Guardie Ecologiche Volontarie di Faenza 1) UN CLIMA DA DISASTRO
2) SPIAGGIE VERSILIA ADDIO
3) ALLARME INQUINAMENTO: IN ITALIA 3.500 MORTI ALL' ANNO PER SMOG DA POLVERI
4) L' ITALIA COME IL SAHARA
5) I BENEFICI DELLA BIODIVERSITA' NELLE PIANTE
6) LA TERRA CI SPARISCE DA SOTTO I PIEDI
7) TROPPA AFA NEL MONDO: ALLARME MALARIA
8) L' ONU METTE AL BANDO "LA SPORCA DOZZINA"
9) MEZZO SECOLO PER RIFARE L' OZONO
10) A TOKIO ALBERI SUI TETTI PER COMBATTERE L' EFFETTO SERRA
11) MICRONESIA ANNIENTATA DAL RISCALDAMENTO DEL PIANETA
12) L' INQUINAMENTO UCCIDE PIU' DEGLI INCIDENTI
13) NUCLEARE, PROBLEMA DA NON RIMANDARE
14) GUERRA ALLO SMOG
15) IDROGENO E NUCLEARE
16) ALLUVIONI: INTERVISTA AL MAGISTRATO DEL PO (aggiornato il 29/11/2002)

E' CALDO. PIOVE TROPPO. UN CLIMA DA DISASTRO

Tratto da Il Resto del Carlino.it

L'Organizzazione metereologica mondiale ha diffuso i dati sul tempo registrato nel 2000

23 GENNAIO - Più caldo del normale, più piovoso del solito. Secondo i più accreditati centri mondiali di ricerca sul clima l'anno che sta per concludersi è stato il sesto più caldo mai misurato negli ultimi 140 anni, piazzandosi subito dopo il 1998, il 1997, il 1995, il 1990 e il 1999. Ad affermarlo, sulla base dei dati delle reti di monitoraggio del Met Office inglese e dell'università dell'East Anglia, è l'organizzazione metereologica mondiale (WMO) che non ha reso noto un rapporto preliminare sul clima del 2000.

"Il 2000 - ha detto il segretario generale del Wmo, Godwin Obasi - è il ventiduesimo anno consecutivo con tempertura al di sopra della media del periodo 1961-1990 e si piazza su livelli simili a quelli del 1999 nonostante il persistente effetto raffreddante rappresentato dalla corrente marina tropicale del Pacifico denominata El Nino. Se a questo si aggiunge il fatto che i dieci anni più caldi si sono tutti registrati dopo il 1983 e che sette di essi fanno parte degli anni 90 si può dire che il trend in atto è compatibile con il riscaldamento globale del quale si parla e questo dovrebbe quindi spingerci ad un taglio delle emissioni di quei gas che accentuano l'effetto serra".

Un appello non nuovo per Obasi, ma che sinora lo stallo dei negoziati sul clima ha lasciato cadere nel vuoto. Il mancato accordo alla conferenza delle parti svoltasi all'Aia lo scorso novembre e il dissenso che si è registrato anche nel successivo incontro informale di Ottawa non lasciano infatti ben sperare per gli appuntamenti successivi già fissati per giugnoo a Bonn e ad ottobre in Marocco.
I dati del Wmo sono confermati al millmetro da quelli della Noaa, l'agenzia governativa statunitense che si occupa di atmosfera e oceani. Il loro rapporto definitivo sul 2000 conferma la stima di sesto anno più caldo almeno dal 1880 ad oggi. Il 2000 è stato 0.59 gradi al di sopra delle medie. La Noaa aggiunge che a nord del ventesimo parallelo - cioè in gran parte dell'emisfero settentrionale - le temperature sono state ancora più calde risultando le terze mai misurate.

"Temperature più alte di 1-2 gradi rispetto alle medie 1960-1990 - prosegue la Noaa - sono state registrate in gran parte del Canada, in Scandinavia e nella maggior parte dell'Europa dell'est e dei Balcani. Una prolungata onda di calore ha interessato la maggior parte dell'Europa meridionale durante giugno e luglio con temperature anomale che hanno anche superato i 43 gradi e che hanno interessato Turchia, Gracia, Italia, Romania e Bulgaria. La sola vasta erea con temperature al di sotto della media è stata l'Australia".

La Noaa fornisce dati molto interessanti anche relativamente alla piovosità. "Nonostante molte regioni del globo abbiano sperimentato nel 2000 una devastante siccità - si osserva nel rapporto - le stime indicano che globalmente il 2000 è stato il terzo anno più piovoso mai misurato, con un aumento del 2,9% rispetto alle medie".

Il dato non sorprende visto che il Inghilterra e Galles il 2000 è stato l'anno più piovoso dal 1872 e che alluvioni e piogge record si sono avute in Italia, Svizzera, Indonesia, Pacifico occidentale, Bangladesh, Colombia, Cambogia, Thailandia, India, Guatemala, Nicaragua.

Tutto questo nonostante la siccità che ha interessato soprattutto Europa meridionale, Bulgaria, Medio Oriente, Asia Centrale fino alla Cina settentrionale e parte di Messico e Stati Uniti. E le previsioni per il 2.001 non sono confortanti. "A nostro avviso - osserva Alan Thorpe, direttore dell'Headley center dell'ufficio tereologico britannico - il 2001 sarà più caldo del 2000, e potrebbe essere il secondo più caldo di sempre, anche se molto dipenderà dallo sviluppo di El Nino".


SPIAGGIE VERSILIA ADDIO

Tratto da Adnkronos

33 COSTE RISCHIANO DI 'AFFONDARE' A CAUSA DEI CAMBIAMENTI CLIMATICI

Roma, 4 mag. - (Adnkronos) - Spiagge della Versilia addio. Paradisi delle vacanze come Castiglioncello e Forte dei Marmi rischiano di affondare per effetto dell'innalzamento del livello del mare provocato dai cambiamenti climatici. A rischio anche le dune di Sabaudia e la baia di Fondi, le spiagge di Manfredonia e dell'Alto Adriatico a cominciare da Lignano Sabbiadoro e Grado.
L'allarme viene da uno studio che l'Enea, l'Ente per l'Energia e l'Ambiente presieduto dal Nobel Carlo Rubbia ha presentato al Convegno Internazionale sui Cambiamenti Climatici che si svolge da ieri all'Accademia dei Lincei con alcuni fra i piu' autorevoli scienziati italiani e stranieri che si occupano di clima.
(Ccr/Rs/Adnkronos) 04-MAG-01 14:00


ALLARME INQUINAMENTO: IN ITALIA 3.500 MORTI ALL' ANNO PER SMOG DA POLVERI

Le città più colpite sono Torino, Napoli, Roma e Bologna. A rischio gli over 30 e i bambini.
tratto da www.ilrestodelcarlino.it

ROMA, 20 GIUGNO- Nelle città italiane c'è un' epidemia ambientale: la malattia da smog che fa, tra chi ha più di 30 anni, 3.500 morti l'anno (circa 10 al giorno), circa il 5% della popolazione. Provoca anche più di 29 mila attacchi d'asma nei bambini e 31.500 bronchiti acute negli under 15 (il 28,6%). Le città più colpite, su 8 metropoli monitorate, sono Torino, Napoli, Roma e Bologna, quelle a più alto inquinamento.

Questo bollettino di guerra con morti e feriti a causa della qualità dell' aria lo hanno reso noto l' Anpa, l' Agenzia nazionale per l' ambiente e il centro Ambiente e Salute dell'Oms che hanno presentato il rapporto "Inquinamento atmosferico nelle città italiane: impatto sulla salute".
Il rapporto passa in rassegna mortalità a lungo termine, morbosità e ricoveri causati da uno degli inquinanti più pericolosi, le polveri sottili, le PM10 (particelle di un diametro inferiore a 10 micron), a Torino, Genova, Milano, Bologna, Firenze, Roma, Napoli e Palermo città dove vivono 8,5 milioni di italiani.

