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LA GUERRA SARA’ UNA CATASTROFE UMANITARIA di Ornella Sangiovanni (tratto da www.unponteper.it) Una cosa è certa: la guerra all’Iraq sarà una catastrofe umanitaria. Queste le conclusioni di On the Brink of War: a Recipe for a Humanitarian Disaster (Sull’orlo della guerra: chiave per un disastro umanitario): un rapporto dell’agenzia britannica CAFOD (Catholic Agency for Overseas Development) pubblicato il 1 novembre. Il rapporto, frutto di una visita in Iraq di una delegazione di Caritas Internationalis – la rete mondiale di organizzazioni umanitarie cattoliche – che si è svolta dal 21 al 26 ottobre scorso, non lascia spazio a dubbi: il prezzo pagato dalla popolazione civile questa volta sarà altissimo, molto più che nella guerra del Golfo. Sono a rischio le vite di migliaia di iracheni innocenti. Fuori dall’Iraq – scrive il rapporto – non molti sono a conoscenza di quanto il popolo iracheno sia divenuto fragile e vulnerabile negli ultimi 12 anni, per effetto delle conseguenze della guerra e delle sanzioni. Tanto per cominciare, fra i 14 e i 16 milioni di iracheni – due terzi della popolazione dell’Iraq – dipendono totalmente per la propria sopravvivenza dalla razione mensile fornita dal governo. Si tratta di un’opera di distribuzione massiccia – 300mila tonnellate di cibo al mese – che funziona bene. Il tutto però rischia di essere paralizzato nel momento in cui dovessero iniziare a cadere le bombe: un’allerta già data nel febbraio scorso dal rappresentante dell’UNICEF in Iraq, Carel de Rooy, ma che il personale delle Nazioni Unite torna oggi a sottolineare con forza. "Una nuova guerra sarebbe una grande catastrofe per la popolazione", dice un funzionario dell’Onu citato nel rapporto. "Potremmo avere 16 milioni di persone, gli iracheni più poveri e più vulnerabili, che bussano alla nostra porta in cerca di cibo". Non è tutto: il sistema sanitario e quello elettrico e idrico, già provati dai danni della guerra e dagli effetti dell’embargo, non reggerebbero. La mancanza di elettricità, in particolare, avrebbe gravi conseguenze sugli impianti per il trattamento delle acque (che già funzionano a capacità ridotta) e sulle strutture sanitarie. Senza elettricità, la popolazione potrebbe restare senz’acqua per settimane, anche per mesi. Si diffonderebbero le malattie, aumentando il numero delle vittime dei bombardamenti. Già, le vittime. Una stima prudente parla di 10.000 morti civili, ma c’è si parla di cifre fino a 10 volte superiori, a seconda dello scenario di guerra. Questo perché i combattimenti avverrebbero all’interno di aree densamente popolate, come la città di Baghdad, e – uno scenario peraltro già visto – anche le bombe più "intelligenti" hanno un margine di errore, le cui conseguenze sono più gravi in aree appunto densamente popolate. Qualunque guerra poi crea sempre masse di profughi e sfollati. Secondo il rapporto, un intervento militare contro l’Iraq potrebbe facilmente portare allo spostamento di un milione di persone, a seconda del tipo di attacco e della possibilità di combattimenti fra alcuni gruppi. Nella guerra del Golfo del 1991, oltre due milioni di iracheni fuggirono oltre i confini: questa volta Giordania, Iran e Turchia hanno annunciato che chiuderanno le frontiere e non accoglieranno profughi. Preoccupazioni analoghe a quelle espresse nel rapporto CAFOD cominciano a trovare spazio anche sui media dominanti, almeno negli Usa. Il 18 ottobre, il Christian Science Monitor ha pubblicato un articolo in cui si dà voce a diversi operatori umanitari in Iraq – a cominciare dal citato rappresentante dell’UNICEF Carel de Rooy – che sottolineano le possibili conseguenze catastrofiche di una guerra all’Iraq sulla popolazione civile. "Gli effetti della guerra saranno rapidi e molto drammatici su questa gente", ha dichiarato Marcus Dolder, capo della delegazione irachena del Comitato Internazionale della Croce Rossa. Secondo il direttore locale dell’organizzazione umanitaria francese Première Urgence, Vincent