Una settimana nelle Isole Andamane


Una settimana nelle Isole Andamane


L'aereo che ci porta a Port Blair fa un lungo giro sull'isola prima di atterrare. Vista da vicino, la South Andaman si rivela molto piu' ricca d'acqua del previsto. Alcuni di quelli che da lontano sembravano boschi ora appaiono come paludi alberate. Il sole si riflette sull'acqua creando strani giochi di luce tra le chiome degli alberi. So che sull'isola si possono affittare delle canoe, e progetto qualche zigzag tra i rami. Intanto l'aereo si abbassa un po' troppo velocemente e atterra su una pista decisamente corta, che finisce in salita contro una collinetta. Scopriro' in seguito che all'altra estremita' della pista c'e' una strada, che viene regolarmente chiusa da un passaggio a livello ad ogni decollo (uno al giorno).
All'aereoporto incontro una coppia di milanesi, con cui mi metto in cerca di sistemazione. Dopo un paio di tentativi sfortunati, scegliamo una guest house ad una decina di chilometri a sud di Port Blair, a pochi metri dal mare, con un edificio principale che assomiglia ad un ragno gigantesco. Intorno, tanta vegetazione, palme a volonta', fiori e capre. Alla guest house, cani e ranocchie in abbondanza. Nelle camere, piccole formiche e grossi scarafaggi, piu' un topo, che condivido con i milanesi.
E' domenica, andiamo in citta' e cerchiamo il negozio che affitta le moto. E' tutto chiuso, ovviamente, ed affittare una moto e' "impossibile". Mezz'ora dopo torniamo alla guest house con i nostri two-wheelers e ci lanciamo sulla spiaggia piu' vicina, Corbyn Cove. Piccola, rispetto a quelle che ho visto a Goa, carina, su una baia non troppo aperta, con acqua calma. Niente venditori ambulanti, per fortuna. Facciamo un bagno che a me sembra il primo della stagione. Finalmente posso nuotare tranquillamente, in un'acqua calda e pulita. Mi allontano dalla riva, e trovo una deliziosa corrente fresca. Me la godo. Esco dall'acqua, faccio due passi al sole e comincio a sentirmi in vacanza. Dopo qualche minuto di meritato riposo, attraversiamo la strada per sederci in un ristorantino all'aperto, dove divoriamo un rispettabile "chilly chicken". Sotto le palme, di fronte al mare, con una leggera brezza che aiuta a sopportare il caldo, si sta da dio. Quasi dispiace andarsene per la doverosa pennichella.