"Da questo studio - dice Roberto Bertollini, direttore del Centro Oms - emerge che migliaia di cittadini che vivono in città si ammalano e muoiono per inquinamento. Quella che mostriamo è solo la punta di un iceberg. Lo studio considera solo una parte del problema: le PM10".
Lo studio evidenzia che ogni anno le polveri causano anche 1.887 ricoveri ospedalieri per cause respiratorie e 2710 per cause cardiovascolari.

Eppure tutte queste vittime da smog potrebbero essere evitate se solo si riducesse l' inquinamento da polveri. Se le città lo portassero a 40 microgrammi al metro cubo (il limite previsto dalla legge, ma che nessuna delle 8 città rispetta) sarebbe possibile evitare circa 2.000 morti l' anno; se si arrivasse a 30 microgrammi al metro cubo i morti evitati sarebbero 3.500 (quelli che oggi ci sono); se si scendesse a 20 i morti evitati sarebbero 5.500. "Le nuove direttive europee sulla qualità dell' aria - ha detto Mauro Cirillo dell' Anpa - proprio per questi evidenti danni da smog alla salute sanciscono limiti più severi. Gli inquinanti più critici con cui ci dovremo confrontare in futuro, oltre alle PM10, sono benzene e ozono".

Le Pm10 nelle città sono provocate per lo più dal traffico diesel leggero e pesante. Il traffico dà un contributo maggiore alla produzione di polveri in città centromeridionali come Palermo (90%) e Torino, Milano, Bologna, Roma (50-70%). Altro fattore sotto accusa il riscaldamento. Non solo la salute, ma anche l' economia potrebbe avere vantaggi da un minore inquinamento. Si è stimato infatti che il numero di giorni di attività compromessa per disturbi respiratori in persone al di sopra dei 20 anni rappresenta il 14,3% dei giorni lavorativi.
"Visto questi numeri - ha detto Bertollini - è auspicabile l'avvio di un progetto nazionale di ricerca".

NOSTRE CONSIDERAZIONI: a questo proposito vorremmo ricordare l’ importanza della vegetazione (in particolare ad alto fusto) nella lotta alle polveri sottili. Gli alberi, infatti, oltre a combattere l’ effetto serra (si “nutrono” di anidride carbonica ed emettono ossigeno come scarto) si occupano anche di “catturare” le polveri sottili. Queste ultime si depositano infatti sulla vegetazione, per poi venire trascinate a terra in occasione di pioggie o nel normale rinnovamento del materiale vegetativo (ad esempio i platani, che “sfogliandosi” nella corteccia si rinnovano continuamente). In poche parole, quindi, gli alberi sono i “filtri” dell’ aria.
Ricordiamocene, ogniqualvolta vediamo nella ns. città alberi abbattuti per far posto al cemento…



L' ITALIA COME IL SAHARA

tratto da www.ilrestodelcarlino.it

L'Italia è sempre più simile al Sahara.
La desertificazione colpisce un terzo del territorio. Kofi Annan: «I Paesi ricchi mobilitino risorse». Previsto un esodo di "profughi ambientali"

BONN, 19 DICEMBRE - Basta andare in Sardegna: dopo un anno di siccità le risorse idriche negli invasi sono scese dai 356 milioni di metri cubi del 1999 agli attuali 150 milioni, e in gennaio e febbraio la piovosità è diminuita dell'80%. Si capisce così che siccità e desertificazione non sono parole che evocano panorami lontani, ma realtà concrete con le quali fare i conti anche nel nostro Paese. E se è interessata direttamente dalla desertificazione, l'Italia lo è anche indirettamente: nei prossimi anni, proprio per colpa della desertificazione, dovremo attenderci l'arrivo di un fiume di rifugiati ambientali.

Anche per questo è importante che la Convenzione per la lotta alla desertificazione - firmata nel '94 e ratificata da 172 Paesi - abbia quelle risorse economiche che oggi le mancano, senza le quali rimarrebbe solo un guscio vuoto. In questo senso ieri, alla conferenza di Bonn, è sceso in campo il segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, che ha inviato un messaggio forte: "La comunità internazionale ha risorse tecniche e finanziarie per far fronte alla formidabile sfida della desertificazione. Ma deve trovare la volontà di farlo.

I Paesi donatori devono mobilitare risorse adeguate e renderle disponibili per i Paesi più colpiti. E' vitale non lasciare che lo strumento della Convenzione, ora che c'è, fallisca il suo scopo".Pienamente d'accordo il capo-delegazione italiano, il sottosegretario all'Ambiente, Valerio Calzolaio, che ha sottolineato come "sia giunto il momento di passare dalle parole ai soldi". E Calzolaio ha sottolineato che la desertificazione rischia di costringere milioni di persone ad abbandonare le loro terre:"La spinta delle migrazioni ambientali è incontenibile. Il flusso è oggi sufficentemente contenuto tra i confini dell'Africa, ma entro 10 anni si prevede che almeno 70 milioni di profughi ambientali premeranno per entrare in Europa attraverso i paesi del Mediterraneo". Secondo il segretariato della Convenzione contro la desertificazione le cifre sarebbero anche più alte: 67 milioni di profughi ambientali dal Nordafrica, e ben 145 dal Sahel.L'altra faccia della medaglia è la desertificazione che già oggi interessa il 27% del nostro fragile Paese. Ne è colpito il Sud (Sicilia orientale e meridionale; coste della Sardegna; Metapontino, in Basilicata, provincia di Brindisi, Capitanata e Tarantino in Puglia, Piana del Sele in Campania), ma anche aree del centro (Cecina, in Toscana, interessata dalla salinizzazione) o del Nord (Pianura Padana, con perdite di sostanze organiche nei terreni). Per farvi fronte le Regioni hanno presentato progetti per 9.000 miliardi, che si spera finiranno in opere diverse dalle inutili e dannose dighe che punteggiano il Sud.

Cos’ è la desertificazione ?

La desertificazione può essere definita come il degrado delle terre aride, ed è causata principalmente dalla variabilità climatica e dalle attività umane. Il settanta per cento delle terre aride del mondo - deserti esclusi - sono degradate: si tratta di 3.600 milioni di ettari di territorio. Le terre aride rispondono rapidamente ai cambiamenti climatici perché, per definizione, hanno limitate riserve di acqua e si trovano in zone dove le precipitazioni possono variare molto di anno in anno e durante l'anno. Immagini satellitari hanno mostrato che sul lato meridionale del Sahara il limite della vegetazione può spostarsi di 200 chilometri in un solo anno.

Le popolazioni si sono storicamente dovute adattare a queste condizioni, ma l'adattamente è stato reso più difficile nelle ultime decadi dal cambiamento delle condizioni economiche e politiche, dalla crescita della popolazione e dalla tendenza a dar vita ad insediamenti stabili. La relativamente bassa priorità data alla protezione ambientale porta spesso ad una scarsa gestione dei suoli che punta a massimizzare il profitto dei proprietari delle terre, che vengono sfruttate intensamente, a danno degli interessi delle comunità.. I poveri, e in particolare le donne povere, sono i più colpiti.

LE CONSEGUENZE DELLA DESERTIFICAZIONE

La desertificazione riduce la capacità delle terre di adeguarsi alla naturale variabilità climatica. Il suolo diventa meno produttivo, e il suo strato superiore può essere eroso dalle acque e dal vento. La struttura fisica e chimica del suolo può peggiorare e gli elementi nutrienti possono essere rimossi da vento ed acqua. I terreni possono poi salinizzarsi . La perdita di vegetazione è al tempo stesso un conseguenza ed una causa di degrado delle terre. L'eccessiva presenza di animali da pascolo può danneggiare ulteriormente i terreni.

