Le Alture di Golem - 9


Le Alture di Golem - Capitolo IX


Indice

- La bianca massa informe e infinita
- Il risveglio dell'Ubalda
- Ancora sul Pequod
- La riscossa di Pigiberus
- Joneg e Kook-Alzh si incontrano

LA BIANCA MASSA INFORME E INFINITA

Il Bucintoro stava scivolando dolcemente sulle acque e i bucintornauti si rilassavano sdraiati sul ponte a godersi il sole primaverile. Maramao aveva abbandonato la lettura della "Psicopatologia della vita quotidiana". Dato che leggeva solo le parole che iniziavano con 'm' gli era risultato impossibile capire alcunché. Galileo e Venantius discutevano animatamente a proposito delle macchie solari. Per quanto facesse, l'astronomo pisano non riusciva a smuovere l'eremita trevigiano dai suoi convincimenti:

"Son le macchie quella cosa
che si vedono nel sole
quando un corvo nero suole
svolazzare lì davant."

La Dogaressa lasciava gli scienziati alle loro speculazioni per prendersi cura di alcune piantine che aveva portato come regalo per la signora di Celania. Quando improvvisamente la nave si incagliò facendo cadere dalle sedie quelli che stavano seduti e dalle sdraio quelli che stavano sdraiati. I naviganti accorsero a prua per vedere che cosa avesse bloccato la navigazione. Il mare era finito e di fronte a loro si stendeva un piano bianco uniforme. Guardando verso l'alto la vista era ancora più angosciante: il cielo aveva lasciato spazio ad un'uguale distesa candida che si confondeva con l'altra ad un orizzonte solo ipotizzabile. Maramao fu il primo a parlare: "Mannaggia! Mirabile magia! Mancano mari, monti, molecole, mondi, monadi!" Galileo era esterrefatto e forse per la prima volta in vita sua non riusciva a trovare una possibile spiegazione scientifica del fenomeno. Venantius azzardò una spiegazione:

"Foglio bianco è quella cosa
che rimane nel quaderno
quando il nostro Padreterno
si dimentica di scriver.

Io suppongo che sia causa
Della nostra situazione
La perduta ispirazione
Che colpì i nostri Autor."

La Dogaressa era l'unica a non aver perduto ogni risorsa. "Forse - azzardò - essendosi defilati gli ispirati poeti, potremmo noi per una volta farci artefici del nostro destino, e creare noi stessi la realtà che ci circonda". Colta l'idea, Maramao saltò dalla nave dentro al nulla lattiginoso gridando "mouse". Improvvisamente un topolino si materializzò dal mare candido e Maramao cominciò ad inseguirlo. Gli altri seguirono. La nivea distesa cominciò a popolarsi di pianeti e satelliti, biciclette e paradossi logici, piante rigogliose e gatti che cominciarono a competere con Maramao nella caccia al topo. La Dogaressa mormorò tra se e se: "Sembra davvero di essere su Solaris".
A poco a poco il luogo si andava affollando e presto fu pieno di troppe creature strane, di troppi oggetti inconsueti, di troppi pensieri. L'angosciante distesa bianca era pressoché sparita, nascosta dalle innumerevoli cose create dai pensieri della ciurma. Era evidente che quel luogo funzionava così: ogni volta che qualcuno pensava intensamente a qualche cosa, quella tal cosa si materializzava immediatamente. Il fatto più grave era che quando si materializzavano esseri viventi e pensanti, essi erano a loro volta in grado di pensare e quindi di contribuire alla creazione. Per esempio il topolino che Maramao aveva prodotto, per salvarsi dalle grinfie dei gatti aveva pensato ad un cane il quale era comparso e aveva cominciato ad dar la caccia a Maramao. Il quale Maramao pensò bene di pensare a un coccodrillo che mangiasse il cane. Il cane, per salvarsi dal coccodrillo, pensò a un cacciatore di coccodrilli. Il coccodrillo pensò a un attivista del WWF, e così via all'infinito.
Si può ben immaginare come il luogo fosse in poco tempo diventato invivibile. Ecco perché i nostri quattro personaggi avevano deciso di allontanarsi, sforzandosi di mantenere la mente sgombra da ogni pensiero. Erano di nuovo immersi nella distesa bianca. Camminare era difficile poiché non c'era un suolo vero e proprio. Si gettavano i piedi in avanti e dove finivano finivano. Andare dritti era impossibile. Non vi era un alto e un basso e i quattro personaggi si trovarono presto orientati in modi contrastanti: uno aveva la testa puntata nella direzione dei piedi di un altro e spesso si davano delle capocciate dolorosissime. Mantenere la mente vuota mentre si procedeva in queste condizioni era uno sforzo inconcepibile. Ad un certo punto si trovarono di fronte (o dietro, o sopra, o sotto) ad un alto trono sul quale stava assiso un personaggio dal portamento autoritario con una grossa corona d'oro sul capo. Teneva tra le mani un'enorme forbice, lunga circa il doppio della sua altezza, con la quale ritagliava dei pezzi della strana materia bianca. Di fronte (o dietro, o sopra, o sotto) al trono c'era un numero imprecisato di figurine fatte di con quei tali brandelli: cigni, figure umane, cani, case e palazzi. "Salute a voi - disse la Dogaressa - sono la Dogaressa di Ca' dei Doni, e questi sono i miei saggi consiglieri. La nostra nave si è incagliata e ci siamo perduti in questa distesa dal colore nevoso. Non sapreste per caso indicarci la via per Celania?" Il personaggio coronato ristette, come se solo ora si fosse accorto della presenza di ospiti. "Io sono l'imperatore dell'Universo e vostro Creatore. Mi dispiace deludervi, ma voi non avete mai avuto alcuna barca e non vi siete mai mossi di qui da quando io vi ho creato." Galileo reagì immediatamente: "Mi dispiace deludervi, sire, ma voi siete evidentemente in errore nel credere che noi siamo una di queste vostre figurine bianche. Il vostro sbaglio è dimostrato facilmente nel considerare che le nostre vesti sono colorate. Al contrario temo che siate voi ad essere un prodotto della fantasia di uno di noi." E diede un'occhiataccia sospettosa a Venantius. Infine aggiunse: "E comunque questo non è l'Universo ma un Pluriverso". "Pazzi! - sbottò l'imperatore - Voi pensate di essere colorati come pensate di aver avuto una nave, poiché io ho creato i vostri pensieri in tale foggia". Venantius tentò di essere più diplomatico:

