Questo è il resoconto ufficiale dell'incontro
svoltosi a Roma martedì sera fra me (Andrea), Duccio e Marco;
da me compilato ed inviato a Claudia con preghiera di attenta
lettura e di inoltro alla pregevolissima sig.ra, nonché prof.ssa
Cecilia. Io in persona ho assistito ai fatti che vi narro e vi attesto che essi
sono veri.
Al momento di prendere l'appuntamento Marco (che non
si smentisce mai) ha avuto un'intuizione geniale, si è reso conto
che ci saremmo dovuti riconoscere, visto che non ci eravamo mai visti prima.
Ci siamo descritti a vicenda - descrizioni stranamente assimilabili, anche
se ci siamo scoperti diversissimi - ma lui ha aggiunto un tocco
geniale : la giacca a vento viola, unico in Europa a possederla. Al momento
di incontrarci non c'è stata alcuna possibilità di errore,
anche perché Marco era l'unica persona presente nel raggio di alcune centinaia di chilometri
- altro particolare da considerare, darsi appuntamento in luoghi
deserti, per evitare di avvicinarsi a ogni passante, compresi gli
extra-comunitari, e chiedere : "Scusa, sei tu...?". In ogni caso
Marco svettava dal suo metro-e-ottanta sulla solitudine della metro di Ottaviano
ed io, come primo amichevole approccio, ho cercato di metterlo sotto
con la macchina, sicuro della sua identità per i motivi su esposti.
La serata era fredda in modo non sospetto, eppure Marco si è lamentato
del freddo a suo dire siberiano, lui proveniente dal profondo nord dove risiede
da tempo. La cosa ha fatto una pessima impressione sia a me che a
Duccio (libertà poetica, non so cosa abbia pensato il Duccio, da qui
in avanti non lo ripeterò più, tutte le attribuzioni di
sentimento hanno il solo fine letterario di movimentare la narrazione - possibilmente
in modo perfido - ma sono da attribuire unicamente alla mia responsabilità).
Molte altre cose maravigliose sono successe quella sera, perfino un disconoscimento
finale, ma anche una nuova cometa in cielo, una graduatoria
fra gli esseri viventi (due sole classi, ciascuna di una sola persona, e il
resto dell'umanità fuori) un cugino ospitale custode del sacro speco che
vide Marco venire alla luce ed altro ancora. Però io adesso vado a farmi il caffè e
a trascorrere il resto della giornata in spirito francescano (serena letizia). Voi,
se vi ho incuriosito, aspettate; d'altronde non mi sembra che
abbiate altra scelta. Se la mia prosa non vi è piaciuta troppo vi prego
di farmelo sapere (troppe digressioni? narrazione che procede lenta e
a fatica?). La prossima puntata sarà, in ogni caso, diversa.
Andiamo avanti in ordine sparso. Se batto i tasti più
lentamente è perché mi sono chiuso l'indice in un pesante cassetto-raccoglitore,
in ufficio: esigo perciò la massima partecipazione al mio
dolore, per andare avanti. Così va bene.
Dunque eravamo lì seduti, in quattro, perché
un quinto doveva arrivare. Al quinto era stato dato il numero del mio telefonino,
perché potesse chiamare e informarsi della nostra collocazione nello
spazio (quella nel tempo, nota, gliela avevamo già confidata). Egli
(lo chiameremo Filippo, ma al momento non ci giurerei), confidando oltre ogni
merito nella natura umana, aveva già chiamato sul mio cellulare verso
le 19,30, sia per provare se il numero era buono (conoscendolo, forse
non si fidava troppo di Marco) sia per sapere dove avrebbe potuto trovarci
dopo le 21,00, ora in cui sarebbe stato libero da impegni (non abbiamo
potuto appurare se sentimentali o accademici - propenderei per la seconda).
Ma di questo e del secondo, nonché di mille altre
avventure, parleremo un'altra volta, ché Juve-Ajax incombe, e io,
da spettatore neutralmente tifoso della Juve, me la voglio godere.
