Spalanco' con una spallata la porta e saluto' gli amici ruttando
allegramente. L'atmosfera dello spogliatoio lo metteva sempre di buon
umore. Scaravento' a terra la borsa e si schianto' a sedere. Era stata un
lunga giornata di lavoro, era ora di rilassarsi un po'.
(Marco, marzo 2002)
Inizio' ad estrarre dalla borsa l'interminabile serie di oggetti e
indumenti con cui si sarebbe preparato per la partita ad hockey.
Tiro' fuori anche una gigantesca verza, tra l'invidia dei compagni.
Comincio' la vestizione mettendo nella conchiglia una foglia di
verza, per stare piu' fresco e perche' faceva bene alla salute. Poi
ne mise due foglie sotto le ascelle, perche' c'era una ragazza
in squadra. Ci penso' un po' su, e alla fine decise di mettere una
foglia di verza anche nel casco, per stare piu' fresco e per
ragionare meglio.
In due bocconi mangio' quel che rimaneva della
verza. Gli rimase una quantita' di fastidiosi residui tra i denti,
che non riusciva a togliere con la lingua e con le dita. Provo' a
liberarsene fischiando alla pecorara, ma riusci' solo a spruzzare trucioli
di verza dappertutto. Peccato non avere un po' di filo interdentale.
In mancanza di meglio uso' un laccio di un pattino,
ma gli si incastro' tra i denti. Cristonando, col pattino ancora
appeso agli incisivi, rovescio' la borsa alla ricerca
dell'introvabile tiralacci, che non riusci' a trovare neanche
stavolta. Per fortuna aveva con se' l'inseparabile cavatappi, con cui
riusci' finalmente a liberarsi.
Continuo' con la vestizione, che completo' avvolgendo dieci metri di
nastro da pacchi intorno ai paragambe, godendo sadicamente
dell'effetto che il rumore lancinante aveva sulle orecchie degli
altri.
Si mise i guanti e si soffio' il naso nei guanti. Migliorava la presa
sulla stecca. Poi si avvio' verso il ghiaccio.
Alle otto in punto entrarono in campo.
Alle otto e cinque decise che era ora di fare uno spuntino.
Si levo' un guanto, estrasse una luganega dalle profondita' della
borsa e l'addento' con entusiasmo, piegandosi in due dal dolore: si
era azzannato un dito. Apri' lentamente la mano e la guardo' con
sospetto. Conto': uno, due, tre, quattro, cinque, sei. Sei dita. No,
impossibile. Allora erano sei luganeghe! No, no, no, c'era qualcosa
di sbagliato. Guardo' con piu' attenzione, decise di mordicchiarne
una a titolo esplorativo, la mise in bocca e la tiro' subito fuori.
No, era troppo saporita per essere una salsiccia. Poi ebbe un'idea
geniale. Levo' anche l'altro guanto e tiro' una per una le
dita-salsicce. Gridando di gioia trovo' la vera luganega, la mise in
bocca, si lancio' sul ghiaccio, fece una diagonale travolgente, tiro'
in porta, la manco' di cinque metri e si schianto' sulla balaustra.
Per l'impatto sputo' fuori la luganega che cadde nella morchia due
metri piu' in la'. Impallidi'. Quella parte dello stadio era
raggiungibile solo passando per le tribune.
Con infinita attenzione
allungo' la stecca, raccolse amorevolmente la luganega con la pala,
la lancio' in aria e l'afferro' al volo. Lecco' via tutta la morchia
che l'imbrattava, la guardo' con affetto e finalmente pote' mangiarla
con calma.
Erano le otto e dieci. Usci' dal campo e tolse altre cinque salsicce
dalla cartuccera. Le infilo' nella grata-visiera del casco, meta'
dentro e meta' fuori, cosi' poteva addentarle progressivamente e
mangiarle mentre giocava.
