Senza
la bici .. non mi muovo. Dedicato a chi va in bici, a chi cerca di
vivere in modo sostenibile, a chi crede che l'etica conti più
dell'economia, a chi sogna il commercio equo, a chi non promuove
nessun commercio, a chi smonetizza, a chi baratta, scambia,
s'incontra, a chi non ha frontiere, a chi le percorre in bici... [di
gianmarino]
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[agg. continuo © gianmarino 8/2010]
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d'incontro e itinerari in libertà! In
salita...
© Gian Marino Martinaglia
CADRO, TI
CH-6965 Switzerland
Indice Confessioni / recensioni di gianmarino: La verità di Erwann sul Doping..
l'ultima inchiesta: I segreti di Lance Amstrong!!
Il doping nel mondo professionistico è inevitabile. Si parla
di ciclismo ma si può pescare chi "bara" in tutto il
business sportivo. Tutti hanno interesse a che si aumentino le
prestazioni sportive: dagli sponsor, alle case farmaceutiche, dalle
squadre sino al singolo corridore, persino le federazioni. L'UCI in
pratica "legalizza" il doping fissando il valore
dell'ematocrito a 50 per eccesso, così tutti in pratica
potenziano il proprio tasso di globuli rossi nel sangue per mettersi
alla pari con gli altri, dando il via alla competizione
farmacologica. Che sia la squadra ad occuparsi dell'assistenza medica
presenta persino dei risvolti positivi rispetto ai metodi "fai
da te" che venivano o vengono eventualmente ancora usati dai
ciclisti privi del supporto necessario. In un certo senso c'è
stata una diffusione "democratica" della medicina sportiva
a beneficio di tutti. Ma i progressi farmaceutici sono anche
sperimentazioni incredibili che hanno prodotto vere bombe dagli
effetti imprevedibili (il PFC).
Si va forte rischiando la salute,
quasi impegnandola da giovane per un futuro meno "sprintante".
In realtà ora bisognerà trovare una cura
"metadonica" per un'uscita graduale da una competizione
esasperata, simile alla corsa del mondo verso il progresso che
produce squilibri e si lascia dietro una scia di paesi
sottosviluppati, sfruttati per le loro risorse e illusi di correre
"alla pari".
Parimenti si potrà tentare di
riscoprire il valore del "ciclista bio", per il quale conta
di più la salute, un'alimentazione "ecologica" -
oserei dire -, lo spirito sportivo e il senso di una professione che
ti fa conoscere la gente, girare il mondo - come diceva Koblett -
gratificandoti anche nella fatica quando sai che è tutta tua.
Per ora il ciclista bio vive tempi duri: da giovane dilettante o si
mette in corsa e accetta il gioco o rinuncia. Gli rimane un terreno
variegato di competizioni dove non è escluso che si emuli la
categoria maggiore ormai palesemente compromessa. Il ciclismo invece
non deve essere vissuto e alimentato in funzione del professionismo,
quest'ultimo è un'opportunità ulteriore ma non è
lo scopo unico di chi fa sport, neppure sono sicuro che il
professionismo di oggi sia la massima espressione dello sport.
La
via sta nel ritorno alle origini, senza negare ma profittando con
coscienza dei progressi tecnologici e medici. Se non sarà
possibile scindere completamente lo sport dagli esasperati interessi
speculativi, si potrà almeno ricaricare il campione di un plus
valore etico più vicino agli albori della bicicletta.
Significa allargare il "mercato" del ciclista bio
abbattendo i prezzi e liberando risorse più utili alla
prevenzione del doping e alla promozione della salute. Si tratta di
un'ottica completamente diversa da quella attuale: l'aiuto allo
sport, confluito altrove in costose strutture come campi da calcio,
palestre ecc., deve tradursi per il ciclismo in sostegno alle
associazioni cicloturistiche, ai velo club, nell'azzeramento dei
costi delle manifestazioni competitive e non - che in definitiva
fanno bene all'ambiente e non solo - e infine nella lotta al doping e
nelle campagne di promozione della salute. Si potrebbe ad es. offrire
un test medico sportivo di base gratuito e una card personale che
apre la strada ad un ciclismo pulito anche competitivo. Dal
cicloturismo alle prestazioni sportive d'alto livello, passando per
le gran fondo di resistenza e le corse open è probabile che il
divario ora "truccato" fra il professionista e il
dilettante appaia in una luce diversa.. [di Gian Marino Martinaglia]
Indice
Provenza: Ventoux:
Everest dei ciclisti, omaggio a Gottfried Weilenmann un ciclista puro
dei tempi eroici
Diaporama
di gianmarino: ciclopiste e ...cicloparadisi
/ In salita... /
Izoard
Ha detto bene un ciclista di mezza età
che saliva sul Mortirolo per vedere il Giro: "quello che è
successo - cioè l'esclusione di Pantani dopo il controllo a
tutela della salute - fa bene al ciclismo, ai genuini come noi!".