Eravamo fra il primo e il secondo, senza speranza di
riceverlo perché non lo avevamo ordinato in attesa di Filippo, quando il
telefonino squillò: ci precipitammo a rispondere, compresi gli addetti al nostro
benessere, che si stavano innervosendo per la nostra inerzia. Era lui,
Filippo, che ci annunciava che di lì a poco sarebbe giunto (poco
si fa per dire, perché si trovava quasi dall'altra parte della città).
Come trascorse quella lunghissima mezzora, ora non saprei dire, fra la nostra
attesa e Frankestein/Superman che ci guardava nervoso, e di tanto
in tanto ci chiedeva se volevamo ordinare il secondo.
(Andrea)
Marco aveva invitato due suoi amici, uno dei quali ci ha raggiunto
là, mentre l'altro - preventivamente dotato del mio numero di telefonino
- ci avrebbe rintracciato in seguito. Infatti la meta della serata
non era stata decisa in anticipo, sia per lasciare il destino libero di giocare
le sue carte - e vedrete che splendida partita ha giocato - sia per
alcune incertezze logistiche che ci avevano avvolto nelle loro spire imprevedibili
come fogli di carta sbattuti dal vento (bella metafora, vero?).
Fermi alla stazione della metro ci siamo orientati verso un posto
poco lontano, una tipica trattoria romana (Ostaria dell'Angelo, cucina
tipica, cena a prezzo fisso L. 30.000 da almeno tre anni a questa parte -
piatti romani, magari un po' pesanti, ma buoni).
Dopo una lunga, ma priva
di particolari emozioni, ricerca del parcheggio, risoltasi (il caso
già giocava le sue prime carte) con un posto al limite del Codice (Penale
di guerra - ovviamente - pena di morte prevista per il reato specifico
mediante fucilazione alle spalle) ma esattamente di fronte al
locale, ci siamo seduti al tavolo, e con noi era seduto il fato, e stavamo
per scoprirlo lentamente, come si guardano le carte a poker (avrei
una lunga digressione su questo, ma sorvolo). Marco, infatti, ci ha spiegato,
nella nostra sopresa e incredulità, ma senza smettere di mangiare
gli antipasti, che lui, pur avendo girato l'Italia, se non il mondo - aveva
abitato in varie parti del Lazio, a Palermo e adesso a *** - era tuttavia
nativo di Roma, ed aveva emesso i suoi primi vagiti, consonantici suppongo,
e vissuto i primissimi anni della sua vita dove se non in quello
stesso isolato dove io e Duccio, strumenti inerti nelle mani della sorte,
lo avevamo condotto a mangiare? Il portone della sua casa natia era pochi
metri girato l'angolo del palazzo. Roba da non credersi, abbiamo
pensato noi, troppo inclini al razionalismo, mentre ordinavamo il primo.
Benedetto ragazzo! Ma non sapeva che il destino voleva giocare
le sue carte, e si serviva dell'accidia dello scrivente e di Duccio nel
decidere qualsiasi cosa men che banale? Seduti al tavolo apparecchiato, e con rustici antipasti
(piccoli fagioli, salamini e pesce finto - non chiedetemi perché
non so cos'è, salvo che ci sono patate passate e maionese e non so cosa altro e
viene di solito sagomato a forma di pesce, ma quella sera lì
era in ordine sparso) affrontiamo un enorme dilemma con evidenti risvolti
esistenziali: mangiare o aspettare? E' la metafora stessa della vita, se ci
pensate, è l'eterno dilemma fra l'egoismo e la solidarietà, la destra
e la sinistra, Paperino e Topolino, Tex Willer e Diabolik, i Beatles e i Rolling
Stones, il diavolo e l'acquasantiera, la Nutella e la marmellata,
il gelato e il cornetto, Striscia la notizia e Blob, Socrate e Platone,
Kant e Spinoza,Freud e Jung (CLaudia non fare la faccia storta
e non mi rispondere su questo terreno, perché di filosofia
e affini non ne so niente, ho citato solo quelli che stavano foneticamente
bene insieme), Veltroni e D'Alema, Benigni e Grillo, Fede e Fede, chi
più ne ha e chi più ne metta - metta là il piatto che non abbiamo
ancora finito, grazie.
