E' CALDO. PIOVE TROPPO. UN CLIMA DA DISASTRO
Tratto da Il Resto del Carlino.it
L'Organizzazione metereologica mondiale ha diffuso i dati sul tempo registrato nel 2000
23 GENNAIO - Più caldo del normale, più piovoso del solito. Secondo i più accreditati centri mondiali di ricerca sul clima l'anno che sta per concludersi è stato il sesto più caldo mai misurato negli ultimi 140 anni, piazzandosi subito dopo il 1998, il 1997, il 1995, il 1990 e il 1999. Ad affermarlo, sulla base dei dati delle reti di monitoraggio del Met Office inglese e dell'università dell'East Anglia, è l'organizzazione metereologica mondiale (WMO) che non ha reso noto un rapporto preliminare sul clima del 2000.
"Il 2000 - ha detto il segretario generale del Wmo, Godwin Obasi - è il ventiduesimo anno consecutivo con tempertura al di sopra della media del periodo 1961-1990 e si piazza su livelli simili a quelli del 1999 nonostante il persistente effetto raffreddante rappresentato dalla corrente marina tropicale del Pacifico denominata El Nino. Se a questo si aggiunge il fatto che i dieci anni più caldi si sono tutti registrati dopo il 1983 e che sette di essi fanno parte degli anni 90 si può dire che il trend in atto è compatibile con il riscaldamento globale del quale si parla e questo dovrebbe quindi spingerci ad un taglio delle emissioni di quei gas che accentuano l'effetto serra".
Un appello non nuovo per Obasi, ma che sinora lo stallo dei negoziati sul clima ha lasciato cadere nel vuoto. Il mancato accordo alla conferenza delle parti svoltasi all'Aia lo scorso novembre e il dissenso che si è registrato anche nel successivo incontro informale di Ottawa non lasciano infatti ben sperare per gli appuntamenti successivi già fissati per giugnoo a Bonn e ad ottobre in Marocco.
I dati del Wmo sono confermati al millmetro da quelli della Noaa, l'agenzia governativa statunitense che si occupa di atmosfera e oceani. Il loro rapporto definitivo sul 2000 conferma la stima di sesto anno più caldo almeno dal 1880 ad oggi. Il 2000 è stato 0.59 gradi al di sopra delle medie. La Noaa aggiunge che a nord del ventesimo parallelo - cioè in gran parte dell'emisfero settentrionale - le temperature sono state ancora più calde risultando le terze mai misurate.
"Temperature più alte di 1-2 gradi rispetto alle medie 1960-1990 - prosegue la Noaa - sono state registrate in gran parte del Canada, in Scandinavia e nella maggior parte dell'Europa dell'est e dei Balcani. Una prolungata onda di calore ha interessato la maggior parte dell'Europa meridionale durante giugno e luglio con temperature anomale che hanno anche superato i 43 gradi e che hanno interessato Turchia, Gracia, Italia, Romania e Bulgaria. La sola vasta erea con temperature al di sotto della media è stata l'Australia".
La Noaa fornisce dati molto interessanti anche relativamente alla piovosità. "Nonostante molte regioni del globo abbiano sperimentato nel 2000 una devastante siccità - si osserva nel rapporto - le stime indicano che globalmente il 2000 è stato il terzo anno più piovoso mai misurato, con un aumento del 2,9% rispetto alle medie".
Il dato non sorprende visto che il Inghilterra e Galles il 2000 è stato l'anno più piovoso dal 1872 e che alluvioni e piogge record si sono avute in Italia, Svizzera, Indonesia, Pacifico occidentale, Bangladesh, Colombia, Cambogia, Thailandia, India, Guatemala, Nicaragua.
Tutto questo nonostante la siccità che ha interessato soprattutto Europa meridionale, Bulgaria, Medio Oriente, Asia Centrale fino alla Cina settentrionale e parte di Messico e Stati Uniti. E le previsioni per il 2.001 non sono confortanti. "A nostro avviso - osserva Alan Thorpe, direttore dell'Headley center dell'ufficio tereologico britannico - il 2001 sarà più caldo del 2000, e potrebbe essere il secondo più caldo di sempre, anche se molto dipenderà dallo sviluppo di El Nino".
