
I PUNTATA
Una buona giornata comincia quando dalla tapparella abbassata la luce del sole arriva a carezzarmi le palpebre ancora chiuse, e la radiosveglia si accende a basso volume irradiando una dolce musica attraverso l'aria tepida della stanza. Le mie orecchie, solleticate da una sublime canzone d'amore, riacquistano piano piano conoscenza, trasmettendo la piacevole sensazione del risveglio a tutto il corpo. L'aria della stanza è tiepida, anche se siamo ancora ad inizio marzo, perché la caldaia si è docilmente accesa un'oretta prima della radiosveglia, obbedendo all'impulso del cronotermostato, al quale sono state tempestivamente cambiate le batterie. Oggi, evidentemente, non è una giornata così. La tapparella si agita e geme, sbatacchiata da un furioso vento di tramontana, che attraverso generose fessure penetra nella stanza a tal punto da scuotere visibilmente le tende. Gocce di pioggia rabbiose e grosse come tacchini pasquali si schiantano con rumore assordante contro il solaio, e il mio pensiero assonnato corre alla macchia di umido nel bagno, che a quest'ora avrà conquistato l'Europa, l'Asia e un terzo continente a scelta, distruggendo le armatine bianche. Intanto la radiosveglia mi scoppia nelle orecchie ad un volume vietato dalla Convenzione di Ginevra (nella parte in cui parla delle torture che si possono infliggere agli stupratori di vecchiette). Naturalmente è sintonizzata sul vuoto dell'etere, ed emette un odioso ronzio. Le maledette stazioni in FM, infatti, sono dannatamente sensibili alla sintonia, e basta il soffio di un ragno in bilico sul cavo che funge da antenna per cambiare musica celestiale in rumore post-industriale. Aggiungete che l'angolo vicino al mio letto è una specie di triangolo delle Bermude della radiofonia, e avrete un quadro completo della situazione. Devo ammettere che il volume alto dipende dalla mia distrazione, perché ieri sera ho giocato a La Febbre del Sabato Sera ascoltando una stazione di musica anni '70, e le orecchie hanno voluto la loro parte, finchè mi sono accorto di aver attirato l'attenzione di quella parte del mio vicinato, il cui bagno equivale ad una poltronissima con vista nella mia camera da letto. Ho spento tutto e sono andato via, ma ho dimenticato di abbassare il volume, e stamattina lo pago. Un lampo squarcia l'oscurità della camera, e ancora non si sono dissolte le ombre disegnate sulle pareti che il tuono di scorta distrugge ogni parvenza di sonnolenza. Il cuore batte a 120, e passo in rassegna i miei sensi per capire se il fulmine mi ha risparmiato. Non sento odore di carne bruciata, e non ho la sensazione di "cenere eri e cenere sei tornato ad essere" per cui decido di procedere al passo successivo nelle procedure di sveglia-e-vestizione. Il tepore del mio corpo sotto il piumone non mi inganna. Anche ignorando i segnali inquietanti proveniente dai piedi regolarmente scoperti, avverto che il naso è freddo e umido come quello di un setter sulle tracce di una quaglia in un mattino di ottobre, con la differenza che il setter è felice e si sente amato e soddisfatto, mentre io sono infelice, insoddisfatto e soprattutto sono solo nel momento più duro: l'uscita dalle coltri. Le conseguenze immediate sono due: la prima è che non ho nessuno con cui prendermela, così, tanto per cominciare bene la giornata, e la seconda è che non posso delegare a nessuno il controllo della defaillance dell'impianto di riscaldamento, che è vistosamente spento, come mi conferma la mano che ritiro gelida dal più vicino radiatore. Inutile controllare il cronotermostato, le batterie le ho veramente cambiate per tempo. D'altronde è noto a tutti i diretti interessati (cioè a me) che quando soffia la tramontana la caldaia si spegne e va in blocco. Lo sblocco richiede la presenza fisica dell'operatore presso un pulsantino rosso che deve tornare in posizione supina. L'operatore sono sempre io. Mi infilo dentro una tuta, e mi imbacucco con un maglione di passaggio, dopodichè esco sul balcone, a metà fra Soldini sull'Atlantico e DiCaprio sul Titanic. Il vento, per ovvi motivi a voi noti, non mi scompiglia i capelli, mentre la pioggia non si perita (se questo termine esiste e vuol dire qualcosa) di bagnarmi l'ampia fronte, e anche tutto il resto. Naturalmente la caldaia riavviata non riuscirà mai a scaldare la casa prima che io debba uscirne (e certamente rientrerà in blocco subito dopo), ma almeno mi permetterà di lavarmi con acqua calda. Il decalogo della buona giornata prevede che dopo un'allegra sciacquettata canterina davanti allo specchio, si passi in cucina, sotto la voce