Alcune delle conseguenze ricadono sulle popolazioni che vivono direttamente nelle zone interessate, ma altre possono toccare popolazioni più lontane, basti pensare all'aumento del rischio di inondazioni, ad una riduzione della qualità dell'acqua, all'aumento di tempeste di polvere alla crescita dei sedimenti in fiumi e laghi. L'aumento della presenza di polvere in atmosfera può causare anche danni sanitari, come malattie respiratorie, infezioni, allergie. La produzione alimentare è poi direttamente minacciata e sebbene non esista un legame diretto e automatico tra il rischio di carestie e la desertificazione (un paese con maggiori risorse o una migliore capacità di gestione dei suoli può rispondere in maniera sensibilmente migliore ad una stessa emergenza ambientale) è certo che la desertificazione gioca un ruolo importante nella produttività agricola dei paesi a rischio.

La desertificazione ha inoltre degli enormi costi sociali, basti pensare ai movimenti migratori che può innescare ed ai confitti che può causare tra paesi che si disputano risorse idriche. Secondo uno studio della Banca Mondiale in un paese del Sahel questo può determinare perdite di reddito fino al 20% del Pil. A livello globale si stima che la desertificazione costi ogni anno 42 miliardi di dollari senza considerare i costi sociali ed economici indiretti.


I BENEFICI DELLA BIODIVERISITA' NELLE PIANTE

tratto da State of the World 1999 - John Tuxill

A colpo d'occhio, le patate selvatiche non sembrano un granché: sono piante dal fusto sottile, dall'aspetto alquanto stentato, che nascondono sottoterra tuberi piuttosto piccoli. Eppure queste piante sono alleati fondamentali dell'uomo nella lotta alla peronospora, un fungo che attacca le patate. Intorno al 1840 la peronospora invase e devastò i campi di patate dell'Irlanda, provocando la terribile carestia che costò la vita a più di un milione di persone.

Nel nostro secolo la malattia è stata ampiamente arginata attraverso i fungicidi, ma dalla metà degli anni Ottanta i coltivatori hanno ricominciato a denunciare episodi di peronospora resistente ai fungicidi. Negli anni Novanta questi nuovi ceppi virulenti hanno distrutto il 15% dei raccolti di patate di tutto il mondo, con una perdita di prodotto pari a 3,25 miliardi di dollari; in alcune regioni, come gli altipiani della Tanzania, le perdite causate dal fungo hanno sfiorato il 100%. Fortunatamente gli scienziati dell'International Potato Center di Lima, Perù, hanno scoperto che le patate tradizionalmente coltivate sulle Ande e le corrispondenti specie selvatiche sviluppano resistenza ai nuovi ceppi di peronospora, tanto che oggi c'è la speranza di ristabilire la produzione mondiale di patate.

Le patate selvatiche sono una dimostrazione dei benefici che l'uomo trae dalla diversità biologica, che rappresenta la ricchezza e complessità della vita sulla terra. La biodiversità vegetale è probabilmente la maggiore risorsa che il genere umano ha avuto a disposizione dalla natura durante tutto il suo sviluppo culturale. Ad oggi gli scienziati hanno catalogato più di 250 mila specie di muschi, felci, conifere e piante da fiore e si calcola che potrebbero esserci oltre 50 mila specie non ancora documentate, soprattutto nelle remote e quasi sconosciute foreste tropicali.

Solo all'interno delle circa cento specie coltivate che forniscono la maggior parte dell'alimentazione mondiale, gli agricoltori tradizionali hanno selezionato e sviluppato centinaia di migliaia di differenti varietà genetiche. In questo secolo, gli ibridatori specializzati hanno utilizzato questo ricco patrimonio genetico per creare le varietà di colture ad alto rendimento che hanno reso possibile l'enorme produttività dell'agricoltura moderna. La diversità della flora fornisce anche oli, lattici, gomme, fibre, tinture, essenze e altri prodotti utilizzati nelle lavorazioni industriali e che usiamo nella nostra vita quotidiana.

Sia che apparteniamo al 20% di persone che quando si sente male ha a disposizione una boccetta di pillole, sia che facciamo parte dell'80% che consulta un guaritore, una parte consistente dei nostri farmaci deriva da composti chimici prodotti da piante.

L'attività umana sulla Terra è diventata talmente invasiva (la popolazione mondiale sfiora ormai i 6 miliardi e consuma quasi il 40% della produttività biologica globale annua) da minacciare le radici stesse della biodiversità vegetale, perdendo per sempre straordinari ceppi genetici, specie e perfino intere comunità di specie. È come se il genere umano stesse dipingendo un quadro del prossimo millennio con una gamma di colori sempre più esigua: ci sarà ancora il verde, ma le sue tonalità saranno sempre più uniformi e monocrome.

L'intervento umano ha certamente prodotto benefici, poiché la società produce più cibo rispetto al passato e chi è in grado di acquistarlo è in grado di raggiungere standard di vita inimmaginabili dalle generazioni precedenti. Tuttavia, il prezzo che la biodiversità e la salute ecologica del nostro pianeta stanno pagando per queste conquiste getta un'ombra sul futuro dei paesi che in questo secolo hanno intrapreso questo percorso di sviluppo. Se non vogliamo che la nostra sia una civiltà a breve termine, dobbiamo difendere la biodiversità.

Anche se l'estinzione è una parte naturale dell'evoluzione, normalmente ne costituisce un evento raro: l'andamento naturale dell'estinzione è valutata in circa 1-10 specie all'anno. Gli scienziati calcolano invece che in questo secolo i ritmi di estinzione siano aumentati fino a raggiungere almeno le mille specie all'anno, il che indica che stiamo vivendo in un periodo di estinzione di massa: uno sconvolgimento evolutivo della diversità e della composizione della vita sulla Terra.

Studiando i reperti fossili, i paleontologi hanno identificato cinque episodi di estinzione di massa in un miliardo e mezzo di anni di evoluzione, il più recente dei quali avvenuto circa 65 milioni di anni fa, alla fine del Cretaceo, con la scomparsa dei dinosauri. Le prime estinzioni di massa colpirono gli invertebrati marini e altre specie animali, mentre la flora subiva scarsi contraccolpi da questi episodi. In effetti, la diversificazione che diede origine alle piante da fiore &endash; che costituiscono oggi quasi il 90% delle specie vegetali terrestri &endash; avvenne a partire dal Cretaceo; quindi sono piuttosto recenti in termini evolutivi.

Nell'attuale estinzione di massa, invece, le specie vegetali subiscono perdite senza precedenti. Uno studio su base mondiale del 1997, coordinato dalla World Conservation Union-IUCN, ha rilevato che delle 240 mila specie esaminate, una su otto è a rischio di estinzione. Questo conteggio comprende specie a rischio, specie decisamente vulnerabili e specie così rare in natura o così poco conosciute da essere minacciate dai disequilibri ecologici. Oltre il 90% delle specie a rischio sono endemiche di un solo paese, cioè introvabili in altre zone.

La maggior parte delle specie vegetali a rischio appartiene agli Stati Uniti, all'Australia e al Sudafrica: questo è in parte dovuto al fatto che la flora di questi paesi è molto più nota di quella di altri paesi altrettanto ricchi di specie. Sappiamo bene infatti quante piante sono diventate a rischio di estinzione da quando la macchia di salvia e le praterie perenni della California sono state cementificate o coltivate, ma non sappiamo quante specie siano state perse mano a mano che le piantagioni di caffè e i pascoli hanno preso il posto delle foreste dell'America Centrale, oppure via via che le foreste pluviali dei bassopiani dell'Indonesia e della Malesia sono state sostituite da piantagioni di palme e di alberi da taglio.