SPIAGGIE VERSILIA ADDIO
Tratto da Adnkronos
33 COSTE RISCHIANO DI 'AFFONDARE' A CAUSA DEI CAMBIAMENTI CLIMATICI
Roma, 4 mag. - (Adnkronos) - Spiagge della Versilia addio. Paradisi delle vacanze come Castiglioncello e Forte dei Marmi rischiano di affondare per effetto dell'innalzamento del livello del mare provocato dai cambiamenti climatici. A rischio anche le dune di Sabaudia e la baia di Fondi, le spiagge di Manfredonia e dell'Alto Adriatico a cominciare da Lignano Sabbiadoro e Grado.
L'allarme viene da uno studio che l'Enea, l'Ente per l'Energia e l'Ambiente presieduto dal Nobel Carlo Rubbia ha presentato al Convegno Internazionale sui Cambiamenti Climatici che si svolge da ieri all'Accademia dei Lincei con alcuni fra i piu' autorevoli scienziati italiani e stranieri che si occupano di clima.
(Ccr/Rs/Adnkronos) 04-MAG-01 14:00
ALLARME INQUINAMENTO: IN ITALIA 3.500 MORTI ALL' ANNO PER SMOG DA
POLVERI
Le città più colpite sono Torino, Napoli, Roma e Bologna. A rischio gli over 30 e i bambini.
tratto da www.ilrestodelcarlino.it
ROMA, 20 GIUGNO- Nelle città italiane c'è un' epidemia ambientale: la malattia da smog che fa, tra chi ha più di 30 anni, 3.500 morti l'anno (circa 10 al giorno), circa il 5% della popolazione. Provoca anche più di 29 mila attacchi d'asma nei bambini e 31.500 bronchiti acute negli under 15 (il 28,6%). Le città più colpite, su 8 metropoli monitorate, sono Torino, Napoli, Roma e Bologna, quelle a più alto inquinamento.
Questo bollettino di guerra con morti e feriti a causa della qualità dell' aria lo hanno reso noto l' Anpa, l' Agenzia nazionale per l' ambiente e il centro Ambiente e Salute dell'Oms che hanno presentato il rapporto "Inquinamento atmosferico nelle città italiane: impatto sulla salute".
Il rapporto passa in rassegna mortalità a lungo termine, morbosità e ricoveri causati da uno degli inquinanti più pericolosi, le polveri sottili, le PM10 (particelle di un diametro inferiore a 10 micron), a Torino, Genova, Milano, Bologna, Firenze, Roma, Napoli e Palermo città dove vivono 8,5 milioni di italiani.
"Da questo studio - dice Roberto Bertollini, direttore del Centro Oms - emerge che migliaia di cittadini che vivono in città si ammalano e muoiono per inquinamento. Quella che mostriamo è solo la punta di un iceberg. Lo studio considera solo una parte del problema: le PM10".
Lo studio evidenzia che ogni anno le polveri causano anche 1.887 ricoveri ospedalieri per cause respiratorie e 2710 per cause cardiovascolari.
Eppure tutte queste vittime da smog potrebbero essere evitate se solo si riducesse l' inquinamento da polveri. Se le città lo portassero a 40 microgrammi al metro cubo (il limite previsto dalla legge, ma che nessuna delle 8 città rispetta) sarebbe possibile evitare circa 2.000 morti l' anno; se si arrivasse a 30 microgrammi al metro cubo i morti evitati sarebbero 3.500 (quelli che oggi ci sono); se si scendesse a 20 i morti evitati sarebbero 5.500. "Le nuove direttive europee sulla qualità dell' aria - ha detto Mauro Cirillo dell' Anpa - proprio per questi evidenti danni da smog alla salute sanciscono limiti più severi. Gli inquinanti più critici con cui ci dovremo confrontare in futuro, oltre alle PM10, sono benzene e ozono".
