Mary and son


Mary and son



Mary era stanca.
Erano settimane, da quando era nato il bambino, che era stanca.
Lei e Joe erano in viaggio da mesi, girovagando alla ricerca di un tetto dove ripararsi, di un lavoro che permettesse loro di sopravvivere, di mangiare e di coprirsi.
Ma non c'era lavoro, anche se Joe non si arrendeva e batteva la città palmo a palmo offrendosi di fare qualunque cosa, anche la più umile.
E l'inverno aveva cominciato a farsi sentire, le strade erano imbiancate di neve, il freddo era pungente, il cielo livido prometteva altra neve e altro freddo.
Mary si sorprese a guardare con invidia e quasi con cupidigia — il suo fagotto vivente ben stretto tra le braccia — dentro le finestre illuminate degli alberghi e delle case, come se il calore che si indovinava là dentro potesse in qualche modo confortare anche lei ed il suo piccolo.
Il bambino per fortuna fino ad allora non aveva sofferto la fame: il seno di Mary era ancora gonfio di latte e il piccolo vi si attaccava con allegra voracità, cresceva sano e robusto.
Mary se ne accorgeva perché portarlo in braccio le pesava ogni giorno di più.
Ma se lei continuava a nutrirsi poco e male, presto anche il bimbo ne avrebbe risentito.
E questo la spaventava terribilmente.
Prima ancora che nascesse aveva giurato solennemente di proteggerlo da ogni pericolo, di allevarlo con amore, di avviarlo ad un destino migliore di quello che era toccato in sorte a lei e a Joe.
Povero Joe….così modesto e solido e innamorato. Innamorato di lei da sempre, fin da quando lei era ancora una bambina o poco più. Innamorato di lei fino al punto di sposarla nonostante Mary fosse incinta e certamente non di lui.
Mary non sapeva bene chi fosse il padre del suo bambino: sapeva solo con certezza che non era di Joe….Joe che non l'aveva toccata fino al giorno delle nozze, ed anche allora si era limitato a stringerla tra le braccia con una gentilezza casta, timida, quasi riverente che l'aveva lasciata commossa e intenerita.
Strinse più forte il suo bimbo tra le braccia, lo guardò dormire sereno, le guance paffute arrossate dall'aria gelida, nonostante la coperta che gli aveva avvolto attorno a lasciare scoperto solo il nasino e gli occhi.
"Ho preso la decisione giusta — disse a sé stessa a voce alta, quasi per convincersi — la decisione migliore…qui lo cresceranno meglio di quanto non possiamo fare Joe ed io…qui starà bene, bene…."
Era stato il caso, o la provvidenza, a farle leggere il trafiletto di un vecchio giornale fradicio di neve che un colpo di vento aveva sollevato da terra per sbatterglielo contro il corpo.
" Betlehem Asylum — you'll find the solution to your children's problems!"
Seguiva un indirizzo.
E a quell'indirizzo Mary era appena arrivata.
Ora, davanti al portone dell'imponente palazzo del Betlehem Asylum, esitò un poco…si fece forza, spinse i battenti, entrò nel salone d'ingresso, vasto e semibuio.
C'era un grande silenzio nell'edificio, nessun rumore, nessun vociare di bambini.
"Dormiranno già — pensò Mary — al caldo, nei loro lettini…"
Sorrise al pensiero che presto anche il suo piccino avrebbe potuto dormire in un letto vero: e cercò con questo pensiero di sopire lo strazio che le faceva sanguinare il cuore.
Attraversò l'atrio, percorse un lungo corridoio, si avvicinò alla porta massiccia ed imponente dalla quale filtrava una luce.
Guardò la targhetta d'ottone, lucida e brillante come oro, su cui era inciso "King E. Rhode, Direttore".
Mary bussò.

(Alberto, dicembre 2001)


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