEL MOTO DEI GRAVI", alludendo forse alle condizioni di salute dei colpiti. Per essere un eremita fa troppa vita mondana (nel senso miglior del termine).
La stanza era in penombra, ma dopo qualche istante poté
discernere una figura femminile che si muoveva sinuosamente
al ritmo di un samba che stava canticchiando. "Sei
tu, Vanessa ?" chiese pieno di aspettative mentre
velocemente si toglieva gli abiti di dosso. "Si,
meu ninho - rispose con voce flautata la figura - Vén
acà que te traigo em Paradiso!" ("Minchia,
una Brasiliana! - pensò eccitatissimo Petonius
- questa ancora mi mancava!") e si fiondò
su di lei. Ma grande fu il suo sconcerto quando, allungando
le mani sull'oggetto del desiderio, trovò una
cosa che non era prevista dal regolamento. "Cazzo,
un viado! - urlò Petonius furibondo - quel figlio
di chi so io di Pigiberus mi ha preso per il culo!"
Neutralizzò il travestito con una raffica di
peti che lo ridussero in coma profondo e uscì
di corsa dalla stanza. Georgiano nel vederlo gli chiese:
"Già fatto, Prence ?" ma rimase non
poco stupito dal sentirsi rispondere "Ma và
a cagà!"
Furibondo per lo scherzo subìto Petonius guardò
Pigeribus, che giaceva ancora narcotizzato, e ordinò
a Georgiano "Ammanettalo!" "Prego?"
fu la stupita risposta del Cavaliere. "Mettigli
le manette ai polsi, così da immobilizzarlo!"
"Perdona Prence la mia ignoranza, ma cosa sono
le manette ?" "Cazzo è vero, non le
hanno ancora inventate!" pensò il Signore
di Biaghstan, che quindi soggiunse: "Va bé,
ponilo in vincoli". Giorgiano estrasse di tasca
un foglio di pergamena e una penna d'oca e cominciò
a scrivere. "Ma che cazzo fai ?" gli chiese
Petonius. "Sto preparando una dichiarazione che
gli farò firmare, con la quale sarà vincolato
a Voi per il resto dei suoi giorni" balbettò
Georgiano, che dallo lo sguardo infuocato del Principe
cominciò a pensare di stare facendo una stronzata.
"Ma cosa hai capito, inetto? Legalo!" gli
urlò Petonius. ("E non potevi dirlo chiaramente
subito, pirla!") pensò Georgiano, che si
affrettò a legare strettamente i polsi di Pigiberus
con una robusta fune. Il Prence tirò un peto
di rianimazione su Pigeribus, e come questi riprese
i sensi gli disse: "Per il tuo scherzo del cazzo,
e non sto usando una metafora, resterai legato sino
a che non avrai risolto questa crittografia:
DOQIDO (12)
così imparerai a farti beffe di me!" Si
avvicinò a Georgiano, gli sussurrò all'orecchio
la soluzione e gli ordinò di non liberarlo sino
a che non l'avesse trovata, anche a costo di farlo
morire d'inedia. Rivolse a Pigeribus un sorriso sprezzante
e uscì dalla torre.
Georgiano si sedette accanto a Pigeribus che, legato, gli disse: "Orsù cavaliere, liberatemi, farò qualsiasi cosa per voi". Ma il fiero e devoto guerriero rispose: "Desolato, sir, non me ne vogliate; ho ricevuto un ordine e non posso venir meno ai miei compiti". Si accese una sigaretta e si affacciò alla finestra, guardando Petonio che usciva; poi si rivolse di nuovo a Pigeribus: "Forza, sir, rispondete al quesito. Vogliamo restare in questa incresciosa situazione ancora per molto?" "Sto pensando, sto pensando: datemi un po' di tempo!" rispose il padrone di casa, nervoso e cogitabondo. Georgiano guardò di nuovo fuori, questa volta per scrutare l'orizzonte. Sospirò. Poi prese carta e penna e scrisse:
"Mia adorata dea d'amore
che portasti a tutto il mondo
col sorriso d'un secondo
il segreto di Beltà,
non lasciarti trasportare
mai da alcuna azione indegna
di chi sopra un trono regna
e ti viene a importunar',
né da rei comportamenti
d'ogni specie di signori
che ti coprano d'onori
solo per violar tuo lett'.
Io son qui, mia amata Ubalda,
ben lontano, ma presente:
il mio orecchio è lì e ti sente,
se dovessi aver bisogn'.
La mia Balda degli Ubaldi
sempre è a tua disposizione
per difender la magione
de' suoi padri di Celan'.
No, non cedere, amor mio,
fallo per il mio buon cuore
che non batte senza amore,
e collassa se è tradit'."
Legò il messaggio al piccione mandatogli da Adelinda, e lo "spedì", speranzoso di ricevere, una volta tanto, notizie direttamente dalla sua amata. "Allora, sir? - disse poi, rivolgendosi di nuovo a Pigeribus - Avete svelato l'arcano?" "Ancora no, cavaliere, ma ci sono vicino, credo" rispose Pigeribus. "Bene, sir, sbrigatevi. Mi crea un certo imbarazzo far da carceriere al padrone di casa" replicò Georgiano, mettendosi a sedere su una comoda poltrona, in attesa di nuovi eventi.