"Illustrissimo signore
che creasti cielo e terra
con la pace e con la guerra,
non smarrire le tue staff.
Sia pur vero che noi siamo
sol creature di vossìa
ma la via per Celanìa
indicateci lo stess."

"Va bene! Va bene! - borbottò l'imperatore - Ma voglio che portiate all'Ubalda un mio messaggio". Ritagliò un pezzetto di materia e con le mani le diede la forma di una penna; ne ritagliò un altro e lo spianò facendone un foglio. Poi cominciò a trascinare la penna sul foglio. Non essendoci inchiostro il foglio restava bianco, ma almeno l'imperatore, mentre scriveva, ripeteva il messaggio:

"A sua Altissima Regalità la Regina Ubalda di Celania.
Noi, Imperatore dell'Universo, vi imponiamo di presentarvi immediatamente al cospetto di Noi Stessi, vostro Creatore. Si raccomanda di rimuovere ogni indumento prima di comparire in Nostra Presenza.
Firmato L'Imperatore dell'Universo."

La Dogaressa prese il foglio senza dire nulla. Ma l'imperatore aveva qualche cosa da aggiungere: "Fate presto, poiché, prima di arrivare a Celania, dovete attraversare i miei dieci giardini, poi scendere le cento scalinate del mio palazzo, attraversarne le mille porte, scavalcare i diecimila fossati, percorrere ..." "Questa storia mi pare di averla già letta da qualche parte, e credo che in questo modo non arriveremo mai - disse la Dogaressa - Non c'è una via più breve?"
"Certo - rispose l'imperatore - potete usare l'uscita di servizio." E aprì una porticina. La Dogaressa, Galileo, Maramao e Venantius uscirono dalla porticina e si trovarono inspiegabilmente nel mezzo della piazza centrale di Celania.

IL RISVEGLIO DELL'UBALDA

Ubalda di Celania si svegliò da un sonno che era durato una cinquantina di ore. Il riposo le aveva fatto bene, ma si ritrovò confusa peggio di prima. Doveva arrivare qualcuno? C'era il Che? E Re Stacummé era venuto? Era restato? L'avevano arrestato? "Madonna... - disse Ubalda - che grandissimo casino / e dov'è Andrea Cerino? / No, questo non c'entra niente / ma comunque che casin".
La cassetta della posta era piena di messaggi e piume di piccione. Ubalda fu felice di trovare le belle lettere del cicloeremita Venantius, del cavaliere Georgiano, e tutti gli annunci di tutti gli arrivi, per mare e per terra, di tutta quella gente partita alla volta di Celania. La regina ordinò che si imbandisse la tavola più grande nella sala più bella del palazzo, la Sala Moia, e si cominciasse a peparare il pranzo.

"Siano presto preparate
mille pizze, e vermicelli
con le vongole, e friarielli
e poi pure la pastier.

I taralli, il limoncello,
la scamorza ed il nocino
siano a tavola, ed il vino
sia servito in abbondanz.

"Viene pure Babette?" chiese la Peppina. Ubalda non capì, e non rispose.

Ubalda aveva sentito dire che anche il Principe di Biaghstan era in viaggio verso Celania; questa notizia, se da una parte la rallegrava - Ubalda era notoriamente ospitale, ed amante (fin troppo) della
compagnia - dall'altra la preoccupava. Si diceva in giro che il Principe avesse subito una inspiegabile regressione, e stesse rivivendo una di quelle fasi dell'età evolutiva - ma Ubalda non riusciva a ricordare quale - di cui le aveva parlato quella sua conoscente, Lou Salomella. (Ubalda non riusciva a ricordare se Salomella l'aveva conosciuta alla festa dell'Unità o dallo psicanalista della Peppina). Chiamò a palazzo alcune guardie e così le istruì:

Sta arrivando qui un amico
che sta un po' fuori di testa
Non vorrei che lui la festa
la volesse rovinar.

