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RASOOL: LE DONNE E L'ISLAM Kay Rasool, la regista australiana
di origine indiana, presenta al Festival Internazionale
Cinema delle Donne My Journey My Islam, un
viaggio tra le donne musulmane, alla scoperta delle
ragioni della fede.
- Perché
un documentario sulle donne e il loro rapporto con la
fede?
Kay: "Volevo scoprire perché le donne
credono ancora nell'Islam. Mi interessava inoltre
esplorare i miei rapporti con la "Fede", se
ancora c'erano. "Islam" e "Velo" sono
probabilmente due delle parole più odiate del mondo e
questo mi rendeva ancora più curiosa"
- Cosa ha
imparato su sé, le donne e la fede?
Kay: "Ho imparato che non sono in grado di
praticare l'islamismo: è diventato troppo conflittuale
con il mio attuale stile di vita, comunque non sono in
grado di praticarlo come, ad esempio, fa mia madre. Non
ho nessun odio o risentimento poiché nessuno mi ha mai
forzato od obbligato ad essere una buona praticante.
Credo di avere il forte senso della spiritualità che
vedo nell'Islam e in altre religioni e mi oppongo ai
tentativi di forzare chiunque a praticare una qualunque
religione. Però penso che se una donna vuole indossare
il velo per sue personali convinzioni, allora dovrebbe
avere la possibilità di farlo senza paure di
razzismo"
- L'Islam
e le donne: in Europa sembrano rapporti difficili, è una
sensazione giusta?
Kay: "Dipende da come si guarda a questo
rapporto. Penso che i rapporti tra l'Islam e lo Stato
siano molto difficili perché la religione può diventare
uno strumento pericoloso nelle mani di una società
patriarcale. Ma in un senso personale l'Islam offre
molto, sia agli uomini che alle donne. C'è un senso di
spiritualità e di forza che ti può dare la religione e
che ti permette di sopravvivere alla sterilità di
un'esistenza meramente materiale."
- Per
realizzare il documentario ha viaggiato in molti Paesi:
quali emozioni le hanno lasciato?
Kay: "Hanno lasciato emozioni diverse,
legate al mio viaggio e ai miei stati d'animo. L'India è
la nostalgia e il fascino per una cultura dalla quale
provengo. L'Australia è la curiosità, il divertimento e
la ricerca degli ideali. Sono cresciuta con la sensazione
di non aver radici e ho cercato a lungo una casa e
un'identità. Il Pakistan è la rabbia per
l'interpretazione distorta dell'Islam e la compassione
per le donne che devono vivere in quella società e a cui
non è permesso di vivere la religione come credono.
L'Inghilterra è l'accettazione di me stessa e della mia
situazione di individuo e dell'impossibilità di
risolvere i miei dilemmi personali sul mio ingresso in un
sistema organizzato di fede. Il film finisce con mia
figlia e su come lei potrebbe un giorno risolvere questi
dilemmi per se stessa e per trovare il suo posto e
identità nel mondo"
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