L'amico di Marco, diciamo Enrico ma chissà, ha
ancora fame e vuole fare la scarpetta - come noi d'altronde, ma in più ha
il fegato di contraddire il cameriere, un giovane che definire aitante è
poco, e dire che è normale è fare un torto alla realtà. Date queste premesse,
potete dubitare sulla nostra scelta? Subito il primo, e per il secondo magari
aspettiamo Filippo, che chissà quando arriva, e se non si
sbriga a telfonare si scaricano anche le batterie del telefonino, anche loro
hanno diritto a riposare, ma questo non lo sa nessuno.
Il primo: due tonnarelli cacio e pepe (quorum ego -
anche io, ma fatemi sapere se capite il latino, ché citare a sproposito
mi piace, e allunga il brodo), una matriciana e uno gnocco (sto inventando
spudoratamente, ma fate finta di crederci, se incontrate Duccio chiedetegli:
come era la matriciana?).
Silenzio.
Risucchio.
Rumore di stoviglie.
Scarpetta.
Superman mascherato da Frankestein ritira i piatti - nessuno lo contraddice.
Ci siamo tutti affrettati.
Lo ordinate adesso il secondo?
No, aspettiamo.
Chiacchiere.
Si parla del più e del meno.
Marco ci racconta della sua visita a Venezia, suscitando
in noi mal repressi sentimenti di invidia, ma ci consoliamo appena
scopriamo che da casa di Claudia, fra una cupola di S.Marco e l'altra,
non si vede il mare. Siamo tutti concordi nel dire che in un posto da cui
non si vede il mare non vorremmo vivere neanche se ci pagassero. Marco è
brillante e lega la conversazione in modo ammirabile, si parla di ragazze
- il solito professore che vorrebbe concupire le studentesse, ma
ingegneria, si sa, non è mai troppo generosa, figuriamoci a ***.
In realtà io conosco due ragazze laureate in ingegneria, ed una ha i baffi, come
da regolamento, ma l'altra, a suo tempo, era molto appetibile. Si parla
di calcio (dopo le ragazze, di cosa volete che parlassero quattro maschi
italiani in salute?), ma la discussione finisce subito: Marco si
dichiara laziale (Duccio vorrebbe subito andare a sedere ad un altro
tavolo, anche col fratello scemo di Superman) e subito si lancia in un
azzardato accostamento fra i colori del NAPOLI (standing interior
ovation) e quelli della Lazio. A fronte di tanta profanazione Andrea proclama
la sua volontà di cambiare commensali - tutti, perché oramai
anche gli altri sono stati contaminati da cotanto affronto. Le cose si appianano,
perché Duccio tutto sommato confessa che buona parte del suo cuore batte
per l'Ascoli e Marco, per placare Andrea, gli racconta che il Minneapolis,
con gli stessi colori, vinse lo scudetto, non so in che sport, nello
stesso anno del Napoli, e le due città furono in festa contemporaneamente.
Andrea, diplomaticamente, sorride, mentre dentro di sè
medita un bombardamento termonucleare su Minneapolis il giorno di Pasqua. Enrico
parte in una dotta disquisizione sull'origine del nome Minneapolis,
e Marco lo segue a ruota, e l'attenzione si sposta. Il terzo argomento
obbligato - la politica - non viene affrontato, se non di striscio.
- Ordinate adesso?
- No aspettiamo il nostro amico
....
- ORDINATE adesso?
- No, magari aspettiamo altri cinque minuti
....
- ORDINATE ADESSO??
- no, ancora, magari, un minuto, se non disturbiamo troppo
....
-
- Potremmo ordinare il secondo?
In quello stesso momento, ve lo ricordate che con noi
sedeva il destino?, la porta si aprì, e insieme ad una folata di
freddo (CHIUDETE 'A PORTA!!!!) entrò Filippo.