Petonius, mentre si accingeva a salire a cavallo, si
domandava se non fosse stato troppo duro nei confronti
di quello che, tutto sommato, era un suo amico di vecchia
data. Pur se cocente era stata la sua delusione, decise
di offrirgli un'alternativa, dato che molto probabilmente
non sarebbe riuscito a risolvere quel difficilissimo
enigma, e sarebbe quindi perito tra atroci sofferenze.
Mentre si accingeva a rientrare, venne colpito sulla
spalla da una maleodorante deiezione, che riconobbe
immediatamente; alzò lo sguardo al cielo e vide
una mail volante che si stava allontanando. Sparò
in quella direzione un peto da caccia che raggiunse
il bersaglio, facendolo precipitare all'istante.
Notò che l'incontinente volatile aveva legato
alla zampa un rotolino di pergamena; incuriosito lo
srotolò e lo lesse, pur non senza provare qualche
senso di colpa per la violazione del segreto postale
che stava perpetrando. Ma grande fu la sua soddisfazione
nell'apprenderne il contenuto; riarrotolò la
missiva e se la mise in tasca pensando: "Questa
gliela porto io di persona! Fosse che fosse la volta
buona..." Rientrò nella torre, e vedendo
Georgiano mollemente adagiato in una poltrona gli gridò:
"Ah, ce la prendiamo comoda, eh ?? E fumiamo pure
in servizio!!" Il Cavaliere scattò immediatamente
sugli attenti, farfugliando alcune scuse di circostanza,
del tipo: "Perdono Prence, quì non c'è
un cazzo da fare, sa com'è, le ore non passano
mai..." mentre pensava "Porca vacca, ma 'sto
cagacazzo di un rompicoglioni non se ne era già
andato?!" "Va bè, per questa volta
passi. Riposo! Ma che non si ripeta! Ho pensato di
offrire una speranza di sopravvivenza a Pigeribus:
se risolverà questo potrai dargli da mangiare,
pur lasciandolo in vincoli sino a che non avrà
risolto il precedente".
SOSTILIOS (9)
Gli mormorò la soluzione all'orecchio e se ne
ripartì, già pregustando l'incontro con
quel gran pezzo dell' Ubalda, che sperava trovar calda
almeno una volta.
Pigeribus osservava lo scambio di battute tra il suo vecchio (ex) amico e Georgiano di Barbaria. La testa doleva e si sentiva debole e frastornato. I peti malefici di Fluvio Petonio lo avevano ridotto piuttosto male. Ciò nonostante cominciò a pensare all'ultima crittografia che, se risolta gli avrebbe consentito di ingurgitare qualcosa dalle mani dell'innamorato perso Georgiano. SOSTILIOS (9) gli aveva detto quel maledetto, ma Pigeribus non riusciva a risolvere l'arcano. Guardò con occhi supplichevoli l'innamorato Georgiano e gli chiese di aiutarlo con la soluzione. "Saggio Pigeribus - disse Georgiano - ho dato la mia parola a quel metifico principe e pur se sento di odiarlo sempre più come cavaliere non posso mancare a quanto promesso." Quindi con un dito tracciò sulla terra la parola ROMA e al di sotto scrisse RE RE RE RE quindi racchiuse il tutto in un cerchio e mise un sassolino sul terzo RE. Pigeribus ebbe una illuminazione: ma si era evidente, il terzo RE di Roma! Come si chiamava si chiese? Infine il nome gli venne alla memoria: Tullo Ostilio, quindi SOSTILIOS = TRA S TULLO = TRASTULLO. E così disse a Georgiano. "E adesso finalmente si mangia", mormorò.
Mentre Petonius si avviava verso l'uscita, notò per terra un foglietto sgualcito. Lo raccolse, e trovandolo leggermente appiccicoso capì trattarsi di una vecchia etichetta. Leggendola comprese perché Pigeribus aveva voluto conservarla. Essa proveniva da un abaco di una manifattura concorrente di quella per la quale entrambi avevano prestato servizio. L'originale era in anglosassone, e recitava:
CAUTION ! HAZARDOUS AREA
-------------------------
Do not remove this cover.
Trained service personnel only.
No user serviceable components inside.
Seguivano le stesse istruzioni in altri idiomi e il Prence fu curiosamente colpito da quella Italiana:
ATTENZIONE! PERICOLOSA REGIONE
-------------------------------
Non rimovere questa copertura.
Ammaestrato servente l'uomo soltanto.
Non utente servibile parte interno.
Sulle prime rimase perplesso, poi dedusse che era stato scritto da un circolo di femministe che in quel momento erano nel loro periodo mestruale, e quindi non servibili per gli eventuali uomini utenti delle loro parti interne, ancorché ammaestrati e serventi. Si fece una grassa risata e si diresse ancora una volta verso la porta.
