Resoconto Marco
Era una notte buia e tempestosa. Gelide raffiche di vento spazzavano un angolo
di Roma, proprio la' dove il nostro eroe attendeva stoicamente. Le rampe della
metro espellevano metodicamente stanchi pendolari, scannerizzati
sistematicamente dall'occhio attento dell'uomo. Infagottato in una vistosa
giacca a vento viola, egli tentava di addolcire la noia dell'attesa lanciando
occhiate sempre piu' annoiate alle vetrine illuminate. La cometa si era nascosta
dietro un palazzo, e non dava segno di voler emergere. Penso' ad una canzone di
Jannacci. La luna e' una lampadina. E le stelle sono limoni che galleggiano
nell'acqua. E la cometa? Una banana infilata in un pompelmo. O peggio. L'aveva
ammirata anche troppo nei giorni precedenti. Curioso, non riuscire ad osservarla
in montagna, dove l'aria e' piu' pulita, e riuscire finalmente a vederla a Roma,
alla faccia dello smog e dell'inquinamento luminoso. Inquinamento che a
quell'angolo raggiungeva livelli fastidosi. Troppi neon, troppi lampioni, troppi
fari. E lui doveva guardarle, le macchine, se voleva sperare di identificare
quella giusta. Una Tipo verde petrolio. Ma il petrolio, poi, e' verde? Ricordo'
tragici resoconti di maree nere che spegnevano la vita dovunque arrivavano. Si
consolo' pensando che di notte tutte le Tipo sono nere. Spero' di essere
abbastanza visibile da poter essere riconosciuto per primo. Dopo circa mezz'ora
di attesa vide una macchina che dopo aver affrontato lentamente l'incrocio,
punto' decisamente su di lui. Finalmente, si disse, mentre schivava l'auto con
un perfetto salto mortale. Raccolti i pezzi, saluto' il primo degli occupanti
dell'auto, che appariva preoccupato di veder finire la serata ancor prima che
iniziasse. Duccio: uno di quei volti che, visti una volta, si dimenticano
subito. Visti due volte, anche. Una faccia da agente segreto. La voce, invece,
era di quelle che rimangono. Lenta, studiata, con leggero e gradevolissimo
accento romano. Una voce da pensatore (una voce da seduttore). Da persona che
osserva la realta', la mastica, la digerisce e la risputa opportunamente
elaborata. Non c'era da stupirsi che fosse cosi' bravo con i giochi di parole.
Guardo' l'altro, il guidatore. Rimase momentaneamente abbagliato dal riflesso di
un lampione. Ma si', occhiali di metallo, barba, Tipo verde petrolio, c'era
tutto. Una presenza rassicurante. Quasi subito arrivo' una seconda macchina,
nera come la coscienza di Enrico. Da quella specie di bara a quattro ruote
spuntarono le gelide pupille del Marchiciano dagli Occhi di Ghiaccio. La bocca
di Enrico si contorse in un perfido ghigno e proferi' una feroce provocazione.
Con naturalezza l'uomo dalla giacca viola afferro' gli Occhi di Ghiaccio, li
estrasse dalle orbite ed inizio' a giocarci a clic-clac. Il Ghiaccio faceva un
bel rumore argentino, che contrastava allegramente con la cupezza del luogo.
Pochi secondi, ed un'espressione vagamente minacciosa di Enrico indusse l'uomo
in viola a mollare nervi ottici e bulbi oculari. Come richiamati da
un'invisibile molla, gli Occhi di Ghiaccio tornarono agilmente al loro posto.
L'uomo in viola fu bruscamente riportato alla realta' da Ducciandrea, che
propose senza mezzi termini di aprire le ostilita' in una misteriosa osteria,
nota solo a lui e ad altri trentatre'. Solleticati dall'idea di affogare i loro
tormenti nei miasmi nei bassifondi romani, i due matemagici aderirono
entusiasticamente alla proposta. Tempo un quarto d'ora, avevano organizzato i
mezzi e dislocato le truppe in localita' segreta, giusto sotto casa di suo zio.
Reprimendo a stento un compiaciuto sghignazzo, si diresse con gli altri verso un
locale che avrebbe poi scoperto appartenere al genero del fratello del marito
della sorella di suo padre. Piccolo il mondo, penso'. Per un attimo considero'
l'idea di mordersi la lingua, per aver concepito una tale banalita'. Poi si
ripromise di punirsi piu' duramente, ma in modo da non mettere in pericolo
l'imminente cena. Entrarono in una bettola al piano terra di un isolato
parzialmente costruito da suo nonno nel primo dopoguerra.