Ordinato il suo primo e i nostri secondi, esaurite le
presentazioni, si trattava di riavviare la discussione. Andrea allora
chiese ad Enrico:
- Insegnate matematica all'Università, tu e Filippo?
risposta di Enrico:
- Io 1, lui 2.
Tutti i presenti interpretarono la risposta come una
profonda classificazione dell'umanità, che poneva al vertice
i professori di matematica alla facoltà di matematica, e il resto
dell'umanità in una non meglio precisata ulteriore classe, indegna perfino di
essere identificata con un numero (ma nella mente di Andrea e Duccio era
ben chiaro il concetto che, seppure inter pares, i professori di matematica
godevano comunque di un trattamento di favore, il che poneva
comunque Marco in una posizione privilegiata). Enrico si guardò intorno
nel profondo silenzio che era calato sull'assemblea (proprio mentre nel locale
entrava Massimiliano Pani, ma era solo un'ulteriore coincidenza
prodotta dal passaggio della cometa) e a mo' di spiegazione
disse:
- Io insegno a Roma 1 e Filippo a Roma 2.
Risata finto-liberatoria di tutti,
ma nessuno ci ha creduto sul serio. Io credo profondamente alla tesi
di un complotto dei professori di matematica per dominare il mondo, ci sono
molti alieni fra di loro fra l'altro...
Dei secondi non vale la pena di parlare, se non per
dire che la discussione si accentrò intorno alle puntarelle,
tipico contorno della cucina romana, molto gradito ai presenti, tranne che
ad Andrea. A quel punto Enrico ha convinto Filippo che nel cielo di Roma
era apparsa una seconda cometa dal tipico profilo a forma di...pesce
d'aprile. Filippo, persona di spirito, ha incassato con non-chalance.
L'ultima cosa che vale la pena di ricordare della cena,
mentre mangiavamo i tozzetti accompagnati da un vino purtroppo non santo,
è stata una dichiarazione a favore del calcio balilla (altrimenti
detto biliardino), soprattutto da parte di Duccio e Marco, disposti perfino
a passare il resto della serata in un locale opportunamente attrezzato
per questo gioco.
Per le celebrazioni del primo maggio, Majakowskij doveva comporre un inno ai lavoratori; come allenamento, compose il primo aprile questa
Lampeggiano luci confuse
nella sera cittadina d'aprile.
Sopra alla tana del serpente d'acciaio
controvento si staglia
l'uomo in viola.
Una macchina devia dal suo percorso
s'avvicina, quasi lo travolge!
Ma è uno scherzo:
compagni, amici!
Senza indugio
eccoli al tavolo
poveramente apparecchiato.
Mangiano i cibi dei padri, dei padri dei loro padri,
discutono gagliardamente
di donne, parole, stelle.
Oste!
Ancora vino! E il secondo? Poi!
Un altro amico è già sulla strada.
Arriva, è il quinto.
In cinque insieme
non sono larghi come le spalle del cameriere
ma le loro menti smuovono le montagne.
Risate, ricordi
di case natali e persone lontane
le lancette volano
è già tempo di andare.
Si dividono,
spariscono nel buio
verso nuove acrobazie.
Ora io vi dico: crediamo in loro!
Forse
un giorno
inventeranno per noi, per tutti noi
qualcosa
che avrà lo splendore e la speranza
di una cometa.
Sulla stessa scia si era mosso secoli prima l'Ariosto che, probabilmente per giustificare a corte qualche sua mattana, tentava di attribuire all'ironia se non alla poesia un improbabile ruolo salvifico descrivendo sommariamente una cena tra amici non del tutto normali.
Entrava aprile, marzo andava fuori
e presso il luogo al mondo ch'è più santo
s'incontrarono quattro giocatori
che di lor verbi facean grande vanto.
Quello più anziano avea strani colori:
grigia la barba, viola era il suo manto,
veniva dal Trentin ma, fatto strano,
parlava quasi al modo di un romano.