Le Pm10 nelle città sono provocate per lo più dal traffico diesel leggero e pesante. Il traffico dà un contributo maggiore alla produzione di polveri in città centromeridionali come Palermo (90%) e Torino, Milano, Bologna, Roma (50-70%). Altro fattore sotto accusa il riscaldamento. Non solo la salute, ma anche l' economia potrebbe avere vantaggi da un minore inquinamento. Si è stimato infatti che il numero di giorni di attività compromessa per disturbi respiratori in persone al di sopra dei 20 anni rappresenta il 14,3% dei giorni lavorativi.
"Visto questi numeri - ha detto Bertollini - è auspicabile l'avvio di un progetto nazionale di ricerca".
NOSTRE CONSIDERAZIONI: a questo proposito vorremmo ricordare l’ importanza della vegetazione (in particolare ad alto fusto) nella lotta alle polveri sottili. Gli alberi, infatti, oltre a combattere l’ effetto serra (si “nutrono” di anidride carbonica ed emettono ossigeno come scarto) si occupano anche di “catturare” le polveri sottili. Queste ultime si depositano infatti sulla vegetazione, per poi venire trascinate a terra in occasione di pioggie o nel normale rinnovamento del materiale vegetativo (ad esempio i platani, che “sfogliandosi” nella corteccia si rinnovano continuamente). In poche parole, quindi, gli alberi sono i “filtri” dell’ aria.
Ricordiamocene, ogniqualvolta vediamo nella ns. città alberi abbattuti per far posto al cemento…
L' ITALIA COME IL SAHARA
tratto da www.ilrestodelcarlino.it
L'Italia è sempre più simile al Sahara.
La desertificazione colpisce un terzo del territorio. Kofi Annan: «I Paesi ricchi mobilitino risorse». Previsto un esodo di "profughi ambientali"
BONN, 19 DICEMBRE - Basta andare in Sardegna: dopo un anno di siccità le risorse idriche negli invasi sono scese dai 356 milioni di metri cubi del 1999 agli attuali 150 milioni, e in gennaio e febbraio la piovosità è diminuita dell'80%. Si capisce così che siccità e desertificazione non sono parole che evocano panorami lontani, ma realtà concrete con le quali fare i conti anche nel nostro Paese. E se è interessata direttamente dalla desertificazione, l'Italia lo è anche indirettamente: nei prossimi anni, proprio per colpa della desertificazione, dovremo attenderci l'arrivo di un fiume di rifugiati ambientali.
Anche per questo è importante che la Convenzione per la lotta alla desertificazione - firmata nel '94 e ratificata da 172 Paesi - abbia quelle risorse economiche che oggi le mancano, senza le quali rimarrebbe solo un guscio vuoto. In questo senso ieri, alla conferenza di Bonn, è sceso in campo il segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, che ha inviato un messaggio forte: "La comunità internazionale ha risorse tecniche e finanziarie per far fronte alla formidabile sfida della desertificazione. Ma deve trovare la volontà di farlo.
I Paesi donatori devono mobilitare risorse adeguate e renderle disponibili per i Paesi più colpiti. E' vitale non lasciare che lo strumento della Convenzione, ora che c'è, fallisca il suo scopo".Pienamente d'accordo il capo-delegazione italiano, il sottosegretario all'Ambiente, Valerio Calzolaio, che ha sottolineato come "sia giunto il momento di passare dalle parole ai soldi". E Calzolaio ha sottolineato che la desertificazione rischia di costringere milioni di persone ad abbandonare le loro terre:"La spinta delle migrazioni ambientali è incontenibile. Il flusso è oggi sufficentemente contenuto tra i confini dell'Africa, ma entro 10 anni si prevede che almeno 70 milioni di profughi ambientali premeranno per entrare in Europa attraverso i paesi del Mediterraneo". Secondo il segretariato della Convenzione contro la desertificazione le cifre sarebbero anche più alte: 67 milioni di profughi ambientali dal Nordafrica, e ben 145 dal Sahel.L'altra faccia della medaglia è la desertificazione che già oggi interessa il 27% del nostro fragile Paese. Ne è colpito il Sud (Sicilia orientale e meridionale; coste della Sardegna; Metapontino, in Basilicata, provincia di Brindisi, Capitanata e Tarantino in Puglia, Piana del Sele in Campania), ma anche aree del centro (Cecina, in Toscana, interessata dalla salinizzazione) o del Nord (Pianura Padana, con perdite di sostanze organiche nei terreni). Per farvi fronte le Regioni hanno presentato progetti per 9.000 miliardi, che si spera finiranno in opere diverse dalle inutili e dannose dighe che punteggiano il Sud.