Siate vigili e badate
che non siano disturbate
le persone qui invitate
che potrebbero fuggir.

Quanto a me, ci penso io
so come neutralizzarlo
se c'avesse in testa il tarlo
quello che conosco ben.

Un altro principe si stava avvicinando alla regina Ubalda: Marcobaldo di Sabatiland. Proprio poca distanza dalla residenza di Sabatland, un curioso corteo composto da dieci gemelle e sei cavalieri, più una lucciola incorporea, si avviava lentamente verso la magione. "A Marcobba - gira voce ch'avete chiuso i gheims." disse la lucciola incoporea. "A Pixele, mica stai a gufa', no?" fu la risposta sibillina del reggente. "Ma ddechè, aho'. Ma nnu' 'o vedi che sete arivati ar capolinea?"
"Macchittasa..." Marcobaldo si interruppe e scrutò i volti dei compagni di viaggio, che si ritrovavano a tornare sui loro passi con la lenta andatura delle Arture. Re Cioto e Re Ga', ubriachi fradici, non erano nelle condizioni di tentare un'impresa che sicuramente non avrebbe portato a fondo neanche da sobri. Per quanto riguardava Re Fuso e Re Spiro, imporgli un tour de force del tipo prospettato da Artura-che-ancor-non-sa-cosa-vuol-dir-l'amore sarebbe stata una vera crudeltà. Pixel era di un'altra dimensione, anzi di nessuna dimensione, quindi rimaneva solo lui, Marcobaldo. Il quale avrebbe volentieri desiderato pensarsi all'altezza del compito, ma sapeva bene che, per quanto potesse ben cominciare, non sarebbe arrivato neanche a metà dell'opra. Il suo motto di un tempo - Mai più di tre! - era sempre più valido. Osservò, con un pizzico di meraviglia, che anche Elettro, a dispetto della sua essenza reale, sembrava prigioniero del sortilegio. Doveva essere un incantesimo facile all'inganno. Un'idea si sviluppò pian pianino nel suo cervello, e lo convinse a tentare il tutto per tutto. Strappò dal terreno un tubero dall'aspetto adatto, e convinse Elettro ad indossarlo nel modo opportuno. Poi gli illustrò in poche parole il compito assegnatogli dal destino e dalla sua fantasia, e lo spinse verse le Arture. Elettro si comportò come meglio non avrebbe potuto. Saltò di Artura in Artura con gran decisione e precisione, utilizzando l'attrezzo di cui madre natura e Marcobaldo l'avevano dotato, ed operò con un'efficienza ed una freddezza sconosciute all'universo maschile. Non fu necessario attendere il tramonto per vedere la fine di quell'impresa. Il sole era ancora alto, quando un grido soffocato da un rantolo di piacere comunicò ai compari che erano finalmente liberi. Senza soffermarsi a contemplare la scena, essi si riavviarono verso il regno di Celania lasciando le Arture distese in ordine sparso intorno alla residenza di Marcobaldo. Anch'esse, finalmente, erano libere dall'incantesimo.

ANCORA SUL PEQUOD

Tra il furente ed il divertito per l'epilogo del buccaccesco (sì, ho scritto proprio "buccaccesco" embe'?) episodio del balenier busone, Dash non aveva più voglia di dormire. Uscì dalla cabina e salì sul ponte di poppa, indi sul cassero. Salendo, inciampò in uno gradino e, sommessamente mormorò "E che cassero! Sempre scalini sconnessi!" Una voce profonda lo apostrofò dall'oscurità della notte, rotta solo - ora lo vedeva - dal tenue bagliore d'una pipa di schiuma di mare, cui il calor de la brace ed il biondo umor del tabacco (un Virginia finissimo che il misterioso fumatore si faceva venire appositamente da Richmond) avevano conferito sfumature d'ambra siamese e d'opale birmano: "Messer Dash! Non potete dormire? - disse il Capitano Achab - E, di grazia, come avete fatto a distinguere, nell'oscurità della notte, che sto fumando una pipa di schiuma di mare cui il calor della brace ed il biondo umor del tabacco (un Virginia finissimo ch'io mi faccio venir appositamente da Richmond) hanno conferito sfumature d'ambra siamese e d'opale birmano?" "L'abitudine - rispose Dash - l'abitudine, Capitano Achab. Mio nonno Aiax, Lanz di Mira, fumava sempre una pipa di schiuma di mare, cui il calor della brac, un trinciato di forte marca rossa ch'egli si faceva venire appositamente da Secondigliano, aveva conferito delicate sfumature di tra' su' de ciucch'"1 "Parlatemi un po' di voi, Dash - disse Achab - chi siete? che fate?" "Chi son? Sono un poeta...cioè sono un guerriero. E cosa faccio? Guerreggio. E come vivo? Be' un po' di merda negli ultimi tempi. Il fatto è che mentre prima in povertà mia lieta vivevo da gran signore, ora su incarico del mio Signore Rodrigo (già Riccardo, già Alzh I) tento di raggiungere Klausia, la Serenissima Dogaressa di Ca' dei Doni, dama d'eccelse virtù e di straordinaria bellezza, di cui, tenta di raggiungerla oggi, tenta di raggiungerla domani, mi sono perdutamente innamorato senza averla ancora veduta". Commosso, Achab strinse forte nella sua la mano di Dash, sussurrando: "Che gelida manina....". Dash si ritrasse bruscamente, pensando: "Busone il baleniere, busone il Capitano?" Ma la commozione di Achab era sincera. "Sapete, Dash, anch'io rincorro un sogno, e anche la mia vita non è un gran ché da qualche tempo a questa parte. Ho consegnato la mia anima, e prima ancora la mia gamba sinistra, alla più bella e spietata creatura che si possa immaginare e da allora la inseguo senza sosta. Ma un giorno io l'avrò, oh se l'avrò!" "Moby Dick?" azzardò Dash, pescando il nome tra le reminiscenze delle sue letture giovanili. "Macché, Valeria Marini, la Balena Bionda" - rispose Achab. "E dunque il Pequod sta veleggiando per Celania, dove la bella Valeria sta girando un film dei germani Vanzina, che si dovrebbe intitolare Il capitone, come ho testé letto su Variety? - chiese incredulo e speranzoso Dash - Allora forse..." "Celania è un'illusione - lo interruppe Achab - è Shangri-Là, è Xanadu, è un luogo dello spirito. Tutti gli spiriti irrequieti fan vela per Celania, Dogaresse Serenissime, Eremiti Venanzii, Prenci Mefitici, Marcobaldi Sabazii, Galilei Galilei, Maramai Maramei, Rodrighi ed ora anche voi, che anche se non siete un gran fusto..." "Ma che è dunque Celania ?", Dash gli troncò la parola, prima che finisse con la storia del manzo.