Subito fur dinanzi a un ricco piatto
di mensa popolana sì, ma opima,
e ognuno prese tosto al par di un matto
a declamar qualche sua buffa rima.
Or s'avanza un garzone enorme e ratto
per ordinare la pietanza prima:
sì come un quinto è sceso in viaggio adesso
un breve rinvio è chiesto, ed è concesso.
Non sien bastanti fiumi di parole
né botti di splendente e nero inchiostro
per riferir quale terribil prole
generavan, più orrenda d'ogni mostro,
le lor cervici offese: come suole
squarciar la prua nemica il forte rostro,
così in lor senno un invisibil tuono
breccia avea fatto senza alcun perdono.
Che li seguiamo a far?, direte voi;
sentite me, che di anni son sì vecchio:
in certa guisa, valgon più che eroi.
Del serio e trito han fatto un ferrovecchio,
senza nomar le loro amiche, poi.
E grati gli dobbiamo esser parecchio:
perché non ci rimane ormai che il gioco
per dare un lume a questo mondo fioco.
E via dicendo; tra non molto vi aspettano un Gadda, col professor ***** "ubiquo ai corsi, onnipresente ai teoremi misteriosi", e un'Anima mia che descrive lo sbocciare di una tenera amicizia tra Andrea e Marco - rit.:"Anima mia - vieni in trattoria - è qui vicino, proprio dietro quelle mura - Anima mia - nella stanza tua - c'è tuo cugino come l'hai lasciato tu", iniziando chiaramente con "Andava in giacca viola per la strada"...
(Duccio)
Era una notte buia e tempestosa. Gelide raffiche di
vento spazzavano un angolo di Roma, proprio la' dove il nostro eroe attendeva
stoicamente. Le rampe della metro espellevano metodicamente stanchi
pendolari, scannerizzati sistematicamente dall'occhio attento dell'uomo.
Infagottato in una vistosa giacca a vento viola, egli tentava di
addolcire la noia dell'attesa lanciando occhiate sempre piu' annoiate
alle vetrine illuminate. La cometa si era nascosta dietro un palazzo,
e non dava segno di voler emergere.
Penso' ad una canzone di Jannacci. La luna e' una lampadina. E le stelle sono limoni che galleggiano nell'acqua.
E la cometa? Una banana infilata in un pompelmo. O peggio.
L'aveva ammirata anche troppo nei giorni precedenti. Curioso, non riuscire
ad osservarla in montagna, dove l'aria e' piu' pulita, e riuscire finalmente
a vederla a Roma, alla faccia dello smog e dell'inquinamento luminoso.
Inquinamento che a quell'angolo raggiungeva livelli fastidosi. Troppi
neon, troppi lampioni, troppi fari. E lui doveva guardarle, le macchine,
se voleva sperare di identificare quella giusta. Una Tipo verde
petrolio. Ma il petrolio, poi, e' verde? Ricordo' tragici resoconti
di maree nere che spegnevano la vita dovunque arrivavano. Si consolo'
pensando che di notte tutte le Tipo sono nere.
Spero' di essere abbastanza
visibile da poter essere riconosciuto per primo. Dopo circa mezz'ora di
attesa vide una macchina che dopo aver affrontato lentamente l'incrocio,
punto' decisamente su di lui. Finalmente, si disse, mentre
schivava l'auto con un perfetto salto mortale. Raccolti i pezzi, saluto' il
primo degli occupanti dell'auto, che appariva preoccupato di veder finire
la serata ancor prima che iniziasse. Duccio: uno di quei volti che, visti
una volta, si dimenticano subito. Visti due volte, anche. Una faccia
da agente segreto. La voce, invece, era di quelle che rimangono. Lenta,
studiata, con leggero e gradevolissimo accento romano. Una voce da pensatore
(una voce da seduttore). Da persona che osserva la realta', la mastica,
la digerisce e la risputa opportunamente elaborata. Non c'era da stupirsi
che fosse cosi' bravo con i giochi di parole.
Guardo' l'altro, il guidatore. Rimase momentaneamente abbagliato dal riflesso di un lampione.
