Il campionato


Il campionato


È sabato.
Mi sveglio in un'insolita luce lattiginosa. Fuori, chissà, piove. Mi giro pigramente tra le lenzuola di raso, e guardo il cielo stellato raffigurato nella copertura del letto a baldacchino. Decido di chiamare qualcuno.
Alla mia destra pende un cordone. Lo afferro e dò una vigorosa scampanellata.
Pochi secondi, ed una schiava etiope entra silenziosamente nella stanza. Tenendo gli occhi bassi, si avvicina lentamente al letto, e si inginocchia ad un passo da me. Poi alza i grandi occhi liquidi da cerbiatta, e mi guarda con atteggiamento sottomesso e remissivo. Il mio sguardo la percorre lentamente, indugiando con muto apprezzamento sulle sue curve iperboliche. Sì o no? No, oggi è meglio di no, non voglio sprecare energie. Lei capisce e sparisce in silenzio.
Poco dopo, arriva la colazione. Rifiuto il mango, che di prima mattina mi disgusta, ma assaggio tutto il resto: caffè brasiliano, latte svizzero, pane francese tostato, yogurt armeno, muesli tirolese, burro tedesco, composta di mirtilli rossi della Valtellina, ciambelline all'anice siciliane, sciroppo d'acero canadese.
La mattina mi piace tenermi leggero.
Solo dopo permetto a due schiave libiche di lavarmi e vestirmi. Alla fine del sacro rito, tre schiave nubiane mi accompagnano all'uscita portando il mio bagaglio (tre bauli per lo stretto necessario) mentre il direttore dell'albergo mi saluta con un inchino esagerato. Fngo di non vederlo. Queste esibizioni di servilismo mi disturbano sempre.
Esco dall'edificio, un palazzina di purissimo stile palladiano.
In strada mi aspetta la limousine che la federazione ha gentilmente messo a disposizione. Un autista in livrea mi apre la porta e si scusa per la mancanza del tappeto rosso.
"Non importa, James", lo rassicuro.
Sollevato, James si mette al volante e mi conduce verso la Contrada, dove si svolgerà il campionato.
Poche centinaia di metri dopo, decido di cambiare programma.
"James?"
"Non mi chiamo James, signore."
"Sì, James. Lasciami qui. Voglio arrivare piedi alla Contrada"
"Sì, signore."
Il tempo è orribile. Piove da giorni, e non sembra abbia intenzione di smettere.
Scendendo dalla limousine rischio di scivolare su una chiazza di fngo. Mi salvo facendo apphello alle mie qualità di acrobata. Mi giro. James e la limousine sono scomparsi. Sul muro di fronte, una scritta: "Una risaia vi seppellirà!". Mi avvio con un brivido.
Poco dopo arrivo alla Contrada. Incredibile trovare un luogo così ameno nel centro di Milano. Un lungo viale alberato sale su una collinetta coperta di fiori di campo. In cima una casa in stile spagnolo dai terrazzi adorni di gerani. Il tetto di tegole rosse sporge abbastanza da creare uno spazio coperto dove il viandante può difendersi dalla furia degli elementi. Chiudo l'ombrhello inglese che mi ha accompagnato in queste giornate uggiose, ed entro nel patio.
Un individuo dall'aspetto preoccupante - barbetta scolpita, sguardo mefistofelico, incedere curvo, un accenno di zoccoli - mi squadra con sospetto, poi decide di affrontarmi.
"Sei qui per il campionato?"
"Sì."
"Già. Era mia opinione, che peraltro condividevo a mia insaputa." Prorompe in una risata cavernosa, e un certo sentore di zolfo inizia a spandersi nell'aria. I brividi aumentano.
Lo sconosciuto si presenta: "Io sono Fabio."
In fondo al patio intravediamo un giovane alto ed elegante, dall'aspetto vagamente prelatizio.
Anch'egli ci ha scorto, e scocca un sorriso radioso al nostro indirizzo. Ci scostiamo di scatto, appena in tempo per evitarlo. La parete alle nostre spalle va in frantumi.
"Sono Donato. Siete qui per il campionato?"
"Sì!", rispondiamo come un sol uomo.
Donato ci sorride di nuovo, e noi ci gettiamo a terra in preda al panico. Un pilastro del portico è stato polverizzato.
"Seguitemi."
Eseguiamo senza discutere. Mentre ci dirigiamo verso le scale, veniamo sorpassati da un tipo atletico con una gran giacca di pelle sfrangiata, pantaloni a zampa d'elefante, stivaletti borchiati, occhiali scuri e capphello a larghe falde. In due passi divora i quattordici metri del portico.
"È Paolo", ci spiega Donato. Arranchiamo su per le scale dietro Paolo, sorpassando un tipo curvo e barbuto dallo sguardo obliquo. Donato si gira appena, con nostra grande soddisfazione.
"Ciao, Beppi."
Beppi risponde con un sorriso sghembo.
In cima alle scale una tipatuttecurve inguainata in un'aderentissima tutina pitonata si stringe voluttuosamente ad un poderoso esemplare di coatto. Lo sguarda dritto negli occhi e gli sibila in un'orecchio:

