Mignòtega


Mignòtega


Spalanco' con una spallata la porta e saluto' gli amici ruttando allegramente. L'atmosfera dello spogliatoio lo metteva sempre di buon umore. Scaravento' a terra la borsa e si schianto' a sedere. Era stata un lunga giornata di lavoro, era ora di rilassarsi un po'.
Inizio' ad estrarre dalla borsa l'interminabile serie di oggetti e indumenti con cui si sarebbe preparato per la partita ad hockey. Tiro' fuori anche una gigantesca verza, tra l'invidia dei compagni. Comincio' la vestizione mettendo nella conchiglia una foglia di verza, per stare piu' fresco e perche' faceva bene alla salute. Poi ne mise due foglie sotto le ascelle, perche' c'era una ragazza in squadra. Ci penso' un po' su, e alla fine decise di mettere una foglia di verza anche nel casco, per stare piu' fresco e per ragionare meglio.
In due bocconi mangio' quel che rimaneva della verza. Gli rimase una quantita' di fastidiosi residui tra i denti, che non riusciva a togliere con la lingua e con le dita. Provo' a liberarsene fischiando alla pecorara, ma riusci' solo a spruzzare trucioli di verza dappertutto. Peccato non avere un po' di filo interdentale. In mancanza di meglio uso' un laccio di un pattino, ma gli si incastro' tra i denti. Cristonando, col pattino ancora appeso agli incisivi, rovescio' la borsa alla ricerca dell'introvabile tiralacci, che non riusci' a trovare neanche stavolta. Per fortuna aveva con se' l'inseparabile cavatappi, con cui riusci' finalmente a liberarsi.
Continuo' con la vestizione, che completo' avvolgendo dieci metri di nastro da pacchi intorno ai paragambe, godendo sadicamente dell'effetto che il rumore lancinante aveva sulle orecchie degli altri.
Si mise i guanti e si soffio' il naso nei guanti. Migliorava la presa sulla stecca. Poi si avvio' verso il ghiaccio.
Alle otto in punto entrarono in campo.
Alle otto e cinque decise che era ora di fare uno spuntino.
Si levo' un guanto, estrasse una luganega dalle profondita' della borsa e l'addento' con entusiasmo, piegandosi in due dal dolore: si era azzannato un dito. Apri' lentamente la mano e la guardo' con sospetto. Conto': uno, due, tre, quattro, cinque, sei. Sei dita. No, impossibile. Allora erano sei luganeghe! No, no, no, c'era qualcosa di sbagliato. Guardo' con piu' attenzione, decise di mordicchiarne una a titolo esplorativo, la mise in bocca e la tiro' subito fuori. No, era troppo saporita per essere una salsiccia. Poi ebbe un'idea geniale. Levo' anche l'altro guanto e tiro' una per una le dita-salsicce. Gridando di gioia trovo' la vera luganega, la mise in bocca, si lancio' sul ghiaccio, fece una diagonale travolgente, tiro' in porta, la manco' di cinque metri e si schianto' sulla balaustra. Per l'impatto sputo' fuori la luganega che cadde nella morchia due metri piu' in la'. Impallidi'. Quella parte dello stadio era raggiungibile solo passando per le tribune.
Con infinita attenzione allungo' la stecca, raccolse amorevolmente la luganega con la pala, la lancio' in aria e l'afferro' al volo. Lecco' via tutta la morchia che l'imbrattava, la guardo' con affetto e finalmente pote' mangiarla con calma.
Erano le otto e dieci. Usci' dal campo e tolse altre cinque salsicce dalla cartuccera. Le infilo' nella grata-visiera del casco, meta' dentro e meta' fuori, cosi' poteva addentarle progressivamente e mangiarle mentre giocava.
Compiaciuto della trovata, rientro' in campo, fece un'altra diagonale, stese quattro avversari e due compagni, tiro' in porta, la manco' di dieci metri e tiro' un moccolo che fece cadere una lampada dai sostegni. Per consolarsi azzanno' una delle luganeghe, ma si rese conto subito che mancava qualcosa. Torno' in panchina, rovisto' nella sacca, tiro' fuori due tubetti e fece due belle piste sulla panca, una di senape e una di rafano. Sniffo' con cura entrambe le piste, evitando di far finire qualcosa nei polmoni, sarebbe stato uno spreco.
Torno' sulla pista e fece un giro di prova, soffiando senape e rafano sulle salsicce e addentando qua' e la'. Non era proprio disinvolto, ma col tempo e con la pratica sarebbero arrivati anche gli automatismi. Mentre era concentratissimo su quell'attivita' si scontro' a tutta velocita' con un tipo smilzo, che volo' gamballaria. Gli diede un'occhiata feroce, che non ebbe alcun effetto, perche' il tizio si era nascosto dietro due lenti completamente appannate dal sudore e dall'umidita'. Lo scosto' con un calcio per lanciarsi all'inseguimento delle luganeghe, che stavano fuggendo in tutte le direzioni. Ne acchiappo' una con la stecca, si tuffo' sulla seconda, nuotando sul ghiaccio raggiunse anche le altre, ma senape e rafano erano andati persi nell'inseguimento. Imprecando, torno' alla panca, prese i tubetti e - basta far i siori! - se li spremette direttamente nelle froge del naso.
Torno' in campo, sgancio' una scorreggia che fece un buco di mezzo metro nel ghiaccio e sullo slancio fece un'altra diagonale delle sue travolgendo tutta la squadra avversaria, poi per non far torto a nessuno travolse anche la propria e si ritrovo' inchiodato alla balaustra, avvinghiato con cinque compagni e sei avversari nel tentativo di schiodare il disco dal bordo. Braccia e gambe si intrecciarono furiosamente, il mucchio selvaggio oscillo' paurosamente avanti e indietro e infine crollo' rovinosamente a terra. Sembrava un mostro mitologico armato di clave e di lame che si dimenava rabbiosamente in preda ad un furore primordiale. Dal ventre del mostro arrivarono furibonde imprecazioni.
"Ziopò!"
"Ziocàn!"
"Putànega!"
"Mignòtega!"
Silenzio.
Immobilita'.
Orrore.
Poi qualcuno fece una domanda in tono truce.
"Cos'e' che t'hai dit?"
Ancora silenzio.
La stessa voce ripete' la domanda, con un tono terribile, che evocava stragi, massacri, genocidi.
"COS'E' CHE T'HAI DIT?"
Dalle viscere del mostro, una voce rispose timidamente: "Putànega?"
"COS?"
La stessa voce, con piu' convinzione: "Putànega! Putànega!".
"Bom."
Il mostro sembro' rilassarsi. Chissa' come, qualcuno trovo' il modo di liberarsi e via via tutti uscirono dalla morsa che li avvinghiava.
Faceva freddo.
Il fiato si condensava in bianche nuvolette davanti alla faccia dei giocatori. In un momento di pausa, l'amico delle luganeghe decise che era ora di fare una nuvola piu' grande delle altre. Gonfio' il torace, attese un attimo, poi esalo' un lungo, profondo, cavernoso respiro. Il tipo con gli occhiali passo' attraverso la nuvola e crollo' di schianto. L'altro lo guardo' dall'alto in basso con disgusto e disprezzo, lo prese con una mano e lo deposito' fuori della balaustra.
Si guardo' intorno.
Era rimasto l'unico a pattinare sul ghiaccio.
Fece uno scatto, una frenata, un passo incrociato all'indietro, soffio', rutto', scorreggio', si tuffo' sul ghiaccio, ululo' alla luna e rimase a guardare le stelle a pancia insu'.
Quella si' che era vita!
 

(Marco, marzo 2002)


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