Ma si', occhiali di metallo, barba, Tipo verde petrolio, c'era tutto.
Una presenza rassicurante. Quasi subito arrivo' una seconda macchina,
nera come la coscienza di Enrico. Da quella specie di bara a quattro
ruote spuntarono le gelide pupille del Marchiciano dagli Occhi di Ghiaccio.
La bocca di Enrico si contorse in un perfido ghigno e proferi' una
feroce provocazione. Con naturalezza l'uomo dalla giacca viola
afferro' gli Occhi di Ghiaccio, li estrasse dalle orbite ed inizio' a giocarci
a clic-clac. Il Ghiaccio faceva un bel rumore argentino, che contrastava
allegramente con la cupezza del luogo. Pochi secondi, ed un'espressione
vagamente minacciosa di Enrico indusse l'uomo in viola a mollare
nervi ottici e bulbi oculari. Come richiamati da un'invisibile molla,
gli Occhi di Ghiaccio tornarono agilmente al loro posto.
L'uomo in viola fu bruscamente riportato alla realta' da Ducciandrea, che propose senza
mezzi termini di aprire le ostilita' in una misteriosa osteria, nota
solo a lui e ad altri trentatre'. Solleticati dall'idea di affogare i loro
tormenti nei miasmi nei bassifondi romani, i due matemagici aderirono entusiasticamente
alla proposta. Tempo un quarto d'ora, avevano organizzato
i mezzi e dislocato le truppe in localita' segreta, giusto sotto casa di
suo zio. Reprimendo a stento un compiaciuto sghignazzo, si diresse con gli
altri verso un locale che avrebbe poi scoperto appartenere al genero del fratello
del marito della sorella di suo padre. Piccolo il mondo, penso'.
Per un attimo considero' l'idea di mordersi la lingua, per aver concepito
una tale banalita'. Poi si ripromise di punirsi piu' duramente,
ma in modo da non mettere in pericolo l'imminente cena. Entrarono in una
bettola al piano terra di un isolato parzialmente costruito da suo nonno
nel primo dopoguerra.
(L'inquadratura cambia, si sentono rumori d'ambiente, si avverte il passaggio al presente)
Carino, il locale. Soprattutto, non anonimo. Sedie e
tavoli stile vecchiaroma, muri tappezzati di ricordi di una vita
da rugbista. Due salette separate da un muro con uno squarcio rettangolare
da cui si intravede uno specchio, e tramite questo gli avventori
della seconda saletta. Dallo specchio, ci guardano con un pizzico
di sospetto. Si capisce che c'e' una differenza di qualita' tra le due
zone. La prima, stretta tra l'entrata e la cucina, la seconda al riparo
da spifferi e odori. Forse una volta il locale era una stalla, o un
garage. Gli avventori, strizzati tra tavolo e tavolo. Si sa, negli
armadi, sugli hard disk e al ristorante lo spazio non e' mai abbastanza.
Veniamo accolti da un gigantesco e muscoloso individuo che battezzo mentalmente
(pensando a voce molto bassa) come il "Guardia di Porta".
Chissa' se ci sara' concesso il privilegio di accomodarci nella saletta interna.
Il Guardia di Porta ci sistema sbrigativamente al tavolo piu' vicino all'entrata.
Nessuno si azzarda a discutere l'oculatissima scelta. Anzi, si
odono mormorii di assenso. Timide occhiate a scoprire un eventuale Mastro
di Chiavi. Il Boss per fortuna non si mostra ancora. Io sono compresso
tra l'entrata ed una rientranza del muro: non ho vie di fuga. Alla mia destra
Duccio, di fronte a me Andrea. Enrico di fronte a Duccio.
L'ultimo posto, a capotavola, e' per il Quinto Uomo.
Segue una breve trattativa sulle modalita' di attesa del Quinto Uomo. Dopo
una breve discussione, l'assemblea approva unanime la proposta del Guardia
di Porta: antipasti subito, ed il resto con calma. Gli antipasti arrivano
velocemente, ed assorbono immediatamente la nostra attenzione.
