Salomè danzava.
L'aureola scintillante dei suoi capelli neri pareva - ad ogni movimento del
capo - di volta in volta criniera di leone nubiano, groviglio di serpenti,
fili di pioggia nel vento.
Salomè danzava.
I suoi agili piedi, le sue snelle gambe di gazzella battevano, sul folto
tappeto tessuto con i colori morbidi ed accesi del deserto, convulsi ritmi
di tamburi di guerra, ipnotici rullii di tam tam delle lontane foreste del
Sudan.
Salomè danzava e la sua danza era insieme un inno alla vita ed alla morte.
I suonatori guardavano incantati, seguendo con gli occhi - attenti a che le
dita non perdessero il filo delle note maliose e selvagge che si
rincorrevano e si accavallavano a tessere una melodia sensuale e crudele -
il suo corpo imperlato di sudore che i veli, ad uno ad uno lasciati
morbidamente cadere o strappati, lacerati dalle piccole e forti mani della
danzatrice, scoprivano e ricoprivano in un gioco di lancinante incertezza.
Erano i suoi giovani seni, morbidi e pieni, o una voluta di seta color
bronzo? Era il folto triangolo del pube, o l'ombra di un velo blu notte?
Salomè danzava, ebbra, la sua danza di vita e di morte.
Erode la guardava, le mani strette ad artigliare i braccioli del trono
dorato, gli occhi accesi, attenti a non perdere un solo movimento di quel
corpo bellissimo e sfuggente, di quei muscoli di seta che guizzavano sotto i
veli sempre più radi; il respiro ora affannoso, ora trattenuto, gli faceva
alzare ed abbassare il petto al ritmo dei flauti e dei cembali da cui i
suonatori traevano sonorità parossistiche che echeggiavano il vorticare dei
suoi pensieri.
L'ultimo velo cadde, la musica cessò di colpo, quasi sconfitta dall'
insostenibile splendore di quel corpo madido, di quel viso trasfigurato di
Menade bambina.
Ansante, scarmigliata, accesa dal fuoco della danza e della passione, Salomè
cadde a terra esausta, vinta e vittoriosa ad un tempo. Fu un attimo, poi si
rialzò e si mostrò tutta intera - nuda - impudica e timida ad un tempo - al
fuoco degli occhi di Erode.
Erode la guardò e la seguì con lo sguardo - mentre Salomè a passi lievi
correva via dal salone ora spento e buio nonostante gli ori e le mille
fiaccole accese - imprimendosi negli occhi l'eburneo splendore delle sue
giovani natiche sode, perfette.
Lo prese, a mano a mano che l'eccitazione si placava e si avvicinava il
tempo della decisione, una strana malinconia, un turbamento sottile e
crescente, una tristezza sfuggente ed indefinita.
Si trovò a pensare a Salomè già vecchia; vide i suoi seni orgogliosi
piegarsi come frutti troppo maturi, vide il suo ventre raggrinzirsi,
segnato da troppi amori, le sue gambe di gazzella appesantite e lente. Una
vecchia, sarebbe diventata anche lei una vecchia, come Erodiade, una
vecchia! e a nulla sarebbero serviti i belletti e i bistri delle ancelle
più abili e devote.
Si scosse, come risvegliandosi da un sogno. Si alzò dal trono, congedò con
un cenno della mano i suonatori. Rimase solo, camminò sul tappeto che ancora
sembrava vibrare della danza di Salomè, scese le scale sempre più strette e
buie che portavano alle segrete dove languiva il Battista, la vittima
designata, condannata dall'orgoglio di Salomè e dalla gelosia di Erodiade:
Giovanni Battista, colui che annunciava la via di quel Dio che Erode odiava
e temeva, pur non conoscendolo.
Si avvicinò alla cella e si sentì trapassato dallo sguardo penetrante del
prigioniero, da quegli occhi di una lucentezza insostenibile, incastonati
nel viso - scavato da mesi di carcere - come gemme dal cupo bagliore di
fuoco.
Si fece consegnare - con un gesto imperioso della mano - la chiave che il
soldato di guardia teneva alla cintura, con un cenno lo allontanò.
Ora erano soli, lui e Giovanni Battista: entrambi, per motivi tanto
diversi, duellanti per Salomè.
Erode sorrise, fissando quel volto fiero e risoluto, illuminato da una luce
interiore che sembrava rischiarare tutta la cella.
Gli passò ancora dinanzi agli occhi l'immagine insopportabile di Salomè
vecchia e sfiorita: aprì la cella, si avvicinò al prigioniero che lo fissava
immobile e con voce stanca, cantilenante, arrochita dall'emozione, gli
sussurrò:
"O Bacicin vattene a ca', ta muè a t'aspéta...."
(Alberto)
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