La Re Gina poveretta
sta spendendo un capitale
pe'l salmone ed il caviale
ma la storia corre in frett.
Tutti hanno gran premura:
chi s'imbarca, chi è rapito,
chi fa errori con un dito,
chi non mangia mai l'aring.
La gemella gran guerriera
non ha modo di seguire
e si perde anche l'ardire
"Neppur fossero in carrier!"
A cavallo del destriero
mormorando solitaria
pensa d'esser visionaria
che le manchi un po' il mestier.
Sfumacchiando a più non posso
dalla torre più lontana
la Kook'Alzh, ch'è l'altra Dama,
pensa già di fare un balz.
Sembran tutt'e due pensare
"Non ho tempo, non m'impegno,
qui finisce ch'el bel Regno
mi rimane in mezzo al mar".
Dopo i malintesi che avevano turbato le menti e le gesta
dei Signori del Golem, il villaggio era nuovamente
tranquillo. Si mormorava, è vero, che Re Jetto
fosse scomparso, addirittura rapito e da uno strano
vascello volante, alieno, ma - si sa - il popolino
ama spargere strane voci...
Joneg è finalmente giunta, ascolta le notizie
ed è serena. Pensa persino di deporre le sue
armi, di tornare ad essere la felice damigella di un
tempo, lontana dalle mille avventure e dalle tante
vicissitudini che ha vissuto. Il suo occhio distratto
nota, quasi per caso, là in lontananza, verso
Alzheimerstan, dall'estremo confin...levarsi un fil
di fumo.1 Che sarà mai? I soliti Piromani delle
Alture? La malefica setta Brucialberi è sempre
pronta a colpire! Sta per gridare: "115,115, aita,
aita" quando coglie qualcosa di noto, un ritmo
che già conosce... Il fumo è un segnale
che diviene sempre più chiaro. "Ah, Joneg,
sono disperata, tutto è perduto. Non oso affidare
alla carta il segreto delle mie pene: ma ho bisogno
di effonderle nel seno di un'amica fedele e sicura.
A che ora potrò vedervi e cercare presso di
voi consolazione e consiglio?2 "È Kook'alzh"
mormora Joneg "si è rimessa a leggere epistolari
e a fumare, la sciocca. Guarda come tossisce!"
Richiama il suo destrier e balza in sella per correr
a consolare sua sorella.
Intanto alla residenza di Marcobaldo, l'alba del giorno
dopo fu accompagnata da un monumentale risvegliarsi
del Girasole, che alla vista del sole sorgente si rizzò
in tutta la sua incommensurabile altezza. Re Ligione
ricomparve indissolubilmente abbracciato al Girasole,
ormai divenuto sua unica ragione di vita. Il risucchio
di tanto fenomeno richiamò verso l'alto fiori,
alberi, cespugli ospiti di Marcobaldo, reggenti, etère,
nuvole e piccioni viaggiatori. Alcuni di questi furono
deviati dalle loro
rotte, e si mossero secondo orbite spiraliformi verso
il centro di quella tromba d'aria vegetale. Dopo pochi
minuti tutto tornò normale, ed i volatili ripresero
il loro volo verso quelle che sentivano essere
le rispettive destinazioni, senza realizzare i mutamenti
indotti dal vortice girasolesco. Marcobaldo si rivolse
ai suoi ospiti: "Miei gentili ospiti, è
giunto il momento di rivelarvi il motivo del mio invito.
Voi tutti sapete che di qui a non molto il mi' Cerino3
accenderà la fiaccola dei Grandi Giochi di Golem,
occasione in cui tradizionalmente il nostro piccolo
grande mondo dimentica conflitti e diatribe per riunirsi
intorno a un'idea comune: il gioco. Noi stiamo per
affrontare un rischioso viaggio, durante il quale affronteremo
imprevedibili difficoltà che potrebbero impedirci
di raggiungere la nostra meta. Ho chiesto il vostro
aiuto per superare le insidie che ci aspettano."
Pixel si chiese in che modo due ubriaconi e due larve
umane avrebbero potuto essere d'aiuto in un'impresa
del genere, ma sapeva che la mente di Marcobaldo era
spesso più tortuosa del corso del Meandro. A
conferma delle sue convinzioni, prima di partire Marcobaldo
chiese ad Elettra di travestirsi da uomo. E quand'ella
si fu trasformata in un bellissimo cavaliere, subito
battezzato Elettro, la compagnia si mise in cammino.
Mentre quella compagnia così variamente assortita
si avviava, uno strano spettacolo apparve sulla strada.
Dieci giovanissime e bellissime fanciulle, perfettamente
identiche una all'altra, procedevano in fila indiana
in direzione opposta alla loro. Esse camminavano così
vicine le une alle altre, che il petto di ognuna sfiorava
la schiena della precedente, e le sue natiche accarezzavano
il ventre della successiva. Il loro passo era così
armonioso e ben sincronizzato, che da lontano si aveva
l'impressione di vedere uno strano animale con venti
gambe dirigersi lentamente verso la residenza che i
compari stavano abbandonando. Camminando, le ragazze
cantavano:
Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
in questa valle limpida e fiorente
la sofferenza della deca-Artura
da un empio sortilegio tristemente
costretta a camminar incatenata
per opra d'una strega maleolente.
