I PUNTATA
Il sabato, quindi, libero da impegni di lavoro, vado
a pranzo dalla mamma che mi vuole bene e mi fa trovare
un pasto degno del figliol prodigo (quale io, ci tengo
a dirlo a scanso di equivoci, non sono). Mio padre
sottolinea l'occasione con espressioni tanto sollevate
quanto false nei confronti della sua metà :
"Meno male che ci sei tu, così oggi finalmente
potrò fare un pasto completo, forse".
E' un teatrino che si svolge quasi ogni sabato (e domenica)
che Dio manda in terra, secondo rituali ben definiti,
e sul quale un giorno dovrò dilungarmi un po'
di più, se riuscirò ad ottenere la liberatoria
dai miei genitori.
C'è da dire, in difesa di mio padre, che il pranzo,
effettivamente, è superiore alla media di quello
che una persona normale mangia di solito, e riscatta
i disgraziati pasti delle mense aziendali e le tristi
cene a base di scatolette e surgelati.
Il caffè alla fine, preso in cucina, suggella
le ultime chiacchiere (in genere pettegolezzi di quartiere
su conoscenti comuni), mentre mia madre comincia a
fare i piatti, e mio padre svolge le più svariate
faccende prima di ritirarsi nella sua poltrona preferita.
E quando dico svariate faccende, intendo dire che potrebbe
trattarsi dell'esegesi di S. Paolo come del rammendo
dei calzini, passando attraverso la rilegatura di vecchi
libri, la fabbricazione di scaffalature di legno o
il filtraggio del limoncello.
Mi gusto appieno il ritorno a piedi verso casa mia, con gli uccellini che cinguettano, l'animo più leggero (anche per quel bicchiere di vino che negli altri giorni non posso permettermi) e il corpo più pesante.
Amo quegli istanti di incertezza quando, varcata la soglia di casa, mi aggiro per casa indeciso se concedere il mio peso al divano (con la televisione sintonizzata su qualcosa di inutile, ripetitivo e noioso, facile da reperire) o al letto. Niente può turbare la gioia di quegli attimi in cui mi vedo già disteso, la mente galoppante verso le verdi praterie dei sogni più dolci.
Di solito a questo punto squilla il telefono.
Oggi, per fortuna, no.
Infatti suona il citofono.
Il mio citofono non fa DRIN né DLIN DLONG, né
alcun altro suono al cui interno è possibile
immaginare una vocale. E' un suono aspro e sgradevole
già di solito, figuriamoci per le mie orecchie
che già prefiguravano il silenzio del sonno.
Impugno l'odiosa cornetta e la porto all'orecchio come
se fossi prigioniero dei Viet e fossi costretto dai
miei aguzzini a giocare alla roulette russa, senza
essere, è ovvio, Robert De Niro. Mi aspetto
di sentire il fatidico "MAO ! MAO !" e di
ricevere uno schiaffo in pieno viso.
L'attimo di distrazione mi è fatale. Solo mentro
poggio la cornetta sull'orecchio, mi ricordo che il
citofono è rotto.
In realtà non è rotto.
In realtà i bambini del piano di sotto giocano
col loro citofono al Piccolo Telefonista, e di solito,
quando la mamma li chiama con la delicatezza tipica
delle mamme esaurite, che io posso vederle le tonsille
a due piani di distanza, le due piccole pesti mollano
lì tutto e vanno a rappresentare una nuova scena
dell'Apocalisse nella loro cucina.
Il citofono resta staccato.
Così quando qualcuno riceve visite, e crede di
poter contattare i propri ospiti col citofono, il palazzo
è attraversato da un fischio acutissimo e lacerante,
a tal punto che più volte, quando il mio orecchio
era interessato solo indirettamente, ho pensato che
il palazzo stesse per salpare verso Anacapri con un
allegro carico di turisti in bermuda.
Stavolta invece il mio orecchio è interessato
in prima persona, e il maledetto fischio mi esplode
direttamente nel cervello, mentre il cane dei signori
al piano terra (io sono al terzo, tanto per farvi capire
la forza esplosiva del fenomeno) si mette ad abbaiare
nella solita tonalità sinistra che adopera quando
passa un'ambulanza.
A parte la mia sordità monoauricolare temporanea,
ogni possibilità di comunicare con chi staziona
all'altra estremità del filo è preclusa.
Posso solo aprire, per così dire, al buio.
A questo punto voi potreste dire: ma se volevi dormire,
non potevi semplicemente far finta di niente e non
aprire?
E io potrei rispondervi:
a) se non avessi riposto lo sconosciuto importuno avrebbe
citofonato ancora, e magari sarebbe arrivato a telefonare
per accertarsi della mia assenza;
b) magari era solo un ragazzo che voleva mettere volantini
nella cassetta della posta, o un ladro che cercava
un appartamento vuoto, o qualunque altra categoria
di persona che si sarebbe accontentata di avere il
portone aperto e non avrebbe preteso oltre la mia
presenza;
c) perché non vi fate i fatti vostri? Ho aperto
perché sono curioso, e poi basta con queste
domande, che mi fanno fare troppe digressioni
Naturalmente io propendo per l'ipotesi b), così apro il portone e poi resto in ascolto dei rumori del palazzo per capire se sono proprio io il destinatario della visita.
Ascensore che scende al piano terra.
Qualcuno sale nell'ascensore.
Sono almeno due.
L'ascensore parte.
Primo piano.
Non si ferma.
Secondo piano.
Non si ferma.
Terzo piano.
Non ...
...
Si ferma.
Porta dell'ascensore che si pare.
Porta dell'ascensore che si chiude sbattendo.
DLIN DLON !
