Il ritorno di Alzhibulo

 

Il ritorno di Alzhibulo



In quel tempo Alzhibulo era molto triste.
Aveva deciso di barattare il vecchio cocchio del colore della foglia di alloro con uno nuovo e splendente del colore dell'argento quale rifulge sull'egida che il sommo Zeus e la vergine Pallade portano in battaglia. E dello stesso argento che rifulge sul suo capo, sparso com'è sui crini pur ancor folti.
E più grande avea deciso che il nuovo cocchio fosse, acciocché i suoi veltri ne avessero comodo giaciglio ne' lunghi viaggi che dall'altro mare agli altri monti al sopravvenir dell'estate e dagli altri monti all'altro mare al giunger del brumoso autunno esse facevano.
E che più focosi cavalli avesse - il cocchio - così che più veloce fosse il cammino e più rapido il giungere alla meta, scavalcando a galoppo sfrenato sulle tortuose strade che da' monti al mare menano, e viceversa, le torme smarrite e lento pede avanzanti de' longobardi e altri barbari i quali, nei giorni sesto e settimo dei quattro periodi in cui ogni dodicesima parte dell'anno si suole dividere, calano dalle loro fredde e opache terre verso i colli ridenti e le coste benedette dal tepore del sole di quella plaga che Liguria si noma.
E nel sorpassare le lunghe carovane di codesti barbari che procedono gli occhi socchiusi a difendersi dalla luce cui son sì poco avvezzi, sporgere egli potesse la mano sinistra fuor dal cocchio, chiusa a pugno meno il dito mediano, quello anzi ben ritto ad indicare in qual luogo essi barbari possano trovare sollazzo.
E già grande era stato il disappunto quando il mercante di cocchi pretese, oltre al vecchio cocchio, che Alzhibulo gli consegnasse a compendio un sacchetto ben gonfio di dracme, ch'egli aveva faticosamente accumulate negli anni, sparagnando sul vitto suo e della consorte.
"Mostrare dracme, vedere cocchio!" aveva biascicato quel levantino (era infatti nativo della Riviera di Levante) del mercante, irremovibile e sprezzante della veneranda canizie di Alzhibulo.
E finalmente padrone del fulgido cocchio, Alzhibulo avea proceduto a smontare amorevolmente l'altare dedicato al dio Pentium che sempre lo accompagnava nei suoi viaggi dall'una all'altra dimora. E cautamente avea fasciato ogni parte dell'altare stesso, così che facile e rapido gli fosse il ricomporlo, una volta giunto a destino, e subito potesse levare le sue preghiere al dio e, per le misteriose vie dell'etere che Pentium governava, tornare a comunicare con gli amici suoi diletti - tutti figli e figlie del dio Golem - con cui da tempo si abbandonava a ludi non già del corpo ma dell'intelletto, ludi del tipo "Un, due, tre: gallina!" oppure "Ho conosciuto un tale - un tipo straordinario - si chiamava Ospedale - e faceva il Primario" o infine "Nano nano, la tua mano, sembra un refolo, sopra il brufolo".


Il viaggio verso il mare fu lungo e non privo di imprevisti, che al paragone quella discesa che Anabasi volle chiamar il Senofon capo de' greci mercenari in terra d'Anatolia fu piacevole gita fuori porta. Infatti le strade che Alzhibulo doveva percorrere per giungere alla marina magione erano da sempre infestate da una particolare specie di viaggiatori tristementi famosi per la maniera dissennata con cui guidavano i loro mezzi, che conducevano ad infima velocità in quei tratti di strada che si attorcevano come serpi e che poi lanciavano, non appena le spire vorticose si appianavano in tratti diritti, a folle velocità.

Erano i famigerati "cocchieri della domenica", esseri capaci di trattenere per lunga pezza i loro cavalli sbuffanti umor acqueo dalle narici (per cui venivano chiamati anche "cavalli a vapore") costringendo il cocchio di Alzhibulo a marciare con il freno perennemente pigiato, per poi scatenarli anche a 60 cubiti all'ora, velocità tale da impedire qualsiasi sopravanzamento in tempo utile.

