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Il Ventoux è
un massiccio solitario, affascinante ed attraente.
Quando mi appare
all'orizzonte è come specchiarmi in un mattino fresco:
carico di palpabile vitalità ma ricco di spirito,
d'intelligenza umana e, perché no, d'orgoglio.
Solitario come una
creatura figlia della natura, forse un po' incompresa nella
follia del mondo. Forte della propria unicità ma pronto
ad immergersi nei colori vivaci della lavanda, nei profumi delle
spezie e nelle calde fronde degli uliveti,
o ad
innalzarsi fiero d'orgogliosa bellezza
mostrando il suo
rude limpido volto. Attrae
chi ne teme le asperità ma
sa di assaporarne il gusto, come
nella sfida della vita, che
tempra lo spirito consumando la materia.
Così è
il Ventoux, consumata e umile vetta
battuta dal Mistral,
purificata in
secoli d'erosione, sbiancata
come un vecchio canuto che
mostra ora la sua vena di saggezza. Dove
finisce la pineta, dove
sfuma il verde caldo degli anni passati,
ti aspettano i
colori della roccia cangianti come
gli eventi del mondo ma
preludio al godimento finale per
chi sa prendere il Ventoux come la vita.
Lì si rivela
l'umiltà ed il segreto che le nebbie e le brezze pungenti
non potranno ormai più celare. Lì si squarciano
gli orizzonti maestosi, sognati od immaginati nelle notti
stellate, nelle faticose ascese o nelle spericolate discese.
Gian Marino
Martinaglia - [su La vûs di girin No 22]
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