Hubin, la capacità degli ospedali di mantenere l’attività in caso di guerra è di sole due settimane. Inoltre mancano i fondi, perché – spiega Hubin – tutti i donatori invieranno denaro una volta iniziate a cadere le bombe, ma per prepararsi al disastro adesso non c’è una lira. Il 29 ottobre è il Washington Post a pubblicare un articolo, basato su informazioni interessanti e pareri raccolti sul campo. Le Nazioni Unite, in particolare, riconoscono di non essere adeguatamente preparate a gestire le condizioni che potrebbero trovarsi a fronteggiare in caso di guerra. "Potrebbero esserci alcuni milioni di profughi che vanno verso l’Iran. Potrebbero esserci 6 milioni di persone a Baghdad senza accesso ad acqua pulita o elettricità. Potrebbero esserci ancora altri milioni che aspettano che qualcuno dia loro del cibo perché ormai ne dipendono", ha dichiarato un funzionario dell’Onu. "E noi e tutti gli altri siamo pronti per questo? No." "E’ ovvio che un attacco all’Iraq creerà una catastrofe umanitaria, ma sembra che ci si stia avvicinando inesorabilmente verso la guerra, concentrandosi sulla figura di Saddam Hussein, mentre milioni di iracheni poveri, che soffriranno più di tutti, non vengono presi in considerazione" – conclude il rapporto, sottolineando come debbano essere "esplorate, riesplorate e ancora esplorate" "tutte le vie pacifiche per risolvere questa crisi sulle armi di distruzione di massa", piuttosto che l’attuale spinta o corsa alla guerra "che alla fine getterebbe sicuramente vergogna sulla comunità internazionale". "Pesanti bombardamenti e l’uso di forze militari avrebbero conseguenze incalcolabili per una popolazione civile che ha già sofferto tanto. Sarebbe difficile immaginare un modo più efficace di compiere devastazione su un paese già devastato e di creare una grande crisi umanitaria con centinaia di migliaia di vittime innocenti". Per il testo integrale del rapporto CAFOD (On the Brink of War: a Recipe for a Humanitarian Disaster):: http://www.cafod.org.uk/iraq/iraqreport20021101.shtml GUERRA ALL’IRAQ: UN REGALO AD AL-QAIDA, DICE RAPPORTO Ma non sono solo le conseguenze umanitarie di una guerra all’Iraq a destare preoccupazioni. Secondo un recente rapporto di uno studioso britannico, basato sulle informazioni più aggiornate su come gli Usa potrebbero combattere la guerra e su come il regime iracheno potrebbe rispondere, gli scenari possibili di un conflitto sono assai allarmanti. In particolare:
Un regime filo americano a Baghdad verrebbe infatti percepito nella regione come un governo fantoccio attraverso il quale gli Usa cercherebbero di controllare il petrolio iracheno. Questo sarebbe un "regalo" ad al-Qaida e ad altri gruppi paramilitari, il cui sostegno crescerebbe con un aumentato rischio di ulteriori attacchi agli Stati Uniti e ad altri paesi coinvolti nella guerra. Se ne conclude che, date le possibili conseguenze – alto numero di vittime civili, rischio di impiego di armi di distruzione di massa e instabilità regionale successiva alla guerra - distruggere il regime iracheno con la forza è una impresa estremamente pericolosa e che bisogna sviluppare urgentemente politiche alternative. Autore del rapporto è il professor Paul Rogers dell’Università di Bradford (Gran Bretagna), una delle massime autorità nel campo della sicurezza internazionale e consulente dell’ Oxford Research Group. Per il testo integrale (formato pdf) si veda: http://www.oxfordresearchgroup.org.uk/Iraqbriefing.pdf [O.S.] L’ONU VOTA NUOVA RISOLUZIONE SULL’IRAQ: FACCIAMO PRESSIONE! Gli Stati Uniti hanno presentato mercoledì 6 novembre al Consiglio di Sicurezza una nuova bozza di risoluzione sulla questione delle ispezioni all’Iraq. Il testo è stato rivisto nel tentativo di arrivare al più ampio consenso possibile, e soprattutto di assicurarsi l’appoggio di Francia e Russia, membri permanenti con diritto di veto, che si erano opposti alle versioni precedenti. Gli Usa spingono perché si voti entro la settimana, e sembra che un voto sia probabile venerdì 8 novembre. Al nuovo