(L'inquadratura cambia, si sentono rumori d'ambiente, si avverte il passaggio al
presente)
Carino, il locale. Soprattutto, non anonimo. Sedie e tavoli stile vecchiaroma,
muri tappezzati di ricordi di una vita da rugbista. Due salette separate da un
muro con uno squarcio rettangolare da cui si intravede uno specchio, e tramite
questo gli avventori della seconda saletta. Dallo specchio, ci guardano con un
pizzico di sospetto. Si capisce che c'e' una differenza di qualita' tra le due
zone. La prima, stretta tra l'entrata e la cucina, la seconda al riparo da
spifferi e odori. Forse una volta il locale era una stalla, o un garage. Gli
avventori, strizzati tra tavolo e tavolo. Si sa, negli armadi, sugli hard disk e
al ristorante lo spazio non e' mai abbastanza.
Veniamo accolti da un gigantesco
e muscoloso individuo che battezzo mentalmente (pensando a voce molto bassa)
come il "Guardia di Porta". Chissa' se ci sara' concesso il privilegio di
accomodarci nella saletta interna. Il Guardia di Porta ci sistema
sbrigativamente al tavolo piu' vicino all'entrata. Nessuno si azzarda a
discutere l'oculatissima scelta. Anzi, si odono mormorii di assenso. Timide
occhiate a scoprire un eventuale Mastro di Chiavi. Il Boss per fortuna non si
mostra ancora. Io sono compresso tra l'entrata ed una rientranza del muro: non
ho vie di fuga. Alla mia destra Duccio, di fronte a me Andrea. Enrico di fronte
a Duccio.
L'ultimo posto, a capotavola, e' per il Quinto Uomo.
Segue una breve trattativa sulle modalita' di attesa del Quinto Uomo. Dopo una
breve discussione, l'assemblea approva unanime la proposta del Guardia di Porta:
antipasti subito, ed il resto con calma. Gli antipasti arrivano velocemente, ed
assorbono immediatamente la nostra attenzione. Minifagioli conditi a freddo e
una specie di pate' un po' melmoso, buonissimo spalmato sul pane. Salamini
(rimembranze petroliniane). Vino rosso, ovviamente, ma non all'altezza del
resto, avventori compresi. L'attesa si prolunga. Il Quinto Uomo fa sapere
telepaticamente di essere a meta' di una sorta di Camel Trophy urbano. Informato
di questo, il Guardia di Porta decide di portarci i primi. Approvato per
acclamazione. Tonnarelli cacio e pepe. All'altezza degli avventori. Si cercano
punti di appoggio per avviare un qualche tipo di conversazione (datemi un
argomento d'appoggio, e vi sollevero' il morale!). Come sempre, cerchiamo di
sapere un po' piu' uno dell'altro. Andrea dice di essere un dirigente delle S.A.
(Societa' Autostrade, dice lui. Buona copertura. Anche se e' inverosimile che
prendano dei ragazzini, laggiu'. Per educazione, fingiamo tutti di credere che
abbia piu' di vent'anni). Duccio e' evasivo, ovviamente. Forse lavora in
un'agenzia (Central Intelligence?). A tempo perso si occupa d'altro, ma non e'
chiaro di cosa. Quanto a me, tutti sanno, o credono di sapere, che io lavoro
all'Universita'. La porta si apre gemendo per l'ennesima volta. L'ennesima
raffica di brividi si arrampica in cordata sulle schiene degli avventori. Ma
stavolta uno strano silenzio si diffonde nel locale. Un individuo alto, barbuto
e segaligno si avvicina lentamente al nostro tavolo. Due occhi profondi e
ipnotici ci scrutano da un volto ieratico. E' il Quinto Uomo: Stefano T.
Una fame mistica arde negli occhi di Stefano. Il Mastro di Chiavi si avvicina
timorosamente e suggerisce antipasti anche per lui. Senza vederlo, Stefano
acconsente con uno sguardo. La Forza e' possente, in quest'Uomo. Gli antipasti
arrivano all'istante. Mi giro per ascoltare Duccio. Quando torno a guardare
Stefano, gli antipasti sono spariti. E' la volta dei tonnarelli. Ascolto Enrico
che parla di Minneapolis. Riguardo Stefano, e i tonnarelli non ci sono piu'.