Ma i più infidi di tutti sono quei che guidano certi piccoli cocchi a tre sole ruote, che vengono chiamati - credo per il rumore ronzante che producono nel loro andare - "apecocchi". E i conducenti di codesti "apecocchi" si distinguono anche nel vestire, ché indossano infatti - rigido o clemente che sia il tempo - una sorta di pallio, privo di maniche e che lascia le spalle scoperte, che essi chiamano "kanottas" e sul capo inalberano uno stavagante elmo di paglia intrecciata, sovente bordato, là dove la cupola si alza dalla breve tesa, un nastro colorato.

Tali piccoli cocchi muovono assai lentamente, ma sempre e rigorosamente al centro della via, sì da impedire in ogni maniera che gli altrui cocchi li superino. E a nulla valgono i suoni di corno degli altri conducenti e le veementi imprecazioni che agli apecocchieri vengon rivolte, quali "brutto figlio di etéra", "a la sorella tua", "gli avi tuoi defunti" e così via imprecando.

Ma finalmente, Hermes propizio, Alzhibulo giunse alla sua casa che sul mare si sporge e si affrettò a scaricar dal cocchio sia i due neri veltri - che mugolando a lungo per gli ultimi trenta kilocubiti del viaggio davan segno d'aver la vescica gonfia dell'umor dei reni oltre ogni sopportabile limite - sia l'altarino informatico.

Gridando, come uno cui Pallade Atena abbia offuscato il ben dell'intelletto. "Thalassa, thalassa!" Alzhibulo incominciò, carico come un mulo di Tessaglia degli involucri ove ben avea riposto i vari pezzi dell'altare sacro a Pentium, a salire i quarantacinque scalini intagliati nella roccia che sino alla magione sua si inerpicano, e ad ogni pochi gradini che scalava levava agli dei parole di grazie.

"Per aspera ad astra" disse dopo i primi dieci.

"De profundis...": e quindici.

"E quanto è dura calle lo scendere e'l salir per l'altrui scale (che c'entrava come il cavolo a merenda, giacché qui le scale eran le sue, ma la fatica cominciava a logorargli le sinapsi): e venti.

"Da me da solo, solo e famelico, per l'erta mossi, rompendo ai triboli il piede e la mano...": e venticinque.

"Scalinatella longa longa longa longa, strettulella strettulella" : e trenta.

"Un piccolo passo per l'uomo, ma un grande balzo per l'umanità" (o qualche cosa del genere, le sinapsi erano ormai stremate e squittivano e gemevano): e trentacinque.

"La vita è fatta a scale, che le scende e chi le sale": e quaranta

"Ma porca puttana Ilio, perché cazzo non mi decido a comperarmi un altare portatile...": e quarantacinque!

Il ligneo portone della oiké (casa, in greco o giù di lì; a Partenope dicono ohine') si profilò davanti al suo sguardo. Mollò a terra gli involti dell'altarino. Prese fiato. Riprese fiato, che la prima volta gli era riuscito solo un verso strozzato e agonico.

Prese lo stilo che, acconciamente sagomato, permetteva di sciogliere il mekanòs enigmatico senza il quale non solo la porta della oiké non si apriva, ma un infernale marchingegno inventato da Erone di Alessandria si metteva a ululare come fan le anime dannate dell'Ade tormentate dalle Erinni, dalle Arpie e da Kossigas.

"Introibo..." disse solennemente.

Inserì lo stilo, lo estrasse, colse con la coda dell'occhio che la piccola fiammella rossa continuava ad ardere nella penombra. Ma già aveva socchiuso la lignea porta e - quasi travolgendolo - i due neri veltri, spalancato l'uscio, si precipitarono scodando festosi nell'atrio.

Alzhibulo capì in quel momento che la fiammella rossa che ardeva nella penombra come l'occhio maligno di un dio irato stava a significare che l'infernale marchingegno non si era disattivato. Gemette.

Bip. Bip. Bip.

Uaaaaaaaaaaaaahhhhhhhhbiboooobibooooooobiboooooooouaaaaaaaaaahhhhhhhhhhbibooooooooh....

"Bentornati, come va?" disse la vicina di casa affacciandosi all'uscio accanto. "Serve qualche cosa?"

(segue)

 

(Alberto)


Torna alla pagina di mo'leG