testo sono già state apportate alcune modifiche per venire incontro alle preoccupazioni di Russia e Francia, secondo le quali la formulazione originaria – che definisce l’Iraq in "violazione sostanziale" dei suoi obblighi in base alle precedenti risoluzioni – potrebbe essere usata per scatenare una azione militare. Perché la risoluzione venga approvata sono necessari 9 voti favorevoli (su 15) e nessun veto da parte dei membri permanenti (Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti). IAEA: GLI ISPETTORI LI SCEGLIAMO NOI Vienna, 30 ottobre 2002 – L’organismo delle Nazioni Unite incaricato del monitoraggio del disarmo nucleare iracheno intende scegliere gli ispettori che formeranno le sue squadre. "Determinare la composizione della nostra squadra deve essere lasciato a noi delle Nazioni Unite, in modo che gli ispettori vengano percepiti come rappresentanti delle Nazioni Unite e non di alcun singolo stato membro", ha dichiarato Mark Gwozdecky, portavoce dell’IAEA. Fonte: Associated Press. MCGOVERN: VUOLE LA GUERRA CHI NON L’HA MAI FATTA E MAI LA FARA’ Los Angeles, 29 ottobre 2002 – Alle numerose voci di coloro che negli Usa, sia pur con diverse argomentazioni, si oppongono alla guerra con l’Iraq, si è aggiunta quella di un eroe di guerra. L’ex-senatore George McGovern, in una intervista citata dal Los Angeles Times, ha avuto parole molto dure per coloro che nell’amministrazione americana spingono attualmente per la guerra senza averne alcuna esperienza diretta. "Non ne posso più di quei vecchi che sognano guerre in cui mandare a morire giovani. Sapete che Dick Cheney [vice-presidente Usa], Donald Rumsfeld [segretario alla Difesa] e Paul Wolfowitz [vice-segretario alla Difesa] non sono stati in guerra e non combatteranno in questa che stanno pianificando.", ha dichiarato. Secondo McGovern, l’unilateralismo sciovinista di questa Amministrazione incoraggerà solo più ostilità e attacchi contro gli Stati Uniti. Il presidente Bush, ha aggiunto McGovern, "sostiene che nel mondo ci odiano per la nostra libertà, ma essi amano la nostra libertà, è la nostra arroganza che odiano." George McGovern, 80 anni, venne decorato per le sue missioni di combattimento contro la Germania nazista durante la seconda guerra mondiale. I suoi inviti a porre fine alla guerra in Vietnam gli costarono la sconfitta contro Richard Nixon nelle presidenziali del 1972. COALIZIONE USA FA APPELLO ALL’ONU PER FERMARE LA GUERRA New York, 24 ottobre 2002 – Un appello ai 190 stati membri delle Nazioni Unite perché aiutino a evitare una nuova guerra in Medio Oriente è stato rivolto da una vasta coalizione di pacifisti e leader religiosi americani, assieme ai rappresentanti di varie Ong. La coalizione, che comprende il Lawyers’ Committee on Nuclear Policy, Progressive Religious Partnership, Global Exchange e September 11 Families for Peaceful Tomorrows ha esortato le Nazioni Unite "a non diventare uno strumento della politica estera Usa, ma a mantenere il loro impegno a promuovere una legalità internazionale inteso a prevenire i conflitti armati". Sia la "guerra preventiva" che il "cambiamento di regime" sono entrambi contrari alla volontà della comunità internazionale e alla Carta delle Nazioni Unite, ha dichiarato alla stampa Peter Laarman, di Progressive Religious Partnership, e anche se il Consiglio di Sicurezza dovesse concedere agli Stati Uniti quello che chiedono, la guerra proposta sarà illegale nel senso più ampio e immorale nel senso più profondo. Avvertendo che centinaia e migliaia di civili iracheni moriranno o resteranno senza tetto nella guerra imminente che gli Usa vogliono scatenare, Laarman – la cui coalizione comprende organizzazioni cattoliche, metodiste, episcopali, ebraiche, musulmane e buddiste - ha dichiarato che la guerra non sarebbe una guerra di autodifesa ma chiaramente una guerra di aggressione. "Vogliamo che tutti gli stati membri delle Nazioni Unite dicano ‘no’ a una guerra. E vogliamo che dicano ‘no’ a questo abuso vergognoso delle stesse Nazioni Unite", ha