Perché mai parlare di momento nero per il ciclismo? E'
nero per chi vede il suo mito rivelarsi un poco più artefatto,
è nero per i giornalisti che si sono sbizzarriti nell'enfasi
di quelle gesta, nero per il pubblico che se n'è
eccessivamente esaltato. Per me è l'insperato puntino sulla
"i" che tenta di riportare ad una dimensione più
umana tutto il business che ruota attorno al ciclismo
professionistico e non solo.
Qualcuno ha detto che quel Pantani
che saliva come una motocicletta forse aveva il motore truccato.
Molti non vorranno crederci, si contesteranno gli esami e la tesi
secondo la quale superare il 50% di ematocrito può essere
pericoloso. Eppure anch'io con il mio 46% da allenato e buon
scalatore "amateur", capisco che il 50% rappresenta già
un limite andino e non credo proprio lo si possa raggiungere con una
dormita a Madonna di Campiglio. I valori normali si situano attorno
al 46/47% per soggetti in forma. Anche se risulta per ora difficile
trovare la sostanza colpevole, é quasi sicuro che sia un
sintomo di manipolazione sanguigna (con la quale si può anche
far scendere il livello d'ematocrito, come conferma il ciclista
Menthoeur nelle sue confessioni). Ma molto più semplicemente
sono state violate le regole fissate per tutti i corridori. E'
l'occasione di ritrovare credibilità per l'UCI, cui rimane
ancora molto da fare se vuole riportare questo sport agonistico entro
una dimensione umana: per es. eliminando l'esasperata categoria U23
per tornare ad un sistema di punteggio che permetta un passaggio
graduale nel mondo dei prof, tornando a valorizzare il mondo
dilettantistico e le sue qualità genuine. Per difendere
quest'etica sportiva è giusto che si effettuino test anche a
sorpresa e durante le corse a tappe e che attraverso le multe salate
si finanazino pure prevenzioni e controlli in tutte le altre
categorie e manifestazioni.
L'assistenza medica così come
le risorse finanziarie possono restare determinanti per darsi
battaglia ma nel modo più leale e sano. Il test Conconi
applicato in allenamenti mirati, abbinato con un'alimentazione e una
cura della salute del corpo sono vie interessanti e impegnative. In
uno dei pochi sport dove la fatica e la resistenza conservano
ancora i loro tratti epici c'è ancora terreno su cui le
squadre potrebbero costruire e sperimentare propri modelli vincenti.
La via dell'EPO mi pare una bella e comoda scorciatoia il cui prezzo
lo lascerei valutare al tempo. Con le sperimentazioni attuali in
campo astronautico si cerca di produrre nuove sostanze invisibili per
arricchire artificialmente l'ossigenazione del sangue. Questi
prodotti fanno ora ancor di più la differenza rispetto alle
sostanze dopanti di qualche decennio fa e trovano subito un
potenziale mercato. Nel meccanismo perverso d'interessi che si
autoalimenta col successo decretato dal pubblico, col valore di
mercato di un mito fabbricato, con gli ingaggi che aumentano e con il
giro d'affari medico-farmaceutico, il mercato non fa differenza fra
un professionista o un cicloamatore con un po' di denaro da spendere:
ma la salute è in gioco per entrambi! Non posso condividere il
parere di chi vorrebbe lasciare via libera a qualsiasi esperimento e
manipolazione che sarebbero giustificati e "sotto controllo"
per i professionisti. Non ha più senso allora parlare di
sport, dove sarebbe la competizione umana? Qualche anticipazione di
scenari l'abbiamo vista: corse senza possibilità di fughe o
che si risolvono negli ultimi 2-3 km di salita fatta a velocità
impensate da ciclisti con tanto di équipe medica al seguito ma
che non amano fastidiosi controlli esterni. Dove sta il limite
nell'assistenza medica? Lo dirà il tempo, lo dice l' anziano
che inforca ancora con tenacia e perizia le due ruote pensando ai
miti sbiaditi, senza macchia e senza tempo del Girardengo cantato da
Francesco. [di Gian Marino Martinaglia]
Un simpatico turista di Monaco mi ferma
per strada chiedendomi informazioni per fare un bel giro col suo
bike. Nell'albergo, dove peraltro noleggiano rampichini, non ha
trovato nulla, si stupisce che nemmeno il proprietario del fornito
negozio di biciclette non abbia saputo aiutarlo. Con me cade bene e
combiniamo un appuntamento per andare ad inventarci insieme uno dei
miei itinerari che non stanno su nessuna cartina: quelli "typisch"
che cerca il mio amico.
