La guerra santa


La guerra santa



C’erano voluti dieci anni.
Come per la guerra di Troia.
Ma finalmente, con l'aiuto di Dio, la guerra era finita.
Dodici milioni di morti.
Mille miliardi di dollari.
Non erano bastati gli strumenti chirurgici del war game.
Non erano bastati gli Sthealth, i B52, i Cruise, gli Apache
Le truppe della Grande Coalizione erano dovute scendere sul terreno, nelle montagne arroventate e scabre dell’Afghanistan, nei mari di sabbia dell’Iran, nelle insane paludi di Bassora, nelle valli accidentate della Bekaa.
I missili avevano dovuto tacere - dopo due anni — e dare campo alle voci sottili e affilate delle baionette e dei pugnali.
Il canto affilato dell’acciaio si era fatto sempre più forte e intenso.
Il fruscio delle lame era risuonato per cinque anni, con il rantolare liquido delle gole squarciate, con il roco gorgogliare del sangue che sprizzava dalle arterie recise..
Fino alla vittoria. Fino alla resa degli uomini in turbante.
Poi c’erano voluti tre anni di occupazione metodica, capillare: ogni città araba, ogni villaggio, ogni accampamento di pastori nomadi, da Peshavar a Kabul, da Bassora a Bagdad, da Isfahan a Tehran.
Gli uomini con l’elmetto e gli uomini con il turbante avevano dovuto convivere, dapprima con odio silenzioso, poi con sospettosa diffidenza, infine avevano cominciato a parlare, a scoprirsi più simili di quanto avessero creduto possibile, sino a comprendersi.
La giustizia, la verità e la pace avevano finalmente vinto…….
George W. Bush aveva chiesto di restare un poco da solo, nella grande stanza del New Marriott Hotel le cui grandi finestre davano sulle ricostruite Twin Towers che erano tornate a stagliarsi, orgogliose e superbe, contro lo skyline di Manhattan, nella luce di quel tramonto di fine estate dell’ 11 settembre 2011.
Aveva bisogno di intimità, voleva restare solo con se stesso, almeno per qualche istante.
Si scopriva cambiato, molto diverso dal giovane, irruente, inesperto e grezzo texano che era stato nei primi mesi della sua Presidenza.
Aveva imparato molto da quei dieci anni.
Si sentiva un altro.
Più saggio, più completo.
Si sfilò i mocassini, passeggiò scalzo sul folto tappeto persiano che copriva il pavimento, godendo della morbidezza della lana annodata a mano sotto le piante e le dita dei piedi.
Quante volte aveva compiuto quel gesto rilassante nella Stanza Ovale di Washington! ma mai ne aveva goduto come in quel momento, mai quel piccolo rituale gli aveva dato tanta pace….
E mentre dall’alto della Torre Sud il muezzin intonava la preghiera della sera, George "Wahdi" Bush si inginocchiò rivolto alla Mecca e con la fronte appoggiata a terra pronunciò con voce alta e commossa:
"Insh’ Allah".  

(Alberto, settembre 2001)


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