El Conquistador

El Conquistador




El Conquistador
(Alberto)

Sdraiato sul misero pagliericcio della sua capanna di fango e rami di palma fuori dalle mura di Tenoctitlàn Hernan Cortès dormiva del sonno sottile dei vecchi e dei malati.
E lui era vecchio e malato.
I suoi polmoni erano ormai lisi come la giubba di damasco, scolorita e lacera, che indossava.
Solo il masticare le foglie succose della qoqa lo aiutava a respirare, faticosamente, tra un colpo squassante di tosse e l'altro.
La malattia aveva un lato positivo, si trovò a pensare tra il sonno e la veglia: lo esentava dai lavori faticosi.
Gli avevano affidato l'incarico di scrivere la storia della Conquista.
E lui scriveva e scriveva, giorno dopo giorno, da quasi trent'anni, la mano tremante, la vista malferma.
Si alzò gemendo dal pagliericcio, sforzando dolorosamente le giunture e si avvicinò al tavolo traballante posto sotto la finestrella della capanna, da cui filtrava la luce del sole, il Sole di Aztlàn.
Prese il grosso scartafaccio gualcito, coperto dalla sua calligrafia minuta ma ancora chiara e leggibilissima.
Impugnò la lunga nera penna di condor andino e la intinse nella boccetta di succo nero delle bacche di inqiostl e si accinse a riprendere il racconto interrotto la sera prima.
Lo sguardo gli cadde sulle prime pagine e cominciò a leggere, accostando il viso ai fogli.
"La sera del dì 8 di novembre dell'anno dell'E.C. 1519, la flotta di Sua Maestà Cristianissima Carlo V, Re di Spagna, al comando di Don Hernan Cortès, dopo tre mesi di navigazione nel mare oceano, seguendo la rotta del sole che sorge, giunse in vista della costa occidentale del Paese di Mexico. A bordo si levarono grida di giubilo e inni di ringraziamento.
Il Comandante della flotta, Don Hernan Cortès, diede ordine di ridurre la velatura e di prepararsi a passare la notte alla fonda, al centro della grande baia che si stendeva invitante davanti alle prore, per mettere in mare l'indomani, con il favore della luce, le scialuppe con gli uomini coperti di lucide corazze e armati di spade di acciaio ben temprato.
Dopo una notte insonne, passata tra preghiere di grazie e canti di gioia, all'alba il Comandante Cortès fece calare a mare le lance: i soldati di Sua Maestà Cristianissima nelle loro armature scintillanti si imbarcarono e cominciarono a vogare di buona lena verso la riva di sabbia candida, orlata da una lussureggiante vegetazione di palme, di yucche e altre piante sconosciute.
Le scialuppe si arrestarono sulla battigia, e il Comandante Hernan Cortès balzò per primo a toccare la terra di quel paese grande e sconosciuto. Impugnava lo stendardo rosso e oro nella destra e nella sinistra la spada d'acciaio di Toledo finemente cesellata, unica eredità di suo padre.
Avanzò di qualche passo, pose sulla sabbia il ginocchio sinistro, piantò nella rena lo stendardo e cominciò, con voce chiara e forte, a scandire:
"In nome di Sua Maestà Cristianissima Carlo V...."
Il vecchio Cortès chiuse di colpo lo scartafaccio, come se il leggere oltre gli fosse insopportabilmente doloroso.
Davanti ai suoi occhi infossati nelle orbite, appannati dall'età e dal male che lo consumava lentamente, trascorsero come in un sogno le immagini di quella giornata: lui era lì, in ginocchio, con lo stendardo confitto nella sabbia.
Un cupo rombo, come di tuono, si era diffuso all'improvviso, dapprima in sordina, poi sempre più forte, facendo tremare la terra.
Dalla boscaglia fittissima che contornava la spiaggia era sbucata un'orda di uomini seminudi, con i visi fieri e feroci che parevano fusi nel bronzo, con diademi scintillanti d'oro e di pietre preziose sui capelli neri e lunghissimi che svolazzavano, quasi confondendosi con i crini irsuti degli animali mostruosi e sconosciuti che li portavano sugli ampi dorsi.