Lunedi'. Dopo varie vicissitudini (avere informazioni precise e affidabili e' difficile) saliamo su un piccolo peschereccio che ci portera' a Ross Island, un'isolotto coperto da vegetazione lussureggiante, proprio di fronte a Port Blair. E' stato per qualche decennio la sede dell'amministrazione britannica delle isole Andamane, e ci aspettiamo di trovare qualche edificio in stile coloniale. Appena sbarcati, troviamo un vistoso cartello che vieta di fare il bagno. Mi fa rabbia, perche' l'acqua e' limpida e tranquilla come in un laghetto alpino, e dopo una mattinata passata in citta' muoio dalla voglia di tuffarmi. Proseguiamo e dopo una decina di metri incontriamo un cerbiatto, che sembra soffrire il caldo. Passo a un metro da lui e ne vedo altri un po' piu' in la'. Ne troveremo ancora in tutta l'isola. Gli edifici dell'amministrazione sono andati in rovina molto presto. Acqua, vento e vegetazione hanno trasformato un'oasi europea con campi da tennis e prati all'inglese in un fantastico groviglio di alberi ruderi e liane. La chiesa, nel punto piu' alto dell'isola, farebbe la gioia di un pittore romantico. Perdo mezz'ora e meta' del rullino intorno alla chiesa ed al suo campanile semi-diroccato, di cui non si capisce cosa sia muro e cosa alberi. Vengo finalmente distratto da un pavone, che inseguo per mezza isola, senza molto successo. Forse sono riuscito a fotografarne la coda. Alla fine mi ritrovo su una spiaggia deserta, sul lato opposto dell'isola. Palme su un lato, scogli dall'altro. L'entrata in mare e' troppo difficile e rinuncio a fare il bagno. In compenso, trovo una specie di Jacuzzi naturale tra gli scogli, e mi faccio un idromassaggio salato. Smetto quando vedo arrivare la francesina conosciuta in barca. Dalla direzione opposta, ahime', arrivano i milanesi. E dopo cinque minuti, due indiani. Comincia ad esserci un po' troppa gente in questa spiaggia. Parlo un po' col primo indiano, un tamil che lavora nella marina indiana - l'isola e' della marina militare indiana - e sta per tornare a Madras. Mi dice che non puo' sposarsi finche' entrambe le sorelle maggiori non si saranno sposate. E se una rimane zitella? Questo sistema non mi piace. Il secondo, gentilmente, trova una noce di cocco e la spacca a pietrate davanti a noi, per poi offrircela. Ottima. Intanto la spiaggia, senza che noi ce ne accorgessimo, si e' animata, ed una quantita' di molluschi la percorrono in tutte le direzioni. Torniamo al molo per prendere il traghetto che ci riportera' a Port Blair, ed abbiamo la sorpresa di trovare, proprio la' dove non si poteva fare il bagno, una decina di indiani in acqua. Seccatissimo per essere stato ingiustamente privato di un piacere fondamentale, entro in acqua. Appena inizio a nuotare, arriva un indiano in canottiera che si mette a strillare: "Hallo', hallo', european man!". Esterrefatto, lo guardo e mi chiedo se e' razzista o se oltre alla meta' delle isole anche la meta' dell'acqua sia vietata ai non indiani. Esco dall'acqua per poi rientrare giusto in mezzo ai bagnanti indiani. Il tizio torna alla carica. Lo ignoro un po', poi esco definitivamente. Vado in quello che viene pomposamente chiamato bar - una finestra del dormitorio - e chiedo una bibita. Il tizio in canottiera, che evidentemente qui e' una persona importante, mi dice stizzosamente che il bar e' chiuso. Che vada a quel paese, anzi, che ci rimanga. Dopo un'attesa interminabile - la barca e' in ritardo, oppure ci hanno dato l'orario sbagliato - si torna a Port Blair. La sera, cena con la famelica francese nel miglior ristorante del posto, che e' all'altezza della sua fama. Tranne che la birra, purtroppo. Si va a lime and soda.

