10° doc.
PIO XII E LE LEGGI RAZZIALI
Rappresentanti delle comunità ebraiche provenienti dai lager tedeschi, ricevuti dal santo padre.
Premessa
Chi per primo avrà fatto circolare la bugia per cui la Chiesa è stata muta sulle leggi razziali in Italia? E soprattutto perché? Nei territori sottoposti al Reich ogni tentativo della Santa Sede era destinato a fallire. Negli stati alleati o vassalli tuttavia , il Vaticano riusciva ad esercitare ancora la sua influenza: Slovacchia, Romania, Croazia e Ungheria.
N.B. In tema di leggi razziali il nostro paese è affetto da provincialismo: è una miopia culturale, la nostra! Sulla promulgazione delle leggi razziali, la Santa Sede sviluppò un' azione internazionale diretta a contrastare e limitare le deportazioni non solo in Italia ma soprattutto in Europa dove il numero degli ebrei era incomparabilmente più alto che da noi! Perché pochi ricordano che le leggi razziali colpirono l'Europa intera? La Santa Sede operò su tutti i fronti - come sempre - in conformità ad una visione d'insieme che neppure oggi MOLTI nostri intellettuali e MOLTI giornalisti prezzolati non hanno!

Il papa consentì agli ebrei di travestirsi da Francescani per sfuggire alle SS. Qui l'ebreo Samuel della Rizza.
La Santa Sede davanti alle Leggi razziali in Europa, stato per stato.
In Italia e zone occupate
" Ed anche se, all'inizio di novembre, Pio XI aveva scritto personalmente una lettera a Mussolini e un'altra al re Vittorio Emanuele III, il 10 novembre 1938 la legge era stata comunque promulgata." E poi... nessuno ricorda la nota di protesta fatta pervenire dal cardinale segretario di Stato al governo italiano? Quisquilie anche la comunicazione del Santo Uffizio sulla dottrina razziale diffusa in Italia il 6 marzo 1939?
Il 14 agosto 1941 giunse in Vaticano una lettera del Presidente dell'Unione delle comunità israelitiche in Italia, Alatri, allarmato per la sorte degli ebrei della zona di occupazione italiana in Dalmazia e in Croazia, che venivano arrestati senza alcuna ragione. Alatri pregava il Vaticano di intervenire presso le autorità italiane e croate per chiedere la revoca delle misure di spoliazione e deportazione e suggerire di trasferire in Italia seimila persone minacciate, poiché lì avrebbero potuto ricevere l'aiuto dei correligionari. La santa Sede diede mandato al nunzio Borgongini Duca il quale ebbe assicurazione dalla polizia che quegli ebrei pur non potendo avere accesso in Italia tuttavia non sarebbero state deportati!
Migliaia di ebrei erano fuggiti dalla Stato ustascia della Croazia e si erano rifugiati nelle regioni della Yugoslavia occupate dalle forze italiane; nel 1942 altre migliaia si spostarono nei territori "italiani". Nel 1943 si diffuse il timore che gli ebrei sarebbero stati rimpatriati: ne seguì una fitta corrispondenza tra Vaticano e governo fascista, soprattutto in seguito agli appelli rivolti alla Santa Sede da personalità israelitiche e dalle organizzazione ebraiche di tutto il mondo. Nonostante i proclami del Duce di rimpatriare gli stranieri, le decisioni prese dai subordinati furono sempre nel segno del rifiuto, ed anche del sabotaggio di ogni misura che avesse per fine la deportazione.
