Egittologia
Hyksos

Proprio come in Grecia, molti secoli più tardi, c’è un periodo, nella storia della civiltà egizia, che, per la particolare fioritura delle arti e delle lettere, ma anche per l’altissimo grado di benessere raggiunto dalla popolazione, gli storici sogliono definire “classico”. Questo periodo, in Egitto, si fa coincidere con il Medio Regno, a partire, cioè, dal 2061 a.C., circa, con l’incoronazione del faraone Montuhotep, della XI dinastia, che aveva fatto uscire il suo Paese da una grave crisi (Primo Periodo Intermedio), lo aveva riunificato, ne aveva rinforzato i confini, lasciando ai suoi successori un regno pacificato che durerà sino al faraone Nefrusobek, ultimo sovrano della XII dinastia. In realtà tutti e nove i faraoni di questa dinastia (da Amnemhet I, II, III e IV a Sesostri I, II e III) ma, soprattutto, Sesostri I, dimostrarono non solo il loro valore di uomini d’arme, ma anche la predisposizione ad un governo illuminato che, insieme alla sicurezza del regno, contemplasse anche misure per migliorare la vita dei sudditi. Certo la legittimazione teocratica del faraone non è mai neppure minimamente messa in dubbio, come si rileva chiaramente dalla sorta di testamento morale e che è anche una specie di decalogo del comportamento del sovrano che, per esempio, Sesostri I prima di morire lascia al suo successore Khety III: “ Tienti a distanza dai tuoi subordinati, che non sono nulla e alle cui intenzioni non viene prestata attenzione! Non mescolarti a loro quando sei solo, non concedere fiducia al fratello, non farti degli amici. Non farti dei vassalli: non serve a nulla. Quando riposi, sii guardiano di te stesso, poiché non si hanno amici nel giorno funesto! Ho donato al povero ed ho allevato l’orfano, ho fatto si che procedesse nella carriera chi non aveva nulla come chi era ricco, ed ecco che colui che mangiava il mio cibo complotta contro di me! Colui al quale ho teso la mano, ecco che ne approfitta per fomentare disordini! Colui che veste il mio lino fine, ecco che mi guarda con dispregio! Coloro che sono unti con la mia mirra, eco che mi sputano addosso! Le immagini viventi che mi sono stati attribuite, gli uomini, hanno ordito contro di me un complotto inaudito e una grande battaglia, come non sono mai stati visti”! Il tema, cioè, dell’ingratitudine umana (le immagini viventi) nei confronti del loro Creatore, il faraone. Nei quarantacinque anno del suo regno Sesostri I, malgrado questa sua poca fiducia sul genere umano, avvia una serie di riforme non solo di natura squisitamente religiose e istituzionali, ma anche sociali, come la bonifica delle paludi del Fayum (un’ampia depressione fra il Cairo e Luxor) dove, nell’Antico Regno si potevano praticare solo caccia e pesca. Sesostri, prima e, successivamente, Amenemhet III, nella convinzione che da queste paludi si potesse ricavare terra fertile, canalizzarono il ramo del Nilo denominato Bahr Yussuf, costruendo addirittura una diga e un articolato sistema di drenaggio e numerosi canali di irrigazione. Lo scopo fu pienamente raggiunto e, da allora, il Fayum costituisce sicuramente la zona più fertile dell’intero Egitto. Ma non è tutto.Sotto questo faraone e i suoi successori, fu tutto un fiorire di arti e di lettere e, perfino, di trattati scientifici. “Era noto - ci racconta l’egittologo francese, Pierre Montet, che da quarant’anni scava in Egitto e che è possibile incontrare qui ad ogni primavera - che gli antichi egiziani fossero in possesso di ampie nozioni di medicina e di chirurgia. Si riteneva, però, che questo patrimonio scientifico fosse soprattutto appannaggio dei sacerdoti delle cosiddette Case della Vita, vere e proprie facoltà universitarie di medicina, attive a Menfi e a Heliopolis già nell’Antico Regno, ma mai che ci potesse essere una vera e propria letteratura scientifica”. Invece proprio qui, nel Fayum (il complesso ora è noto come Kahun), è stato trovato un trattato di ginecologia, uno di veterinaria, un