"E' bella più di tutte, l'Isola Non-Trovata
quella che il Re di Spagna s'ebbe da suo cugino
il Re del Portogallo con firma suggellata
e bolla del Pontefice in gotico latino."

disse arrotando le erre Achab. "Il Regno di Ubalda, l'Origine della vita !" Si alzò e zoppicando si avviò verso il ponte di prora sussurrando impercettibilmente "Rosebund". Nella luce livida dell'alba i marinai ammainavano i terzaruoli, cazzavano le rande e spazzavano gli ombrinali, mentre il Pequod straorzava.
Scomparso che fu Achab sotocoperta, Dash rimase perplesso a meditare sulla misteriosa parola che aveva pronunciato il Capitano prima di lasciarlo. "Rosebund...questo nome l'ho già sentito, ma in questo momento mi slitta dalla memoria!" Scrollò le spalle, e guardò l'orologio Citizen che portava al polso: segnava il quarto2. "Forse mi ricorda Rosemouth, Bocca di Rosa, la mia prima ragazza, che conobbi a Sant'Ilario. L'ho lasciata su una spiaggia in Normandia...l'accompagnavano al treno...c'era tanta gente, un cartello, un corteo...chissà che fine ha fatto, era un po' zoccoletta ma

adorabile!" Si riscosse e decise di scendere nella sua cabina a scrivere a sua madre, la sua dulcissima mater, che tanto aveva pianto quando era partito, povero e così pronto di cuore, dicendogli "Salvato'3 ti uccideranno un giorno in qualche posto..." e lui si toccava! Prese carta e penna e cominciò:

"Dal Pequod, addì 18 del mese di marzo dell'Anno di Grazia xxxxx
Cara mamma ti scrivo, così mi distraggo un po'. Sono a bordo di una nave baleniera, diretto a Celania per correre in aiuto della Serenissma Dogaressa, che, scambiando l'arioso con l'Ariosto, indusse il mio signore Alzh I, che ora si fa chiamar Rodrigo, a temer per la salute sua, come s'egli - il mio signore, dico - non avesse in maggior misura a preoccuparsi degli scambi suoi (che anche i lettori ormai se ne sono accorti e commentano...e qualcuno subito a far la spia, è stato lui, è stato lui); solo che la Serenissima Klausia da Ca' dei Doni partita anch'essa se n'è per Celania, seco recando sul suo Bucintoro il saggio Venantius e tal Galileo, loico e scienziato ed il gatto Maramao sempre affamato. E nel rincorrerla dall'altro mare al suo, e nel pensar ogni dì a lei, d'amor fui preso ed ora me la sogno anche di notte, tanto che anch'io per un attimo scambiai per la bella un balenier busone, sicché per poco...ma questa è una lunga storia, che ti racconterò a voce al mio ritorno, se non andrò sempre fuggendo di gente in gente. Ma nutro poche speranze, dacché temo che la Serenissima Klausia non degnerà d'uno sguardo un misero spadaccino, senza quarti di nobiltà. Di più, anco s'io sia un bel manzo, non son certo un gran fusto. Devi ancor sapere che questa Celania, detta anche l'Isola non-trovata, parmi esser quella che - adorna di tre Faraglioni o Baraglioni, or non ricordo bene - si raggiunge con l'alato scafo dalla Nuova Città, che così l'appellarono i Greci, e lì un vulcano v'è, Suvio. E intanto anche Fluvio Petonio I, sai il Sire di Biaghstan, quello che non so se più gli fete l'alito o l'altra bocca, muove per Celania, con Pigiberus e Georgiano di Barbaria, spasimante ufficiale della Regina di Celania, che poi è l'Ubalda, (sai quel gran pezzo sempre a pazziare pe' Toledo mezza nuda, che prima voleva farsi un Tuaregh, poi Re 'Stacummé) e Marcobaldo che per fortuna che c'aveva l'Elettro ed una cucurbitacea sennò stava ancora lì con le dieci Arture, altro che "sì, viaggiare"! Insomma, par che tutti si apprestino a sbarcar a Celania, e di lì raggiungere Re Jetto e Re Gina con gli altri Re (meno Re Ligione, che non c'è più, come la mezza stagione) la cui festa darà l'avvio ai Grandi Giochi. Il solo che non si sa dove si trovi, ahimé! è proprio il mio Signore Rodrigo che pur partì in carrozza gridando "A Celania, a Celania!" ma che, stando a quando riferì Giovanni di Picciol Moneta col suo satellitare, sarebbe naufragato, non co' la carrozza ma con una paranza, al largo della Cicilia. Che la Provvidenza lo aiuti! Prima di chiudere, mater dulcissima, una domanda, che da qualche tempo mi frulla pe'l capo ed in qualche modo si rifà a quella storia del balenier busone di cui dianzi ti dicea:

