Giovanna, la pulzella, era sfinita.
(Alberto, settembre 2001)
Spezzata.
Il processo era terminato.
La sentenza di quel conclave di vescovi malevoli, di teologi cupi, di
magistrati puntigliosi e ampollosi era stata emanata, terribile nella sua
inappellabile semplicità.
Il rogo.
Troppo a lungo era durato quel processo.
Rivisse dolorosamente le ore senza fine degli interrogatori: non
cera stata confessione e ciò aveva reso gli inquisitori
furibondi, come una muta di cani sulle uste di un fuggevole cervo.
Il viso emaciato, le gote scavate, le mani tremanti, gli occhi
infossati e accesi del fuoco inestinguibile di quella fede che le aveva
sconvolto la vita, sottraendo i suoi così pochi giorni alla sua
stessa volontà, Giovanna attendeva che si compisse ciò che
una volontà ben più alta e imperscrutabile aveva deciso si
compisse.
Le voci - quelle voci che lavevano strappata ai campi ed alla
cura delle bestie di suo padre Giacomo - ancora le riecheggiavano nitide e
chiarissime nelle orecchie, nel cuore, nellanima: "Giovanna,
sei stata chiamata a compiere la volontà del Signore. Tu sei lo
strumento."
E Giovanna aveva obbedito.
Era stata cera malleabile nelle mani di Dio, cui si era affidata, anima
e corpo.
Era stata lacciaio temperato e durissimo della spada che aveva
sconfitto gli inglesi.
Fino alla congiura, al tradimento di quel Re cui lei Giovanna,
la contadinella di Orléans - voleva offrire - obbedendo alle voci
dei Santi Michele, Margherita e Caterina - Parigi, libera e francese.
Ma non aveva più nessuna importanza. Pochi momenti e si sarebbe
compiuto un destino, si sarebbe compiuta la volontà del Signore.
E anche se il dolore e lorrore per quello che stava per accadere
le torcevano le viscere e le tormentavano lanima, si
abbandonò ancora una volta al volere di Dio.
Chinò il capo e pregò, osservando quasi straniata i
terribili preparativi rituali come se non la riguardassero.
La pece sparsa sulla catasta di rami bene ordinati su cui si ergeva il
palo, le faci accese, pronte ad appiccare il fuoco che avrebbe cancellato
ogni colpa, estinto ogni accusa. Guardò senza un tremore il
carnefice, il viso coperto dalla maschera di nero cuoio.
Tutto era rimandato al Giudice ed al Suo giudizio.
Un silenzio innaturale calò sulla piazza.
Tacquero le donne e gli uomini di Rouen, accorsi a quello spettacolo
orribile e affascinante. Tacquero le preghiere dei frati vestiti di nero
che attorniavano il rogo.
Tacquero le litanie delle beghine, le grida dei bambini.
Tacque lo stridio delle rondini, che da poco avevano ricominciato a
solcare i cieli primaverili della città.
Fu Giovanna stessa a rompere il silenzio. La sua voce si levò
forte e alta e squillante nel silenzio della piazza: "Si compia la
volontà di Dio!"
Fu Giovanna stessa ad afferrare la fiaccola e ad accostarla alla
catasta di legna.
Le fiamme si levarono altissime, con un ruggito che soffocò
lurlo di Carlo VII, leretico, il traditore, il giocatore, il
puttaniere, e lo trasformarono in una torcia più chiara e brillante
del fuoco stesso in cui, per un breve interminabile istante, si
contorse.
Un urlo feroce e liberatorio si levò dalla gente:
"Giovanna, Giovanna!"
Giovanna fissò quasi impietrita il rogo fumante e ripeté,
come a se stessa: "Si è compiuta la volontà del
Signore."
Poi sorrise, dun sorriso doloroso e trionfante.
Zoppicando la ferita riportata a Compiègne non si era
ancora rimarginata si avvicinò al suo cavallo, salì
faticosamente in arcione e spronò via, senza volgersi indietro,
verso Parigi.