Il giorno dopo ci si alza di buon'ora - e visto che il fuso orario e' lo stesso di Delhi, e' veramente di buon'ora - per andare a prendere il traghetto per Jolly Buoy, mitico isolotto corallino. Bisogna raggiungere Wandoor, una trentina di chilometri a sud-ovest di Port Blair. A quell'ora guidare la moto tra vacche, camion, bambini e cani, su quelle strade impossibili, e' uno stress. Pero' quando finalmente arriviamo su una strada senza traffico diventa un piacere. Il paesaggio e' cosi' verde e vario che mi distraggo in continuazione. Passiamo accanto a quelle che sembravano paludi alberate, ma che in realta' non lo sono, perche' l'acqua e' in buona parte acqua di mare, non stagnante. Qui la marea e' ben piu' di un metro, ed alla sera gli stessi alberi di cui ora vedo solo le foglie mostrano radici bianche ed arcuate. Sbagliamo strada ma siamo quasi contenti, cosi' vediamo piu' cose. Arriviamo a Wandoor giusto in tempo per affittare maschera e boccaglio (chi mai l'avra' usato prima di me?) e saltare in barca. Il traghetto si muove lentamente in un braccio di mare cosi' stretto da sembrare un fiume. L'acqua e' calmissima, e solo noi disturbiamo la quiete del posto. Le due rive sfilano lentamente accanto a noi, coperte da una vegetazione ricchissima, che nasce letteralmente dall'acqua. Il terreno sottostante e' invisibile. Proseguiamo pigramente sotto un sole cocente, seguendo ogni tanto strani tortuosi percorsi. Poi arriviamo quasi in mare aperto e vediamo una linea di spuma bianca che termina in un'isolotto: Jolly Buoy. Non c'e' approdo. Una barchetta col fondo di vetro fa la spola con la spiaggia, permettendo ai passeggeri di ammirare il fondale. Sbarchiamo e ci allontaniamo un po' dagli ombrelloni di paglia davanti ai quali si e' fermato il traghetto. Ci tuffiamo in un'acqua sorprendentemente e piacevolmente fresca. La corrente e' molto forte, soprattutto dove l'acqua e' piu' bassa (ovviamente: V = Q/A). Per non farmi portare via, mi aggrappo ai pietroni che costellano il fondo. Ci rimetto un po' di pelle e mi avvicino a riva arrampicando, piu' che nuotando. Chissa' se sulle Alpi puo' accadere il contrario. Magari su un ghiacciaio. Si continua senza annoiarsi per un paio d'ore. Per me che non ne ho mai visti, i coralli vivi sono uno spettacolo. I pesci sono "come nei documentari", ma qui ci sei in mezzo, e ne vedi centinaia, dai sottilissimi pesci argentei che nuotano un centimetro sotto il pelo dell'acqua, a dei buffi pesci tondi a strisce verticali gialle e nere. Predominano i colori elettrici, verdi, blu, rossi, gialli. Alcuni pesci si muovono in branchi e sono indifferenti alla mia presenza. Altri scappano appena vedono che mi muovo verso di loro. Il piu' grosso e' lungo almeno un metro, e per fortuna sembra inoffensivo. Beppe vede una tartaruga, Lucia una murena. Sara'. Io mi guardo intorno alla ricerca di un cammello con le branchie, cosi' imparano a vedere cose che non ci sono. Lottare con la corrente e' faticoso, e trovo un punto d'equilibrio dove la corrente si divide in due. Rimango li' a galleggiare senza fatica, e mi accontento di guardare quel che passa li' intorno. Al momento di andare via siamo cotti di sole e di stanchezza. Il ritorno non e' bello come l'andata. C'e' bassa marea, le secche in vista, le radici degli alberi scoperte che affondano su un terreno paludoso e un po' disgustoso, e un maledetto altoparlante in barca che diffonde musica rock indiana a volume esasperato. Avessi un fucile... Finalmente il arriviamo a Wandoor, saliamo in moto e partiamo per andare a vedere i coccodrilli. Una deviazione ci porta in una riserva naturale creata per proteggere queste delicate creature. Dopo il solito tentativo sfortunato - scivolo sul fango con la moto; in questi casi si apprezza la presenza dei compagni d'avventura - lasciamo le moto ai margini della riserva ed entriamo a piedi. Coccodrilli zero, termitai migliaia. Granchi, farfalle, zanzare a volonta', ma di coccodrilli neanche l'ombra. Troviamo una pigna rossa che odora di chewing-gum. Noi siamo piu' rossi della pigna, e morti di stanchezza. La sera cenetta in riva al mare e a nanna prestissimo.

Mercoledi' "riposo". Cioe' niente avventure, ma raccolta di informazioni su isole, traghetti, orari, cambio valuta e via dicendo. Giriamo un po' per il bazar, piccolo e decisamente piu' tranquillo di tutti quelli visti da quando sono in India. Da questo punto di vista le Andamane assomigliano un po' a Goa. Si ha la sensazione che qui nessuno muoia di fame, che ci piu' pulizia ed ordine che altrove, che si possa mangiare un po' dovunque senza correre grandi rischi. Si vedono addirittura squadre di operai che sistemano le strade, che ne hanno veramente bisogno. Dopo pranzo andiamo a visitare il carcere costruito dagli inglesi per i prigionieri politici. All'entrata troviamo due stanze piene di foto di indiani detenuti a Port Blair al tempo delle rivolte contro l'impero. In un angolo, una statua a grandezza naturale di un prigioniero a torso nudo legato mani e piedi ad una specie di gogna per la fustigazione. Un panno gli copre i fianchi. Quando siamo li', con gesto melodrammatico la nostra guida solleva il panno davanti a noi mostrando le chiappe insanguinate del condannato. Reprimiamo a fatica le risate. Faccia di circostanza ed il giro continua con la forca, le celle e la torre di guardia, da cui si gode un panorama stupendo. All'orizzonte, nuvoloni. Torniamo in albergo appena in tempo per evitare il temporale, breve e violentissimo. Il ritorno a Port Blair per la cena e' un'esercizio di acrobazia motociclistica. Il vento e l'acqua hanno sporcato la strada di fango ed hanno fatto cadere foglie di palma fradice sulla strada. Non c'e' elettricita' ed il faro della moto e' decisamente insufficiente. Come se non bastasse, dopo una curva m'imbatto in una coppia di bufali neri come la notte. Mi si ferma il cuore ma rimango in sella. Mi consolero' con un'ottima cena. Al ritorno, sul lungomare scopriamo una quantita' di enormi granchi che attraversano la strada dal mare verso la citta'. Dove andranno a quest'ora?