Cos’ è la desertificazione ?
La desertificazione può essere definita come il degrado delle terre aride, ed è causata principalmente dalla variabilità climatica e dalle attività umane. Il settanta per cento delle terre aride del mondo - deserti esclusi - sono degradate: si tratta di 3.600 milioni di ettari di territorio. Le terre aride rispondono rapidamente ai cambiamenti climatici perché, per definizione, hanno limitate riserve di acqua e si trovano in zone dove le precipitazioni possono variare molto di anno in anno e durante l'anno. Immagini satellitari hanno mostrato che sul lato meridionale del Sahara il limite della vegetazione può spostarsi di 200 chilometri in un solo anno.
Le popolazioni si sono storicamente dovute adattare a queste condizioni, ma l'adattamente è stato reso più difficile nelle ultime decadi dal cambiamento delle condizioni economiche e politiche, dalla crescita della popolazione e dalla tendenza a dar vita ad insediamenti stabili. La relativamente bassa priorità data alla protezione ambientale porta spesso ad una scarsa gestione dei suoli che punta a massimizzare il profitto dei proprietari delle terre, che vengono sfruttate intensamente, a danno degli interessi delle comunità.. I poveri, e in particolare le donne povere, sono i più colpiti.
LE CONSEGUENZE DELLA DESERTIFICAZIONE
La desertificazione riduce la capacità delle terre di adeguarsi alla naturale variabilità climatica. Il suolo diventa meno produttivo, e il suo strato superiore può essere eroso dalle acque e dal vento. La struttura fisica e chimica del suolo può peggiorare e gli elementi nutrienti possono essere rimossi da vento ed acqua. I terreni possono poi salinizzarsi . La perdita di vegetazione è al tempo stesso un conseguenza ed una causa di degrado delle terre. L'eccessiva presenza di animali da pascolo può danneggiare ulteriormente i terreni.
Alcune delle conseguenze ricadono sulle popolazioni che vivono direttamente nelle zone interessate, ma altre possono toccare popolazioni più lontane, basti pensare all'aumento del rischio di inondazioni, ad una riduzione della qualità dell'acqua, all'aumento di tempeste di polvere alla crescita dei sedimenti in fiumi e laghi. L'aumento della presenza di polvere in atmosfera può causare anche danni sanitari, come malattie respiratorie, infezioni, allergie. La produzione alimentare è poi direttamente minacciata e sebbene non esista un legame diretto e automatico tra il rischio di carestie e la desertificazione (un paese con maggiori risorse o una migliore capacità di gestione dei suoli può rispondere in maniera sensibilmente migliore ad una stessa emergenza ambientale) è certo che la desertificazione gioca un ruolo importante nella produttività agricola dei paesi a rischio.
La desertificazione ha inoltre degli enormi costi sociali, basti pensare ai movimenti migratori che può innescare ed ai confitti che può causare tra paesi che si disputano risorse idriche. Secondo uno studio della Banca Mondiale in un paese del Sahel questo può determinare perdite di reddito fino al 20% del Pil. A livello globale si stima che la desertificazione costi ogni anno 42 miliardi di dollari senza considerare i costi sociali ed economici indiretti.
I BENEFICI DELLA BIODIVERISITA' NELLE PIANTE
tratto da State of the World 1999 - John Tuxill
A colpo d'occhio, le patate selvatiche non sembrano un granché: sono piante dal fusto sottile, dall'aspetto alquanto stentato, che nascondono sottoterra tuberi piuttosto piccoli. Eppure queste piante sono alleati fondamentali dell'uomo nella lotta alla peronospora, un fungo che attacca le patate. Intorno al 1840 la peronospora invase e devastò i campi di patate dell'Irlanda, provocando la terribile carestia che costò la vita a più di un milione di persone.