"Ma come fanno i marinai
a baciarsi tra di loro
ed a restare veri uomini?
Chissà!"

Un abbraccio filiale.
Dash."

Rilesse, asciugò, imbustò, suggellò. Salì sul ponte dove un marinaio, piccolo, tozzo e barbuto, affacciato al cassero, cantava con voce piena di nostalgia "Là dove il mare luccica e tira forte il vento..." Dash si asciugò una lacrima.

Sceso in cabina, aveva ancora nelle orecchie le note di "Caruso". Non aveva voglia di dormire: prese un libro, a caso, dei due che portava sempre con sé, quando viaggiava. Quella sera gli capitò "I fiori blu" di Queneau. L'altro era "Moby Dick" di Melville. Pensò che c'erano lacci sottili come bave di ragno che legano le vite delle persone. Come Cidrolin e il Duca d'Auge. Petonio e Pigiberus. Ubalda e il Che. Klausia e... Pensò ancora: "Venezia è sul mare, Napoli è sul mare, Genova - come sappiamo noi che ci siamo stati e ne siamo tornati con una faccia un po' così e un'espressione un po' così - è sul mare. Il Pequod è in mezzo al mare, come Celania." Si chiese se tutto ciò avesse un senso Re Condito. Si chiese se la vita è un sogno. Stava per rispondersi "..o i sogni aiutano a vivere meglio?" Poi udì le note di un pianoforte.

"In the mood"
"My funny Valentine"
"Go down, Moses"
"The lady is a tramp"
"Moonlight Serenade"
"Indian summer"
"Night and day"
"Blue Moon"
"'O sarracino"
"Re Ginella"
"Re Sta cu'mme"

Il meglio di tutti i tempi. "Il buon vecchio Novecento" si disse. Poi si ricordò della storia della dinamite sotto il culo. Si alzò e se ne andò. Aveva appena toccato terra, dopo aver nuotato per circa un miglio, quando udì il boato e vide la vampata. La prua del Pequod guardava il cielo. "È qui la festa?" chiese a 'nu marinare che tirava 'a rezza sulla riva. "There's a party!" gli rispose quello. E gli offrì un martini. Era giunto a Celania.

LA RISCOSSA DI PIGIBERUS

Pigiberus si ridestò tutto indolenzito e si rese conto di essere ancora legato al cavallo del cavalier Georgiano che si era nel frattempo fermato nei pressi di una locanda per chiedere informazione sulla strada più veloce per raggiungere Celania, la terra che aveva dato i natali alla regina Ubalda, la sua unica e irraggiungibile bramosia d'amore. Tornato che fu presso il proprio destriero, Georgiano trovò Pigiberus finalmente tornato in se. "Liberami da questi vincoli immediatamente e ti prometto di dimenticare l'oltraggio che tu e quel pezzo di merda di Fluvio Petonio avete combinato nei miei confronti." gli ordinò Pigiberus. Georgiano in effetti si era abbastanza stancato di portarsi dietro quel psicantropo allucinato ma non poteva mancare, da cavaliere, alla parola data a Fluvio Petonio, "pezzo-di- merda" si, ma sempre principe del Biaghstan. "La crittografia DOQIDO (12) che vi ha posto Fluvio dovete risolvere e sarò ben lieto di vedervi libero come un fringuello" gli rispose Georgiano. Pigiberus si concentrò con tutte le forze della sua mente psicantropica: in queste condizioni sarebbe stato in grado di risolvere gli enigmi più importanti e più immanenti.
Mumble, mumble.....DOQIDO, dunque se lo analizziamo ci stanno due DO con una QI; poiché QI nell'italico idioma non esiste diventa QUI e allora i DO adesso stanno con QUI, cioè CON QUI STAN DO. "Eureka - disse al Georgiano, in onore a chi aveva scoperta così facilmente AR= IL PRINCIPIO DI ARCHIMEDE - Cavaliere la soluzione del quesito é CONQUISTANDO".
Georgiano lo guardò con gratitudine (finalmente si era liberato del precetto di Fluvio) e lo liberò immediatamente. Pigiberus per ringraziarlo lo invitò alla locanda per offrirgli i due BICCHIERI DI VINO ALLA VENETA, cioè due OMBRE ROSSE.

