In teoria il discorso era semplice: si andava a Firenze in treno e si
tornava con la macchina. Il
treno era un normale Intercity, ma la macchina
era una UNO bianca che
Daniela, una collega della prima ora, aveva
comprato di seconda mano fra
quelle del parco auto aziendale, vincendola
ad una sorta di lotteria alla
quale, scoperta tardiva, aveva partecipato
da sola.
(Andrea)
Il garage di
Firenze ci aveva assicurato che l'auto, seppure in stato non
perfetto,
sarebbe stata in grado di arrivare a Roma sui suoi copertoni,
dopo di che
sarebbe stato più prudente sottoporla ad un check up completo.
Daniela era
abbondantemente incinta, e mi aveva chiesto di accompagnarla
'non me la
sento di fare il viaggio da sola, sai che pizza, non c'è
neanche
l'autoradio' 'non partorirai in macchina, vero?' 'ma no, è solo
per avere
compagnia!'.
Cogliamo l'occasione di una trasferta a Firenze, la
mattina passiamo ad
avvertire il garage, ci assicurano che la macchina
sarà pronta per le due,
la terranno un po' col motore acceso per far
ricaricare la batteria, che è
un po' giù.
Alle due troviamo la
macchina col motore acceso, come promesso ('nessun
problema, basta che non
la spegnete per i primi chilometri, intanto si
ricarica la batteria, è
rimasta molto tempo ferma, ma state tranquilli, va
tutto bene' 'tutto ...?' 'si, tutto a posto, olio, acqua, ... ah si, la
spazzola del
tergicristallo è un po' consumata, ma se non piove non c'è
problema,
andate tranquilli' 'il tempo sembra bello, se piove ci fermiamo
a
cambiarla' tanto dovremo fermarci per forza a fare benzina, non è che
il
serbatoio sia proprio pieno 'si, ma non vi fermate subito, fate
ricaricare
la batteria').
Tanto tranquillo non vado, ma oramai ci sono, e parto.
Ma mi accorgo
subito che tranquillo devo andarci per forza, perché la UNO
non
prenderebbe i centodieci neanche nel deserto del Nevada, figuriamoci
in
autostrada, dove ogni tanto qualche leggera salita pure si trova.
Sapevo
che non avrei trovato una regina delle strade, però la sensazione è
proprio quella di essere su una versione aggiornata di Ronzinante.
L'aria
calda, quella si, va bene, ma talmente bene che è impossibile
spegnerla.
Si vede che la UNO è orgogliosa della sua aria calda, l'unica
cosa che
funzioni veramente a puntino, e la ostenta con orgoglio.
Rapidamente la
temperatura diventa tropicale, e ci tocca viaggiare con un
po' di
finestrino aperto (è marzo, non è che fuori ci sia gente in
costume).
Tuttavia un filino di sudore freddo mi scende giù per la
schiena, perché
la linea dell'orizzonte è scura, con una nuvolaglia nera
schierata a
battaglia che non promette niente di buono. E infatti al
centounesimo
chilometro (o si dice centoprimo, o centesimo primo, o
centoprimesimo?),
puntuale come la bolletta del telefonino, una sola
goccia, ma bella
grossa, e palesemente molto soddisfatta di sé, si
schianta, vistosa come
un rossetto sulle labbra di una suora, proprio al
centro del parabrezza.
La ignoriamo ostentatamente, ma subito una seconda
si sfrange all'altezza
dei miei occhi, e poi una terza, più sul lato di
Daniela.
'Comincia a piovere...' la voce di Daniela è un po' tesa,
anche se simula
indifferenza
'Già...' dico io; è impossibile far finta
di niente, altre gocce, rade ma
ben pasciute, ticchettano sul parabrezza,
attirando la nostra attenzione.
Il cielo sulla nostra testa è chiaro, ma
le nuvole che ormai si avvicinano
al galoppo promettono una tempesta che
metterebbe paura a Soldini.
'Magari il tergicristallo va decentemente'
ma sento che la mia voce è poco
convinta: ho una fiducia sconfinata nel
genere umano, ma credo che i
meccanici abbiano di gran lunga soppiantato i
pescatori, nella civiltà dei
consumi, come narratori di pura
fantasia.
