Per come la vedo io


Per come la vedo io


I PUNTATA

Per come la vedo io, il pomeriggio del sabato dovrebbe essere, unico della settimana, dedicato alla sacra pennica (riposino pomeridiano, più spesso pennichella - N.d.T.). Chi, come me, lavora in un ufficio, sa bene che non è possibile appisolarsi dopo pranzo sul posto di lavoro, il che non vuol necessariamente dire che non ci sia qualcuno che lo fa. Però non si può fare, non sta bene, non è per questo che siamo pagati, e questo è tutto.
Questo ritmo di vita, istituzionalizzato sicuramente da persone con qualche problema fisico o mentale, è però palesemente in contrasto col volere del buon Dio, che ha con ogni evidenza regolato il nostro metabolismo in funzione di un salutare sonnellino di un'oretta dopo il pasto meridiano.
C'è stato perfino un tale (un collega di lavoro, a modo suo) che si era fatto fare un certificato dal suo medico curante, in cui si affermava che la pratica del sonnellino era assolutamente necessaria per il suo paziente, che non sarebbe stato in grado di svolgere alcuna attività nel pomeriggio senza aver fatto prima il suo pisolo. Naturalmente l'ufficio del personale aveva accettato l'affermazione del dottore, e concesso il permesso al dipendente in questione.
Ma erano altri tempi, e comunque non è questo il punto.
Il punto è che il sacro riposino dovrebbe essere un diritto riconosciuto a tutti gli esseri umani, indipendentemente da razza, sesso, religione e condizione sociale.
Il partito che ne farà un punto fermo del suo programma elettorale, otterrà con ogni probabilità il mio voto.

Il sabato, quindi, libero da impegni di lavoro, vado a pranzo dalla mamma che mi vuole bene e mi fa trovare un pasto degno del figliol prodigo (quale io, ci tengo a dirlo a scanso di equivoci, non sono). Mio padre sottolinea l'occasione con espressioni tanto sollevate quanto false nei confronti della sua metà : "Meno male che ci sei tu, così oggi finalmente potrò fare un pasto completo, forse".
E' un teatrino che si svolge quasi ogni sabato (e domenica) che Dio manda in terra, secondo rituali ben definiti, e sul quale un giorno dovrò dilungarmi un po' di più, se riuscirò ad ottenere la liberatoria dai miei genitori.

C'è da dire, in difesa di mio padre, che il pranzo, effettivamente, è superiore alla media di quello che una persona normale mangia di solito, e riscatta i disgraziati pasti delle mense aziendali e le tristi cene a base di scatolette e surgelati.
Il caffè alla fine, preso in cucina, suggella le ultime chiacchiere (in genere pettegolezzi di quartiere su conoscenti comuni), mentre mia madre comincia a fare i piatti, e mio padre svolge le più svariate faccende prima di ritirarsi nella sua poltrona preferita. E quando dico svariate faccende, intendo dire che potrebbe trattarsi dell'esegesi di S. Paolo come del rammendo dei calzini, passando attraverso la rilegatura di vecchi libri, la fabbricazione di scaffalature di legno o il filtraggio del limoncello.

Mi gusto appieno il ritorno a piedi verso casa mia, con gli uccellini che cinguettano, l'animo più leggero (anche per quel bicchiere di vino che negli altri giorni non posso permettermi) e il corpo più pesante.

Amo quegli istanti di incertezza quando, varcata la soglia di casa, mi aggiro per casa indeciso se concedere il mio peso al divano (con la televisione sintonizzata su qualcosa di inutile, ripetitivo e noioso, facile da reperire) o al letto. Niente può turbare la gioia di quegli attimi in cui mi vedo già disteso, la mente galoppante verso le verdi praterie dei sogni più dolci.

Di solito a questo punto squilla il telefono.
Oggi, per fortuna, no.

Infatti suona il citofono.

Il mio citofono non fa DRIN né DLIN DLONG, né alcun altro suono al cui interno è possibile immaginare una vocale. E' un suono aspro e sgradevole già di solito, figuriamoci per le mie orecchie che già prefiguravano il silenzio del sonno.
Impugno l'odiosa cornetta e la porto all'orecchio come se fossi prigioniero dei Viet e fossi costretto dai miei aguzzini a giocare alla roulette russa, senza essere, è ovvio, Robert De Niro. Mi aspetto di sentire il fatidico "MAO ! MAO !" e di ricevere uno schiaffo in pieno viso.