Nel nostro secolo la malattia è stata ampiamente arginata attraverso i fungicidi, ma dalla metà degli anni Ottanta i coltivatori hanno ricominciato a denunciare episodi di peronospora resistente ai fungicidi. Negli anni Novanta questi nuovi ceppi virulenti hanno distrutto il 15% dei raccolti di patate di tutto il mondo, con una perdita di prodotto pari a 3,25 miliardi di dollari; in alcune regioni, come gli altipiani della Tanzania, le perdite causate dal fungo hanno sfiorato il 100%. Fortunatamente gli scienziati dell'International Potato Center di Lima, Perù, hanno scoperto che le patate tradizionalmente coltivate sulle Ande e le corrispondenti specie selvatiche sviluppano resistenza ai nuovi ceppi di peronospora, tanto che oggi c'è la speranza di ristabilire la produzione mondiale di patate.
Le patate selvatiche sono una dimostrazione dei benefici che l'uomo trae dalla diversità biologica, che rappresenta la ricchezza e complessità della vita sulla terra. La biodiversità vegetale è probabilmente la maggiore risorsa che il genere umano ha avuto a disposizione dalla natura durante tutto il suo sviluppo culturale. Ad oggi gli scienziati hanno catalogato più di 250 mila specie di muschi, felci, conifere e piante da fiore e si calcola che potrebbero esserci oltre 50 mila specie non ancora documentate, soprattutto nelle remote e quasi sconosciute foreste tropicali.
Solo all'interno delle circa cento specie coltivate che forniscono la maggior parte dell'alimentazione mondiale, gli agricoltori tradizionali hanno selezionato e sviluppato centinaia di migliaia di differenti varietà genetiche. In questo secolo, gli ibridatori specializzati hanno utilizzato questo ricco patrimonio genetico per creare le varietà di colture ad alto rendimento che hanno reso possibile l'enorme produttività dell'agricoltura moderna. La diversità della flora fornisce anche oli, lattici, gomme, fibre, tinture, essenze e altri prodotti utilizzati nelle lavorazioni industriali e che usiamo nella nostra vita quotidiana.
Sia che apparteniamo al 20% di persone che quando si sente male ha a disposizione una boccetta di pillole, sia che facciamo parte dell'80% che consulta un guaritore, una parte consistente dei nostri farmaci deriva da composti chimici prodotti da piante.
L'attività umana sulla Terra è diventata talmente invasiva (la popolazione mondiale sfiora ormai i 6 miliardi e consuma quasi il 40% della produttività biologica globale annua) da minacciare le radici stesse della biodiversità vegetale, perdendo per sempre straordinari ceppi genetici, specie e perfino intere comunità di specie. È come se il genere umano stesse dipingendo un quadro del prossimo millennio con una gamma di colori sempre più esigua: ci sarà ancora il verde, ma le sue tonalità saranno sempre più uniformi e monocrome.
L'intervento umano ha certamente prodotto benefici, poiché la società produce più cibo rispetto al passato e chi è in grado di acquistarlo è in grado di raggiungere standard di vita inimmaginabili dalle generazioni precedenti. Tuttavia, il prezzo che la biodiversità e la salute ecologica del nostro pianeta stanno pagando per queste conquiste getta un'ombra sul futuro dei paesi che in questo secolo hanno intrapreso questo percorso di sviluppo. Se non vogliamo che la nostra sia una civiltà a breve termine, dobbiamo difendere la biodiversità.
Anche se l'estinzione è una parte naturale dell'evoluzione, normalmente ne costituisce un evento raro: l'andamento naturale dell'estinzione è valutata in circa 1-10 specie all'anno.
Gli scienziati calcolano invece che in questo secolo i ritmi di estinzione siano aumentati fino a raggiungere almeno le mille specie all'anno, il che indica che stiamo vivendo in un periodo di estinzione di massa: uno sconvolgimento evolutivo della diversità e della composizione della vita sulla Terra.