Comunque ci provo, abbasso la leva del tergicristallo con un
colpo secco e
la spazzola, con un gemito, parte; il seguito è ancora più
raccapricciante, perché il braccio produce, al contatto col vetro, il
rumore di un unghia su una lavagna; credere che all'estremità del
braccetto ci sia ancora un velo di gommina è un atto di pura fede.
L'effetto sul vetro è nullo, anzi dannoso, perché mentre evita l'acqua, il
tergicristallo raccoglie la polvere, la impasta con la forza di venti
braccia e la rilascia con generosità prima di uscire dal campo visivo. Il
percorso allindrè peggiora ancora le cose. Sul vetro non resta neanche la
tipica impronta semicircolare, solo una indistinta pappetta di acqua e
polvere.
Le gocce smettono di cadere: come degli sgherri che abbiano
compiuto il
loro dovere, ci hanno lanciato l'avvertimento che non possiamo
permetterci
di non ascoltare. Tutto quello che succederà d'ora in poi, se
non ci
fermiamo ad imbarcare una spazzola degna di questo nome, sarà solo
colpa
nostra.
C'è un'area di servizio. Freccia a destra (mi sorprendo
a meravigliarmi
che funzioni).
Le cose in area di servizio vanno
fatte con ordine (scusatemi il
riferimento ma sono una specie di esperto
in materia) : prima il bagno,
poi il caffè e infine il pieno e la spazzola
per il tergicristallo. Il
parcheggio più vicino al bar è semideserto; per
essere del tutto precisi,
prima che arrivassimo noi era deserto del
tutto.
Tutto come programmato : toilette, caffè, salgo in macchina e
giro la
chiave. Non succede niente. Mi viene in mente quella canzone che
dice 'il
silenzio fa rumore'. Il rumore che c'è nella mia testa non
corrisponde al
silenzio che ho intorno.
Riprovo. Niente.
Anche il
vuoto pneumatico che mi circonda non corrisponde alle immagini
che mi
assalgono gli occhi. Vedo Daniela che partorisce in una UNO bianca
in un
parcheggio vuoto mentre intorno piove. Vedo la Società Autostrade
che mi
licenzia per la pessima pubblicità (e anche perché io faccio causa
ai suoi
meccanici che vendono in giro macchine prive di attributi
comunemente
ritenuti necessari, come la batteria carica e la spazzola del
tergicristallo).
Sento che mi sta prendendo il panico. Devo fare in
modo che Daniela non se
ne accorga. La guardo cercando di infondere
sicurezza nel mio sguardo e le
dico : 'Adesso che facciamo?' 'Mi sa che
dobbiamo spingere' 'Mi sa che IO
devo spingere, tu sei troppo gravemente
incinta'. Naturalmente la macchina
è posteggiata in modo tale che bisogna
spingerla innanzitutto a marcia
indietro su una leggera salita. Ho su uno
dei miei vestiti migliori. Mi
levo la giacca, mi rimbocco le maniche della
camicia alla quale sono più
affezionato e scendo dalla macchina, mentre
grossi, allegri goccioloni
cominciano a cadere.
Improvvisamente sento
le trombe dei cherubini che suonano, e vedo un
angelo. Il suono proviene
da un enorme Iveco 360 con rimorchio, e l'angelo
ha deciso di presentarsi
sotto le sembianze di un camionista tracagnotto.
Daniela è piantata di
fronte al camion che sta attraversando il
parcheggio, con le braccia
alzate. Dove ho già visto questa scena? Ci
sono: piazza Tien An Men. Però
il camionista dimostra più buon cuore dei
carristi cinesi perché ferma
il suo transatlantico e scende. Certo, per
essere un angelo poteva
presentarsi meglio, ma non sto lì a sottilizzare:
è bassetto, ha la pancia
che emerge da sotto un maglioncino troppo stretto
(ma credo che una taglia
giusta non esistesse comunque), e ha le braccia
corte. La barba non rasata
e un paio di baffi folti e spioventi mi fanno
pensare che possa essere
slavo o turco. C'è un suo compagno, di aspetto
più normale, che però non
sembra troppo entusiasta e fa solo finta di
venirci incontro. Il ciccione
grugnendo qualcosa di incomprensibile fa
mostra di capire cosa ci serve.