altro di neurochirurgia, uno di medicina generale, oltre a frammenti di un trattato scientifico e numerosi documenti giuridici. Inoltre è proprio qui, nella necropoli reale, che sono stati rinvenuti, nei sarcofagi di due alti dignitari di corte, Mesehti e Hapygefa, una delle versioni più importante dei Testi dei Sarcofagi, nonché dieci contratti funerari, che gli storici definiscono di fondamentale importanza per lo studio del diritto egiziano. E non è tutto. A proposito di letteratura e di classicismo, sono stati rinvenuti i testi di due drammi sacri: Dramma dell’Incoronazione e Dramma del Menfita, mentre viene addirittura ipotizzata, in questo periodo, addirittura una corrente letteraria di taglio pessimistico, per il ritrovamento di due opere significative, Dialogo del Disperato con il proprio Ba (insieme all’Akh e al Ka, il Ba è uno dei tre principi spirituali legati all’uomo, una delle tre forme dell’anima, cioè (n.d.r.)) e la Collezione delle parole di Khakheperraseneb, oltre, naturalmente, a trattati di magia e di teologia. Durante il Medio Regno, inoltre, assurge a dignità, per così dire, accademica, anche l’architettura, nel senso che vengono codificati postulati edificatori di straordinaria raffinatezza, che si possono ammirare, per esempio, nel monumento commemorativo che Montuhotep II si fece erigere a Deir-el-Bahari e più ancora nella “Cappella bianca” costruita da Sesostri I a Karnak e che si ripete, pressoché identica, anche nel tempio di Qasr el-Sagha e in quello di Medinet Maadi. Anche se la statuaria reale risente ancora fortissima l’influenza dell’Antico Regno, è, tuttavia, in questo periodo che compare la statua-cubo, dove la figura del faraone o del notabile seduto, le cui gambe piegate fin sotto il mento formano un unico blocco, emerge solo la testa. Una forma, questa, nata dalle ricerche geometrizzanti che offre un comodo supporto per i testi dei sarcofagi, o semplicemente, di quelli celebrativi del personaggio. “ Anche qui - racconta ancora il prof. Montet - è possibile cogliere lo stile di due diverse scuole,tra gli scultori del nord, cioè, e quelli del sud, con, ad esempio, lo stile tebano che è più aspro di quello menfitico e con meno attenzione per i particolari”. La lingua, infine, raggiunge addirittura la perfezione stilistica, sia che si tratti di opere letterarie che di trattati scientifici o di codici diplomatici, nel senso, come già aveva fatto notare il secolo scorso un filologo raffinato come Gardner, “la grammatica e la sintassi raggiungono un’armonia perfetta, degna dei migliori tragediografi greci”. Insomma è in questo periodo che sia l’architettura che le opere letterarie dimostrano una raffinatezza stilistica che unisce la tradizione dell’Antico Regno ad una sobrietà più vicina alla condizione umana. Arturo Guastella

Micerino

Dopo il bisnonno Snefru, il nonno Cheope e lo zio Chefren, per Micerino (in egizio Men-kau-ra), raccogliere l’eredità di simili antenati era davvero difficile, anche a livello di edilizia monumentale: le piramidi di Cheope e di Chefren, infatti, costituivano già una meraviglia architettonica, ma per costruirle, i suoi due parenti avevano dato fondo a tutte le risorse dello Stato, affamando letteralmente l’Egitto e, per tacitare le coscienze, non avevano esitato perfino a chiudere tutti i templi, sia per incamerare le ingenti risorse di quest’ultimi, ma soprattutto per impedire che i sacerdoti fomentassero rivolte. Più gravosa ancora l’eredità di Snefru, che in Egitto veniva addirittura venerato come la vera e propria incarnazione di Ra, il faraone che sapeva capire i bisogni del popolo, colui che aveva varato le più coraggiose riforme in favore della gente. Così il primo atto di Micerino fu quello di riaprire i templi dopo ben ventisette anni di chiusura e, poi, a poco a poco dare inizio ai lavori per la costruzione del suo tempio funerario che non avrebbe potuto che essere un’altra piramide. Racconta Erodoto, nel secondo libro