aggiunto. Secondo Medea Benjamin, di Global Exchange, una organizzazione per i diritti umani di San Francisco, la guerra in realtà è per il petrolio, perché l’Iraq ha le maggiori riserve petrolifere dopo l’Arabia Saudita " e le compagnie petrolifere americane, che esercitano una enorme influenza sull’attuale amministrazione, sono impazienti di attingere al petrolio iracheno". Fonte: Inter Press Service ESPERTI PREVEDONO INVASIONE DELL’IRAQ CON IL SOSTEGNO DELL’ONU Londra, 24 ottobre 2002 – Gli Stati Uniti invaderanno probabilmente l’Iraq entro i prossimi sei mesi con l’appoggio delle Nazioni Unite. E’ quanto emerge dai risultati di un sondaggio condotto dalla Reuters fra analisti militari. Tredici dei 22 analisti intervistati hanno detto che è probabile o molto probabile che Bush persegua un attacco all’Iraq con il sostegno dell’Onu, per cercare di porre fine al regime di Saddam Hussein. Secondo la maggior parte degli analisti, il conflitto inizierebbe nel gennaio o febbraio 2003 e durerebbe fino a tre mesi, anche se truppe Usa rimarrebbero probabilmente in Iraq per almeno un anno. Dieci analisti su 22 ritengono probabile o molto probabile che Saddam usi armi di distruzione di massa contro gli Stati Uniti o i loro alleati in un conflitto. Solo uno degli intervistati inoltre ritiene molto probabile un esito democratico del conflitto e tre lo ritengono probabile. Per 8 di loro le probabilità sono 50:50, mentre 7 lo hanno dato per improbabile e 3 per molto improbabile. Il sondaggio è stato condotto dall’11 al 23 ottobre. Gli intervistati sono esperti militari e di Medio Oriente di istituzioni accademiche e think-tanks di Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia, Svezia, Svizzera, Egitto, Dubai, Indonesia, Australia e Giappone. Fonte: Reuters ELLSBERG (PENTAGON PAPERS): GUERRA PER IL PETROLIO – CHI SA PARLI San Francisco, 23 ottobre 2002 – L’approvazione della risoluzione che dà i poteri di guerra al presidente Bush da parte del Congresso è una vergogna per coloro che l’hanno votata, specialmente per i Democratici. A sostenerlo è Daniel Ellsberg, l’ex funzionario del Pentagono che nel 1971 passò alla stampa uno studio di 7.000 pagine che descriveva nei dettagli il coinvolgimento americano in Vietnam. Lo studio, noto col nome di Pentagon Papers, mise in moto una catena di eventi che contribuirono a portare alle dimissioni del presidente Nixon e alla fine della guerra del Vietnam. Secondo Ellsberg, che ha appena pubblicato un nuovo libro (Secrets: A Memoir of Vietnam and the Pentagon Papers), la risoluzione votata è un assegno in bianco al presidente, proprio come la risoluzione del Golfo del Tonchino, che nel 1964 portò alla guerra del Vietnam: la differenza è solo nei nomi dei luoghi. Anzi, questa volta, sostiene Ellsberg, in un commento pubblicato sul San Francisco Chronicle, coloro che hanno votato a favore della risoluzione sapevano, a differenza di quanto avvenne nel 1964, che il presidente la userà per una guerra. Il vero motivo della guerra, dice Ellsberg, non è fermare la proliferazione delle armi di distruzione di massa come sostiene l’Amministrazione, e il vice presidente Dick Cheney e il Segretario alla Difesa Donald Rumsfeld lo sanno bene. Il vero motivo è il petrolio: questa guerra non sarà solo per il petrolio iracheno ma per rafforzare il nostro controllo sul petrolio saudita, e alla fine su quello iraniano e su quello del Kuwait. La guerra per il petrolio – scrive Ellsberg – non è un qualche slogan radicale, ma una semplice constatazione della realtà. L’Amministrazione pensa che per ottenere questo tipo di controllo delle risorse mondiali valga la pena di fare la guerra, ma non lo sta comunicando al pubblico. Ellsberg rivolge quindi un appello a chi, all’interno dell’Amministrazione o del Pentagono, sia in possesso di informazioni o documenti che dimostrino che si sta portando il paese in una guerra sconsiderata con l’inganno, invitandoli a fare "ciò che io vorrei aver fatto nel 1964 e nel 1965, invece di aspettare fino al 1969 e al 1971: andare