Ssssssssilvola
o bionda aureola
tu oggi spopola
o io mi squagliola.

Il biondo gonfia paurosamente il mostruoso torace, costringendoci ad uscire dal locale, e lancia alla squinzia un'occhiata truce. Tremando, riguadagniamo le posizioni perdute. Il coatto mi scruta e ruggisce:
"Ahò, te coll'ombrhello, come t'antitoli?"
"Eh?" mi faccio piccino piccino, cercando di sparire sotto una mattonella.
"Ma che ciai er teschio disabbitato? Sto a ddì come te chiami, no?"
"Marco"
"E cce voleva tanto? Ahò, da 'ste parti tira 'na gianna che me sto...." non finisce la frase e sparisce creando un.
Lo seguo a distanza, ed entro nella sala del campionato. Resto abbagliato. Pavimento di marmo di Carrara, pareti affrescate, lampadari di cristallo di boemia, tavoli Luigi XIV, vassoi ricolmi di frutta esotica. Qualche ottomana qua e là per i momenti di relax. La centrale operativa, dove una batteria di computer è già in funzione, è elegantemente dissimulata in un mobile di noce. Non immaginavo tanto. Capphello all'organizzazione.
Un maggiordomo in livrea attira l'attenzione dei presenti battendo un pesante bastone da cerimonia.
"Signori, il torneo inizia!"

Emozionato, mi siedo davanti alla mia scacchiera che non è una scacchiera. Il mio avversario, Paolodue. Inizio la partita guardingo. Pian piano avvolgo il mio avversario in una rete di perfide mosse, finché raggiungo il mio obiettivo: non posso più muovere. Lo osservo con un sadico ghigno. Qui lo voglio. Paolodue ha decine di possibilità, ed è vistosamente in crisi. Sopraffatto dall'indecisione, soppesa le conseguenze delle possibili scelte, annegando in un oceano di calcoli. Cinico, lo guardo vacillare sotto il peso dell'incertezza, consumare penosamente il poco tempo a disposizione cercando inutilmente di scegliere la mossa migliore. Ma, imprevedibilmente, sono io il primo a cedere. A poco a poco mi impietosisco, comincio a parteggiare per lui e alla fine decido di lasciarlo vincere.
La prima partita è andata. Sarà per la prossima.

Ad un tavolo d'angolo, Donato sta ancora battagliando con Gianluca. Un silenzioso capannhello segue la partita, che sembra mettersi male per lui. Il tempo è agli sgoccioli e la tensione sale secondo dopo secondo. Negli ultimi attimi Donato riesce a mettere a segno tre mosse decisive, e guadagna la partita, per poi accasciarsi, affranto. Andrea lo abbranca per una spalla e lo conforta sbattendolo più volte sul tavolo.
"È ita, è ita, nun fa' così, nun fa' così!".