Dentro alla stanza fumosa tre uomini discutevano animatamente tra urla e insulti. Pigiberus dopo un po' si avvicinò, e con l'arte suadente della sua psicantropia formativa domandò perché mai stessero a litigare così ferocemente. "Siamo tre fratelli" spiegò il più vecchio "e abbiamo ricevuto in eredità trentacinque cavalli. Secondo l'espresso desiderio di nostro padre la metà di essi mi appartiene, un terzo spetta a mio fratello Pietro e la nona parte al più giovane Gino. Come é possibile fare questa suddivisione se la metà di 35 é 17,5 e se né un terzo né un nono di 35 sono numeri interi?" "Ma è semplicissimo - disse Pigiberus - basta aggiungere alla vostra eredità il bellissimo destriero del cavaliere Georgiano qui presente e sarete tutti soddisfatti." Georgiano a sentire che il suo cavallo stava per essere regalato a quei tre rompipalle baruffanti stava per intervenire ma lo sguardo sicuro di Pigiberus lo frenò e se ne stette buono a seguire il seguito della proposta di Pigiberus. Questi si rivolse a quei tre: "Amici miei - disse - ora che abbiamo aggiunto il cavallo del Georgiano all'eredità, abbiamo 36 cavalli." E rivolgendosi al più anziano: "Avresti dovuto avere 17,5 cavalli ed io invece te ne do 18. E a te Pietro - disse rivolto al secondo - spettava 1/3 di 35 cioè 11, 66 e io te ne darò 12." Infine parlò al più giovane: "Secondo le volontà di tuo padre dovresti avere 1/9 di 35, ossia 3 cavalli e una parte; io invece te ne darò 4." Quindi rivolto a tutti concluse: "Con questa vantaggiosa suddivisione, da cui tutti avete tratto beneficio 18 cavalli vanno al più vecchio, 12 al secondo e 4 al più giovane per un totale di 18+12+4 = 34 cavalli. Avanzano quindi due cavalli. Uno appartiene al cavaliere Georgiano, questo mio amico fedele, e l'altro mi spetta di diritto dal momento che ho risolto con soddisfazione di tutti il complicato problema dell'eredità." "Straniero, sei veramente molto saggio" esclamò il maggiore dei tre "e noi accettiamo la tua soluzione sicuri della sua giustizia ed equità."
Così Pigiberus si impossessò del più bello dei 35 cavalli e rivolgendosi al Georgiano disse
"Adesso, caro amico, possiamo continuare il viaggio comodamente per raggiungere Celania."
Ah Celania, Celania , subito il Georgiano diventò malinconico ma seguì lo stesso con decisione il destriero che Pigiberus aveva lanciato al galoppo nella brughiera.

Pigiberus e Georgiano cavalcarono fianco a fianco per parecchie ore. Al calar della notte decisero di fermarsi a dormire in una locanda sulla strada, che aveva un nome per i due molto invitante: "La Locanda dell'Enigma". Per risparmiare denaro, i due decisero di prendere una camera doppia (ovviamente con letti separati), e ne fecero richiesta al proprietario. "E' rimasta libera la SBOOMS
(9). Potete accomodarvi: ma ricordatevi che, se sbaglierete la soluzione, adesso come dopo, dovrete subire una penitenza". Un po' perplessi, essi imboccarono un lungo corridoio, dove si affacciavano diverse porte chiuse a chiave, tutte con delle parole scritte sugli stipiti al posto dei numeri. "Aaah, andiamo bene!" esclamò sperduto Pigiberus, mentre Georgiano si guardava intorno pensieroso.
"Dovrebbe essere questa" disse il cavaliere portandosi davanti alla porta che recava l'iscrizione FRASTUONO: e infatti la serratura scattò appena essi provarono ad aprirla. Entrarono e con enorme sorpresa videro che la stanza era completamente vuota: c'era solo una specie di grande armadio a muro; anche in questo caso i due avrebbero dovuto trovare la soluzione che si celava dietro le parole incise nel legno, per far fuoriuscire dal muro i letti. Dalla parte di Georgiano c'era NWWWN (8), mentre da quella di Pigiberus S?S (10). I due si piazzarono pensierosi di fronte alla parete, poi Pigiberus disse: "Cazzo, credo proprio di dover andare urgentemente al cesso", mentre Georgiano, esclamando TRANSITO, riusciva ad aprire il suo letto. "Dubito che sarà semplice usare il bagno" disse il cavaliere tuffatosi sul comodo giaciglio, indicando l'iscrizione su una porta laterale: c'era una grossa Omicron in alto, e sotto la scritta SPO (2, 5, 2, 9). "Questo è pane per i vostri denti, sir. Cercate di fare in fretta: ce lo ricordiamo cos'è successo a casa vostra, vero?" disse ironicamente Georgiano, mentre Pigiberus guardava e riguardava i due quesiti, deciso a non dormire per terra in una pozza di merda solo per due stupidi indovinelli: ci era già cascato una volta! Mentre quello rifletteva, Georgiano, guardando fuori dalla finestra, disse: "Chissà se il mio messaggio è giunto alla mia amata Ubalda..." "Non ci spererei troppo, fossi in te- lo interruppe Pigiberus- le lettere che partono da casa mia vengono smistate nel regno di Biaghstan, e si sa che lì le poste vanno di merda! Per qualche mese hanno funzionato bene, ora già cominciano le lamentele per i ritardi in tutta la regione." "Poco male - replicò il cavaliere - tanto tra poco la rivedrò, la mia amata, e potrò gridarle di persona tutto il mio amore" concluse sospirando. Poi continuò: "Allora sir, ce l'avete fatta?" "Un attimo, perdio, ci sono quasi...forse" balbettò Pigiberus nervosamente. "Lo spero - replicò Georgiano - non vorrei subire chissà quale penitenza dal proprietario!"