Minifagioli conditi a freddo e una specie di pate' un po' melmoso,
buonissimo spalmato sul pane. Salamini (rimembranze petroliniane). Vino
rosso, ovviamente, ma non all'altezza del resto, avventori compresi.
L'attesa si prolunga. Il Quinto Uomo fa sapere telepaticamente di essere a meta'
di una sorta di Camel Trophy urbano. Informato di questo, il Guardia di Porta decide di
portarci i primi. Approvato per acclamazione. Tonnarelli cacio e pepe.
All'altezza degli avventori. Si cercano punti di appoggio per avviare un
qualche tipo di conversazione (datemi un argomento d'appoggio, e vi
sollevero' il morale!). Come sempre, cerchiamo di sapere un po' piu' uno
dell'altro. Andrea dice di essere un dirigente delle S.A. (Societa'
Autostrade, dice lui. Buona copertura. Anche se e' inverosimile
che prendano dei ragazzini, laggiu'. Per educazione, fingiamo
tutti di credere che abbia piu' di vent'anni). Duccio e' evasivo, ovviamente.
Forse lavora in un'agenzia (Central Intelligence?). A tempo perso
si occupa d'altro, ma non e' chiaro di cosa. Quanto a me, tutti sanno, o credono
di sapere, che io lavoro all'Universita'.
La porta si apre gemendo per l'ennesima volta. L'ennesima raffica di brividi si arrampica in cordata
sulle schiene degli avventori. Ma stavolta uno strano silenzio si diffonde
nel locale. Un individuo alto, barbuto e segaligno si avvicina lentamente
al nostro tavolo. Due occhi profondi e ipnotici ci scrutano da
un volto ieratico. E' il Quinto Uomo: Stefano T.
Una fame mistica arde negli occhi di Stefano. Il Mastro
di Chiavi si avvicina timorosamente e suggerisce antipasti anche
per lui. Senza vederlo, Stefano acconsente con uno sguardo. La Forza
e' possente, in quest'Uomo. Gli antipasti arrivano all'istante. Mi giro
per ascoltare Duccio. Quando torno a guardare Stefano, gli antipasti
sono spariti. E' la volta dei tonnarelli. Ascolto Enrico che parla di Minneapolis.
Riguardo Stefano, e i tonnarelli non ci sono piu'. Duccio mi
parla degli ircocervi, che ha proposto come nuovo gioco per Golem. Faccio per
chiedere ad Andrea se anche lui ha proposto qualcosa, ma e' scomparso.
Un lampo verde petrolio negli occhi di Stefano mi agghiaccia per un
attimo senza fine, poi Andrea ricompare da sotto il tavolo. "Anche
voi lavorate all'universita'?" chiede innocentemente Andrea.
Enrico e' lapidario: "Io Uno, lui due".
Sulla tavola scende un costernato silenzio. Cosi' il
Professor Enrico Cacaminuzzoli ricorda all'umile ricercatore
Stefano T. il senso delle gerarchie? Accortosi dell'imbarazzo generale,
il Cacaminuzzoli tenta un disperato salvataggio in corner:
"Voglio dire che io lavoro a Roma 1...". Patetico. Sembra il cattivo
della Stangata quando la polizia fa irruzione nella finta bisca clandestina,
e lui tenta di salvare il salvabile in fretta e furia. Freud si rivolta
rumorosamente nella tomba. Ho pieta' del povero Enrico, e tento di
sviare l'attenzione dalla sua clamorosa topica, riportando il discorso sugli
ircocervi. "Si' - fa Duccio con nonchalance - anni fa ne trovai alcuni
in un articolo di Eco e ne buttai giu' a braccio due-trecento... (sguardo
obliquo a sondare le mie reazioni. Ordino ai duecentoventitre' muscoli che
popolano abusivamente la mia faccia di rimanere perfettamente
immobili. Reprimo nel sangue un tentativo di rivolta) ...e poi glieli
mandai".