Giovedi'. Senza preoccuparci troppo per i probabili acquazzoni, andiamo a Bamboo Flat, a nord-est di Port Blair. L'idea e' di andare nella giungla per vedere gli elefanti al lavoro. Raggiungiamo Bamboo Flat con un ferry che prendiamo a Chatham, vicino la vecchia segheria. All'inizio non riusciamo a farci indicare la strada giusta, visto che nessuno sembra conoscere l'inglese. Tento, a gesti, di far capire che cerchiamo gli elefanti, ma gli indigeni sembrano un po' perplessi. Poi Lucia ha un colpo di genio e gli mostra una cartolina con la foto di un elefante al lavoro. E' fatta. Ci lanciamo su per una stradina in salita che passa attraverso una serie di piccoli villaggi. Gli alberi sono alti e ombrosi e spesso fanno tetto sulla strada. L'atmosfera e' diversa da quella di Port Blair, piu' coloniale. Molti giovani e molti bambini vestono all'inglese. Tutto sembra cosi' tranquillo e rilassato che vien voglia di venire a stare qui. In un villaggio le donne mi guardano con occhi languidi e sereni. Mi fermo? Proseguo. Quando la strada smette di salire il paesaggio si apre e iniziamo a costeggiare un fiume. E' come se fossimo in una valle, con la giungla al posto delle montagne. Ora nei villaggi il nostro arrivo suscita piu' entusiasmo del giro d'Italia sulle Dolomiti. I bambini ci salutano allegramente e rumorosamente e gli adulti escono dalle capanne per guardarci. Io, col cappello di paglia "antipioggia", gli occhiali scuri e lo zainetto giallo, devo avere un aspetto abbastanza pittoresco, ma anche i milanesi inguainati negli impermeabilini di plastica non scherzano. La pioggia ha liberato una quantita' di aromi esotici, ed ho un momento di felicita', guardandomi intorno e respirando quest'aria strana. Alla fine della strada non c'e' traccia di elefanti. Ci dicono che dobbiamo fare altri sei chilometri di una pista che entra nella giungla. Si inizia attraversando un torrentello, poi su per una salita pietrosa e giu' nel fango. Dopo cento metri di questa pista infame, molliamo le moto e proseguiamo a piedi. E' bellissimo, in questa strana vegetazione, con i versi degli animali che arrivano da tutto intorno. Dopo un quarto d'ora veniamo fermati da un indiano in bicicletta che ci convince a tornare indietro con una storia di serpenti. Peccato. Al ritorno, il secondo guado e' disastroso: sbaglio mira e finisco nel punto piu' profondo, tra le risate dei milanesi. Ne esco coperto di fango. Per fortuna si mette a piovere, cosi' mi faccio una bella doccia. Si torna a Bamboo Flat, dove passiamo un'oretta a bighellonare nel microscopico mercatino. Ci muoviamo in modo cosi' irrazionale che gli occhi di tutti sono su di noi. Ma non ci sentiamo molto a disagio. E' soprattutto curiosita'. E poi allegria, quando Beppe fa un po' di foto a quelli del posto. Torniamo con un puntualissimo ferry. Non lo sappiamo ancora, ma e' la fine della vacanza.

Pioggia e vento, vento e pioggia. E niente elettricita'. Isolati a dieci chilometri da Port Blair, cerchiamo di passare il tempo alla meno peggio. Ma non va: depressi, sabato mattina Beppe e Lucia lasciano l'isola. Io passo la giornata con due simpatiche olandesi incontrate alla guest house. La domenica parto anch'io per il continente. Non vedo l'ora di tornare in Italia.

(Marco)


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