Il mio prossimo avversario è Gianluca. Inizialmente la partita è equilibrata. Cerco di non sbilanciarmi troppo, ma inizio a sentire un certo disagio. Gianluca ha un modo tutto suo di raggiungere la concentrazione. Oscilla ritmicamente la testa a destra e a manca, con un movimento ipnotico. Piano piano vengo preso da una sorta di nausea, ed ho momenti di deja vu. Mi sento come Sigourney Weaver davanti ad Alien, nel faccia a faccia sull'astronave. La scacchiera che non è una scacchiera ondeggia, si alza, le pedine mi si avvolgono intorno al collo come un cappio, cerco di liberarmi ma non posso...
Con uno sforzo sovrumano torno in me stesso. La partita è già finita. Ho perso.

Qui si mette male. Due sconfitte consecutive. Che fare? Quoi faire? Coiffeur? Mi concedo un attimo di meditazione, e metto a punto un'astuta strategia. In questo torneo gli avversari successivi dipendono dai risultati precedenti. Più vinci, più forti sono i tuoi avversari. Ergo, se voglio vincere qualche partita devo perderne qualcuna. Se invece stupidamente tentassi di vincere la prossima partita, rischierei di perderne. Fiero delle mie capacità tattiche, torno ai tavoli col morale alle stelle, pronto a buttare alle ortiche i prossimi match.

Perdo galantemente le due partite successive con due gentili fanciulle.
Nessuna delle due mi dimostra particolare riconoscenza. Ingrate, se ne pentiranno.
Nel frattempo il tempo è sorprendentemente migliorato. Non piove più. All'improvviso un raggio di sole illumina la saletta in cui stiamo giocando. Con un grido di terrore, Francesco si rifugia sotto il tavolo, tentando di proteggersi. Richiamato dal rumore, un gigantesco San Bernardo, equipaggiato con la classica botticella, irrompe nella stanza dirigendosi verso di lui. Tremando, Francesco apre la botticella e attinge a piene mani dal liquido biancastro che ne esce. Si cosparge abbondantemente tutte le parti scoperte, sotto lo sguardo disgustato degli astanti. Un odore inconfondibile ci rivela la natura del liquido. Crema antisolare. Evidentmente Francesco è terrorizzato dalla possibilità di ustionarsi.
"Ma ti porti sempre dietro il San Bernardo?", fa qualcuno.
"Non è un San Bernardo - si giustifica, arrossendo - è una Santa Bernarda."
Rassicurati, torniamo alle partite.

La prima giornata è arrivata alla fine. Pallidi fantasmi, simulacri dei formidabili giocatori che poche ore prima si disputavano l'accesso alle finali si aggirano penosamente per la sala.
Faccio un bilancio della giornata.
Io sono miracolosamente riuscito a vincere due partite, grazie al mio superiore senso della strategia. Ma ho anche perso con un ragazzo di vari decenni più giovane di me. Che umiliazione. Unica soddisfazione, non sono arrivato ultimo. Ma quasi.
Francesco non ha perso un colpo.
Andrea ha perso una sola partita con Francesco, ed è il suo più pericoloso avversario per le finali del giorno dopo. La tipa con più curve della statale del Pordoi, gli si avvinghia e gli insuffla in un orecchio una memorabile manifestazione di stima.

Ssssssssilvola
o bionda aureola
tu ssì 'na provola
'na mezza pustola
'na barbabietola
'na checca frivola
di cacca pentola
tu non mi sfrizzola
la velopendola
e non sei degnola
di questa sventola!

Il povero Andrea si affloscia come un palloncino bucato e comincia a svolazzare su e giù per il salone. Il suo volo si arresta proprio ai piedi della tipa curvilinea, che lo raccoglie e se lo drappeggia intorno al collo, a mo' di sciarpola. E se ne va.

La serata è finita. Noi concludiamo strizzati in un ristorante messicano, dove camerieri che parlano milanese stretto ci servono con ritardi esagerati piatti strapiccanti in stoviglie fiammeggianti.
Siamo all'inferno?
No. Oggi no.
Domani chissà.

 

(marco, novembre 2000)


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