Sopraffatti dalla sorpresa e dalla bellezza delle fanciulle,
i viaggiatori rimasero i silenzio ad ammirare il passaggio
delle ragazze. Fu solo quando anche l'ultima fu passata,
che Marcobaldo si riscosse e, accompagnando quello
strano animale, iniziò ad interrogare le giovani.
"Chi sei tu che chiudi la fila?" "Io
son Artura-che-ha-conosciuto-tutti-tranne-te."
"A questo si potrebbe anche rimediare", pensò
Marcobaldo. "E tu che la precedi, di grazia, chi
sei?" "Io son Artura-che-sa-bene-ballare."
Marcobaldo continuò la sua indagine, fino alla
decima Artura, che rispose: "Io son
Artura-che-ancor-non-sa-cosa-vuol-dir-l'amore.
"Marcobaldo la guardò bene, e non seppe
cosa pensare. "Com'è possibile che tu,
che non hai nulla da invidiare alle altre, non abbia
ancora trovato un degno cavaliere?" "Un infelice
destino mi perseguita. L'incantesimo che c'imprigiona
in questa formazione costringe ogni cavaliere che incontriamo
a giacere con ognuna di noi, dall'ultima fino alla
prima. Cosa che riempie d'istantanea felicità
i fortunati cavalieri che hanno la ventura d'attraversare
la nostra strada, e d'infelicità me, perché
nessuno è mai sopravvissuto tanto da raggiungermi.
Ma il giorno che incontreremo un campione che sopravviverà
a questa prova, io sarò finalmente felice, e
noi saremo finalmente libere da questo maleficio."
Marcobaldo rimase vivamente impressionato dalla sventura
della povera fanciulla, e si ripromise d'alleviare
le sue sofferenze dopo aver partecipato ai Giochi di
Golem. Fece per riavviarsi sulla strada dei Giochi,
ma dovette arrendersi ad una forza invisibile che gli
impediva di allontanarsi dalle Arture. E così
fu anche per gli altri suoi compagni, Elettro compreso.
Il principe di Biaghstan, mentre cavalcava verso il
regno di Celania, era assalito dai ricordi, il che
gli causò un forte attacco di nostalgia. Pensava
al suo palazzo di Petonia, capitale del Principato,
ai suoi vasi di petunie dai petali variopinti, alle
sue petulanti ancelle, alle petizioni dei suoi sudditi,
ai petardi con i quali era solito festeggiare il Carnevale
quando non andava di fretta e ai pesvelti nel caso
contrario, all'epidemia di tifo petecchiale che non
poche preoccupazioni gli aveva causato anni prima,
alle petizze 4 che aveva messo da parte per farne omaggio
alla Dogaressa in occasione di una prossima visita
e alle petonciane5 alla parmigiana che il cuoco di
Corte era solito preparagli.
Gli venne anche in mente la famosa canzone "Ciao
ciao" di Petula Clark, e tirò alcuni peti
di commozione che fecero sì che Twingo girasse
la testa verso di lui con un nitrito di rimprovero
che stava a significare "Senti pirla, se proprio
devi scorreggiare almeno scendi di sella prima!"
Ligio alle istruzioni ricevute dal Prence, Georgiano
si accinse a rifocillare l'infelice Pigeribus che,
tuttora in vincoli, cercava disperatamente di risolvere
l'enigma che gli avrebbe ridato libertà.
Georgiano trovò alfine una scatoletta sulla quale
era impressa una scritta in un idioma a lui sconosciuto.
La aprì comunque con la punta della spada e
dalla scatola si sprigionò un odore immondo
che riconobbe essere di aringhe affumicate. "Cazzo,
i peti del Prence al pari somigliano a
Chanel n.5 - pensò mentre portava il nauseabondo
intruglio a Pigeribus - e ci sono persone a cui piace
mangiarle! "Pigeribus, che per il lungo digiuno
non solo non ci vedeva ma neppure ci olfattava più
per la fame, ingurgitò voracemente il contenuto
della scatoletta, a colpi di lingua che neanche un
Terranova avrebbe saputo fare. E si riaccasciò
nei suoi vincoli, con il sorriso tipico di colui il
quale ha esaudito una delle sue necessità primarie.
Passarono alcuni minuti, e cominciò ad avvertire
un certo sommovimento nel suo apparato digestivo. Realizzò
solo in quel momento che la stramaledetta scatola gli
era stata inviata da Venantius, come regalo di compleanno,
almeno tre anni prima. Urlò quindi disperatamente
a Georgiano: "Scioglimi, che ho un attacco di
sciolta!" Georgiano lo guardò con un sorriso
di scherno e rispose: "Sì, e già
che siamo in tema, mi vuoi prendere per il culo?"
"No, te lo giuro, sto per esplodere...fai qualcosa!"