Duccio mi parla degli ircocervi, che ha proposto come nuovo gioco per Golem.
faccio per chiedere ad Andrea se anche lui ha proposto qualcosa, ma e'
scomparso. Un lampo verde petrolio negli occhi di Stefano mi agghiaccia per un
attimo senza fine, poi Andrea ricompare da sotto il tavolo. "Anche voi lavorate
all'universita'?" chiede innocentemente Andrea. Enrico e' lapidario: "Io Uno,
lui due". Sulla tavola scende un costernato silenzio. Cosi' il Professor Enrico
Cacaminuzzoli ricorda all'umile ricercatore Stefano T. il senso delle
gerarchie? Accortosi dell'imbarazzo generale, il Cacaminuzzoli tenta un
disperato salvataggio in corner: "Voglio dire che io lavoro a Roma 1...".
Patetico. Sembra il cattivo della Stangata quando la polizia fa irruzione nella
finta bisca clandestina, e lui tenta di salvare il salvabile in fretta e furia.
Freud si rivolta rumorosamente nella tomba. Ho pieta' del povero Enrico, e tento
di sviare l'attenzione dalla sua clamorosa topica, riportando il discorso sugli
ircocervi. "Si' - fa Duccio con nonchalance - anni fa ne trovai alcuni in un
articolo di Eco e ne buttai giu' a braccio due-trecento... (sguardo obliquo a
sondare le mie reazioni. Ordino ai duecentoventitre' muscoli che popolano
abusivamente la mia faccia di rimanere perfettamente immobili. Reprimo nel
sangue un tentativo di rivolta) ...e poi glieli mandai" "Devono essere stati
pubblicati da qualche parte - guarda senza apparente intenzione i compagni di
tavolo - come si chiama....ma si', quella raccolta di scherzi letterari...ah,
'Il secondo diario minimo', mi pare". E poi, compiaciuto: "Pagina 296, nota a
pie' di pagina, sesta riga dal basso". Tentiamo di riprenderci dalle rivelazioni
di Duccio. E cosi' ha pubblicato un libro con Eco. Eco ha pubblicato un libro
con lui. Disagio, movimenti imbarazzati sulle sedie, colpi di tosse. Tre docenti
universitari pubblicamente umiliati in questo modo. Dobbiamo inventarci
qualcosa per recuperare. Tento di inventare due-trecento ircocervi la' per la',
ma mi viene in mente solo una dozzina di scemenze fuori tema (Primo Piano, Salvo
Errori, Fermo Posta, Marco Visita, Franco Bollo, Sisto Cavolo, Anna Maccasa,
Remo Contro, Pino Silvestre, Otto Mila, Santo Nore', Mario Netta, Ada Dini,
Senta Questa, Pio Tutto). "Beh, poi si va a giocare a biliardino?" Risate
generali, fischi, pernacchi, ululati di sollievo per la mia solita figura da
peracottaro che scarica la tensione dalle spalle di Enrico e Stefano. Ingrati.
Non meritano neanche i biscotti (buoni) accompagnati da una parodia di vin santo
che concludono la cena. Pagheranno caro, pagheranno tutto. Paghiamo tutti,
30.000 esatte. Tutto sommato niente male. Ci tornero'. All'uscita, la gelida
serata fa vacillare i nostri propositi sportivi e ci si avvicina lemme lemme
alla casa natia, dietro l'angolo. Citofono al cuginetto e lo sorprendo in un
momento di debolezza: non e' abbastanza svelto da inventarsi una scusa, e in men
che non si dica, si ritrova cinque loschi figuri in casa. Incredibile dictu,
passa le serate a studiare il funzionamento del computer nuovo comprato al
figlio. Mi sa che 'sto computer fara' la fine dei trenini che venivano comprati
a noi per poi essere usati "dai grandi". Roberto ha i riflessi lenti, e ne
approfitto per offrire da bere agli ospiti stupefatti dal mio comportamento
aggressivo. Penseranno che sono un vero cafone. Non sanno quanto hanno ragione.