L'attimo di distrazione mi è fatale. Solo mentro poggio la cornetta sull'orecchio, mi ricordo che il citofono è rotto.
In realtà non è rotto.
In realtà i bambini del piano di sotto giocano col loro citofono al Piccolo Telefonista, e di solito, quando la mamma li chiama con la delicatezza tipica delle mamme esaurite, che io posso vederle le tonsille a due piani di distanza, le due piccole pesti mollano lì tutto e vanno a rappresentare una nuova scena dell'Apocalisse nella loro cucina.
Il citofono resta staccato.
Così quando qualcuno riceve visite, e crede di poter contattare i propri ospiti col citofono, il palazzo è attraversato da un fischio acutissimo e lacerante, a tal punto che più volte, quando il mio orecchio era interessato solo indirettamente, ho pensato che il palazzo stesse per salpare verso Anacapri con un allegro carico di turisti in bermuda.

Stavolta invece il mio orecchio è interessato in prima persona, e il maledetto fischio mi esplode direttamente nel cervello, mentre il cane dei signori al piano terra (io sono al terzo, tanto per farvi capire la forza esplosiva del fenomeno) si mette ad abbaiare nella solita tonalità sinistra che adopera quando passa un'ambulanza.
A parte la mia sordità monoauricolare temporanea, ogni possibilità di comunicare con chi staziona all'altra estremità del filo è preclusa. Posso solo aprire, per così dire, al buio.

A questo punto voi potreste dire: ma se volevi dormire, non potevi semplicemente far finta di niente e non aprire?
E io potrei rispondervi:
a) se non avessi riposto lo sconosciuto importuno avrebbe citofonato ancora, e magari sarebbe arrivato a telefonare per accertarsi della mia assenza;
b) magari era solo un ragazzo che voleva mettere volantini nella cassetta della posta, o un ladro che cercava un appartamento vuoto, o qualunque altra categoria di persona che si sarebbe accontentata di avere il portone aperto e non avrebbe preteso oltre la mia presenza;
c) perché non vi fate i fatti vostri? Ho aperto perché sono curioso, e poi basta con queste domande, che mi fanno fare troppe digressioni

Naturalmente io propendo per l'ipotesi b), così apro il portone e poi resto in ascolto dei rumori del palazzo per capire se sono proprio io il destinatario della visita.

Ascensore che scende al piano terra.
Qualcuno sale nell'ascensore.
Sono almeno due.
L'ascensore parte.
Primo piano.
Non si ferma.
Secondo piano.
Non si ferma.
Terzo piano.
Non ...
...
Si ferma.
Porta dell'ascensore che si pare.
Porta dell'ascensore che si chiude sbattendo.

DLIN DLON !

Questo è il campanello di casa mia, il suono molto più aggraziato di quello del citofono.
Però il precedente proprietario dell'appartamento doveva essere sordo, oppure aveva piacere che tutti sapessero quando lui riceveva visite, perché il volume è regolato alla stessa intensità degli avvisi della Stazione Termini.

Non posso far finta di non esserci: ho appena aperto il portone.

"Chi è?"
"Sono Luca, ti ho portato l'idraulico"
Lo sapevo. Sono mesi che gli chiedo di portarmi l'idraulico, e lui quando me lo porta? Di sabato pomeriggio alle 14,30 ! Almeno mi avesse avvertito, prima, ma portarlo così, senza dirmi niente, e se io non ci fossi stato?

"'A Luca ..."
intanto apro la porta
"..."
sto zitto perché dietro di lui c'è l'idraulico.
Ma Luca mi conosce, e vede nei miei occhi un intero discorso del Piotta, in cui separare le parole italiane dagli insulti romani è impresa ardua, perché di parole ce ne sono veramente pochine.
Mi guarda, scuote la testa e dice :"Te sei scordato, eh? Te ricordi che te'ho detto jeri sera?"
"..."
stavolta sto zitto e basta.
E' vero.
Me l'aveva detto ieri sera. Fra il primo e il secondo tempo di Barcellona-Arsenal, naturalmente a Fifa2000, naturalmente ha vinto lui.
Naturalmente me lo sono scordato mentre ancora l'eco delle parole vagava per la stanza, e il mio cervello (cervello?) era impegnato a trovare giustificazioni per la partita (persa 6-0, c'era poco da cercare giustificazioni).