delle sue Storie, che allo sfortunato Micerino morisse il primogenito e, dopo di lui, la sua unica figlia, per cui, pur avendo in qualche modo cercato di lenire le empietà dei propri parenti, sembrava proprio che gli dei si accanissero, invece, contro di lui. E c’è di più. Sempre secondo il Padre della Storia, un oracolo della città di Buto gli aveva predetto che sarebbe vissuto solo sei anni, morendo nel settimo. Al che, il povero Micerino si convinse davvero che il pantheon degli dei egizi l’avesse proprio con lui e, allora, dopo aver mandato messaggeri al santuario di Buto “lamentandosi e muovendo biasimi al dio, ricordandogli che suo padre e suo zio, i quali avevano chiuso i templi e non si erano curati degli dei, ma che anzi avevano oppresso anche gli uomini, erano vissuti a lungo, mentre a lui era stata riservata una vita brevissima”. Dall’oracolo gli giunse una risposta paradossale: era stata proprio questa sua pietas per il divino a perderlo. Egli si era, infatti, accorciato la vita, andando contro il volere stesso degli dei, i quali avevano deciso per l’Egitto centocinquant’anni di tribolazione, Cheope e Chefren lo aveva capito, mentre egli, riaprendo i santuari, aveva in qualche modo ostacolato i voleri celesti... In un’epoca in cui il senso del religioso permeava profondamente l’uomo egiziano ( si pensi a questo proposito che i faraoni spendevano circa il 30% dell’intero patrimonio annuale della nazione, del PIL, diremmo noi oggi, per importare il preziosissimo incenso verde, da bruciare nelle cerimonie religiose), il crudele responso dell’oracolo calò come un maglio sulle speranze di Micerino (si ricordi che non solo il potere del faraone era di stretta origine teocratica, ma che il sovrano stesso era considerato il figlio di Ra), per cui non gli rimaneva che rassegnarsi o smentire in qualche modo la profezia. E Micerino si aggrappò a quest’ultima speranza. Mobilitò tutti gli artigiani dell’Egitto per fabbricare un enorme quantità di lucerne e, quando calavano le ombre della sera, le faceva accendere tutte e, invece di dormire, si dava ai bagordi. “Vagava per le paludi e per i boschi, precipitandosi là dove gli riferivano che c’erano i luoghi più piacevoli e belli”. “ Aveva escogitato tutto ciò - conclude Erodoto- volendo dimostrare che l’oracolo era falso: i sei anni, infatti, erano diventati dodici perché aveva trasformato le notti in giorni”. In realtà, secondo gli egittologi, Micerino, quarto faraone della IV dinastia, regnò circa 28 anni, fino al 2533 a.C. e di lui, oltre alla piramide, ci rimangono numerose statue, una delle quali di splendida fattura (è posta all’ingresso della seconda sala del Museo del Cairo), dove il sovrano è ritratto, in atteggiamento sereno, con la grande consorte reale. Se, tuttavia, fino a qualche decennio fa, i racconti di Erodoto (che in Egitto aveva vissuto circa due anni, visitandolo da un capo all’altro) erano considerati dagli studiosi nient’altro che “storie”, in questi ultimi anni, le sue descrizioni, anche qualcuna all’apparenza la più incredibile, hanno avuto dei precisi riscontri archeologici. Quando, per esempio, il grande letterato di Alicarnasso, aveva raccontato di aver visto, sotto la piramide di Cheope, addirittura un santuario posto nel bel mezzo di un canale del Nilo, perfino Auguste Mariette, cui l’Egitto e l’egittologia debbono parecchio, non poteva trattenere un sorriso di scherno. Ebbene, malgrado lo scoperto tentativo di “advertising” turistico e la sua altrettanto molesta gigioneria nei confronti della giornalista televisiva Lorenza Foschini , il direttore della Soprintendenza Archeologica di Giza, Zehi Awass, quel sarcofago divino ce lo ha mostrato in diretta, a Rai Uno, qualche sera fa, proprio come lo aveva visto Erodoto 2.500 anni fa. Ma c’è dell’altro. Per tornare a Micerino, lo storico greco aveva anche raccontato che la morte della figlia non era avvenuta per un’improvvisa disgrazia, ma che si era addirittura impiccata