Burino sicuramente. Ma io sono nella casa che mi ha visto bambino, ed allora
avevo piu' diritti degli altri. Non ho mai rinunciato a quel privilegio. La
conversazione langue. Chiedo a Roberto se ha visto la seconda cometa. Il cugino
casca dalle nuvole. "Ma come - faccio io - non hai visto la cometa con la coda
biforcuta?". "Coda biforcuta?". "Ma si' - faccio io, iniziando a disegnare una
cometa caudata - guarda - e continuo aggiungendo particolari, tra cui un nucleo
un po' decentrato, ed un paio di protuberanze simili a pinne - dovrebbe
assomigliare a questa roba". "Ammazza, sembra un pesce!". "Infatti, e' un pesce
d'aprile". Grasse risate dei presenti mentre Roberto appallottola il foglio col
disegno e me lo tira dietro. E' stato ignobile da parte mia approfittare della
stanchezza del cugino lavoratore la sera del primo aprile, ma stava per scoccare
la mezzanotte, e l'occasione era imperdibile. E poi cosi' mi rivendevo la
sanguinosa provocazione che mi aveva portato a giocherellare con gli Occhi di
Ghiaccio. Lo scherzo decreta la fine della serata. Si decide di andare, e sul
marciapiede ho un attimo di tensione: senza macchina, senza metro, senza rete,
come torno a casa? Si assiste ad una generosa corsa all'accompagnamento (Io
domani me devo arza' alle sei, me devo...Io sto' dall'artra parte de Roma...Io
sto' a ccorto de bbenza...) poi il povero Stefano viene costretto ad
accompagnarmi. E da questo momento in poi sono fatti nostri.
(Marco)
Ode ai giocatori
Per le celebrazioni del primo maggio, Majakowskij doveva comporre un inno ai lavoratori; come allenamento, compose il primo aprile questa ode.
Lampeggiano luci confuse
nella sera cittadina d'aprile.
Sopra alla tana del serpente d'acciaio
controvento si staglia
l'uomo in viola.
Una macchina devia dal suo percorso
s'avvicina, quasi lo travolge!
Ma e' uno scherzo:
compagni, amici!
Senza indugio
eccoli al tavolo
poveramente apparecchiato.
Mangiano i cibi dei padri, dei padri dei loro padri,
discutono gagliardamente
di donne, parole, stelle.
Oste!
Ancora vino! E il secondo? Poi!
Un altro amico e' gia' sulla strada.
Arriva, e' il quinto.
In cinque insieme
non sono larghi come le spalle del cameriere
ma le loro menti smuovono le montagne.
Risate, ricordi
di case natali e persone lontane
le lancette volano
e' gia' tempo di andare.
Si dividono,
spariscono nel buio
verso nuove acrobazie.
Ora io vi dico: crediamo in loro!
Forse
un giorno
inventeranno per noi, per tutti noi
qualcosa
che avra' lo splendore e la speranza
di una cometa.
Sulla stessa scia si era mosso secoli prima l'Ariosto che, probabilmente
per giustificare a corte qualche sua mattana, tentava di attribuire all'ironia
se non alla poesia un improbabile ruolo salvifico descrivendo sommariamente
una cena tra amici non del tutto normali.
Entrava aprile, marzo andava fuori
e presso il luogo al mondo ch'e' piu' santo
s'incontrarono quattro giocatori
che di lor verbi facean grande vanto.
Quello piu' anziano avea strani colori:
grigia la barba, viola era il suo manto,
veniva dal Trentin ma, fatto strano,
parlava quasi al modo di un romano.
Subito fur dinanzi a un ricco piatto
di mensa popolana si', ma opima,
e ognuno prese tosto al par di un matto
a declamar qualche sua buffa rima.
Or s'avanza un garzone enorme e ratto
per ordinare la pietanza prima:
si' come un quinto e' sceso in viaggio adesso
un breve rinvio e' chiesto, ed e' concesso.
Non sien bastanti fiumi di parole
ne' botti di splendente e nero inchiostro
per riferir quale terribil prole
generavan, piu' orrenda d'ogni mostro,
le lor cervici offese: come suole
squarciar la prua nemica il forte rostro,
cosi' in lor senno un invisibil tuono
breccia avea fatto senza alcun perdono.
Che li seguiamo a far?, direte voi;
sentite me, che di anni son si' vecchio:
in certa guisa, valgon piu' che eroi.
Del serio e trito han fatto un ferrovecchio,
senza nomar le loro amiche, poi.
E grati gli dobbiamo esser parecchio:
perche' non ci rimane ormai che il gioco
per dare un lume a questo mondo fioco.
Anima mia
(qui si descrive lo sbocciare di una tenera amicizia tra Andrea e Marco, iniziando chiaramente con ''Andava in giacca viola per la strada'')
Anima mia
vieni in trattoria
e' qui vicino, proprio dietro
quelle mura
Anima mia
nella stanza tua
c'e' tuo cugino come l'hai
lasciato tu...
(Duccio)