Studiando i reperti fossili, i paleontologi hanno identificato cinque episodi di estinzione di massa in un miliardo e mezzo di anni di evoluzione, il più recente dei quali avvenuto circa 65 milioni di anni fa, alla fine del Cretaceo, con la scomparsa dei dinosauri. Le prime estinzioni di massa colpirono gli invertebrati marini e altre specie animali, mentre la flora subiva scarsi contraccolpi da questi episodi. In effetti, la diversificazione che diede origine alle piante da fiore &endash; che costituiscono oggi quasi il 90% delle specie vegetali terrestri &endash; avvenne a partire dal Cretaceo; quindi sono piuttosto recenti in termini evolutivi.
Nell'attuale estinzione di massa, invece, le specie vegetali subiscono perdite senza precedenti. Uno studio su base mondiale del 1997, coordinato dalla World Conservation Union-IUCN, ha rilevato che delle 240 mila specie esaminate, una su otto è a rischio di estinzione. Questo conteggio comprende specie a rischio, specie decisamente vulnerabili e specie così rare in natura o così poco conosciute da essere minacciate dai disequilibri ecologici. Oltre il 90% delle specie a rischio sono endemiche di un solo paese, cioè introvabili in altre zone.
La maggior parte delle specie vegetali a rischio appartiene agli Stati Uniti, all'Australia e al Sudafrica: questo è in parte dovuto al fatto che la flora di questi paesi è molto più nota di quella di altri paesi altrettanto ricchi di specie. Sappiamo bene infatti quante piante sono diventate a rischio di estinzione da quando la macchia di salvia e le praterie perenni della California sono state cementificate o coltivate, ma non sappiamo quante specie siano state perse mano a mano che le piantagioni di caffè e i pascoli hanno preso il posto delle foreste dell'America Centrale, oppure via via che le foreste pluviali dei bassopiani dell'Indonesia e della Malesia sono state sostituite da piantagioni di palme e di alberi da taglio.
Non sono soltanto singole specie, ma intere famiglie ed ecosistemi a confrontarsi con l'estinzione. Le foreste di alloro delle Ande, le foreste di querce della Colombia, le brughiere dell'Australia occidentale, le foreste stagionalmente aride delle isole del Pacifico della Nuova Caledonia, sono state tutte sovrasfruttate dall'uomo. Nel sud-est della Florida intere famiglie di piante, come quelle a legno duro delle macchie subtropicali o quelle delle pinete dei terreni calcarei, sono ormai circoscritte in minuscoli appezzamenti all'interno di una distesa di centri suburbani, campi di canna da zucchero e agrumeti.
Questi residui insostituibili di ciò che era un tempo il sud-est della Florida vengono oggi mantenuti in vita grazie al costante controllo dell'uomo che tenta di arginare l'invasività delle piante esotiche, come il pepe brasiliano e la casuarina australiana.
LA TERRA CI SPARISCE DA SOTTO I PIEDI
tratto da Il Resto del Carlino.it
Sos di centocinquanta scienziati europei.
Erosione, inquinamento, effetto serra: ormai è 'emergenza suolo'. Parte dal convegno di Erice la mozione inviata a tutti governi del mondo e al presidente della Commissione europea, Prodi.
ERICE (TRAPANI), 22 MAGGIO 2001 - "Il livello di degradazione dei suoli ha già raggiunto, in alcune parti del mondo, limiti che non devono essere assolutamente superati". L' allarme è stato lanciato da Erice da 150 scienziati provenienti da tutta Europa che hanno sottoscritto una mozione inviata a tutti i governi del mondo e al presidente della Commissione europea, Romano Prodi.
Africa centrale, Asia, Sud America, Spagna, Grecia, Turchia e Italia sono le zone maggiormente a rischio. "La dotazione di suolo pro-capite si abbassa di continuo - affermano gli scienziati - tanto da fare prevedere che entro non molti anni passerà dagli attuali 0,25 ettari a 0,15 ettari". Nel 1990 la dotazione era di 0,30 ettari.