Il 6 marzo 1943 il delegato Cicognani trasmetteva da Washington un appello del Presidente dell'American Jewish Congress in cui si paventava che circa 15.000 jugoslavi di origine ebraica in Italia o nei territori da essa occupati sarebbero stati consegnati al Governo tedesco e deportati in Polonia; la Santa Sede ebbe formale assicurazione dal governo italiano che nulla di tutto ciò sarebbe accaduto così come stabilito dalla massima di Mussolini: con gli ebrei separazione non persecuzione. Il 24 settembre del 1943 un esponente del World Jewish Congress scrisse al delegato apostolico a Londra, Godfrey, per porgere formale "ringraziamento" alla Chiesa per aver provveduto ad una migliore sistemazione di quattro mila ebrei nei campi della zona italiana della Dalmazia: "Sono certo che gli sforzi della Santa Sede e di Sua eccellenza hanno permesso di giungere a questo felice risultato e vorrei esprimere i più vivi ringraziamento del World Jewish Congress".
In Francia
Una legislazione antisemita era stata promulgata a Vichy il 2 giugno 1941. Nel corso di un ricevimento offerto a Vichy a metà settembre, il maresciallo Pétain avvicinandosi al nunzio Valeri gli comunicò che a dire dell'ambasciatore francese in Vaticano, Berard, la Santa Sede a riguardo della legislazione razziale "non aveva nell'insieme a fare osservazioni". <<Reagii assai vivamente - scrisse monsignor Valeri al Card. Maglione il 30 settembre 1941 - dichiarando che la Santa Sede aveva già manifestato le sue idee sul razzismo e che il signor Berard si era espresso in modo semplicista>>
L'arcivescovo di Tolosa, monsignor Saliège , inviò a tutti i parroci della sua diocesi una lettera, con l'ordine di portarla a conoscenza dei fedeli la domenica seguente, 23 agosto, e nella quale denunciava le misure prese contro gli ebrei. Laval - Presidente del Consiglio dei ministri del governo Vichy- ne era infuriato!
Anche l'arcivescovo di Lione, card. Gerlier e il vescovo di Montauban, monsignor Théas fecero leggere nelle chiese delle loro diocesi delle lettere di protesta contro la persecuzione degli ebrei. La lettera del vescovo di Montauban era talmente dura rispetto a quelle degli altri presuli che per un momento si pensò che egli sarebbe stato arrestato. Lo sarà in effetti...non subito ma in seguito allo sbarco degli alleati il 6 giugno del 1944 in Normandia.
Ovviamente la radio governativa attaccava tutti coloro che si mostravano contrari alle misure adottate dal governo, non esclusa la Santa Sede, in materia di leggi razziali.
L'11 ottobre 1942 il nunzio apostolico dello stato sudafricano di Orange comunicò al Vaticano che <<un gruppo di 59 esponenti della comunità ebraica aveva preso atto con vivo apprezzamento della vigorosa resistenza opposta dalla Santa Sede all'estradizione degli ebrei rifugiati in Francia>>
In Slovacchia
In Slovacchia il codice antisemita fu promulgato il 9 settembre del 1941: subito la protesta di Burzio consegnata il 12 novembre a nome della Santa Sede al ministro Karol Sidor! Il 9 marzo del '42 Burzio scrive in Vaticano:<<Sono stato dal Presidente del Consiglio dei Ministri il quale ha confermato la deportazione di 80 mila persone in Polonia e ha osato dire che non ci vede nulla di inumano e anticristiano...(quando si sa che)alla mercé dei tedeschi equivale condannarne gran parte a morte sicura>> Il 10 marzo, il giorno dopo, una organizzazione internazionale di ebrei ortodossi (Agudas Jsrael) scrive al Papa dichiarando di riporre le proprie speranze nel suo intervento! Fin dal 1942 l'incaricato d'affari della Santa Sede a Bratislava, monsignor Burzio , scriveva che le deportazioni degli ebrei equivalevano a una condanna a morte: fondava tale convinzione sul trattamento disumano con cui avvenivano le partenze e il comportamento brutale delle truppe. In una lettera pastorale diffusa sui giornali il 27 aprile 1942, Burzio aveva potuto scrivere nonostante la censura che anche gli ebrei sono uomini e per questo si deve agire con essi umanamente.