Al bar una ragazza parla con delusione di
una sua pedalata sulla ciclopista lungo il Vedeggio. Ha ragione, il
percorso in gran parte sterrato non è certo l'ideale per la
bici da corsa. E di percorsi malconci, rigorosamente "segnalati",
ce ne sono parecchi.
Cos'è allora tutta questa profusione
di pubblicità per le ciclopiste? Perché tanta enfasi
per qualche tratto che in definitiva ricalca stradine già
esistenti, pur aggiungendo qualche correzione e a volte un po'
d'asfalto?
L'idea del bel Ticino ciclabile si rivela soprattutto
una cura d'immagine che rischia di essere poi nemmeno così
efficace, visto il risultato con l'amico bavarese, e anzi alla lunga
può rivelarsi persino un bidone.
Faticano i tubolari a
rotolare su questi 3,7 milioni spesi in Ticino. Gioverebbe agire con
più modestia, a scapito di appalti troppo onerosi come il
nuovo sentiero al San Lucio, distribuendo in modo più
capillare gli sforzi ma piuttosto creando presso le varie istanze
quell'attenzione e sensibilità generale verso chi usa la
bicicletta che fa difetto.
Sono sempre più frequenti i
restringimenti di carreggiata e le rotonde in punti di passaggio
obbligati, dove pure esistono corsie ciclabili che vengono malamente
interrotte. Le corsie ciclabili sono il ricettacolo di vetri e
detriti, il fondo stradale è sconnesso e solcato di tombini
mai al livello giusto. A mio avviso i fondi andrebbero impiegati per
misure generali ed estese a favore dei ciclisti su tutte le strade.
L'impressione che si ricava, anche presso "addetti ai lavori",
è che si voglia invece ghettizzare la bicicletta, coltivando
nel contempo un look pagante per i politici di turno ma immeritato
nella sostanza. La bici continua ad essere un anello debole che
bisogna insegnare a rispettare e con cui convivere. Chi usa l'auto
dovrebbe salire sulle due ruote per toccare con mano l'intolleranza,
facilmente rivoltata contro il temerario ciclista che crea pericoli a
ogni dove. Ma nemmeno in un tranquillo sito come il Castelgrande ho
avuto il piacere di veder sopportata la presenza della mia bici,
infatti mentre sedevo al ristorante un impiegato l'ha fatta sparire
perché "disturbava". Per carità non esagerate
con la promozione turistica da cyberfolk come ci canta Davide Van de
Sfroos. [di Gian Marino Martinaglia]
Una giovane ragazza, durante una gita
scolastica, muore schiacciata da un grosso autocarro su una
ciclopista di campagna nella piana di Magadino. Un anziano abile e
noto ciclista viene travolto da un altro camion sulla strada con
corsia ciclabile nel pian Scairolo. Non sono epiloghi solo di
circostanze sfortunate, ma piuttosto eventi accaduti con la
complicità delle negligenze e delle vessazioni che subisce
spesso chi oggi pedala sulle nostre strade. Vorrei aiutare quegli
automobilisti che criticano troppo facilmente i ciclisti
incontrati per strada (come il lettore F. R sul Corriere del Ticino
22.3.2000 "Ma i ciclisti sono i padroni della strada?") a
capire chi è veramente padrone della strada.