Georgiano capì, sia dall'espressione del volto
di Pigeribus, che gli ricordò curiosamente il
famoso quadro "L'urlo", sia dalle gocce di
sudore che non gli imperlavano la fronte solo perché
venivano schizzate nel raggio di un metro, il dramma
in corso. Si portò quindi vicino a lui e si
accinse da tergo a calargli le braghe, operazione che
Pigeribus non avrebbe potuto effettuare da solo in
quanto ancora in vincoli. Ma la scelta di tempo fu
quanto mai inopportuna: nel preciso momento in cui
portò a termine il suo generoso intervento,
Pigeribus raggiunse il suo estremo limite di continenza
ed esplose in una micidiale sbroffata di escrementi
che sollevarono lo sfortunato Georgiano letteralmente
da terra scaraventandolo su quella poltrona sulla quale
sino a pochi minuti prima oziava fumando. "Cazzo,
lo sapevo che avrei dovuto controllare la data di scadenza!"
pensò Pigeribus mentre le sue irrefrenabili
scariche continuavano ad abbattersi inesorabilmente
sull'infelice Cavaliere, ormai totalmente incapace
di sottrarsi al maleodorante fiotto, per lo stato di
confusione mentale in cui si ritrovava. L'ultimo pensiero
che ebbe prima di perdere definitivamente i sensi fu
"Cazzo, passi per il normale tanfo di merda, ma
mescolato a quello delle aringhe è assolutamente
insopportabile!"
E svenne.
Si svegliò in un tanfo quasi insopportabile.
"Siamo nella merda!" esclamò rivolgendosi
a Pigeribus, che giaceva svenuto poco lontano, esausto
per la grande fatica sostenuta nell'espellere tutta
quella roba. Il cavaliere s'alzò frastornato
e, barcollando, raggiunse la doccia privata del padrone
di casa, in cui si catapultò e dove rimase per
ore. Uscito finalmente lindo e pinto, asciugandosi
i capelli, vide che Pigeribus era ancora lì,
immobile, e decise di approfittare del momento per
andarsene da quell'ormai invivibile luogo.
Ma pensando alla reazione di Petonio, decise che forse
era meglio portare con sé, legato, Pigeribus.
Caricò il pover'uomo privo di sensi sul suo
cavallo (non prima di aver provveduto ad assicurarsi
da eventuali fisiologiche sorprese, con apposito tappo
di sughero), e cominciò a seguire le tracce
del principe, più ad olfatto che a vista. Dopo
qualche chilometro di cammino, ecco sopraggiungere
il terribile sospetto: "stai a vedere che quel
gran figlio di... se n'è andato a Celania senza
dirmi nulla?", e lanciò il cavallo al galoppo
sapendo di non sbagliarsi. Ma un sorriso era dipinto
sul volto di Georgiano, perché il principe gli
aveva appena offerto l'occasione di rivedere la sua
amata Ubalda, anche se sapeva che ella non lo avrebbe
probabilmente ricevuto col calore che lui s'aspettava.
Il sorriso di Georgiano non esprimeva dunque gioia,
ma una strana sensazione mista di paura e curiosità:
era forse giunto il momento della verità tra
lui ed Ubalda? Avrebbe forse dovuto soffrire al punto
di togliersi la vita? Non lo sapeva. Sapeva solo che
se la regina lo avesse rifiutato, non sarebbe certo
tornato al Creatore prima di averci mandato chiunque
avesse importunato la sua amata. Georgiano cavalcava
veloce, il suo destriero divorava il sentiero, e il
povero Pigeribus, ancor privo di sensi, sobbalzava
inerte legato all'animale in corsa.
"Gaio regno di Celania
sta arrivando il paladino,
dopo il lungo suo cammino,
per saper la verità.
Fa' che il giorno che finisce
cambi in rosso sol nel cielo,
non pel sangue sopra il velo
con cui Balda pulirò.
Dolce Ubalda, t'amo ancora,
e per questo m'abbandona
la ragion'. Orsù, sii buona:
non mi far soffrire più."
...pensava Georgiano, colmo d'euforia per gli eventi futuri, pur non sapendo cosa il destino gli riservasse.
Petonio I, Principe di Biaghstan, galoppava a spron battuto verso il Regno di Celania, mentre il suo fido destriero Twingo pensava tra se e se: "Senti pirla, invece di battere gli sproni perché non ti batti quello che so io ?" Nel frattempo meditava sull'approccio con il quale avrebbe potuto ingraziarsi i favori della favolosa Ubalda: la missiva l'aveva già biecamente intercettata, un madrigale lo aveva già composto, e continuava a ripeterselo per timore di scordarlo:
Oh gran pezzo di Regina
sono qui, mia dolce Ubalda
se sei nuda e tutta calda
certo ci sollazzerem!
Sono giunto assiderato
fuor c'è vento e neve fiocca
ma il calor della tua gnocca
certo mi conforterà
Se lo vuoi, vò a raccontarti
dei miei nuovi furettini
però poi tanti bambini
anche noi fabbricherem!