latte-caffè-Nutella-e-fette-biscottate. Non esagererò dicendo che nella mia giornata ideale questi fondamentali elementi di benessere mi corrano incontro dalla cucina ululando di gioia per il mio arrivo. Né sarei credibile se dicessi che li trovo già apparecchiati sulla tavola. Il mio amico L.A. (Lettore Accorto), infatti, obietterebbe che, vivendo da solo, nessuno avrebbe potuto prepararmi la colazione mentre mi dilettavo in bagno. Inoltre, conoscendomi bene, aggiungerebbe che sono anche troppo pigro per averli preparati la sera prima. Tutto vero. Perciò la mia giornata ottimale prevede semplicemente che le singole parti del mio primo pasto siano presenti in ordine sparso in cucina, in quantità e qualità sufficiente a farmi arrivare in ufficio di buon umore. Ma oggi, ricordate?, non è una buona giornata, e gli elementi presenti in cucina, in ordine molto, ma molto, sparso sono: mezza busta di latte, scaduto ma ancora bevibile se allungato con un caffè sufficientemente forte; polvere di caffè quanto basta appena a riempire il filtro di una macchinetta da una tazzina e mezza, lasciando molto spazio fra un granello e l'altro; un barattolo di Nutella che implora che gli si gratti il fondo per buttarlo via: ce n'è appena quanto basta per estrapolarne la quantità minima sufficiente, secondo le tabelle dell'Organizzazione Mondiale per la Sanità, per la razione prevista di tre fette biscottate; le tre fette biscottate ci sono, anche se somigliano più a due e mezzo che non a tre, ma non sto lì a sottilizzare. Siamo al livello di sussistenza, ma di arrivare al bar con questa pioggia non se ne parla. Decido di procedere: latte nel bicchiere, cucchiaino di zucchero, rapida rimescolata e via dentro il microonde, tensione giusta, tre minuti; acqua nella macchinetta del caffè, poi la polvere, stringo bene per non disperdere attraverso la guarnizione consunta eventuali gocce della benefica bevanda; mi appresto a lavorarmi il barattolo di Nutella quando, ding!, il microonde mi avverte che la sua corveè è finita. L'odore di latte bollito arriva nell'istante successivo. Mentre mi precipito ad estrarre il bicchiere, comincio a sentire i tipici suoni da caffettiera in calore. Mi scotto col latte che è fuoriuscito, e piloto il bicchiere in un atterraggio di emergenza sul tavolo. Nell'impatto fuoriesce altro latte e mi scotto ulteriormente. Ululo con delicatezza per non svegliare il "lontanato", perché il "vicinato" deve essere già al corrente delle grandi manovre in corso nella mia cucina. Volo verso la macchina del gas (è solo un passo e mezzo, ma su quella distanza potrei sfidare anche Carl Lewis), ma il caffè sta già allegramente bollendo e dilaga sul fornello come i cosacchi nella steppa. Nel passaggio a volo radente sul tavolo il mio gomito urta qualcosa che mi cade fra i piedi. Afferro la macchinetta del caffè con la mano illesa, giusto per darle la soddisfazione di scottarsi a sua volta col manico, che non a caso è bruciaticcio e mezzo fuso, avendo già vissuto simili esperienze. La caffettiera plana sul lavandino, e se non viene fuori altro caffè, è solo perché tutto ciò che poteva uscire è già sul fornello. Mi fermo un secondo a contemplare le rovine fumanti della mia colazione, mentre tengo entrambe le mani sotto l'acqua gelida. In genere gli attimi dopo i disastri sono momenti di silenzio e meditazione. Non è così: anche chiudendo il rubinetto, sento il vento e la pioggia che ululano e sibilano. O meglio, il vento e la pioggia ululano, mentre a sibilare provvede il fornello, perché il caffè ha spento la fiamma, e il gas dà il suo contributo all'inquinamento morale e materiale dell'ambiente. Chiudo il gas. La radio sta dicendo che non è tutto, e io mi auguro che stia parlando del Kosovo e non della mia vita. Mi sbaglio, come spesso succede, perché il mio occhio cade su un pacchetto informe e bianco sul pavimento. Un tempo vi alloggiavano tre fette biscottate, due e mezza per la precisione; ora il tutto è ridotto ad un briciolame che schiferebbe un bacherozzo morto di fame. Cerco di fare mente locale: ad una prima rapida indagine risulta che devo esservi transitato su almeno tre volte, con i miei leggeri 85 kg lanciati a passo di carica fra forno, fornello e lavandino. Decido il non luogo a procedere nei confronti della mia colazione, anche se il GIP insiste a chiedere l'incriminazione per grave turbativa dell'ordine pubblico, attentato alla mia sana e robusta costituzione, associazione per delinquere per latte, caffè e utensili; per la Nutella e le fette biscottate si profila un proscioglimento per non avere commesso il fatto.
(Andrea)