Gli scienziati, riuniti al Centro "Ettore Majorana" di Erice hanno delegato la Società Italiana della Scienza del Suolo "il compito di portare, con ogni iniziativa ritenuta utile, all'attenzione dei governi di tutto il mondo il problema della 'Emergenza Suolo' perchè venga acquisita da tutti una "coscienza del suolo" in grado di fermare, o almeno rallentare, i fenomeni sempre più incombenti di degradazione e desertificazione.
Gli scienziati impegnano i governi "a mantenere e ricostituire la biodiversità e la pedodiversità che condizionano tutto il sistema vivente e quindi la qualità della vita; a favorire politiche territoriali e in particolare agro-forestali dirette a sviluppare gli effetti di immagazzinamento del suolo che da soli, in molti casi, possono contrastare le emissioni derivanti dalla combustione dei fossili e quindi l'effetto serra; a favorire la chiusura dei cicli degli elementi nutritivi del suolo e quindi a riutilizzare tutti i rifiuti in modo naturale evitando, nei limiti del possibile, la collocazioni improprie quali per esempio possono essere le discariche e l'incenerimento".
Gli scienziati invitano infine i governi "a tenere nel dovuto conto che la qualità del suolo condiziona la qualità dell'aria, delle acque e della vita dell'uomo". Per il professor Paolo Sequi, presidente della Società Italiana della Scienza del Suolo, "la situazione è davvero preoccupante su scala mondiale: l'impoverimento esasperato del suolo, praticato attraverso attività agronomiche non mirate come, sta impedendo, fra l'altro, al suolo di assorbire anidride carbonica (CO2); pertanto quella generata dalla combustione dei fossili viene tutta liberata nell'atmosfera contribuendo ad aumentare l' effetto serra".
Secondo Sequi "se si invertisse la tendenza si potrebbero risolvere le problematiche del protocollo di Kyoto, ossia contrastare le emissioni di CO2 derivante dalla combustione dei fossili, senza dover investire le colossali cifre previste oggi".
TROPPA AFA NEL MONDO: ALLARME MALARIA
tratto da Il Resto del Carlino
Il Rapporto sul clima di Legambiente: 6 persone su 10 a rischio nei prossimi decenni. Epidemie sempre più probabili
ROMA, 25 LUGLIO - L' effetto afa, il rischio deserto, i mutamenti climatici in genere minacciano la salute della popolazione del pianeta. Nei prossimi decenni il rischio di contrarre la malaria potrebbe interessare 6 persone su 10, mentre i raggi del sole sempre meno protetti dalla fascia di ozono potrebbero causare 250 mila nuovi casi di cancro alla pelle ogni anno. Senza contare poi i 'morti di caldo' in costante aumento in tutte le grandi città del mondo.
L'allarme clima impazzito lo lancia Legambiente che guarda con apprensione l' aumento nei paesi sviluppati, Italia compresa, delle emissioni di CO2, il gas ad effetto serra e l' assottigliamento dello strato di ozono che proseguirà per i prossimi due decenni. «La tendenza alla crescita della temperatura media del globo che è stata stimata tra 1 e 3,5 gradi nel prossimo secolo -dice Legambiente- potrà favorire la comparsa e la propagazione di molte malattie infettive e non, malaria in testa, anche in aree del globo che attualmente non ne sono colpite».La zanzara della malaria sta attuando la sua avanzata infatti, tanto che in Africa è stata segnalata ad altezze superiori ai 1.000 metri. Mancanza d'acqua e fiumi sempre più inquinati sono anche essi una conseguenza delle variazioni climatiche: l'acqua infetta uccide un bambino ogni 8 secondi. Legambiente ha anche fatto una simulazione su cosa avverrebbe in Sicilia con un aumento della temperatura di 2-3,2 gradi.
Nel prossimo secolo con queste variazioni climatiche l'isola dovrebbe affrontare una diminuzione della disponibilità idrica di 1,2 miliardi di metri cubi, un aumento delle aree desertiche, l' estinzione di specie animali. Nella situazione peggiore poi 17 chilometri quadrati di Sicilia verrebbero completamente sommersi dal mare mentre 193 chilometri di costa dovranno essere protetti dalle acque. In questo scenario è previsto anche un aumento dei consumi elettrici, soprattutto per il condizionamento, pari al 15% nei prossimi 30 anni.