Non sono soltanto singole specie, ma intere famiglie ed ecosistemi a confrontarsi con l'estinzione. Le foreste di alloro delle Ande, le foreste di querce della Colombia, le brughiere dell'Australia occidentale, le foreste stagionalmente aride delle isole del Pacifico della Nuova Caledonia, sono state tutte sovrasfruttate dall'uomo. Nel sud-est della Florida intere famiglie di piante, come quelle a legno duro delle macchie subtropicali o quelle delle pinete dei terreni calcarei, sono ormai circoscritte in minuscoli appezzamenti all'interno di una distesa di centri suburbani, campi di canna da zucchero e agrumeti.

Questi residui insostituibili di ciò che era un tempo il sud-est della Florida vengono oggi mantenuti in vita grazie al costante controllo dell'uomo che tenta di arginare l'invasività delle piante esotiche, come il pepe brasiliano e la casuarina australiana.


LA TERRA CI SPARISCE DA SOTTO I PIEDI

tratto da Il Resto del Carlino.it

Sos di centocinquanta scienziati europei.
Erosione, inquinamento, effetto serra: ormai è 'emergenza suolo'. Parte dal convegno di Erice la mozione inviata a tutti governi del mondo e al presidente della Commissione europea, Prodi.

ERICE (TRAPANI), 22 MAGGIO 2001 - "Il livello di degradazione dei suoli ha già raggiunto, in alcune parti del mondo, limiti che non devono essere assolutamente superati". L' allarme è stato lanciato da Erice da 150 scienziati provenienti da tutta Europa che hanno sottoscritto una mozione inviata a tutti i governi del mondo e al presidente della Commissione europea, Romano Prodi.

Africa centrale, Asia, Sud America, Spagna, Grecia, Turchia e Italia sono le zone maggiormente a rischio. "La dotazione di suolo pro-capite si abbassa di continuo - affermano gli scienziati - tanto da fare prevedere che entro non molti anni passerà dagli attuali 0,25 ettari a 0,15 ettari". Nel 1990 la dotazione era di 0,30 ettari.

Gli scienziati, riuniti al Centro "Ettore Majorana" di Erice hanno delegato la Società Italiana della Scienza del Suolo "il compito di portare, con ogni iniziativa ritenuta utile, all'attenzione dei governi di tutto il mondo il problema della 'Emergenza Suolo' perchè venga acquisita da tutti una "coscienza del suolo" in grado di fermare, o almeno rallentare, i fenomeni sempre più incombenti di degradazione e desertificazione.

Gli scienziati impegnano i governi "a mantenere e ricostituire la biodiversità e la pedodiversità che condizionano tutto il sistema vivente e quindi la qualità della vita; a favorire politiche territoriali e in particolare agro-forestali dirette a sviluppare gli effetti di immagazzinamento del suolo che da soli, in molti casi, possono contrastare le emissioni derivanti dalla combustione dei fossili e quindi l'effetto serra; a favorire la chiusura dei cicli degli elementi nutritivi del suolo e quindi a riutilizzare tutti i rifiuti in modo naturale evitando, nei limiti del possibile, la collocazioni improprie quali per esempio possono essere le discariche e l'incenerimento".

Gli scienziati invitano infine i governi "a tenere nel dovuto conto che la qualità del suolo condiziona la qualità dell'aria, delle acque e della vita dell'uomo". Per il professor Paolo Sequi, presidente della Società Italiana della Scienza del Suolo, "la situazione è davvero preoccupante su scala mondiale: l'impoverimento esasperato del suolo, praticato attraverso attività agronomiche non mirate come, sta impedendo, fra l'altro, al suolo di assorbire anidride carbonica (CO2); pertanto quella generata dalla combustione dei fossili viene tutta liberata nell'atmosfera contribuendo ad aumentare l' effetto serra".

Secondo Sequi "se si invertisse la tendenza si potrebbero risolvere le problematiche del protocollo di Kyoto, ossia contrastare le emissioni di CO2 derivante dalla combustione dei fossili, senza dover investire le colossali cifre previste oggi".


TROPPA AFA NEL MONDO: ALLARME MALARIA

tratto da Il Resto del Carlino

Il Rapporto sul clima di Legambiente: 6 persone su 10 a rischio nei prossimi decenni. Epidemie sempre più probabili

ROMA, 25 LUGLIO - L' effetto afa, il rischio deserto, i mutamenti climatici in genere minacciano la salute della popolazione del pianeta. Nei prossimi decenni il rischio di contrarre la malaria potrebbe interessare 6 persone su 10, mentre i raggi del sole sempre meno protetti dalla fascia di ozono potrebbero causare 250 mila nuovi casi di cancro alla pelle ogni anno. Senza contare poi i 'morti di caldo' in costante aumento in tutte le grandi città del mondo.

L'allarme clima impazzito lo lancia Legambiente che guarda con apprensione l' aumento nei paesi sviluppati, Italia compresa, delle emissioni di CO2, il gas ad effetto serra e l' assottigliamento dello strato di ozono che proseguirà per i prossimi due decenni. «La tendenza alla crescita della temperatura media del globo che è stata stimata tra 1 e 3,5 gradi nel prossimo secolo -dice Legambiente- potrà favorire la comparsa e la propagazione di molte malattie infettive e non, malaria in testa, anche in aree del globo che attualmente non ne sono colpite».La zanzara della malaria sta attuando la sua avanzata infatti, tanto che in Africa è stata segnalata ad altezze superiori ai 1.000 metri. Mancanza d'acqua e fiumi sempre più inquinati sono anche essi una conseguenza delle variazioni climatiche: l'acqua infetta uccide un bambino ogni 8 secondi. Legambiente ha anche fatto una simulazione su cosa avverrebbe in Sicilia con un aumento della temperatura di 2-3,2 gradi.

Nel prossimo secolo con queste variazioni climatiche l'isola dovrebbe affrontare una diminuzione della disponibilità idrica di 1,2 miliardi di metri cubi, un aumento delle aree desertiche, l' estinzione di specie animali. Nella situazione peggiore poi 17 chilometri quadrati di Sicilia verrebbero completamente sommersi dal mare mentre 193 chilometri di costa dovranno essere protetti dalle acque. In questo scenario è previsto anche un aumento dei consumi elettrici, soprattutto per il condizionamento, pari al 15% nei prossimi 30 anni.

Nonostante questi allarmi però l' Italia non sta facendo nulla per mettere il bavaglio alla CO2, il gas pricipale causa dei mutamenti climatici. «L' Italia -dice Ermete Realacci, presidente di Legambiente- nonostante questo scenario e il suo impegno di ridurre del 6,5% le emissioni di CO2, negli ultimi anni le ha aumentate del 6%. Ora si trova quindi, per tener fede agli impegni di Kyoto, a dover ridurre i gas serra del 13%».


L' ONU METTE AL BANDO "LA SPORCA DOZZINA"

tratto da Il Resto del Carlino.it

STOCCOLMA, 22 MAGGIO 2001 - Il trattato dell'Onu per la messa al bando di 12 sostanza chimiche artificiali "inquinanti persistenti" è stato adottato a Stoccolma dai delegati di più di 120 nazioni. Si tratta delle 12 sostanza più pericolose per l'ambiente e per la salute, di cui il trattato si propone di controllare produzione,import-export,eliminazione e impiego.

Le dodici sostanze, soprannominate 'la sporca dozzina', sono definite dalla sigla 'Pop', Persistent organic polluants (inquinatori organici persistenti). Hanno in comune la caratteristica di accumularsi nei tessuti grassi, e i loro effetti si sono manifestati già in maniera spettacolare con le malformazioni riscontrate sugli organi sessuali degli orsi polari nella regione artica.

