Il tempo passa


Il tempo passa



Il tempo passa.
Lo so, non è una scoperta nuova. Ci sono arrivati in tanti, prima di me. Da Eraclito a Einstein, quest'ultimo con alcune implicazioni e complicazioni che non ho capito bene. Ma il senso è quello. Io ne ho la riprova incontrovertibile: e non me la dà soltanto ogni mattina - impietoso e irridente - lo specchio davanti al quale mia moglie si restaura (io da quando mi sono fatto crescere la barba lo specchio non lo guardo più).
Ora vi spiego.
Io ho due amici, Piergiorgio Babèi e Fulvio Brambilla. O forse si chiamano Piergiorgio Brambilla e Fulvio Babèi, non è poi importante. Vivono entrambi a Milano, l'uno nella Milano-centrale (pochi passi da Piazza del Duomo) di lusso. L'altro nella Milano-uptown, quartiere decentrato di lusso. Hanno lavorato insieme, in una grande multinazionale dell'elettronica informatica, la più grande prima di Bill Gates. Ora un po' una nobile decaduta. Come avviene spesso a chi lavora nelle grandi multinazionali, erano colleghi senza quasi conoscersi: diciamo che si conoscevano per la proprietà transitiva della conoscenza. Entrambi conoscevano le stesse persone che - conoscendosi tra loro - facevano sì che in qualche modo anche Brambilla e Babèi potessero dire di conoscersi. Qualche fuggevole e superficiale incontro ad un meeting aziendale.
"Ma tu sei Babèi della formazione risorse?"
"Sì"
"Ma allora conosci Radallovich del..."
"Ah sì, ma allora tu sei Brambilla del marketing, io conosco benissimo ..."
Che poi è come dire ad uno che sta sul tram col Corriere della Sera in mano: "Ma io ti conosco, sono amico di Giulio Nascimbeni che scrive sul Corriere..."
Poi accadde, era il '98 o il '99 non ricordo bene, che si ritrovassero - mossi da una comune passione per Internet e per i giochi di parole - a dialogare via web su una rivista on-line di cui non importa il titolo, se non l'avete frequentata allora adesso non la trovereste più. E qui...l'epifania via etere o quale che sia il mezzo immateriale in cui corrono a velocità folle i bit, i byte e i megabyte, in cui i giga ballano la giga...
"Ma tu sei Brambilla del marketing!!! Ma guarda che combinaz..."
"Uè, tel chì el Babèi della formazione, varda i casi della vita, tu conoscevi Radall..."
"Sì ma ho mollato lì, adesso sono in pens.."
"Ma no? Dì giuro! Anch'io ho lasciato il carrozzone, mi sono messo da per me..."
E poi all'unisono: "Guarda, non era più l'azienda di una volta!"
Ora, due più diversi tra loro di Brambilla e Babèi è difficile trovarli. Diversi nel fisico, nelle frequentazioni, negli hobby (Internet e le riviste on-line non sono un hobby, sono una ragione di vita), nelle simpatie per gli animali. Uno grande trekkista, tipo due mesi in Nepal, una settimana tra la Grigna e la Grignetta, tre giorni di fuori pista ad Aspen. L'altro intrepido escursionista, un quarto d'ora tra l'attico di Via Procaccini e il Red Bar di Piazza Gramsci, due ore di arrampicata in prima invernale con l'ascensore di casa tutti i giorni.
L'uno legge la Stampa e la Gazzetta, l'altro il Corriere della Sera e Ferret World.
Uno ha un gatto, l'altro un cane e duemila furetti.
Eppure, tra un aperitivo e l'altro, tra una gita a Varese Ligure e l'altra, tra una cazzata via Internet e l'altra è nata una amicizia.
Loro, Brambilla e Babèi non l'hanno mai ammesso apertamente.
Pudore, credo.
Anzi, eddài a trattarsi a colpi di feroci ironie e di graffianti sarcasmi, eddài a scambiarsi dei tonanti "pirlùn" e degli icastici "vadaviaiciapp". A leggere tra le righe ti accorgevi che erano tenere ironie, affettuosi sarcasmi, che i tonanti "pirlùn" nascondevano un sorriso quasi orgoglioso delle uscite dell'altro, che gli icastici "vadaviaiciapp" anagrammati con la voce del cuore si leggevano come un caldo ma virile "tevoeriben". Li ho frequentati per un po', ci siamo incontrati più volte ed è sempre stato bello vederli così lontani, a vederli da lontano, e così vicini, a vederli da vicino. Sono così trasparenti da decifrare, tra uno sberleffo e una battutaccia, nella loro bella amicizia.
Poi ci siamo un po' persi, gli anni pesano per tutti, io non vado quasi più a Milano, ho saputo che Babèi non va più nel Nepal, che Brambilla si prepara da solo l'Aperol nell'attico di Via Procaccini.
Il tempo passa, dicevo.
Ma i miei figli, che abitano a Milano, mi raccontano che li incontrano qualche volta al Parco Sempione, dove loro - i miei figli, intendo - portano a giocare i bambini (eh sì, mia moglie è diventata nonna, nel frattempo, gli anni passano veloci per lei...). Stanno lì, sulla stessa panchina, ma un po' discosti l'uno dall'altro, Babèi tira le mollichine di pane ai piccioni, Brambilla accarezza un vecchio furetto che porta con sé nel marsupio.
Non si guardano.
Pudore, forse.
Ma ogni tanto uno dei due dice, con la voce un po' soffocata, quasi parlasse tra sé: "CADONIC" e l'altro subito "BELLISSIMI TRACI". E uno dice a fior di labbra "Pirlùn" e l'altro, nascondendo il sorriso tra la barba ormai bianca ma sempre arruffata, "Vadaviaiciapp!". Poi uno fa cadere le ultime mollichine in mezzo a un tripudio di piccioni, l'altro guarda il furetto che si è addormentato.
Raccolgono i bastoni, si alzano con un sommesso scricchiolio di giunture e se ne vanno, uno verso il centro di lusso di Milano, l'altro verso la periferia di lusso di Milano.
Senza salutarsi.
Domani saranno ancora lì, su quella panchina.
Se non piove.

(Alberto)


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