al Congresso con i documenti, e alla stampa, e dire la verità". IRAQ PEACE TEAM: NONNI SENZA FRONTIERE CONTRO LA GUERRA Continuano ad arrivare in Iraq le delegazioni dell’’ Iraq Peace Team, organizzate da Voices in the Wilderness, l’ultima delle quali composta da 17 membri dei Christian Peacemaker Teams (squadre di costruttori di pace cristiani). In una conferenza stampa tenuta a Baghdad il 3 novembre, alla vigilia del rientro negli Usa, i suoi componenti, provenienti da 11 stati e province degli Usa e del Canada, hanno annunciato l’intenzione di iniziare una campagna che inviti i nonni e le nonne "a usare la propria saggezza e la propria autorità morale per fermare la guerra contro l’Iraq". "Sono qui in Iraq per essere sicura che i miei nipoti, o chiunque altro, non debbano mai andare in guerra", ha dichiarato Marian Solomon, 72 anni, proveniente dallo Iowa. Sia fra i Christian Peacemakers Teams, che nell’ Iraq Peace Team ci sono nonni e nonne pronti e disposti ad andare in Iraq per stare a fianco degli iracheni di fronte alla minaccia di una guerra. "Non esistono frontiere fra i nonni", ha dichiarato uno dei membri della delegazione. I Christian Peacemaker Teams rappresentano più di 3.000 chiese in tutti gli Stati Uniti e il Canada e hanno mandato gruppi di interposizione non violenta in oltre una dozzina di luoghi di conflitto in tutto il mondo. CONFERENZA INTERNAZIONALE CONTRO GUERRA ED EMBARGO A BERLINO Si è svolta a Berlino il 1 e 2 novembre la conferenza internazionale "Iraq – Alternative alle sanzioni, all’embargo e alla guerra". Fra i partecipanti l’ex coordinatore umanitario delle Nazioni Unite in Iraq, Hans von Sponeck, l’ex-ispettore dell’UNSCOM, Scott Ritter, il parlamentare laburista britannico George Galloway, il direttore della svedese Transnational Foundation of Peace and Future Research, Jan Oberg, e numerose personalità tedesche. Per informazioni (in tedesco): http://www.irak-kongress-2002.de MA NON E’ LA GERMANIA DEL 1939 - di Rowan Williams Il neo-arcivescovo di Canterbury, Rowan Williams, ha rivolto una nuova dura critica contro l’eventualità di un attacco militare all’Iraq, indirizzato in particolare a chi accusa di appeasement [termine che definisce la politica adottata negli anni ’30 nei confronti della Germania nazista e di Hitler in particolare NdR] tutti coloro che sono critici sulla guerra. Le sue argomentazioni sono contenute in un articolo pubblicato il 5 novembre scorso sul quotidiano britannico Daily Telegraph, che riportiamo di seguito nella traduzione italiana. Il nuovo termine per coloro che hanno espresso timori per una azione militare contro l’Iraq sembra essere appeasers. Vengono evocati i fantasmi degli anni 30: ci siamo già passati, e proviamo giustamente vergogna per quanto è accaduto nel 1938. Abbiamo affrontato una potenza straniera aggressiva, apparentemente indifferente agli accordi internazionali, che perseguiva politiche interne orribili, minacciava apertamente i vicini e accumulava un arsenale massiccio. Tardivamente, abbiamo trovato la nostra anima collettiva e agito (e sofferto) per la giustizia. Si tratta, a prima vista, di un argomento forte, che dovrebbe far esitare i critici dell’opzione militare. Tuttavia, esso rivela un problema duplice. Un aspetto è nettamente politico e strategico, l’altro comprende anche un argomento morale più profondo. Sul primo aspetto: il conflitto che intraprendemmo (io credo giustamente) nel 1939 apparteneva a un mondo in cui le guerre venivano ancora combattute fra stati sovrani chiaramente definiti che lottavano per il controllo del territorio. Entrambe le parti potevano infliggere all’altra parte (e lo fecero) le tattiche del terrore mediante bombardamenti aerei; ma che si fosse in Francia o in Russia o nel deserto occidentale, il cuore del conflitto riguardava il promuovere o il resistere una avanzata territoriale. Il fatto che la guerra alla fine fu vinta in Oriente mediante tattiche che non avevano nulla a che fare con questo (la bomba atomica) non modifica le circostanze