JONEG E KOOK-ALZH SI INCONTRANO

E finalmente Joneg la Guerriera e Kook-Alzh, la Tremebonda si incontrarono. Il loro incontro è così elegiaco che si può narrare solo in settenari:

Si guardano in viso
siccome allo specchio
si fanno un sorriso
"Si vede ch'invecchio?"
S'abbraccian, si bacian
son tanti e tant'anni,
le gioie si narran
si svelan gli affanni:
"Giorgiano e l'Ubalda..."
Kook-Alzh già sospira.
"Non far la ribalda,
seppure ti tira!"
risponde convinta
la Joneg guerriera:
"Non darti per vinta
agisci e poi spera!"
"Ma è fedifrago.."
si geme la dama.
"Assolda un buon mago:
vedrai che poi t'ama!
Non star lì a tremare
va fuor de la melma!"
Ed ecco il divino
appar Mago Otelma
il sommo, l'esimio
con tiara e solino
dipinti di minio.

Fa il pendol girare
ed un Pendolino
dal nulla compare:
che buffo trenino!
Di Claudio ex ministro
(gerundio di burla)
fu il gioco sinistro:
si sale e poi s'urla!
"Montate su a bordo
tranquille viaggiate
se ben mi ricordo
fa poche fermate.
Con questo trenino,
ancella e guerriera,
sarete a destino
ben prima di sera.
E se qualche pania
il Cobas non trama
sarete a Celania
da quel che Kook brama."
E partono: e intanto
con tono giulivo
Kook-Alzh leva un canto:
"Giorgiano, mo' arrivo!"
E mentre il bestione
divora la pista
ignorano il nome
del suo macchinista.
Di quel ferroviere
che volto non ha
san solo il mestiere
ma non la sua età.4
Sul treno c'è il cesso,
toeletta chiamato,
che bello il progresso
e chi l'ha inventato!
E canta la nenia
felice Kook-Alzh
"Arrivo, Celania
l'amore mi incalz
L'amore mi strugge
pel dolce Giorgiano
e dentro mi rugge
lo spirto alzhmeriano!"
Le dame son stanche
poi hanno i sudori
già lascian le panche
per récere fuori,
il mal le dilania
s'affaccia un pensiero:
che andasse a Celania
non c'era un destriero?
E temon d'altronde
sciagure e ritardi:
ne hanno ben d'onde
che Dio le riguardi!

E infine arrivate
col ferreo stallone
son più confortate:
"E' qua la stazione."
Si guardano attorno
cercando un facchino:
è notte e par giorno,
c'è un grande casino.
"Celania è codesta?"
domandano invano
con l'aria più mesta
a un tipo assai strano.
"Chissà chi lo sa"
risponde stranito
facendosi in là
un biondo crinito.
E intanto a parlare
continua guardingo.
"Che c'è da guardare?
io mica mi tingo!
Di macchia son senza,
non tengo timore:
fu la flatulenza
d'un bieco Signore
a render sì strani
i mie' folti capelli
che eran castani,
liscissimi e belli.
Fu colpa d'un peto
ma a chi lo lanciò
- rivelo un segreto -
gran male gli fo."
"Mi faccio anch'io bionda?"
Kook-alzh già cinguetta
"Mi pettino all'onda
o con la frangetta?"
Joneg, la gemella,
la guarda severa.
Le dice: "Più bella
sarai se stai nera!"
Joneg lo rimira
e la testa le gira:
è un gran cavaliere
e fa il suo mestiere.
Intanto s'appressa
un altro bel drudo,
la faccia ha un po' lessa
ed è quasi nudo
"Ben siete arrivate,
e l'ora è già tarda,
a danze iniziate
si balla la czarda.
A corte corriamo,
son pochi gli assenti
intanto brindiamo
co'gli altri potenti."