Mentre si compiaceva con se stesso per l'ispirata lirica, venne colpito da un intenso dolce profumo. Pensò: "Cazzo, eppure non mi sembra di averne mollata una!" e difatti neppure Twingo aveva manifestato il suo consueto disappunto. Guardandosi intorno si accorse di trovarsi in un bosco di gelsomini e un'idea geniale lo folgorò. Quando si riprese alzò lo sguardo al cielo e disse "Maporcavacca Giove, non puoi stare più attento a dove scagli i tuoi fulmini??!!" e sparò un peto olimpico che privò per alcune ore il resto dell'umanità dell'aiuto degli dei. Raccolse quindi una iosa dei freschi fiori aulentissimi che appaion inver l'estate 6 con l'intenzione di fargliene omaggio, ben conoscendo la di lei predilezione per quel delicato profumo che lui comunque considerava puzzolente. Ma strada facendo fu folgorato da un'altra idea geniale. Quando rinvenne urlò "Cazzo Giove, se vuoi la guerra dillo subito!" e si mise a sparare peti di grosso calibro che costrinsero il Consiglio degli dei a dichiarare l'Olimpo "zona devastata da calamità naturale" e a stanziare fondi per il suo ripristino e il ritorno alle normali attività produttive.
L'idea venne messa in pratica con l'arrestarsi alla prima locanda che Petonius incontrò sul suo cammino; si assise a tavola e all'ossequioso oste che avendolo riconosciuto gli chiese: "Di che posso gratificarvi, mio Prence ?" Rispose: "Portami solo un ampolla d'olio e del sale, che l'insalata l'ho già colta io!" L'oste si diresse verso la cucina scuotendo la testa e meditando "Non ci sono più i Principi di una volta, dove cazzo andremo a finire con questa dannata inflazione?" Petonius si condì un'abbondante insalata di petali di gelsomino, che mangiò voracemente. Dopodichè ne volle mettere alla prova gli effetti; entrò in cucina ed emise il suo famoso peto subdolo, quello silenziato. Subito l'oste urlò alla moglie "Te l'ho detto cento volte che non voglio che tu usi lo spray deodorante qui, che mi copre gli aromi!" Mentre la povera donna sbigottita farfugliava la sua innocenza, Petonius risalì a cavallo soddisfatto pensando al successo che avrebbe avuto con l'Ubalda grazie a questo stratagemma.
"Pigghialu, pigghialu! Lu pisci, lu pisci spada...chiappalu,
chiappalu!"
"Pisci spada 'sta minchiazza, capitanu!
Oh capitanu, j'è n'omo, miezz'a lu mari
Oh capitanu, l'avissimo a sarvari?"7
Nel delirio de' sensi che l'avea quasi sopito - ormai
esausto e prossimo alla fine dopo tanti giorni a nuotar
tra gli squali - Rodrigo sentì come in sogno
delle voci ovattate che, in una lingua che mai avea
udito prima ma che pure - dopo aver letto tanti libri
di Camilleri e visto tanti film di Ciccio e Franco,
comprendea perfettamente - provenivan da una paranza
che, scarrocciando tra l'onde altissime, gli s'accostava
di bolina.
Quando fu tratto a bordo e s'arrisbigliò dal
sopore, avvolto in una ruvida coperta (e mai le morbide
coltri di pel di capra afgana che gli artigiani della
Piana di Loro gli tessean appositamente gli eran parse
sì calde e confortevoli), bevuto ch'ebbe qualche
sorso di Corvo di Salaparuta - Cantine Florio, vendemmia
1968 - che gli venia offerto, pur mesciuto in un orciuolo
di grezza terracotta (e mai gli scintillanti cristalli
di Boemia della sua mensa gl'eran parsi più
nitidi e sonori), disse: "È la Provvidenza..."
e stava per aggiunger "che vi manda" quando
compare Bastianazzo lo interruppe: "Chista La
Provvidenza j'è, pe' servirla. Ieccome Voscenza
facìa a sapirlo? Siti piccaso un birro del Baccelliere
Visco ?" ci spiò Bastianazzo. "Ma
qual birro e quale Baccelliere, io son Alzh I, cioè,
no, io son Riccardo, anzi Rodrigo, insomma è
una lunga storia..." "Iddu sta' pazziando"
pensava Bastianazzo, taliàndolo sottecchi. "Ma
lu tempo è lu bene solo che ci fa ricchi. Cuntate,
cuntate.." gli disse, cercando istintivamente
- col buon senso delle anime semplici - di rabbonirlo.
"Lasciate, buon uomo, ogni cosa a suo tempo: ma
ch'odor è questo che le mie nari offende? Paionmi
lupini.." "E lupini sono, Voscenza benedica!"
E in quel dir la tempesta, ch'aveva sin lì sonnecchiato,
giocherellando con la barca come fa 'l Maramao col
topo, ora avvicinandosi ora ritraendosi, s'abbattè
su di loro. Una saetta squarciò l'aere livido,
e il tuono che seguì li assordò.