Questo è il campanello di casa mia, il suono
molto più aggraziato di quello del citofono.
Però il precedente proprietario dell'appartamento
doveva essere sordo, oppure aveva piacere che tutti
sapessero quando lui riceveva visite, perché
il volume è regolato alla stessa intensità
degli avvisi della Stazione Termini.
Non posso far finta di non esserci: ho appena aperto il portone.
"Chi è?"
"Sono Luca, ti ho portato l'idraulico"
Lo sapevo. Sono mesi che gli chiedo di portarmi l'idraulico,
e lui quando me lo porta? Di sabato pomeriggio alle
14,30 ! Almeno mi avesse avvertito, prima, ma portarlo
così, senza dirmi niente, e se io non ci fossi
stato?
"'A Luca ..."
intanto apro la porta
"..."
sto zitto perché dietro di lui c'è l'idraulico.
Ma Luca mi conosce, e vede nei miei occhi un intero
discorso del Piotta, in cui separare le parole italiane
dagli insulti romani è impresa ardua, perché
di parole ce ne sono veramente pochine.
Mi guarda, scuote la testa e dice :"Te sei scordato,
eh? Te ricordi che te'ho detto jeri sera?"
"..."
stavolta sto zitto e basta.
E' vero.
Me l'aveva detto ieri sera. Fra il primo e il secondo
tempo di Barcellona-Arsenal, naturalmente a Fifa2000,
naturalmente ha vinto lui.
Naturalmente me lo sono scordato mentre ancora l'eco
delle parole vagava per la stanza, e il mio cervello
(cervello?) era impegnato a trovare giustificazioni
per la partita (persa 6-0, c'era poco da cercare giustificazioni).
Luca è stranamente compìto (di solito
dice : "Mortacci tua, sbrighet'a'aprì 'sta
porta che te devo menà"), ma bisogna capirlo,
è in veste di capo impresa con un suo dipendente,
l'idraulico appunto.
Che si presenta così, con l'aria sbrigativa di
chi ha fretta e sta perdendo tempo:
"Salve, sò Mario. Sbrigamose che poi dovemo
annà a Casal Bertone a rifà l'impianto
ar condominio dèr dottò Lucchi. Ma che
mò l'impresa cambia li rubinetti ? Noi famo
l'impianti, i palazzi, mica potemo perde tempo cò
'ste cose ! "
Intanto mi stringe la mano, e la mia destra scompare
dentro la sua, in parte inglobata per una questione
di dimensioni, in parte stritolata da una stretta abituata
ad avere a che fare con filettature arrugginite e calcificate.
Se dipendesse da me, la casa mi cadrebbe sulla testa,
ma il buon Dio mi ha ricompensato della mia infima
fede mettendo sulla mia strada una serie di angeli
custodi ai quali devo il fatto che la mia vita civile
rimanga ancora agganciata agli standard del mondo civile,
invece di scivolare inesorabilmente verso il terzo
mondo.
Uno di questi è mio padre, che alla sua età
(ma anche alla MIA età) si occupa ancora di
me con una certa, benedetta, sollecitudine, mentre,
avendomi avviato in modo più che soddisfacente
verso la maggiore età, potrebbe godersi il meritato
riposo.
Fatto sta che qualche volta viene a casa mia e mi cambia
le cinghie delle persiane, oppure riattacca le prese
elettriche che io ho la curiosa tendenza a sradicare
dal muro, oppure mi toglie il calcare dai rubinetti
e dai lavandini. Insomma, fa quella piccola manutenzione
che io non faccio.
In cambio io, come ho già detto, il sabato e
la domenica vado a pranzo da loro.
Così qualche domenica fa mi dice: "Guarda
che non sono riuscito a cambiare i tacchetti del rubinetto"
"Perché?" gli chiedo.
"Perché non sono riuscito a chiudere l'acqua
dentro casa, hai presente il rubinetto sotto il lavello
in cucina? Non si chiude" sento una leggera nota
sarcastica nella sua voce, ma non capisco perché.
"Ma come? Io ho chiuso l'acqua questa estate"
"Ah si? Quando?"
"Prima di partire per le vacanze"
"Quando noi siamo andati ad innaffiare le piante?"
"Certo ! Non hai trovato l'acqua chiusa?"
"Certo che no! Non ricordi che te l'abbiamo anche
detto?"
"Mi hai detto che non hai innaffiato le piante
perché erano tutte morte"
"...si, erano già morte prima che tu partissi
... ma ti ho anche detto che il rubinetto era aperto,
e ti ho detto che avevo provato a chiuderlo, e che
non si chiudeva, e che bisognava chiamare l'idraulico.
L'hai chiamato?"
"...era agosto, vero?"
"Già, e oggi è il 12 dicembre, ma
lo hai chiamato l'idraulico?"
"Devo averlo detto a Luca" bofonchio "...ma
non ho più avuto necessità di chiudere
il rubinetto... ma ancora non si chiude, vero?"
"Non credo che il rubinetto abbia provato a chiudersi
da solo, se è questo che intendi, tecnicamente
non credo che sia possibile" c'è molto
sarcasmo nella sua voce, ma devo dire che fa parte
del patrimonio genetico, e poi me la sono voluta.
"Ho provato col solvente" continua mio padre,
adesso col tono professionale dell'idraulico "ma
non c'è stato niente da fare. Deve farlo l'idraulico,
perché bisogna levare l'acqua a tutto il palazzo.
E' una cosa da dieci minuti, ma ci vuole l'idraulico"
Ecco perché c'è un idraulico nella mia
cucina, mentre io vorrei essere nel mezzo di una pennica
e lui per strada verso un condominio danaroso.
(Andrea)
Alla pagina dei giochi di parole