Spingiamo la macchina, prima indietro, po
avanti. L'apporto dell'uomo
dell'est è minimo ma fondamentale. Dopo pochi
metri lui ansima come una
locomotiva e io sono stravolto come Tardelli
alla finale dei Mondiali
dell'82. Per fortuna anche io, nel mio piccolo,
posso esultare, perché la
macchina, bontà sua, riparte. I camionisti si
allontanano più ingrugniti
che mai, mentre noi facciamo il pieno col
motore acceso, e il benzinaio ci
guarda con sospetto.
Compriamo la spazzola nuova. 'Olio e acqua sono a
posto? Diamo una
controllatina?', visto che abbiamo comprato una spazzola,
pagandola sei
volte il giusto, il pompista si sente autorizzato a provare
a sbolognarci
qualsiasi altra cosa. Se non ce ne andiamo ci proporrà di
cambiare i
filtri, e poi le candele, e poi di lasciare lì la macchina,
mentre lui dà
un'occhiata e cerca di capire cosa c'è che non va, e poi ...
'tutto a
posto, grazie' sento la voce di Daniela che risponde, molto secca
e con
una punta di sarcasmo.
Freccia a sinistra, siamo di nuovo in
autostrada.
E siccome abbiamo una spazzola nuova e non ce ne frega
niente, può piovere
quanto vuole. Infatti piove. In realtà sembrano molto
di più le prove del
diluvio universale che una vera e propria pioggia, ma
la spazzola va che è
un piacere. Accendo le luci, e a giudicare dal
cruscotto devono essere
così fioche da dare l'impressione di un monumento
funerario ambulante. La
spazzola comincia ad andare su e giù con uno
sforzo esistenziale che
Sartre al confronto era Dario Fo. In più il vetro
si sta appannando. Vi
avevo detto che c'era un problema col riscaldamento?
E' vero, però
dobbiamo in qualche modo aver urtato la sua suscettibilità,
perché adesso
si è spento e non funziona più del tutto.
Bene, si apre
il capitolo scelte strategiche: fra luci e tergicristallo
uno è da
considerare optional di lusso (come d'altronde succede sul
listino Fiat);
opto per il tergicristallo e spengo le luci. La spazzola si
rianima.
Parte seconda: il vetro si appanna, devo aprire il
finestrino. La pioggia
me ne è grata, e, convinta che le UNO siano il
posto ideale per una bella
festa in compagnia, le gocce si affollano sulla
mia spalla sinistra, che,
da parte sua, generosa, non ne lascia passare
neanche una senza
accoglierla benevolmente. Così mentre la spalla ovest è
umida e ventosa,
la spalla est offre un clima continentale (freddo e
asciutto), mentre i
poli, come si conviene, sono ghiacciati.
Appena la
pioggia rallenta un po', spengo il tergicristallo e accendo le
luci di
posizione, per rendere visibile la UNO che ha lo stesso colore
della
nuvola d'acqua grigiastra nella quale ci muoviamo. Appena mi rendo
conto
che sto guidando con la testa fuori dal finestrino per vedere un po'
meglio, riaccendo il tergicristallo, spengo le luci e ricomincio a
pregare. Alla fine decido di tenere accesi entrambi, e soffrire fino in
fondo la lenta agonia del puliscivetro (tergicristallo è una delle parole
con meno sinonimi sul vocabolario del mondo).
Vado talmente piano che
in salita una Cinquecento dantan (ma riverniciata
verde marcio) mi si
accosta fino a poter contare i capelli sulla mia nuca
(gli unici che mi
restano, peraltro) e poi schizza in corsia di sorpasso,
ruggente come solo
una Cinquecento può essere.
Il conducente sbraita verso di me
attingendo al mio albero genealogico.
Una BMW spunta dal futuro alle sue
spalle e gli illumina le parti intime
posteriori flashando con i fari. La
Cinquecento per un attimo fa la figura
del marzianino che scende dalla
scaletta su Incontri Ravvicinati. Il
guidatore della BMW è incazzato come
una biscia e mi passa mostrando un
vasto assortimento di dita. La
Cinquecento rientra in corsia di marcia
alla distanza di un brivido dal
mio parafango anteriore. Stavolta tocca a
me sbraitare, gli mostro il
pugno come ho visto fare a Mansell, inveisco
contro tutta la catena di
montaggio che ha assemblato quell'orrido
macinino, il carrozziere che ha
accettato di riverniciarla color vomito, e
flasho a mia volta con i fari.