Pio XII nel messaggio natalizio del dicembre '42 si pronunciò contro il trattamento inflitto agli ebrei, auspicando anche la fine dei combattimenti: "Questo voto, l'umanità lo deve alle centinaia di migliaia di persone alle quali, senza veruna colpa propria, talora solo per ragione di nazionalità o di stirpe, sono destinate alla morte o ad un progressivo deperimento"
Vari appelli giunsero in Vaticano come quello del War Refugee Board consegnato il 23 settembre '44 e del rabbino di Gerusalemme Isaac Herzog trasmesso il 30 settembre. Le deportazioni erano in corso e la caccia agli ebrei continuava. Pio XII mandò un telegramma a Burzio perché si recasse presso Tiso, presidente slovacco, per esprimergli il dolore del Papa causato dalle sofferenze inflitte a tante persone a causa della loro nazionalità o della loro stirpe.
In Croazia
L'abate Marcone inviato della Santa Sede si recò dal capo della polizia per protestare contro la crudeltà usata verso gli ebrei di ogni età e condizione; comunicò poi a Roma che già 2 milioni erano stati inviati e uccisi in Germania e che la stessa sorte sarebbe toccata agli ebrei di Croazia. Il rabbino capo Salom Freiberger era stato spesso da Marcone per le minacce che gravavano sulla sua comunità e il 4 agosto scrisse al Papa perché li aiutasse.
Il 1943 si aprì sotto buoni auspici con un rapporto di Marcone del 23 febbraio nel quale si dava notizia dei ringraziamenti del rabbino Freiberger di Zagabria per l'aiuto prestato dal Vaticano nel trasferimento di un gruppo di bambini ebrei in Turchia. Poiché gli israeliti croati per l'80% erano battezzati e i matrimoni misti erano innumerevoli si era riusciti a prevalere sulle insistenze dei nazisti ed evitare le deportazioni massicce.
In Romania
All'inizio della guerra vi era già un codice antisemita. Il 6 maggio del '41 il Sant'Uffizio emanò delle norme per accogliere l'alto numero di ebrei che per non essere deportati si "convertivano" al cattolicesimo! Innanzi tutto si sottolineava come le leggi razziali non dovessero costituire un motivo per rifiutare il battesimo a chi lo desiderava sinceramente. Il 18 aprile 1942 il ministro presso la Santa Sede fece presente al cardinale Maglione che il numero delle conversioni era troppo elevato e sospetto; il governo suggeriva che il Papa sospendesse durante al guerra le ammissioni alla Chiesa Cattolica, suggerimento che fu scartato. Il nunzio Cassulo intervenne anche per tutta la comunità ebraica: il 7 agosto '41 informò degli eccessi commessi ai loro danni, deprecò le misure che erano state prese contro di loro col pretesto che fossero comunisti! Il 18 maggio '43 Cassulo scrisse al ministro degli Esteri per richiamare l'attenzione sul fatto che tra gli ebrei deportati vi erano 8 mila orfani dei quali 5 mila avevano perso entrambi i genitori e chiedeva di farli emigrare in Palestina. Si trattava del piano Fildermann che negli anni '43 e '44 subì un vero e proprio sabotaggio.