Le sostanze chimiche messe al bando (pesticidi prodotti artificialmente come il Ddt, o residui di combustione come la diossina) si trovano in numerosi prodotti industriali, dai materiali ignifughi di uso domestico ai trasformatori elettrici, pitture e materiali plastici.


MEZZO SECOLO PER RIFARE L' OZONO

tratto da IlRestodelCarlino.it
Quasi mezzo secolo per rifare la fascia di ozonoL'azione devastante dei clorofluorocarburi potrà essere "riparata" in 15-45 anni ROMA, 9 OTTOBRE - Ci vorranno dai 15 ai 45 anni per ricostituire la fascia dell'ozono distrutta dagli agenti chimici inquinanti quali i clorofluorocarburi. È quanto affermano gli scienziati della Noaa (National Oceanic and Atmospheric Administration) in un articolo apparso sul Journal of Geophysical Research.

"Questa previsione - afferma Elizabeth Weatherhead, della Colorado University e ricercatrice presso l'ente - è in conformità con i modelli chimici e le previsioni del tempo del 1998 elaborate dall'Organizzazione Mondiale di Meteorologia in base al Protocollo di Montreal (patto internazionale sottoscritto per preservare lo strato d'ozono), a condizione che non si verifichino fattori contrastanti quali le eruzioni vulcaniche o il raffreddamento della stratosfera".

Molti scienziati sono convinti che ai nostri giorni la fascia dell'ozono ha raggiunto livelli minimi mai toccati in precedenza destando forti preoccupazioni per gli esseri viventi che si trovano così sprovvisti di uno schermo naturale per i dannosi raggi ultravioletti (UV)."Finché non si ricrea lo strato di ozono - ribadisce Weatherhead - non diminuirà l'intensità degli raggi UV".

Il depauperamento del gas è iniziato oltre 20 anni fa, ed anche se le sostanze chimiche coinvolte nella sua distruzione sono state bandite da tempo in molti nazioni (i paesi sottosviluppati non hanno aderito al Protocollo per ragioni economiche), si continua a registrare un assottigliamento della colonna d'ozono (dato che garantisce un'immagine completa dello spessore del gas su una determinata regione) perché le sostanze volatili impiegano parecchio tempo per raggiungere la stratosfera. "Il dato più incoraggiante - dichiara Weatherhead - è che questi agenti chimici nell'atmosfera che distruggono l'ozono stanno calando. Se continuiamo in questa direzione la ricostituzione dello strato potrebbe migliorare. Ora tutto sta nelle mani dei Paesi che hanno promesso di contenere le emissioni dannose".


A TOKIO ALBERI SUI TETTI PER COMBATTERE L' EFFETTO SERRA

notizia Ansa

TOKYO, 27 DIC - In primavera sui tetti di Tokyo spunteranno alberi e piante. Non si tratta di una nuova tendenza di arredamento di esterni ma di un piano promosso dalla municipalita' di Tokyo per combattere il surriscaldamento della capitale giapponese dove la temperatura media e' aumentata di 2.9 gradi negli ultimi anni. In base ad un'ordinanza, la prima del genere, votata dal consiglio comunale di Tokyo dal primo aprile prossimo i proprietari e gli amministratori di immobili con una superficie al suolo di almeno 1000 mq. dovranno piantare sui tetti degli stabili arbusti e piante.

''Se una superfice sempre maggiore del territorio sara' ricoperta di acqua o di vegetazione, la massa di aria calda potra' essere raffreddata grazie ai vapori emessi dalle superfici umide e dalle piante'', spiega il consiglio comunale in un comunicato. Fino ad oggi la strategia di lotta contro l'effetto serra era consistita nel piantare alberi lungo le strade e nei parchi di Tokyo, una megalopoli che con le citta' satelliti arriva a 30 milioni di abitanti. ''Adesso pero' - ha spiegato il responsabile del servizio ambientale della capitale giapponese, Kenji Ohashi - e' diventato quasi impossibile trovare terreni disponibili a causa dei costi proibitivi''. Di qui l'idea di ricorrere ai tetti.(ANSA-AFP).


MICRONESIA ANNIENTATA DAL RISCALDAMENTO DEL PIANETA

Tratto da Il Resto del Carlino.it

Lo Stato formato da centinaia di isole nel Pacifico non produce anidride carbonica, ma subisce tutti gli effetti dell'effetto serra conseguente alla produzione delle emissioni inquinanti del resto del mondo

NEW YORK, 16 MAGGIO 2001 - Un piccolo Stato del Pacifico si batte all'ONU contro l'emissione dei gas inquinanti per rimanere in vita. Seicento isole nel mezzo del pacifico, un'estensione di terra di sole 270 miglia quadrate su una porzione di mare grande più o meno come l'Europa: è la la Federazione degli Stati della Micronesia che conta circa 120 mila abitanti.

Hanno conquistato la totale indipendenza nel 1986, ma fra 50 anni potrebbero non esserci più, almeno così come appaiono oggi. Il lento ma costante innalzamento della temperatura mondiale, infatti, si fa sentire soprattutto in questo remoto angolo del Mondo. La crescita del livello degli oceani, conseguenza dello sfaldamento dei ghiacci provocato dall'effetto serra, distruggerebbe tute le infrastrutture, le case, le città che sono situate sulle coste delle isole, senza contare la scomparsa degli atolli. Anche la barriera corallina e il delicato ecosistema che le ruota attorno, sembra destinata a scomparire e così la vita delle decine di migliaia di persone che vivono e lavorano in uno dei quattro Stati della Federazione.

A lanciare l'allarme in una sede importante come le Nazioni Unite, è stata la Missione Permanente all'ONU della Federazione degli Stati della Micronesia, durante l'annuncio della partecipazione, con un forte significato simbolico, di uno scooter ecologico alla "Tour de Sol Race". Un rapporto ufficiale sul problema redatto dalle stesse Nazioni Unite, assegna alle isole un fattore di rischio di vulnerabilità nel prossimo mezzo secolo pari a 9, su un massimo di 10. L'aumento delle precipitazioni, le correnti calde e tutto ciò che viene previsto come conseguenza dell'aumento della temperature terrestre, metterebbe in ginocchio l'economia dello Stato, basata sulla pesca, l'agricoltura e il turismo.

Naturalmente, l'indice è puntato contro le emissioni di anidride carbonica che il Protocollo di Kyoto ha cercato di porre sotto controllo, prima che sia troppo tardi. Ironia della sorte, in termini di emissioni a livello mondiale, la Federazione della Micronesia ne produce una quantità assolutamente irrisoria, praticamente zero. Per la sua posizione geografica, però, è costretta a subire quello che gli altri Stati immettono nell'atmosfera, modificando il clima.


L' INQUIMAMENTO UCCIDE PIU' DEGLI INCIDENTI

Secondo uno studio pubblicato da «Science» il numero di persone morte per asma e malattie polmonari è superiore a quello dovuto agli scontri d'auto

WASHINGTON, 17 AGOSTO 2001 - L'inquinamento prodotto dalle auto e dai riscaldamenti in metropoli come New York, Città del Messico, Santiago del Cile e San Paolo uccide più persone degli incidenti stradali.

Lo afferma uno studio Usa pubblicato sull'ultimo numero di 'Science'.Lo studio, condotto da ricercatori della Carnegie Mellon University di Pittsburgh nelle quattro città, nota come l'inquinamento provochi migliaia di casi di asma, problemi polmonari e cardiaci. Il numero di coloro che muoiono di queste malattie è molto superiore alle vittime degli incidenti. Se i gas che causano l'effetto serra - tra cui ozono e anidride carbonica prodotti dalla combustione - e che contribuiscono a queste patologie, fossero ridotti drasticamente grazie a tecnologie già esistenti (come ad esempio l’ energia nucleare), segnalano gli scienziati, si potrebbero salvare le vite di 64.000 persone residenti in questi centri urbani nei prossimi vent'anni.