Luca è stranamente compìto (di solito dice : "Mortacci tua, sbrighet'a'aprì 'sta porta che te devo menà"), ma bisogna capirlo, è in veste di capo impresa con un suo dipendente, l'idraulico appunto.
Che si presenta così, con l'aria sbrigativa di chi ha fretta e sta perdendo tempo:
"Salve, sò Mario. Sbrigamose che poi dovemo annà a Casal Bertone a rifà l'impianto ar condominio dèr dottò Lucchi. Ma che mò l'impresa cambia li rubinetti ? Noi famo l'impianti, i palazzi, mica potemo perde tempo cò 'ste cose ! "
Intanto mi stringe la mano, e la mia destra scompare dentro la sua, in parte inglobata per una questione di dimensioni, in parte stritolata da una stretta abituata ad avere a che fare con filettature arrugginite e calcificate.

Se dipendesse da me, la casa mi cadrebbe sulla testa, ma il buon Dio mi ha ricompensato della mia infima fede mettendo sulla mia strada una serie di angeli custodi ai quali devo il fatto che la mia vita civile rimanga ancora agganciata agli standard del mondo civile, invece di scivolare inesorabilmente verso il terzo mondo.
Uno di questi è mio padre, che alla sua età (ma anche alla MIA età) si occupa ancora di me con una certa, benedetta, sollecitudine, mentre, avendomi avviato in modo più che soddisfacente verso la maggiore età, potrebbe godersi il meritato riposo.
Fatto sta che qualche volta viene a casa mia e mi cambia le cinghie delle persiane, oppure riattacca le prese elettriche che io ho la curiosa tendenza a sradicare dal muro, oppure mi toglie il calcare dai rubinetti e dai lavandini. Insomma, fa quella piccola manutenzione che io non faccio.
In cambio io, come ho già detto, il sabato e la domenica vado a pranzo da loro.

Così qualche domenica fa mi dice: "Guarda che non sono riuscito a cambiare i tacchetti del rubinetto"
"Perché?" gli chiedo.
"Perché non sono riuscito a chiudere l'acqua dentro casa, hai presente il rubinetto sotto il lavello in cucina? Non si chiude" sento una leggera nota sarcastica nella sua voce, ma non capisco perché.
"Ma come? Io ho chiuso l'acqua questa estate"
"Ah si? Quando?"
"Prima di partire per le vacanze"
"Quando noi siamo andati ad innaffiare le piante?"
"Certo ! Non hai trovato l'acqua chiusa?"
"Certo che no! Non ricordi che te l'abbiamo anche detto?"
"Mi hai detto che non hai innaffiato le piante perché erano tutte morte"
"...si, erano già morte prima che tu partissi ... ma ti ho anche detto che il rubinetto era aperto, e ti ho detto che avevo provato a chiuderlo, e che non si chiudeva, e che bisognava chiamare l'idraulico. L'hai chiamato?"
"...era agosto, vero?"
"Già, e oggi è il 12 dicembre, ma lo hai chiamato l'idraulico?"
"Devo averlo detto a Luca" bofonchio "...ma non ho più avuto necessità di chiudere il rubinetto... ma ancora non si chiude, vero?"
"Non credo che il rubinetto abbia provato a chiudersi da solo, se è questo che intendi, tecnicamente non credo che sia possibile" c'è molto sarcasmo nella sua voce, ma devo dire che fa parte del patrimonio genetico, e poi me la sono voluta.
"Ho provato col solvente" continua mio padre, adesso col tono professionale dell'idraulico "ma non c'è stato niente da fare. Deve farlo l'idraulico, perché bisogna levare l'acqua a tutto il palazzo. E' una cosa da dieci minuti, ma ci vuole l'idraulico"

Ecco perché c'è un idraulico nella mia cucina, mentre io vorrei essere nel mezzo di una pennica e lui per strada verso un condominio danaroso.

(Andrea)

Seconda puntata.


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