"Devono essere stati pubblicati da qualche parte - guarda senza apparente
intenzione i compagni di tavolo - come si chiama....ma si', quella
raccolta di scherzi letterari...ah, 'Il secondo diario minimo', mi pare".
E poi, compiaciuto: "Pagina 296, nota a pie' di pagina, sesta riga
dal basso". Tentiamo di riprenderci dalle rivelazioni di Duccio. E cosi' ha
pubblicato un libro con Eco. Eco ha pubblicato un libro con lui. Disagio,
movimenti imbarazzati sulle sedie, colpi di tosse. Tre docenti
universitari pubblicamente umiliati in questo modo. Dobbiamo inventarci
qualcosa per recuperare. Tento di inventare due-trecento ircocervi
la' per la', ma mi viene in mente solo una dozzina di scemenze fuori tema
(Primo Piano, Salvo Errori, Fermo Posta, Marco Visita, Franco Bollo, Sisto
Cavolo, Anna Maccasa, Remo Contro, Pino Silvestre, Otto Mila, Santo
Nore', Mario Netta, Ada Dini, Senta Questa, Pio Tutto). "Beh, poi
si va a giocare a biliardino?" Risate generali, fischi, pernacchi,
ululati di sollievo per la mia solita figura da peracottaro che scarica la tensione
dalle spalle di Enrico e Stefano. Ingrati. Non meritano neanche i
biscotti (buoni) accompagnati da una parodia di vin santo che concludono
la cena. Pagheranno caro, pagheranno tutto. Paghiamo tutti, 30.000
esatte. Tutto sommato niente male. Ci tornero'.
All'uscita, la gelida serata fa vacillare i nostri propositi sportivi e ci si avvicina
lemme lemme alla casa natia, dietro l'angolo. Citofono al cuginetto e
lo sorprendo in un momento di debolezza: non e' abbastanza svelto da inventarsi
una scusa, e in men che non si dica, si ritrova cinque loschi figuri
in casa. Incredibile dictu, passa le serate a studiare il funzionamento
del computer nuovo comprato al figlio. Mi sa che 'sto computer
fara' la fine dei trenini che venivano comprati a noi per poi essere
usati "dai grandi". Roberto ha i riflessi lenti, e ne approfitto per offrire
da bere agli ospiti stupefatti dal mio comportamento aggressivo.
Penseranno che sono un vero cafone. Non sanno quanto hanno ragione. Burino
sicuramente. Ma io sono nella casa che mi ha visto bambino, ed allora avevo
piu' diritti degli altri. Non ho mai rinunciato a quel privilegio.
La conversazione langue. Chiedo a Roberto se ha visto la seconda cometa.
Il cugino casca dalle nuvole. "Ma come - faccio io - non hai visto
la cometa con la coda biforcuta?". "Coda biforcuta?". "Ma
si' - faccio io, iniziando a disegnare una cometa caudata - guarda - e continuo aggiungendo
particolari, tra cui un nucleo un po' decentrato, ed un paio di protuberanze
simili a pinne - dovrebbe assomigliare a questa roba". "Ammazza,
sembra un pesce!". "Infatti, e' un pesce d'aprile". Grasse risate
dei presenti mentre Roberto appallottola il foglio col disegno e me lo tira dietro.
E' stato ignobile da parte mia approfittare della stanchezza del cugino
lavoratore la sera del primo aprile, ma stava per scoccare la mezzanotte,
e l'occasione era imperdibile. E poi cosi' mi rivendevo la sanguinosa
provocazione che mi aveva portato a giocherellare con gli Occhi di Ghiaccio.
Lo scherzo decreta la fine della serata. Si decide di andare, e
sul marciapiede ho un attimo di tensione: senza macchina, senza metro, senza
rete, come torno a casa? Si assiste ad una generosa corsa all'accompagnamento
(Io domani me devo arza' alle sei, me devo...Io sto' dall'artra parte
de Roma...Io sto' a ccorto de bbenza...) poi il povero Stefano viene costretto
ad accompagnarmi. E da questo momento in poi sono fatti nostri.
(Marco)
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