I ricercatori sottolineano che lo studio, pur essendo riferito a queste quattro città, si può applicare a tutti i grandi centri urbani del mondo.


NUCLEARE, PROBLEMA DA NON RIMANDARE

tratto da IlRestodelCarlino.it

Siamo appena usciti da un inverno di polveri e di smog. Ci assedia un'innaturale primavera precoce. I ghiacciai si stanno ritirando sotto la cappa di un effetto serra che ormai nessuno ha più il coraggio di negare. Però, se il malcapitato direttore generale del ministero dell'ambiente Corrado Clini si azzarda a suggerire sommessamente che la ricerca sul nucleare non può e non deve essere abbandonata perché riguarda un'energia che non ammorba l'aria con emissioni di anidiride carbonica, viene trafitto come Cristo in croce.

Siamo il solito, sgangherato Bel Paese, un po' facilone e un po' passionale, terra nella quale pare impossibile discutere pacatamente pensando a un orizzonte che non sia di poche settimane. Eppure le cifre dovrebbero farci riflettere. Il petrolio è una fonte di energia esauribile. In Italia copre il cinquanta per cento dei consumi, contro il 41 per cento della media europea. Il novantacinque per cento del greggio che consumiamo è importato dall'estero. Questa nostra dipendenza in passato ha condizionato addirittura la nostra politica estera, determinando un atteggiamento nei confronti dei Paesi produttori che spesso ha rasentato l'acquiescenza. Più in generale l'ottantacinque per cento della nostra energia è prodotta con combustibili di importazione. Tra i Paesi dell'Unione Europea siamo quello più fragile, lontano anni luce dalla Francia che è autosufficiente all'ottanta per cento grazie al suo poderoso reticolo di centrali nucleari. L'Enea calcola che saremo dipendenti dall'oro nero per i prossimi trenta anni. E naturalmente continueremo a comprare l'odiata energia nucleare dalla Francia e dalla Svizzera che la producono anche in impianti vicinissimi ai nostri confini.

Curioso paese il Bel Paese. Votammo un no deciso al nucleare nel referendum dell'8 novembre 1987, ottanta per cento di voti ecologisti contro l'odiata energia che a Cernobyl era impazzita. Sfumarono sullo sfondo i dati di fatto di quella tragedia, l'incredibile presunzione e l'errore degli operatori sovietici che surriscaldarono il nocciolo tentando di creare energia anche nella fase di spegnimento del reattore. Nessuno raccontò all'opinione pubblica che nel frattempo erano state progettate e sperimentate centrali «intrinsecamente sicure» che escludono la manovra sbagliata dell'uomo. Nessuno ha il coraggio di dire ora, a livello planetario, che cosa succederà quando i consumi energetici della Cina e dell'India si avvicineranno a quelli degli Stati Uniti e dell'Europa.

Bazzecole. Noi furbissimi italiani abbiamo chiuso tutte le porte con il referendum emotivo di quindici anni fa. Voto popolare che ebbe l'unico effetto, per la fortuna e la gioia dell'Eni, di incrementare le importazioni di metano dall'Algeria e dalla Russia. Così mentre il presidente Bush ripropone la costruzione di un numero congruo di centrali (da venti a quaranta) nei prossimi anni, i nostri verdi estraggono all'unisono cartellino rosso per Corrado Clini. "Colpevole" solo di porre un problema che prima o poi dovremo affrontare.


GUERRA ALLO SMOG

tratto da Panorama.it

La soluzione, paradossale ma almeno in apparenza efficace, si chiama Ginger e il 14 gennaio ha cominciato a circolare per le strade di Tampa, in Florida. I postini, scelti per l'esperimento dall'amministrazione comunale, sono entusiasti di quel monopattino elettrico che sembra una piccola biga senza cavalli, corre silenzioso e pulito a 25-30 chilometri all'ora, costa 3 mila dollari e secondo il suo inventore, Dean Kamen, «in pochi anni eliminerà le auto dalle città». Attenzione: Ginger non è una barzelletta. Contro l'inquinamento atmosferico urbano, altre speranze concrete e a portata di mano non ce ne sono. Perché lo dimostrano i fatti e ormai lo dicono a voce alta quasi tutti, esperti e politici: il blocco del traffico, che abbatte temporaneamente le polveri e però solleva tante polemiche (e qualche disagio), è comunque un palliativo. Secondo il sondaggio Panorama-Datamedia, comunque, sorprendentemente 36 milanesi su 100 sono molto favorevoli allo stop delle auto in città, mentre altri 34 sono abbastanza favorevoli. Le percentuali sono ancora più alte a Roma, con percentuali rispettivamente del 32 e del 44. I contrari sono pochi, 16 su cento in entrambe le città. È indubbio, ed emerge anche dalle altre risposte al sondaggio, che il blocco è efficace, ma resta una misura tampone. Soprattutto dopo quasi due mesi di siccità, com'è accaduto nel Nord Italia. A Milano, che nella lotta allo smog è la metropoli campione solamente perché tre anni fa la Lombardia è stata la prima regione a dotarsi di rilevatori atmosferici e a recepire le leggi europee che dal 1999 regolano la materia, è stata appena scongiurata la paventata chiusura delle strade di mercoledì 16 gennaio. Sarebbe stata la prima volta per un giorno di lavoro: un tocco d'inferno in più per gli 800 mila dannati-pendolari che ogni mattina entrano in città, ma anche per chiunque non abbia la fortuna di un ufficio vicino a casa. Il blocco (che coinvolge anche Como e i comuni dell'area del Sempione) si ripeterà comunque, salvo imprevisti cambiamenti atmosferici, domenica 20. A Cremona il blocco feriale è già stato sperimentato, ma in dimensioni meno drammatiche: da domenica 13, per tre giorni consecutivi, le 25 mila auto che quotidianamente varcano le porte della città e si uniscono a quelle dei residenti sono state respinte. Torino, che per Legambiente è la città più avvelenata d'Italia, ha scoperto le targhe alterne. Roma e Napoli sono state graziate dal vento, che ha allontanato i miasmi.

Benzene, monossido di carbonio, anidride solforosa, idrocarburi, biossido d'azoto: sono questi i principali veleni volanti. Ma oggi è soprattutto il Pm10 che fa paura. La sigla che indica le polveri sottili, secondo l'Organizzazione mondiale della sanità, in un anno provoca 3.500 morti (quasi 10 al giorno), 30 mila attacchi d'asma infantile, 31.500 bronchiti acute, 4.500 ricoveri ospedalieri. E questo non in tutta Italia, ma solo in otto città: Roma, Milano, Napoli, Torino, Bologna, Genova, Firenze e Palermo, dove vivono 8,5 milioni di italiani su un totale di 57. La normativa europea contro il Pm10 prevede limitazioni della circolazione quando si supera per più giorni il limite di 50 microgrammi per metro cubo. Doveva diventare legge nazionale entro il luglio 2001. Se tutte le città rispettassero la legge, come Milano, sarebbero pochi i centri urbani aperti al traffico. Quello dei limiti da rispettare e dei rilevatori è un problema irrisolto: Alberto Fiorillo, responsabile delle politiche urbane di Legambiente, denuncia che su 103 capoluoghi di provincia contattati per ottenerne dati sulle polveri fini sono stati appena 39 quelli in grado di fornire un dato e di questi 28 denunciano un numero di giorni oltre i limiti, superiore perfino al margine di tolleranza più ampio consentito oggi dalla legge europea. Oggi, ricorda Gianni Silvestrini, direttore generale del ministero dell'Ambiente, la norma ammette una media annua di 44,8 microgrammi per metro cubo, destinati a scendere a 40 dal 2005. L'anno scorso Torino ha superato il limite 239 giorni, Genova 234, Bologna 168, Firenze 116, Roma 112. Milano, l'unica città che ha adottato costantemente i blocchi, ha registrato comunque 105 giorni con picchi di Pm10 oltre i 50 microgrammi al metro cubo. «È evidente» dice a Panorama Roberto Formigoni, presidente della Lombardia, «che questa non è affatto la regione più inquinata. Di sicuro è la più controllata».