Nonostante questi allarmi però l' Italia non sta facendo nulla per mettere il bavaglio alla CO2, il gas pricipale causa dei mutamenti climatici. «L' Italia -dice Ermete Realacci, presidente di Legambiente- nonostante questo scenario e il suo impegno di ridurre del 6,5% le emissioni di CO2, negli ultimi anni le ha aumentate del 6%. Ora si trova quindi, per tener fede agli impegni di Kyoto, a dover ridurre i gas serra del 13%».
L' ONU METTE AL BANDO "LA SPORCA DOZZINA"
tratto da Il Resto del Carlino.it
STOCCOLMA, 22 MAGGIO 2001 - Il trattato dell'Onu per la messa al bando di 12 sostanza chimiche artificiali "inquinanti persistenti" è stato adottato a Stoccolma dai delegati di più di 120 nazioni. Si tratta delle 12 sostanza più pericolose per l'ambiente e per la salute, di cui il trattato si propone di controllare produzione,import-export,eliminazione e impiego.
Le dodici sostanze, soprannominate 'la sporca dozzina', sono definite dalla sigla 'Pop', Persistent organic polluants (inquinatori organici persistenti). Hanno in comune la caratteristica di accumularsi nei tessuti grassi, e i loro effetti si sono manifestati già in maniera spettacolare con le malformazioni riscontrate sugli organi sessuali degli orsi polari nella regione artica.
Le sostanze chimiche messe al bando (pesticidi prodotti artificialmente come il Ddt, o residui di combustione come la diossina) si trovano in numerosi prodotti industriali, dai materiali ignifughi di uso domestico ai trasformatori elettrici, pitture e materiali plastici.
MEZZO SECOLO PER RIFARE L' OZONO
tratto da IlRestodelCarlino.it
Quasi mezzo secolo per rifare la fascia di ozonoL'azione devastante dei clorofluorocarburi potrà essere "riparata" in 15-45 anni
ROMA, 9 OTTOBRE - Ci vorranno dai 15 ai 45 anni per ricostituire la fascia dell'ozono distrutta dagli agenti chimici inquinanti quali i clorofluorocarburi. È quanto affermano gli scienziati della Noaa (National Oceanic and Atmospheric Administration) in un articolo apparso sul Journal of Geophysical Research.
"Questa previsione - afferma Elizabeth Weatherhead, della Colorado University e ricercatrice presso l'ente - è in conformità con i modelli chimici e le previsioni del tempo del 1998 elaborate dall'Organizzazione Mondiale di Meteorologia in base al Protocollo di Montreal (patto internazionale sottoscritto per preservare lo strato d'ozono), a condizione che non si verifichino fattori contrastanti quali le eruzioni vulcaniche o il raffreddamento della stratosfera".
Molti scienziati sono convinti che ai nostri giorni la fascia dell'ozono ha raggiunto livelli minimi mai toccati in precedenza destando forti preoccupazioni per gli esseri viventi che si trovano così sprovvisti di uno schermo naturale per i dannosi raggi ultravioletti (UV)."Finché non si ricrea lo strato di ozono - ribadisce Weatherhead - non diminuirà l'intensità degli raggi UV".
Il depauperamento del gas è iniziato oltre 20 anni fa, ed anche se le sostanze chimiche coinvolte nella sua distruzione sono state bandite da tempo in molti nazioni (i paesi sottosviluppati non hanno aderito al Protocollo per ragioni economiche), si continua a registrare un assottigliamento della colonna d'ozono (dato che garantisce un'immagine completa dello spessore del gas su una determinata regione) perché le sostanze volatili impiegano parecchio tempo per raggiungere la stratosfera. "Il dato più incoraggiante - dichiara Weatherhead - è che questi agenti chimici nell'atmosfera che distruggono l'ozono stanno calando. Se continuiamo in questa direzione la ricostituzione dello strato potrebbe migliorare. Ora tutto sta nelle mani dei Paesi che hanno promesso di contenere le emissioni dannose".