Hannibal


Hannibal


Parcheggiò l'auto in un angolo male illuminato del piazzale. Scese, prese le borse e la stecca, e si avviò con calma verso lo stadio del ghiaccio. Iniziava a nevicare, ed i pesanti fiocchi di neve bagnata attutivano il rumore dei passi. Quella sera si sarebbe sudato parecchio.
Nello spogliatoio si cambiò senza fretta. Come al solito, impiegò una ventina di minuti ad indossare quella specie di armatura imbottita che usava per giocare. Casco, corpetto, gomitiere, conchiglia, pantaloni, paragambe, pattini... allacciarsi i pattini, che fatica. Alla fine si alzò con un sospiro di sollievo e si diresse verso la pista. Si fermò a metà strada, con la sensazione di aver dimenticato qualcosa. Tornò indietro, si guardò intorno, ma non vide nulla che potesse aver lasciato nello spogliatoio. Andò alla pista, ed entrò con circospezione. Tutto bene, stavolta aveva levato i salvalame per tempo.
Iniziarono i soliti esercizi di riscaldamento. Per un quarto d'ora ci fu un gran mulinar di stecche, inginocchiarsi, scattare, frenare, tornare, ripartire. Poi si fermarono a far flessioni, addominali, stretching. Poi un pò di schemi. E finalmente iniziarono a dividersi in due squadre. Tergiversò un pò , per vedere con chi avrebbe giocato. Indossò la casacca solo quando vide che i compagni erano quelli "giusti". Si sentiva sicuro di sé, ma qualcosa lo spingeva a cercare una conferma.
Di nuovo quel senso di smarrimento, come se nel piano che aveva preparato con tanta attenzione mancasse qualcosa. Con uno sforzo, s'impose di non pensarci. La partita iniziò normalmente. E con la partita iniziò il tormentone.
"Mettiti spalle alla balustra, altrimenti non vedi i passaggi!"
Si girò e aspettò un passaggio.
"Non stare fermo in quell'angolo, che ti portano via il disco!"
Cominciò ad andare avanti e indietro, cercando di mantenere un minimo di velocità , per scattare al momento giusto.
"Torna in difesa, che cazzo fai laggiù ?"
Tornò in difesa. Appena raggiunta la zona difensiva il gioco passò rapidamente nella zona opposta e dovette ripartire affannosamente. In attacco fu travolto da un avversario che occupava almeno un metro cubo di spazio. Cadde rovinosamente. Si rialzò a fatica controllando che tutti i pezzi fossero ancora al loro posto.
"Pattina, non stare lì ad aspettare il disco, vallo a prendere! Paaattinaaa!"
Si lanciò dietro al disco, che era schizzato sulla balaustra e la stava percorrendo velocissimo verso il lato opposto. Si schiantò sulla balaustra.
"Esci dal fuorigioco, che blocchi l'azione!"
Uscì dal fuorigioco. Nel frattempo gli avversari avevano preso il disco e stava attaccando in massa. Cercò di fregare il disco ad un tipo svelto ma non ci riuscì , e l'urto lo fece ruotare più volte, mentre cercava disperatamente di mantenere l'equilibrio.
"Vai sull'uomo, non andare sul disco, non ti vedi che ti passano da tutte le parti?"
Spinse sui pattini con energia, ma era sempre il più lento. Gli avversari lo passavano con facilità . Il gioco si spostò avanti e indietro a velocità esagerata. Inaspettatamente si trovò da solo di fronte al portiere col disco a portata di stecca. Miracolo!
"Tira! Tira! Tira!"
Banzai! Si lanciò sul disco come una tigre, menò un gran fendente con la stecca e si ritrovò a volare sul ghiaccio. Aveva mancato il disco di una spanna.
Umiliato, si rialzò dolorante ad una spalla. Uscì dalla pista e tentò di recuperare un pò di dignità . Si sedette sulla panca, guardando gli altri che giocavano. Sembravano una vera squadra di hockey. Avevano iniziato solo tre anni prima, ma il gruppo era cresciuto progressivamente ed ora era un piacere vedere le loro evoluzioni sul ghiaccio.
Ripassò mentalmente il piano che aveva preparato nelle settimane precedenti. In un certo senso il piano si era preparato da sé, lui non aveva praticamente inventato nulla. Guardò l'orologio. Era ora di smettere.
Tornò nello spogliatoio, si liberò dell'armatura, fece la doccia. Diversamente dal solito perse una quantità di tempo a mettere in ordine le sue cose, mentre gli altri se ne andavano alla spicciolata. Rifiutò l'invito a mangiare insieme. Aveva altro da fare. Uscì al momento previsto.
Nel piazzale fece un lavoro veloce e pulito. Neanche una goccia di sangue. Faticò un pò a caricare il corpo nel bagagliaio - decise che la prossima macchina sarebbe stata una station wagon - ma aveva scelto bene i tempi dell'operazione. Nessuno l'aveva visto. Al momento di salire fu di nuovo vittima di quella sgradevole sensazione. No, finora non c'erano stati imprevisti, non aveva tralasciato niente d'importante. Ma iniziava a sentirsi nervoso.
A casa benedisse il momento in cui aveva scelto un appartamento in un palazzo con garage. Mise il corpo in un grosso sacco della spazzatura e salì in ascensore. Portò il sacco in cucina, lo stese sul pavimento e lo aprì con attenzione.
Ricordò cosa l'aveva messo sulla buona strada. Tempo prima, aveva letto un libro sulle tradizioni di certe tribù africane, i cui membri mangiavano il cuore dei nemici per impadronirsi del loro coraggio. Aveva pensato che avrebbe potuto fare qualcosa di simile. Guardò il contenuto del sacco. Cosa scegliere, cuore, fegato, cervello? No, non ne valeva la pena. Ma i polmoni... sì , pensò con convinzione, i polmoni valevano tanto oro quanto pesavano. Prese un coltello robusto e affilato, aprì con cura il torace, tagliò tre sottili fette di polmone. Gli venne l'acquolina in bocca al pensiero di quel che stava per fare. Fece sciogliere un pò di burro in una padella, poi vi adagiò con calma le fette. Pochi minuti di cottura, poi tolse le fette dalla padella e le mise in un piatto. Si sedette, pregustando il sapore del primo boccone. Arrotolò una delle fette sulla forchetta, la mise in bocca, chiuse gli occhi... e rimase impietrito.
Aveva dimenticato il sale.  

(Marco, febbraio 2002)


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