nelle quali la guerra ebbe inizio. Esso potrebbe, tuttavia, farci riflettere sul perché dal 1945 le cose siano state così diverse. Hiroshima fu l’inizio di un processo che ha portato allo sviluppo di armi che rendono irrilevanti le lotte per il territorio. La possibilità di lanciare armi di distruzione di massa a grandi distanze ha modificato il carattere stesso della guerra. La strategia si è riorganizzata attorno a un equilibrio di terrore: la Distruzione Reciproca Assicurata. Il periodo che ha seguito la Guerra Fredda può aver visto la dissoluzione di questo assunto strategico, ma non ci ha riportati all’epoca in cui gli stati nazione combattevano campagne territoriali. Pertanto, iniziare una azione militare contro l’Iraq non è una semplice questione di onorare chiari obblighi previsti da trattati (come nel 1939; si potrebbe addurre lo stesso motivo, anche se con qualche difficoltà, per la prima guerra del Golfo), né di respingere una aggressione diretta, territoriale o economica o qualsivoglia, contro di noi. Si tratta di un contenimento preventivo di un regime che è palesemente brutale e violento, all’interno e con i suoi vicini, e che è nemico di alcuni dei nostri amici e amico di alcuni dei nostri nemici (anche se il legame con al-Qaida sfugge ostinatamente alla raccolta di intelligence). A parte l’effetto potenzialmente destabilizzante di una azione preventiva sull’intero ethos della società di stati – una questione abbastanza seria, se si pensa ad alcuni altri conflitti localizzati, da Gerusalemme al Kashmir – la previsione esatta di quali armi potrebbero essere utilizzate da un Saddam Hussein messo con le spalle al muro è incerta, così come la reazione che potrebbe essere allora provocata nella regione dall’unica potenza nucleare, Israele. L’esitazione di fronte a questo scenario è cosa palesemente diversa dalla collusione vigorosa con una potenza locale minacciosa. L’opzione militare invia un messaggio destabilizzante in una situazione internazionale gravemente incerta; essa invita a un atteggiamento arrogante verso alcuni dei principi del diritto internazionale rispetto alla giustificazione della forza armata. Nel 1939, rischiammo le nostre vite e la nostra sicurezza nel resistere a una tirannia. In questo caso è più probabile che si mettano a rischio centinaia di migliaia di vite in una regione che potrebbe rapidamente precipitare nella spirale del caos. Mettiamo inoltre a repentaglio qualunque autorità possiamo avere di fare appello alla moderazione in altre situazioni sulla base del diritto internazionale. Registrare preoccupazione per il futuro stabile di paesi vicini con gruppi islamisti pronti a occupare qualunque vuoto di potere, o per la sopravvivenza dello stato di Israele come partecipante effettivo alla maturazione politica della regione, o per la possibilità di conservare qualche influenza politica o morale nella sicurezza globale è qualcosa che si può definire appeasement solo ignorando la storia degli ultimi 55 anni. Parte delle ragioni morali per l’esitazione è già evidente nella questione di quali vite mettiamo a rischio. E questo rivolge la nostra attenzione a un’altra differenza rispetto al 1939. E’ vero che il popolo iracheno è orribilmente oppresso e che i metodi interni del regime sono ripugnanti come quelli del Terzo Reich negli anni ’30. Ma noi andammo in guerra per onorare le esigenze di coloro ai quali eravamo vincolati da un trattato. Quello che oggi non è chiaro è quanto gli iracheni stiano invocando il nostro intervento. Molto più chiara è la paura nella regione – panico non sarebbe un termine troppo forte – alla prospettiva di una guerra. Il nostro alleato, la Giordania, ha sofferto intensamente per le pressioni accumulatesi negli anni dalla prima guerra del Golfo; la Siria e l’Egitto hanno motivo di essere ansiosi per la minaccia radicale dall’interno in un conflitto Est-Ovest; anche in Israele, l’aggressività per la situazione immediata non si traduce in qualcosa che somigli a una unanimità sull’attacco all’Iraq. La