Proprio le centraline di rilevazione sono una vergogna nazionale: le regioni avanzano in ordine sparso, solo 34 sono le città dotate di un sistema funzionante al 100 per cento. Legambiente rivela inoltre che molte centraline sarebbero mal tarate (*** vedasi ns. richiesta informazioni dell' 8/2/2002 all' Arpa Ravenna, che puoi trovare in questa pagina *** ) : a Milano alcune sottostimerebbero i dati del 20-30 per cento. Il ministero, interrogato da Panorama, conferma. «Non mi risulta» replica Formigoni. «Nell'autunno 2001 abbiamo cambiato tutte le 39 centraline lombarde, le abbiamo collocate secondo una ricerca del Politecnico di Milano e i dati sono pubblicati quotidianamente su Internet».

Per strada, intanto, le cause del disastro ambientale urbano sono evidenti. Il cosiddetto parco automobilistico, che del parco ha ben poco, è cresciuto a dismisura. In Italia c'erano meno di 5 vetture per ogni cento abitanti nel 1961; ce n'erano 50 nel 1991; oggi sono circa 55. Il nostro tasso di «macchinizzazione» è il più alto d'Europa, è arrivato quasi a superare gli Stati Uniti. In compenso, vie e parcheggi nelle grandi e piccole città non si sono certo adeguati a quella fila infinita di acciaio, vetro e gomma: messe una dietro all'altra, le auto italiane formerebbero una coda di 145 mila chilometri: tre volte e mezzo l'equatore.

Certo, i tubi di scappamento non sono l'unica causa dello smog. I riscaldamenti e le industrie fanno la loro parte. Però l'Agenzia nazionale per l'ambiente calcola che il 78 per cento dell'inquinamento urbano da Pm10 sia da attribuire al traffico stradale. «Non c'è altro sistema, bisogna ridurre le auto che circolano in città» sottolinea Gianni Moriani, uno dei massimi studiosi del problema e autore del recente L'aria rubata (Marsilio): «Purtroppo questo Paese ha dimenticato metropolitane e tramvie». Una legge del 1992 prevedeva una spesa di 4.500 miliardi per i trasporti urbani su rotaia, sotterranei e di superficie. «Dieci anni più tardi» calcola Anna Donati, senatrice dei Verdi «lo stanziamento è arrivato a 15 mila miliardi. Ma solo un terzo dei fondi riguarda cantieri aperti, a Napoli, Roma, Milano e Torino. E questa cifra andrebbe raddoppiata, mentre il governo nella Finanziaria 2002 non ha aggiunto una lira». Il ministro dell'Ambiente Altero Matteoli (An) ha appena varato un pacchetto di proposte antismog, che prevede incentivi per i carburanti puliti e per auto, motorini e mezzi pubblici che usano benzine meno inquinanti. Il ministro ha siglato anche un accordo di programma con Fiat e Associazione petrolifera per favorire l'uso del metano e degli ecocarburanti. Matteoli ha anche lanciato un avviso: prima o poi bisognerà vincolare il possesso di un'autovettura al possesso di un parcheggio nelle case di nuova costruzione.

«So di suscitare polemiche» dice Matteoli a Panorama «ma sono convinto: il parcheggio deve essere un obbligo per ogni automobilista. Questo nelle grandi città, ma anche nelle piccole». Lo stesso Matteoli racconta di aver sperimentato di recente che cosa vuol dire il traffico in un minuscolo centro: «Ero a Cecina, la cittadina vicino a Livorno dove sono nato. Il caos è uguale a Roma. Si gira a vuoto, si inquina troppo».

Anche per questo il ministro ha convocato il 24 gennaio una riunione con tutti gli assessori regionali: «Voglio fare il punto della situazione: continuare ad andare avanti in ordine sparso mi pare insensato» spiega Matteoli. «Il vero problema è quello delle risorse finanziarie. Se i soldi non ci sono, le alternative sono due: o più tasse, oppure il dirottamento di fondi. Vedremo il 24».

Non che sia una consolazione, ma all'estero non stanno molto meglio. È vero che le grandi metropoli straniere non sembrano conoscere i blocchi del traffico, perché, giurano le loro amministrazioni, sono state abbattute le emissioni da riscaldamento e i mezzi pubblici funzionano egregiamente. Sta di fatto che a Parigi le lampadine piazzate sugli Champs Elysées a Natale hanno dovuto essere sostituite dopo tre giorni: erano diventate nere per lo smog.

Le soluzioni? Quelle di cui si parla da vent'anni. Più rotaie, più mezzi pubblici, più piste ciclabili. Ma anche il «car pooling», la condivisione di un'auto fra più utenti. A Roma funziona: 800 dipendenti del Policlinico Umberto I, organizzati da un «mobility manager», usano solo 300 vetture in cambio del parcheggio gratis: 500 auto in meno al giorno non sono poche, nemmeno per la capitale. A Milano, Formigoni ha varato un piano straordinario da 57 milioni di euro per la promozione di combustibili puliti per il trasporto e il riscaldamento. Intanto, Ginger il monopattino d'argento corre a Tampa. Presto lo useranno anche i poliziotti di Boston e i ranger dei parchi nazionali. Prima o poi sbarcherà da noi. E non solo per amore dell'ambiente: il Ginger costa solo 20 centesimi di euro in elettricità al giorno.

IDROGENO E NUCLEARE

tratto da IlNuovo.it

L'ENERGIA PULITA ? "SI FA" COL NUCLEARE.
L'idrogeno è un combustibile "pulito", ma non abbiamo sufficiente capacità produttiva per produrlo senza inquinare. Importarlo dal Canada è troppo costoso. La soluzione? Tornare al nucleare

MILANO - E’ possibile utilizzare l’idrogeno come vettore energetico? Il problema è meno semplice di quanto non appaia, per diversi motivi. L’Italia sconta la mancanza di una politica energetica di medio e lungo respiro; la nostra dipendenza dall’estero si attesta al momento sull’84% del fabbisogno energetico totale. La maggior parte di questi consumi, e il totale di quelli relativi al trasporto su gomma, si basa su combustibili fossili. Per cambiare occorrono mutamenti incisivi e la razionalizzazione di tutto il sistema di produzione di energia, a meno che non si voglia continuare a utilizzare le centrali termoelettriche a combustibili fossili per produrre idrogeno, cosa che non cambierebbe la situazione delle emissioni. L’eolico e il fotovoltaico, se pur con costi ancora molto elevati, potrebbero coprire qualche percentuale della produzione di idrogeno; mentre le centrali idroelettriche e geotermiche esistenti non possono essere distolte dal loro impiego primario, quello di produrre energia elettrica, poiché siamo già deficitari tanto che importiamo il 17% da Francia e Slovenia. Un ritorno al nucleare per produrre idrogeno è discutibile, ma nessuno ha il coraggio di affrontare seriamente questo argomento mettendo a confronto pro e contro, senza pregiudizi.