Per farla breve, dopo una lunga ed impari battaglia
col vento e l'onde, la Provvidenza s'inabissò.
Su la spiaggia di Celania, le donne - avvolte nelle
vesti nere che non per lutto, ma sempre indossano
in que' luoghi - tornarono verso le case, con le gonnelle
scompigliate dal vento, tra lor dicendo: "Che
disgrazia! E la barca era carica! Più di quarant'once
di lupini!"
"Mentre affoga Bastianazzo tutti pensano a' lupini,
ché di lui e de' suo' tapini
a niun frega un accident.
Guarda un po' che ti fa un nome:
se ti chiami Bastianazzo
a nessun gl'importa un cazzo,
se Filippo, piangon tutt.
Ripiombato tra l'onde perigliose due volte nel giro di poche ore, Rodrigo - calmatosi un poco la tempesta e rinfrancato dal Corvo di Salaparuta bevuto - si era ristorato col mangiar i lupini che galleggiavano a lui d'intorno, ben salsi d'acqua marina. Tanto che tra una bracciata e l'altra si trovò a pensare che sol gli mancava di trovar tra i rottami che il naufragio della Provvidenza avea sparsi una bottiglia di tequila, dei limoni ed un poco di quel licòr d'arance che in franca terra noman Cointreau per farsi un margarita che neanche l'Ernesto all'Harry's Bar.
Schiaritosi il cielo, placatisi i flutti, spinto da
un bel vento di grecale, Rodrigo non tardò molto
a vedere all'orizzonte profilarsi una costa. Ma già
prima n'avea avuto avvisaglie, da qualche tronco ancor
coperto di rami fronzuti che avea incrociato, dal volo
di piccoli uccelli e da una targa di legno della Società
Sportiva "Rari Nantes Camogli", segno che
la terraferma non era lontana.
"Vuoi veder che dopo aver buscato tempeste e naufragi
sia riuscito a buscar el levante por el ponente? Ché
se una Terra Nova è quella, vi troverò
que' grandi cani neri che sempre son pronti a salvar
li naufraghi. Che se invece codesta sia Terra Cotta,
vi troverò il cane di Camilleri. E se nuova
terra sia, battezzarla dovrò "Celaniola"
nel nome della bellissima Ubalda di Celania? E quali
mai portenti vi troverò? Indigeni incivili,
pappagalli piumati, patenti praterie, cowboys coraggiosi,
mandrie muggenti, corrals cintati, sfighe sfortunate,
sfide sanguinose, ferrovie fumanti, pellerossa pennuti,
Arrapahos arrapati, Sioux selvaggi, grattacieli giganti,
drive-ins deserti, subways sotterranee, cani caldi,
Jesses Jameses, Capes Canaverals, New Yorks New Yorks,
Coche Cole, Marilyns Monroes, Nevade e Nebraske, Montane
e Marilands, Las Veghes e Los Angeles, Dakote e Delawares,
Missouris e Missisippis, Alleghani e Appalachi, Levi's
e Lee's, Clintons cunnilinguanti, Presidenti pompinati,
Pamele porcelline, Silvesters Stalloni, Janets Jacksons,
Woodrows Wilsons, Quintestrade e Quintiemendamenti,
Padrini Parte Prima..."
E ancor non avrebbe finito di fantasticare favole se non fosse finalmente giunto a riva. Dinanzi a lui si stendea un arenile desolato, coperto di sabbia rossastra, disseminato di cavalli di frisia, di reticolati, di mine anticarro, di postazioni di mitragliere, di bastioni ruinosi co' barbacani semidistrutti. Sul tutto torreggiava un cartello giallo con una scritta nera che diceva "Addio Bocca di Rosa con te se ne parte la primavera". Più sotto una mano malferma aveva tracciato col pennarello queste parole: "Bloody Omaha" e più sotto ancora " Bloody Mary". Mentre Rodrigo si guardava attorno stupefatto, giunse di corsa un uomo (egli seppe di poi trattarsi d'un avvocato gay di Philadelphia, di nome Gump, Forrest Gump) che - vestito d'una informe uniforme maculata e calzato in capo un cimiero di strana foggia - gli chiese: "Sei tu il soldato Meg Ryan? C'è post@ per te." E senza attender risposta riprese a correre lungo la spiaggia.
Rodrigo, dopo il quanto mai strano incontro, si avviò
verso la scogliera che delimitava la spiaggia a perdita
d'occhio. Di mano in mano che si avvicinava vedea che
più ch'una scogliera quello ch'avea davanti
parea una contrafforte di blocchi di pietra ben sagomati
e posti l'uno sull'altro si da formare una sorta di
muraglia, ma grande assai, priva di sporgenze ed alta
molti e molti cubiti.