Quando due mila famiglie ebree della Transilvania settentrionale furono minacciate di deportazione da parte degli ungheresi, la Santa Sede fu pregata di intervenire presso il governo tedesco onde trasferire quelle famiglie in Palestina via Danubio, il chè richiedeva il lasciapassare tedesco di Romania. L'estensore della petizione fu il dottor Ernst Grossmann: la lettera illumina sul pensiero degli ebrei a riguardo del Vaticano e sulle intenzioni naziste: "Desidero sottolineare che l'emigrazione della popolazione di stirpe ebraica dell'Europa rientra nei progetti delle autorità tedesche, ed essendo al corrente di ciò che ha fatto la Chiesa Cattolica fino a questo momento per gli israeliti di tutti i paesi, sono convinto che anche in questa circostanza avremo tutto il suo aiuto, tanto più che si tratta di un'opera altamente umanitaria per la quale 6.000 persone ringrazieranno Dio"
Il 14 febbraio '43 il nunzio a Bucarest, Cassulo, trasmetteva all'attenzione del Papa:<<Il Presidente della comunità ebraica rumena è venuto a ringraziarmi già due volte per l'assistenza e la protezione della Santa Sede a favore degli ebrei...>>
In Ungheria
Fin dalla primavera del '39 era vigente una legislazione antisemita, varata nonostante l'opposizione dei vescovi presso la Camera Alta. Le deportazioni di massa non avvennero che nel '44 quando cioè i nazisti ottennero il controllo su tutta la nazione. Il 25 marzo '44 monsignor Cicognani informava il Vaticano che il War Refugee Board pregava la Santa Sede di adottare misure urgenti per tutelare i quasi due milioni di ebrei di Ungheria e Romania minacciati di sterminio; il 31 marzo '44 giunse a Roma un messaggio del rabbino di Gerusalemme, Herzog, e un appello del rabbino di Londra; il 1 aprile '44 anche il ministro britannico Osborne fece pressione per un intervento papale a favore degli ebrei ungheresi.
Il nunzio Rotta moltiplicò i passi nel maggio-giugno '44 per fermare le deportazioni. Il 5 giugno '44 indirizzò al ministro degli Esteri una dura nota nella quale denunciava che era in atto la deportazione di tutti gli ebrei ungheresi e in condizioni tali che molti erano deceduti durante il trasporto, e inoltre che metodi inumani venivano praticati nei campi di concentramento; e aggiunge con ironia: <<Si dice che non si tratta di deportazioni ma di lavoro obbligatorio. Si può discutere sulle parole ma la realtà non cambia. Quando si portano via degli anziani di più di 70 ed anche 80 anni, delle donne anziane, dei bambini, dei malati ci si domanda: ma a quale tipo di lavoro possono essere utili questi esseri umani?...>> E per gli ebrei diventati cattolici, Rotta respinge con forza i dubbi espressi contro la sincerità delle confessioni! <<Il popolo ungherese non vorrà macchiare la sua reputazione seguendo metodi che la coscienza del mondo cristiano non potrebbe approvare, anche se si affermasse di praticarli per difendersi dal bolscevismo...>>
Il 25 giugno '44 il segretario di stato diede ordine di sollecitare l'episcopato e Rotta subito inviò al cardinale primate un messaggio categorico: intervenire contro i decreti razziali! Ottocentomila ebrei ungheresi stavano per lasciare il paese per essere sterminati in Polonia. Il 25 giugno '44 Pio XII indirizzava al reggente di Ungheria, ammiraglio Horthy un telegramma: "Ci vengono rivolte da più parti suppliche perché non si estendano né si aggravino le sofferenze, già così aspre, sopportate da tanti infelici a causa della loro nazionalità o della loro stirpe...Ci rivolgiamo personalmente a vostra altezza che farà certamente quanto è in suo potere perché siano risparmiati a tanti lutti e dolori." Il reggente che tra l'altro non era neppure cattolico sospese le deportazioni.
Il 9 agosto il delegato Cicognani trasmetteva ufficialmente la gratitudine sia dell'American Jewish Committee che del Committee to save the Jews of Europe i quali riconoscevano che tutto ciò era merito del Pontefice. Verso la fine del '44 Horthy fu arrestato, il regime rovesciato e con la presa del potere del partito dei Crocefrecciati ripresero le deportazioni. Di nuovo tutte le organizzazioni israelitiche si lanciarono in una febbrile attività diplomatica per cercare di arrestare i trasferimenti. Pio XII fu contattato anche da Roosevelt perché lanciasse <<un pubblico appello in nome dell'umanità>> per <<allontanare quest'immane tragedia>>. Il Papa decise di intervenire cogliendo l'occasione del 29 ottobre in cui in tutte le chiese d'Ungheria si sarebbe tenuta una colletta per i profughi: il Papa inviò un messaggio - appello da leggersi pubblicamente in difesa delle persone esposte a persecuzioni e violenze, senza distinzioni di razza religione o battesimo.