Giovanna


Giovanna


Giovanna, la pulzella, era sfinita.
Spezzata.
Il processo era terminato.
La sentenza di quel conclave di vescovi malevoli, di teologi cupi, di magistrati puntigliosi e ampollosi era stata emanata, terribile nella sua inappellabile semplicità.
Il rogo.
Troppo a lungo era durato quel processo.
Rivisse dolorosamente le ore senza fine degli interrogatori: non c’era stata confessione e ciò aveva reso gli inquisitori furibondi, come una muta di cani sulle uste di un fuggevole cervo.
Il viso emaciato, le gote scavate, le mani tremanti, gli occhi infossati e accesi del fuoco inestinguibile di quella fede che le aveva sconvolto la vita, sottraendo i suoi così pochi giorni alla sua stessa volontà, Giovanna attendeva che si compisse ciò che una volontà ben più alta e imperscrutabile aveva deciso si compisse.
Le voci - quelle voci che l’avevano strappata ai campi ed alla cura delle bestie di suo padre Giacomo - ancora le riecheggiavano nitide e chiarissime nelle orecchie, nel cuore, nell’anima: "Giovanna, sei stata chiamata a compiere la volontà del Signore. Tu sei lo strumento."
E Giovanna aveva obbedito.
Era stata cera malleabile nelle mani di Dio, cui si era affidata, anima e corpo.
Era stata l’acciaio temperato e durissimo della spada che aveva sconfitto gli inglesi.
Fino alla congiura, al tradimento di quel Re cui lei — Giovanna, la contadinella di Orléans - voleva offrire - obbedendo alle voci dei Santi Michele, Margherita e Caterina - Parigi, libera e francese.
Ma non aveva più nessuna importanza. Pochi momenti e si sarebbe compiuto un destino, si sarebbe compiuta la volontà del Signore.
E anche se il dolore e l’orrore per quello che stava per accadere le torcevano le viscere e le tormentavano l’anima, si abbandonò ancora una volta al volere di Dio.
Chinò il capo e pregò, osservando quasi straniata i terribili preparativi rituali come se non la riguardassero.
La pece sparsa sulla catasta di rami bene ordinati su cui si ergeva il palo, le faci accese, pronte ad appiccare il fuoco che avrebbe cancellato ogni colpa, estinto ogni accusa. Guardò senza un tremore il carnefice, il viso coperto dalla maschera di nero cuoio.
Tutto era rimandato al Giudice ed al Suo giudizio.
Un silenzio innaturale calò sulla piazza.
Tacquero le donne e gli uomini di Rouen, accorsi a quello spettacolo orribile e affascinante. Tacquero le preghiere dei frati vestiti di nero che attorniavano il rogo.
Tacquero le litanie delle beghine, le grida dei bambini.
Tacque lo stridio delle rondini, che da poco avevano ricominciato a solcare i cieli primaverili della città.
Fu Giovanna stessa a rompere il silenzio. La sua voce si levò forte e alta e squillante nel silenzio della piazza: "Si compia la volontà di Dio!"
Fu Giovanna stessa ad afferrare la fiaccola e ad accostarla alla catasta di legna.
Le fiamme si levarono altissime, con un ruggito che soffocò l’urlo di Carlo VII, l’eretico, il traditore, il giocatore, il puttaniere, e lo trasformarono in una torcia più chiara e brillante del fuoco stesso in cui, per un breve interminabile istante, si contorse.
Un urlo feroce e liberatorio si levò dalla gente: "Giovanna, Giovanna!"
Giovanna fissò quasi impietrita il rogo fumante e ripeté, come a se stessa: "Si è compiuta la volontà del Signore."
Poi sorrise, d’un sorriso doloroso e trionfante.
Zoppicando — la ferita riportata a Compiègne non si era ancora rimarginata — si avvicinò al suo cavallo, salì faticosamente in arcione e spronò via, senza volgersi indietro, verso Parigi.
 

(Alberto, settembre 2001)


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