Compiaciuto della trovata, rientro' in
campo, fece un'altra diagonale, stese quattro avversari e due
compagni, tiro' in porta, la manco' di dieci metri e tiro' un moccolo
che fece cadere una lampada dai sostegni. Per consolarsi azzanno' una
delle luganeghe, ma si rese conto subito che mancava qualcosa. Torno'
in panchina, rovisto' nella sacca, tiro' fuori due tubetti e fece due
belle piste sulla panca, una di senape e una di rafano. Sniffo' con
cura entrambe le piste, evitando di far finire qualcosa nei polmoni,
sarebbe stato uno spreco.
Torno' sulla pista e fece un giro di prova,
soffiando senape e rafano sulle salsicce e addentando qua' e la'. Non
era proprio disinvolto, ma col tempo e con la pratica sarebbero
arrivati anche gli automatismi. Mentre era concentratissimo su
quell'attivita' si scontro' a tutta velocita' con un tipo smilzo, che
volo' gamballaria. Gli diede un'occhiata feroce, che non ebbe alcun
effetto, perche' il tizio si era nascosto dietro due lenti
completamente appannate dal sudore e dall'umidita'. Lo scosto' con un
calcio per lanciarsi all'inseguimento delle luganeghe, che stavano
fuggendo in tutte le direzioni. Ne acchiappo' una con la stecca, si
tuffo' sulla seconda, nuotando sul ghiaccio raggiunse anche le altre,
ma senape e rafano erano andati persi nell'inseguimento. Imprecando,
torno' alla panca, prese i tubetti e - basta far i siori! - se li
spremette direttamente nelle froge del naso.
Torno' in campo, sgancio' una scorreggia che fece un buco di mezzo
metro nel ghiaccio e sullo slancio fece un'altra diagonale delle sue
travolgendo tutta la squadra avversaria, poi per non far torto a nessuno
travolse anche la propria e si ritrovo' inchiodato alla balaustra,
avvinghiato con cinque compagni e sei avversari nel tentativo di
schiodare il disco dal bordo. Braccia e gambe si intrecciarono
furiosamente, il mucchio selvaggio oscillo' paurosamente avanti e indietro
e infine crollo' rovinosamente a terra. Sembrava un mostro mitologico armato
di clave e di lame che si dimenava rabbiosamente in preda ad un furore
primordiale. Dal ventre del mostro arrivarono furibonde imprecazioni.
"Ziopò!"
"Ziocàn!"
"Putànega!"
"Mignòtega!"
Silenzio.
Immobilita'.
Orrore.
Poi qualcuno fece una domanda in tono truce.
"Cos'e' che t'hai dit?"
Ancora silenzio.
La stessa voce ripete' la domanda, con un tono terribile, che evocava
stragi, massacri, genocidi.
"COS'E' CHE T'HAI DIT?"
Dalle viscere del mostro, una voce rispose timidamente: "Putànega?"
"COS?"
La stessa voce, con piu' convinzione: "Putànega! Putànega!".
"Bom."
Il mostro sembro' rilassarsi. Chissa' come, qualcuno trovo' il modo
di liberarsi e via via tutti uscirono dalla morsa che li avvinghiava.
Faceva freddo.
Il fiato si condensava in bianche nuvolette davanti
alla faccia dei giocatori. In un momento di pausa, l'amico delle
luganeghe decise che era ora di fare una nuvola piu' grande delle altre.
Gonfio' il torace, attese un attimo, poi esalo' un lungo, profondo,
cavernoso respiro. Il tipo con gli occhiali passo' attraverso la nuvola e
crollo' di schianto. L'altro lo guardo' dall'alto in basso con
disgusto e disprezzo, lo prese con una mano e lo deposito' fuori
della balaustra.
Si guardo' intorno.
Era rimasto l'unico a pattinare sul ghiaccio.
Fece uno scatto, una frenata, un passo incrociato all'indietro,
soffio', rutto', scorreggio', si tuffo' sul ghiaccio, ululo' alla
luna e rimase a guardare le stelle a pancia insu'.
Quella si' che era vita!