Gli
automobilisti possono ben rendersi conto di alcune negligenze: è
incredibile il crescente degrado delle nostre strade; i lavori di
manutenzione si susseguono senza mai giungere ad una conclusiva
sistemazione; l'asfalto rimane sovente sconnesso, ribassato, rigato,
rappezzato, attraversato da pericolosi tombini e griglie che non sono
mai al livello giusto. Se ne accorge di più chi pedala! Quanti
incidenti e cadute si potrebbero addebitare a queste incurie e alle
pericolose situazioni "provvisorie"?
Nonostante tutti
gli sforzi propagandistici in realtà non si tiene conto a
sufficienza della bicicletta nella progettazione e costruzione delle
opere stradali. La corsia ciclabile non deve essere il ricettacolo di
vetri, anfratti, putridume o comoda area di parcheggio. Essa è
il segnale dell'esistenza di altri utenti e dove esiste non
deve essere eliminata restringendo il campo stradale anche ai
ciclisti. Giova a tutti denunciare opere malfatte e carenze. La
strada va mantenuta in buono stato, a misura d'auto ma anche delle
due ruote, poiché è di tutti gli utenti - come dice
bene F. R. - i quali la devono e la possono condividere nel
rispetto reciproco e con il buon senso. Attraverso questa convivenza
è possibile migliorare il senso di responsabilità e
l'educazione di ognuno nelle varie circostanze del traffico (la
presenza di ciclisti è un ulteriore incentivo alla moderazione
della velocità prescritta per es. nell'abitato).
Delle
negligenze di chi guida è difficile rendersi conto se non si
usa la bici regolarmente. Non ha senso che il conducente sfrutti i 50
m prima di un semaforo, di una colonna, di un segnale di stop, d'una
rotonda o persino prima di svoltare a destra, per sorpassare una
bicicletta, tagliandole strada. Nel traffico oggi è più
veloce il ciclista, e questo può indurre ad una certa invidia.
Vi sono automobilisti che si immettono su strade con diritto di
precedenza, ignorando la bicicletta che sopraggiunge, non si sa se
per una valutazione errata della sua velocità o perché
con istinto automatico la ignorano completamente! Ora non si tratta
di "emulare" i corridori in gara ma piuttosto di pedalare
in modo spigliato, evitando la "serrata" nelle anguste
rotonde, anticipando se possibile la partenza delle colonne di
veicoli ma anche facendo un cenno al conducente quando è il
momento opportuno per il sorpasso. Avete mai pensato che pure il
ciclista ha il diritto di scansare ostacoli che trova sulla sua
destra: tombini pericolosi, buchi, cunette, bottiglie rotte e detriti
molto probabilmente gettati dal finestrino di conducenti poco
educati. Pedalando in salita su strade strette di montagna mi capita
spesso di incrociare veicoli che scendono a tutta birra: a costoro
bisogna pur mostrare che ci sei anche tu sulla carreggiata! Ecco
perché i comportamenti dei ciclisti, i più vulnerabili
sulla strada, vanno giudicati con tolleranza, rispetto e
comprensione. Il buon ciclista è in genere più
concentrato e attento dell'automobilista, capisce al volo manovre
imprudenti, che chi è motorizzato azzarda pensando di avere
più diritti, mentre l'attenzione va rivolta al più
debole, al pedone e alla bicicletta. Il ciclista deve avere l'occhio
svelto ma l'automobilista deve saper ragionare e mettersi nei suoi
panni invece di "gasare". Infine la bici non è una
moda, è semplicemente una via che molti apprendono per uscire
dall'incredibile ansia, assurdità e inutilità che
denota la maggior parte degli spostamenti dei veicoli.
Occorre
l'educazione di ciascuno, ma anche strade migliori ed una guida meno
trasandata in auto per evitare gli epiloghi a danno dei più
deboli. Invito volentieri i conducenti dubbiosi (come il simpatico e
senz'altro ottimo conducente, signor F.R.) fornendogli anche la bici,
per una pedalata in compagnia in modo da poter vedere la strada anche
dal punto di vista del ciclista. [Gian Marino Martinaglia]
Ciclosoprusi
e Consigli sulle strade
Scrivici un
percorso interessante o criticabile!
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di gianmarino: visita il sito
>>>http://www.geocities.com/Colosseum/Bench/8303
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