L’ipotesi più realistica consiste nel ricavare l’idrogeno dal metano con un processo detto reforming, che però produce anidride carbonica, e successivamente tramite elettrolisi dell’acqua. La BMW ha sviluppato da tempo un motore a idrogeno, ma la maggior parte delle case costruttrici si sono dedicate a motori ibridi, in grado di utilizzare anche combustibili tradizionali, anche perché si rischia di sconvolgere i mercati e le linee di produzione. Una via che suscita un sufficiente consenso è quella di fare modelli funzionanti con celle a combustibile di ultima generazione, che hanno un rendimento elevato e non risentono di economie di scala. La nuova prospettiva che si apre con l’uso dell’idrogeno potrebbe veramente comportare una rivoluzione per tutto il sistema di trasporto in città: si ottiene idrogeno dal metano con un reformer, lo si utilizza per trazione e contemporaneamente lo si invia alle celle per la produzione di elettricità. Un sogno ancora lontano anche perché i pochi esemplari di mezzi pubblici funzionanti a idrogeno si scontrano con le difficoltà legate alle normative, quasi insormontabili, come dimostra il caso di Torino dove due autobus a idrogeno non possono circolare perché la normativa per le bombole non è ancora operativa. Solo paesi come il Canada che hanno una sovrapproduzione di idroelettrico possono permettersi il lusso di utilizzare e anzi vendere l’eccesso per produrre idrogeno. A metà degli anni Ottanta era nato a Ispra un progetto Idro-Idrogeno di 100 Mw che si proponeva si sfruttare la sovrabbondanza di energia elettrica del Canada per produrre idrogeno da trasportare poi via nave in Europa. Ma di questo non si parla più.

Il fatto vero è che al di là delle difficoltà legate al suo utilizzo - trasporto, rifornimento, dislocazione sul territorio, stoccaggio- l’idrogeno è costoso: da 1 a 30 volte rispetto ai combustibili tradizionali. Ricavarlo dal metano si scontra con il problema tariffario tutto italiano che quadruplica per motivi fiscali il costo di questo combustibile. Lo scenario basato sull’idrogeno implica quindi la condizione di dotare il paese di centrali, ma per costruire una centrale elettrica destinata alla produzione di idrogeno occorrono 8-10 anni, sempre che i verdi non si oppongano, e resta comunque il problema che per ottenere l’elettricità necessaria o si parte ancora una volta dai combustibili fossili- carbone o gas naturale o petrolio- o si parte dal nucleare. Per terminare, una riflessione amara che non può prescindere dall’assetto in cui opera l’Enel: pubblica o privata che sia non può più rimanere l’unico produttore e gestore, e, senza concorrenza, a farne le spese sarà ancora una volta il paese intero e in ultima analisi i consumatori.

Alluvioni al nord: intervista al Magistrato del Po

tratto da LaStampa.it

«Colpa della cementificazione selvaggia»
Il Magistrato del Po: l’acqua non riesce più a disperdersi
27 novembre 2002

Perché bastano alcuni giorni di pioggia per spingere il Bel Paese in un oceano di fango?
«Perché, rispetto a 30 anni fa, sono aumentate enormemente le superfici urbanizzate, sottratte, diciamo così, al libero deflusso e alla naturale permeazione dei terreni. Aumentate le aree coperte ed enormemente quelle pavimentate. Eppoi i disboscamenti, soprattutto nelle zone collinari e pedemontane. Quindi, i percorsi, i tempi di corrivazione, sono diminuiti. Il tempo di corrivazione è quello che intercorre tra il momento in cui una goccia d’acqua cade in un punto del bacino e il momento in cui arriva a una certa sezione di chiusura. Per dire, supponiamo che io prenda Torino come sezione di chiusura del Po di tutto quello che sta a monte. Il tempo di corrivazione è quello che una goccia d’acqua, cadendo in una certa zona del bacino, arriva a questa sezione di chiusura che, supponiamo, ho messo al ponte della Gran Madre, a Torino».

L’ingegner Ugo Prost, dirigente dell’Ufficio tecnico del Magistrato del Po - Agenzia Interregionale, responsabile dell’area occidentale della Lombardia, non trova sorprendente questa catena di disastri: conseguenziale, piuttosto. Date le premesse, ingegnere, significa che l’acqua ha oggi un deflusso più difficile?
«Più veloce. Si forma un’onda più rapida e più alta: questo potrebbe comportare un tempo minore delle piene, però a parità di evento meteorologico. Ma pure questo dato è purtroppo alterato, perché in effetti negli ultimi 10-15 anni gli eventi meteorologici sono più intensi e più ciclonici, quindi le precipitazioni sono anche loro concentrate in tempi più ristretti. Laddove per esempio, 100 mm d’acqua cadevano prima in 24 ore, oggi cadono in 8, con le conseguenze che si possono immaginare, perché il terreno non assorbe le precipitazioni concentrate, e i tempi di corrivazione, ripeto, risultano più brevi».
«Il che significa che a parità di fenomeno meteorologico, di pioggia caduta, ma caduta in questo modo anziché in quello, con i tempi di corrivazione così ravvicinati, le piene si formano più rapidamente e quindi sono più elevate».

Situazione comune a tutta Italia?
«Sì, e sicuramente nel bacino padano, interessato enormemente da una reale occupazione da parte dell’uomo, dai fenomeni di antropizzazione, come dicono gli ambientalisti. Ripeto: tetti, parcheggi, zone disboscate, come dire avanzamenti degli alvei, autostrade, svincoli. È tutta acqua che, così come cade, non si disperde nel terreno, non se ne perde una goccia e arriva nei corsi d’acqua minori, che poi sono tributari di quelli maggiori. E arriva subito. Mentre se la precipitazione trova un terreno, magari coltivato, magari inerbito, meglio ancora se boschivo, ha ovviamente tempi molto più lunghi e viene assorbita dalla terra, dalle piante».

Mancano le antiche difese?
«Diciamo che esistono due elementi, alla base di questo stato di cose: uno umano, quei fenomeni di antropizzazione di cui dicevamo, e uno meteorologico. Forse è ancora presto per fare un apprezzamento scientifico generale sul mutamento del clima, però è un dato di fatto che, in vent’anni, c’è stata una tendenza nelle piogge ad esser più concentrate e più violente. Ora qualcuno potrebbe dire che ciò forse è un riflesso per esempio del riscaldamento, dell’effetto serra. A me questo pare plausibile. Però sotto un profilo scientifico ancora non siamo in grado di affermarlo, ci vorrebbe un arco di osservazione molto più ampio dei 20 anni che abbiamo. Voglio dire: è un’ipotesi che se non vera è verosimile».
«Per lo scenario, penso a quello che dobbiamo fare. Io mi aspetto eventi idraulici più forti, a parità di precipitazione, quindi a parità di evento meteorologico. Il che vuol dire che le difese sono da tutte da rivedere».

Proprio tutte?
«Beh!, sul Po, in particolare sul medio e basso corso, abbiamo argini imponenti, efficienti: lo ha dimostrato la piena del 2000, laddove dalla Bassa Lombardia all’Emilia e Veneto non è successo niente, gli argini hanno contenuto. Quindi si tratta di raggiungere in tutto il bacino quel livello che l’Autorità di Bacino ha individuato come ottimale. È necessario spostarsi dalla rincorsa dell’evento alla prevenzione dell’evento».

Qual è la colpa più grave?
«L’esserci impadroniti del suolo in un modo così poco accorto. Gli interventi più urgenti sono diversi. Intanto, sugli affluenti che ce lo consentono fare vasche di laminazione, le cosiddette casse di espansione. Anche sul Po, benché mi paia una cosa più difficile».

Fare almeno questo, per non dover dire che alcuni giorni di pioggia spingono il Bel Paese in un oceano di fango.
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