Mi porto avanti
(Fulvio)

Giunto che fu al cospetto del Sovrano, si inchinò in segno di devozione, ma gli venne subito detto "non perdiamo tempo con le formalità, prendi la penna e metti per iscritto ciò che sto per dettarti "
Cortès diede di mano alla medesima, pur non mancando di domandarsi per l'ennesima volta "ma come cazzo ha fatto un condor andino ad arrivare sino a qui dal sud america, per farsi poi spennare dal papelero locale ?" e rimase in attesa.
"Xqlztl rvxltl gmblqrastl, coño ! " disse Montezuma.
Cortès, che aveva inteso solo il significato dell'ultima parola, disse "Dio serpente, più adagio, la prego !", poi cogliendo lo sguardo furioso dell'Imperatore, che gli fece paventare una di quelle maledizioni che già gli era toccato di ricevere, e che tanto gli erano costate sia in acquisto di foglie di agavi che in usura delle sue parti basse interessate dall'utilizzo delle medesime, nota la loro ruvidezza, si affrettò ad aggiungere " è ovvio che stessi invocando l'aiuto di Quetzalcoatl per meglio intendere le Sue illuminate parole !" "Sì, e la prossima volta mi chiamerai Monty python ?" fu il sardonico commento dell'Eccelso, che proseguì col dettare "All'attenzione di Charlie Five di Spagna. Senti pirla, la prossima volta che mi invadi con i tuoi guerrieri di latta e con quegli strani quadrupedi che devo comunque ammettere forniscono delle ottime bistecche, ti prometto di mandarti un esercito specializzato nel lancio dei pomidoro dai quali verrai sommerso ! " Poi rifletté per qualche attimo pensando "no, non sa neanche cosa sono" e disse " Cancella l'ultima riga e sostituiscila con "vi faccio un culo tanto, a te, a quella zoccola di Isabella e a quella Pazza di tua madre !" "Mincha ! - pensò tra sè Cortès - si vede che ha studiato a Oxford" e chiese servilmente "Vostra Montezemolezza ha altro da aggiungere ?" "No, penso che per il momento possa bastare, correalo subito !"
Nel frattempo fece il suo ingresso nella Sala del Trono la splendida Fenechtichtlàn, l'amante ufficiale del Sublime, al quale sedette accanto. Cortès stava ritirandosi dopo averla ossequiata, quando venne richiamato imperiosamente.
"Dica Luca, in che posso ulteriormente servirla ?"
"Hernando, dos cafés ! "

E tutti...
(Sergio)

...gli schiavi presenti nella sala del trono (ex soldati, indigeni catturati in guerre precedenti, dispersi del vicino Clubos Medirraneos), come tutte le volte che qualcuno della corte ripeteva quella battuta, distogliendosi dalla loro svariate attività, alzando stancamente le braccia al cielo e gli sguardi inespressivi (resi tali dalle grandi fatiche o dai lunghi ozi di corte) al soffitto, volgendo gli occhi (o fingendo di farlo) verso il ritratto del Serpente piumato (infatti la sacerdotessa Xqtlausia ripeteva spesso "Più mato de così xe imposibile!"), urlarono...
...vabbé, ho capito!...dicevo, urlarono:
"OOOOOLE'!!!!!"

Continuava così
(Piergiorgio)

L' alba stava ormai irrompendo nel palazzo di Montezuma che chiese al servo olmeco di spegnere i candelabri. Due di questi, piccoli e con un piattello che sorreggeva una candela, si spensero da soli e cominciarono a muoversi per la sala dirigendosi verso la porta doopo essere passati vicini al Condottiero Hernando ,che esterefatto si rivolse al sire azteco :
"Montezuma , ma quelle "cose" si muovono da sole!!!!!".
Montezuma guardò con ironia e disprezzo il suo prigioniero e poi disse solenne:
" Le bugie hanno le gambe, Cortes" 


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