"Possibile che nuota nuota sia giunto sino al Catài?"
si chiese Rodrigo. Ma nel guardare più d'accosto
per cercar appiglio onde inerpicarsi, vide un piccolo
cartiglio di bronzo con inserta una fessura orizzontale
e la scritta "INSERT COIN". "Cazzo,
ci risiamo con la storia di coin che si pronuncia kuèn
e non vuol dire scopare ma angolo, mentre scopare si
dice baiser, da cui kaiser, da cui imperatore ecc.
ecc. Qui si gira in tondo!" Guardò meglio
e vide che, più in piccolo, v'erano altre scritte:
"Keine gegenstende auf den fernstern werfen"
"Ne jetez aucun objét par la fenêtre"
"Acqua non potabile"
"I contravventori saranno puniti a norma di legge"
"Ne se pencher au dehors"
"Viva la foca, che Dio la benedoca"
"Forza Samp"
"Introdurre solo monete metalliche"
"Finalmente!" si disse Rodrigo ed infilò,
non senza qualche rammarico per via del suo DNA genovese,
un pezzo d'oro nella fessura. Con un sibilo sottile
- segno evidente che il meccanismo era mosso da un
qualche accrocchio oleopneumatico - nella liscia parete
di pietra si aprì una porta mentre, preceduta
da un "dling dlang" da Stazione Centrale,
una voce gracchiante diceva:
"T'avanza, t'avanza divino straniero
conosci la stanza che i fati ti diero!"
"Cazzo - disse Rodrigo (che dalla storia dei sestanti e dei pianoforti avea cessato l'usual intercalare alzhmerio " 'Orpo") - l'abate Zanella, quello che odiava l'alloro e parlava con le conchiglie fossili! Lo detestavo ne' miei verdi anni di liceale e me lo ritrovo qui." Ma la voce proseguì:
"Tu se' venuto al loco ov'io t'ho detto
che tu vedrai le genti si' odorose..."
"Ci dev'essere il Biaghstano mefitico in giro"
pensò Rodrigo, cercando ne' risvolti della manica
il fazzoletto di fine batista impregnato di Denim,
il profumo per gli uomini che non devono chiedere mai,
tanto non gliela danno lo stesso.
"Per proseguire dovrai pronunciare la password"
aggiunse la voce. "La passché?" chiese
Rodrigo sconcertato. Per un attimo rimpianse di non
aver letto più attentamente il manuale "Internet
- Istruzioni per navigare in rete" - che, nella
elegante traduzione dal pidjin in italo-franco-spagnolo-yddish,
giaceva ancora intonso sulla sua scrivania in Alzheimerstan.
"La parola magica, pirla! - riprese la voce -
che ti permetterà di varcare la Grande Muraglia."
"Apriti Sesamo?" buttò lì
senza riflettere Rodrigo. "Error! Error!"
si mise a strillare la vociaccia, accompagnata da un
ulular di sirene ed un batocciar di campanacci. "Cioè,
no, mi son confuso, un aiutino per favore, la domanda
di riserva" supplicò Rodrigo, ormai in
piena sindrome di "Passaparola" e "Gira
la Ruota".
"Voce dal sen fuggita più richiamar non
vale" infierì brrwando e fwwzzzando la
voce da Stazione Centrale. "Anche il Pietro Trapassi,
mi par d'essere ancora in III E al Regio Liceo D'Oria!
Tra un attimo entrerà la Lucifredi e ci interrogherà
su Il newtonianesimo per le signore.." pensò
Rodrigo.
"Hai ancora una possibilità, divino straniero,
ma bada che se tu fallisca anche questa sarai condannato
a vedere "Sgarbi quotidiani" per due anni
di fila. Vuo' tentar la sorte?" "Sì"
rispose Rodrigo mentre un velo di gelido umor gli trascorrea
le ossa.
"Chi è costei?:
"Più d'un le piace,
Con tutti giace;
Ma un solo n'ama.
Povera dama!"
"Ubalda!" esclamò quasi senza pensar Rodrigo.
Tra rulli di tamburi, squilli di chiarine, trionfar di fanfare, salti, guizzi, frizzi e lazzi di nani e ballerine una gran porta si spalancò 8.
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1 Grazie, Illica e Giacosa
2 Grazie,Choderlos de Laclos
3 per quanto l'interpretazione dell'espressione "mi'
Cerino" sia ancora controversa, gli studiosi
sono propensi a credere che si tratti di una contrazione
di "mite Cerino", pacifico semidio al quale
gli Egizi innalzarono una piramide.
In cammino verso Celania
4 Moneta emessa dalla Serenissma nel 18o secolo
5 Nome toscano della melanzana
6 Si ringrazia Cielo d' Alcamo
7 chiedo scusa per la profanazione dell'idioma celaniano
a:
Ciullo d'Alcamo, Luigi Pirandello, Salvatore Quasimodo,
Giovanni Verga, Andrea Camilleri, Leonardo Sciascia,
Pino Caruso, Franco Franchi, Ciccio Ingrassia e, per
non sbagliare, don Totò Riina e don Tano Badalamenti
8 Per l'ultima parte si ringraziano:
Marco Polo
Le FS
Ali Babà e i quaranta ladroni
Giacomo Zanella
Dante Alighieri
Mike Bongiorno
Pietro Metastasio
Vittorio Alfieri