questione morale è se si possa dire correttamente che la nostra considerazione delle necessità della regione ha la precedenza su ciò che i suoi abitanti sembrano dire nell’insieme. Se la risposta è sì, c’è la classica sfida morale al colonialismo di vari tipi: noi non siamo i migliori arbitri degli interessi altrui quando abbiamo in gioco interessi nostri (siamo profondamente consapevoli della questione del petrolio). Questa non è una questione accademica; negli ultimi mesi ho avuto diverse conversazioni con amici appartenenti a minoranze, specialmente minoranze cristiane, in Medio Oriente. Nessuno ha espresso alcuna tolleranza per Saddam Hussein né alcun anti-americanismo viscerale; tutti hanno espresso, con vari gradi di fatalismo, il fatto che si aspettano di essere destinatari di ancora ulteriore violenza da parte di estremisti in seguito a qualunque azione militare. Nel 1939, abbiano agito nell’interesse di coloro che erano indifesi di fronte a un colosso militare, nell’interesse dei vicini della Germania. Sostenere che dovremmo affrontare una azione militare con esitazione nel contesto attuale è cercare di onorare coloro che sarebbero più indifesi in una conflagrazione regionale in Medio Oriente: le minoranze, i rifugiati, in definitiva i cittadini comuni di molti stati. Dio sa se abbiamo bisogno di modi per far pressione sull’Iraq verso la giustizia per i suoi cittadini, ma l’opzione militare potrebbe essere spaventosamente costosa anche per loro. Parlare di appeasement è una accusa troppo facile. UNA STRADA INSANGUINATA di Dennis Kucinich Dennis Kucinich è un deputato americano Democratico eletto nell’Ohio, che ha più volte espresso la sua opposizione alle sanzioni e alla guerra all’Iraq. Il contributo che pubblichiamo di seguito nella traduzione italiana, è apparso sul numero di novembre della rivista The Progressive. Una azione militare unilaterale da parte degli Stati Uniti contro l’Iraq è ingiustificata, arbitraria e illegale. L’Amministrazione non è riuscita a dimostrare che l’Iraq costituisce una minaccia imminente per gli Stati Uniti. Non ci sono prove credibili che colleghino l’Iraq all’11 settembre. Non ci sono prove credibili che colleghino l’Iraq ad al-Qaida. Né c’è alcuna prova credibile che l’Iraq possieda armi di distruzione di massa che può lanciare, o che intenda lanciarle contro gli Stati Uniti. Quando l’Iraq era in possesso di armi di distruzione di massa e le ha utilizzate, lo ha fatto, molto triste a dirsi, con la conoscenza degli Stati Uniti, e a volte con materiali da essi forniti. Durante l’Amministrazione di Ronald Reagan, sessanta elicotteri furono venduti all’Iraq. Rapporti successivi dissero che l’Iraq utilizzò elicotteri di fabbricazione americana per spruzzare armi chimiche sui kurdi. Secondo il Washington Post, l’Iraq fece uso di iprite contro l’Iran, con l’aiuto di intelligence da parte della CIA. La punizione dell’Iraq? Gli Stati Uniti ristabilirono piene relazioni diplomatiche più o meno nel Giorno del Ringraziamento [fine novembre NdR] del 1984. Per tutto il 1989 e il 1990, società americane, col permesso della prima Amministrazione Bush, inviarono al governo di Saddam Hussein precursori di iprite e colture vive per la ricerca batteriologica. Società americane inoltre aiutarono a costruire una fabbrica di armi chimiche e fornirono il virus della Valle del Nilo, tecnologia esplosiva tecnologia esplosiva ad aria, computer per tecnologie di armamenti militari, precursori di acido cianidrico, computer per la ricerca e lo sviluppo di armamenti, e pompe a vuoto e mantici per impianti di armi nucleari. "Abbiamo incontrato il nemico", diceva Pogo, il personaggio di Walt Kelly, " e il nemico siamo noi". Un’azione unilaterale da parte degli Stati Uniti, o in partnership con la Gran Bretagna, metterebbe per la prima volta la nostra nazione sulla strada macchiata di sangue di una guerra di aggressione: un sacrilegio per la memoria di coloro che hanno combattuto per difendere questo paese. L’autorità morale dell’America verrebbe indebolita