Intanto anche altre figure stavano per arrivare nel regno di Celania. Avevano lasciato una lattea massa informe ed ora ridotti piuttosto male si stavano dirigendo verso la dimore della regina Ubalda. Le vesti del gruppo cadoniano, un tempo eleganti, erano sgualcite e lacerate in più punti, nonché coperte da brandelli di materia bianca. La stanchezza per le disavventure sofferte disegnava espressioni meste sui loro volti. "Non possiamo certo presentarci alla Regina di Celania in tali
condizioni!" disse la Dogaressa. "E che altre possibilità abbiamo? Non possiamo certo rifare tutta la strada fino a Cadonia solo per cambiarci d'abito!" le rispose Galileo, come sempre la voce della ragione. "Miaaao! Me mangerei manicaretti" miagolò Marameo. Ciò ricordò a tutti che lo stomaco non riceveva attenzioni ormai da tempo. Venantius non aveva dubbi sul da farsi:

"Non piangete sui vestiti
che quel latte ha sporcato
perché dopo ch'è versato
non si può più farci null.

Andiam presto alla reggia
della donna che amoreggia,
anche se sembriam 'na greggia
il cancello ci apriran.

A quest'ora si prepara
la cibaria più gradita
sulla tavola imbandita,
guarda l'ora è mezzogiorn..."

Il discorso dell'eremita fu interrotto da uno strepito stridulo fatto di centinaia di suoni incongrui, come di un'orchestra in un frullatore. Di lì a poco comparve sulla piazza un corteo allucinante. Era aperto da una fila di tamburi che battevano all'impazzata sulla testa dei tamburini, seguiti da un gruppo di personaggi che portavano sul capo tromboni e corni inglesi e avevano in bocca dei cappelli dentro i quali soffiavano traendone solamente delle specie di pernacchie. Poi venivano dei violinisti che strofinavano i loro strumenti su degli archetti e dei violoncellisti che suonavano da "dentro" i violoncelli, i quali procedevano saltellando. A volte un violoncello cadeva male e finiva in pezzi lasciando il violoncellista steso sulla strada a guardarsi attorno perplesso. Il centro del corteo era costituito da dei cantanti che sbraitavano fuori tempo e fuori scala delle parole
incomprensibili. "È la banda di Celania che esegue l'inno nazionale" spiegò la Dogaressa portandosi la mano al cuore e assumendo un portamento solenne. Gli altri seguirono l'esempio e ascoltarono in religioso silenzio le parole sacre:

"O Celania, O Celania,
patria nostra un dì perduta
perché resti così muta?
sei tu forse senza ling?

Noi fratelli di ognun siamo
che sia nato da una donna
che non sia la nostra nonna
ma piuttosto una sua figl.

O Celania, O Celania,
le tue vigne sono in fiore,
le tue femmine in calore,
le tue greggi fanno mu!

Gloria sia per sempre in cielo
ed in terra e dentro all'acque
a chi in questa terra nacque
per riempirla del suo amor.

O Regina saggia e forte,
tu sei madre di noi tutti
quelli belli e quelli brutti
quelli alti e quelli bass.

O Celania, O Celania,
terra libera e gioconda
dove scroscia forte l'onda
e gli uccelli fanno cip."

"Orsù andiamo!" comandò la Dogaressa, che ora non aveva più dubbi sul da farsi.

Le nostre due eroine gemelle si stanno godendo l'inizio dei festeggiamenti.

Negli atrii lussuosi di luci brillanti
tra sale e cucine d'aromi fragranti
con coppe ricolme di vini e liquor
la coppia gemella di colpo si desta
intende l'orecchio, già fiuta la festa,
pregusta le danze, sospira l'amor.

Dai guardi sicuri, dai lucidi volti
dagli occhi saettanti tra i crini ben folti
traluce d'entrambe la fiera beltà.
Nei guardi, nel ridere lieto ed aperto,
dimentiche sono del viaggio sofferto,
d'amor desiderio tremare le fa.

S'incontran gioiose, si sperdon danzanti
sui folti tappeti co' i passi vaganti
tra tema e desire s'avanzan, ristan.
E miran, rimiran, vogliose e confuse
dei baldi signori le torme diffuse
che corrono ai Giochi, che sosta non han.

Incontrano alcuno, ne ignorano il nome,
or bionde - miracol - le già brune chiome,
ma non sono quello venute a cercar.
Or corre una voce che spiega i ritardi:
han fatto naufragio co' loro stendardi
i bei cavalieri nel torbido mar.

E anche di altri si mormora piano:
il saggio Venantius, il prode Giorgiano
chi mai li trattenne, chi mai li fermò?
lasciaro, partendo pel viaggio ramingo
i gatti e i piccioni, partì solo Twingo
qual sorte malvagia quel viaggio troncò?

E intanto per l'ansia si torcon le mani
si strappan capelli ora biondi or castani
gemelle persino nel loro dolor.
E aspettano e pregan che arrivi il momento
che porti sollievo a tanto tormento,
che possano infine donarsi all'amor.

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1 In padanico idiota, pardon, idioma, "tra' su de ciucch'" indica il
rovescio di stomaco o récere dell'ubriaco, dal caratteristico colore.
2 Grazie a Orson Welles per "Quarto Potere".
3 il vero nome di Dash è Salvatore junior. E' figlio - pare - di un altro Salvatore, il campanaro gobbo di Notre Dame. 4 ancora grazie a Guccini


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