Ovviamente la Cinquecento viene inghiottita
dal buio e la vergogna mi fa
inghiottire un ardito paragone fra la sua
trisavola e una lavatrice (una
delle più belle invettive che ricordi di
aver elaborato, ma l'ho
dimenticata, sorry).
Arriviamo a Roma senza che il meteo subisca
cambiamenti degni di essere
ricordati, il che fondamentalmente vuol dire
che non nevica, perché l'idea
che possa apparire una parvenza di sole non
è neanche all'ordine del
giorno sotto la voce varie ed
eventuali.
Visto che proveniamo da nord e abitiamo a sud, e visto che
sono circa le 8
di sera, decidiamo di correre il rischio di attraversare
la città, invece
di affrontare la certezza del blocco sul Raccordo
Anulare.
E' mercoledì.
Giorno di Coppa.
Gioca la Roma, in
trasferta.
Gioca la Lazio.
In casa.
Naturalmente dobbiamo
passare nelle immediate vicinanze dello stadio. Il
traffico si addensa.
In fondo alla Tangenziale qualcuno già parcheggia la
macchina. Siamo in
coda, all'entrata del tunnel che sbuca sulla Curva Nord
(covo dei laziali,
per i non romani). C'è gente a piedi, nel tunnel, e ci
sono macchine in
fila, addirittura qualche macchina posteggiata. Avanziamo
a singhiozzo che
più singhiozzo non si può. Due metri e stop. Sette metri
e
stop.
Daniela che, usando un eufemismo, non è proprio una tifosa
sfegatata del
calcio come sport e tantomeno come fenomeno sociale,
inveisce contro tutto
e tutti, il calcio, gli stadi, i tifosi, il Governo
che permette certe
cose, e che a chi non gli piace il calcio (o dovrei
dire 'quelli che il
calcio non gli piace...') e c'è una partita in
televisione su tutte le
televisioni tutte le sere, che non si sa più cosa
guardare, ma non è che
gli altri spettacoli siano poi chissà che cosa, ma
tutta ' sta gente si
rincretinisce a guardare 'ste partite del cavolo, e
apri un po' il
finestrino che fa caldo, ma chiudi quel finestrino che qui
è pieno di smog
e non si respira, ma che avranno da guardare quei due
deficienti di
laziali, avanzo dieci metri e stop.
Sul serio.
Nel
senso che si spegne il motore. Anche Daniela si spegne accasciata.
Un
attimo, solo, di silenzio, sotto il tunnel di Montemario, circondati da
laziali in macchina e da laziali a piedi, fra cui quei due che hanno
sentito quanto basta del monologo di Daniela. Se quelli dietro si
accorgono che la macchina è ferma e potrebbero non arrivare in tempo per
sedersi in Curva vicino ar Catena, ar Caccola, in mezzo ai Boys, agli
Eagles o chissàcazzochì, ci fanno a pezzi. Se poi scoprono che ho un
nipote romanista (e ha solo 6 anni, me misero!)....
Non posso neanche
accendere i lampeggiatori, ammesso che ci siano.
Ma la macchina si muove,
siamo in leggera discesa. La mia vita riprende a
scorrere ad una velocità
normale, apro la portiera e con una gamba fuori
dalla macchina cerco di
incoraggiare la forza di gravità a svolgere il suo
dovere.
Riparte!
Stavolta i laziali non berranno il mio sangue.
In qualche modo arriviamo a
casa senza che Daniela decida di partorire.
Avrei l'impulso di baciare la
terra davanti al portone, ma l'abituale
collezione di memorabilia di cane
mi dissuade.
Elena verrà al mondo quattro settimane più tardi (e le
sarò sempre grato
di aver scelto un momento più opportuno del nostro
viaggio in macchina),
con due settimane di ritardo sul dovuto, quasi fosse
ancora timorosa di
nascere sul sedile posteriore di una Fiat.
Daniela
gira ancora con la UNO bianca, che, con una milionata di
integrazioni, si
è rivelata un ottimo affare. Io lavoro ancora alle
Autostrade, il mio
cuore non ha dato segni evidenti di cedimento, e mio
nipote continua a
tifare Roma con scarsa soddisfazione.