in tutto il mondo. Essa destabilizzerebbe l’intera regione del Golfo Persico e del Medio Oriente. E manderebbe un segnale alla Russia per invadere la Georgia, alla Cina per invadere Taiwan, alla Corea del Nord per invadere la Corea del Sud, all’India per invadere il Pakistan. Gli Stati Uniti devono reimpegnarsi nei confronti della Carta dell’Onu, che è la cornice dell’ordine internazionale. Abbiamo un diritto e un dovere di difenderci. Abbiamo anche un obbligo di difendere il diritto internazionale. Possiamo portare a termine entrambe le cose senza andare in guerra contro l’Iraq. Esiste una via di uscita. Essa deve coinvolgere le Nazioni Unite. Le ispezioni sulle armi di distruzione di massa devono iniziare immediatamente. Gli ispettori devono avere accesso libero e senza restrizioni a tutti i siti. Per noi è venuto il momento di porre fine alle sanzioni contro l’Iraq, perché queste sanzioni puniscono il popolo iracheno per il fatto di avere come leader Saddam Hussein. Queste sanzioni sono servite a provocare la morte di centinaia di migliaia di bambini. Si dovrebbero accelerare aiuti di emergenza. Si deve permettere il libero commercio, eccetto quello delle armi. Gli investimenti esteri devono essere consentiti. I beni iracheni all’estero devono essere restituiti. E si dovrebbe creare una zona regionale libera da armi di distruzione di massa. L’unica arma che può salvare il mondo è la non violenza, diceva Gandhi. Possiamo iniziare a praticarla oggi, invitando l’Amministrazione a Washington a smettere di parlare di guerra, e a smettere di prepararsi alla guerra. Nel profondo dei loro cuori, gli americani non vogliono la guerra all’Iraq. Gli americani vogliono la pace. Non c’è ragione per una guerra contro l’Iraq. Fermate i rulli dei tamburi di guerra. Smettete di mandare truppe e rifornimenti in Kuwait e in Qatar. Ritiratevi dall’abisso dell’azione unilaterale e degli attacchi preventivi. Sappiamo che ogni giorno l’Amministrazione riceve una valutazione quotidiana della minaccia. Ma l’Iraq non è una minaccia imminente per questa nazione. Quaranta milioni di americani che soffrono per l’assistenza sanitaria inadeguata sono una minaccia imminente. Il costo elevato dei medicinali è una minaccia imminente. I danni della disoccupazione sono una minaccia imminente. Il rallentamento dell’economia è una minaccia imminente, come anche gli effetti devastanti delle truffe aziendali. Dobbiamo abbandonare la politica autolesionista del cambiamento di regime. Le politiche di aggressione e di assassinio non sono degne di alcuna nazione con una tradizione democratica, tanto meno di una nazione di gente che ama la libertà e i cui figli e figlie si sacrificano per conservare la loro democrazia. La questione non è se l’America abbia o meno la potenza militare per distruggere Saddam Hussein e l’Iraq. La questione è se distruggiamo qualcosa di essenziale in questa nazione sostenendo che l’America ha il diritto di far questo ogni qualvolta lo desideri. L’America non può e non dovrebbe essere il poliziotto del mondo. L’America non può e non dovrebbe cercare di scegliere i leader di altre nazioni. Né l’America e gli americani dovrebbero essere ridotti al servizio degli interessi petroliferi internazionali e dei mercanti di armi. Dobbiamo lavorare per riportare l’Iraq nella comunità delle nazioni, non attraverso la distruzione, ma attraverso una azione costruttiva su scala mondiale. Possiamo aiutare a negoziare una risoluzione con l’Iraq che comprenda ispezioni senza impedimenti, la fine delle sanzioni, e la cessazione della politica del cambiamento di regime. Abbiamo il potere di farlo. Dobbiamo averne la volontà. Deve essere la volontà del popolo americano espressa tramite l’azione diretta dell’insistenza pacifica. Se gli Stati Uniti vanno avanti con una politica di attaccare per primi, allora avremo addossato alla nostra nazione un onere storico di commettere una violazione del diritto internazionale, e quindi perderemmo qualunque autorità morale che potremmo sperare di sostenere. |