dopo aver subito una storia d’amore col padre (questi incesti non devono meravigliare eccessivamente, in quanto non erano rari i matrimoni tra i faraoni e le figlie o le sorelle), e che Micerino, forse per il rimorso, anche perché alle ancelle che avevano consegnato la figlia al padre, furono tagliate le mani per ordine della regina, fece costruire una vacca in legno, all’interno della quale fece seppellire l’infelice fanciulla, ordinando di venerarla come una divinità. “Tutto il resto della vacca è coperto da un manto di porpora - si legge nel racconto di Erodoto-mentre si vedono la coda e la testa indorate da uno strato d’oro molto spesso, mentre tra le corna è raffigurato in oro il disco del sole. La vacca non sta dritta, ma è piegata sulle ginocchia e viene portata fuori dalla camera mortuaria tutti gli anni, quando gli Egiziani si percuotono per il dio che qui io non nomino, in quanto, secondo quando dicono i sacerdoti, la figlia morente chiese, come ultimo desiderio a Micerino, di poter vedere il sole una volta l’anno..” Bene, esattamente un anno fa, una missione archeologica tedesca rinvenne, nei pressi dell’antica Menfi, un ipogeo, con un sarcofago in legno di sicomoro a forma di vacca. La prima ipotesi fu che si trattasse di un santuario della dea Hathor (l’equivalente dell’Afrodite greca), che veniva, appunto, rappresentata con la testa di vacca e con tra le corna un disco solare, simbolo del dio primigenio Aton. Successivamente, il filologo Athanasius Kerk ipotizzò che potesse trattarsi proprio della sfortunata figlia di Micerino (anche perché Hathor non era stata mai ritratta anche con il corpo di vacca) e, attualmente, in attesa che il solito Hawass se ne vanti in diretta con la finta ingenua Foschini, questa, per gli archeologi, appare l’ipotesi più plausibile. Arturo Guastella


Cheope

Se, per esempio, la vista di un monumento come il Partenone di Atene, causa soprattutto un’emozione intellettuale, nel senso di un’ammirazione profonda per l’arte sublime di uno scultore come Fidia e per i suoi architetti, Mnesicle, Ictino e Callicrate, trovarsi per la prima volta di fronte alle piramidi di Giza, causa addirittura una vertigine emotiva. Questo perché le piramidi, pur essendo opera dell’uomo, non possono, razionalmente, essere individualizzate, non scaturiscono, cioè, solo dalla genialità di un singolo (anche se al grandissimo Imhotep va il merito di aver letteralmente inventato questa forma geometrica) ma provengono, nel loro complesso, da una civiltà antichissima, capace di progettare e costruire simili monumenti, mentre gli altri uomini, nello stesso periodo, facevano appena capolino dalle caverne. Se, dunque, non si conoscono gli architetti che progettarono le piramidi di Cheope, Chefren e Micerino, val la pena, almeno, di conoscere più da vicino il faraone che diede il via alla costruzione di questi tre inarrivabili capolavori dell’architettura monumentale di tutti i tempi, Cheope, cioè. E le sorprese non mancano davvero. Intanto Cheope ( il cui vero nome era Khnomkhufwey, o, semplicemente, Khufu) è il secondo faraone della IV dinastia, figlio e successore di un sovrano amatissimo per la sua bontà, Snefru, regnò sull’Egitto per circa vent’anni, dal 2590 al 2567 a.C. e la cui fama, legata nei secoli a venire al suo prodigioso monumento funerario, nell’Antico Regno era piuttosto dubbia. Insomma, per i suoi contemporanei, Cheope non aveva preso nulla dal padre: quanto il primo era caritatevole, tanto Cheope fu spietato e, mentre la fama di Snefru si tramandò intatta per millenni, per altrettanti secoli la nomea di Cheope lo accompagnò, fino ad arrivare alla Grecia classica, tanto che Erodoto non esitò a bollarlo, nelle sue Storie, come il prototipo del tiranno, il faraone che, alla propria ambizione personale, non aveva esitato a sacrificare il suo popolo e, perfino, gli affetti familiari. “ Non vi fu perfidia di cui Cheope non si macchiò - scriveva di lui il Padre della Storia - chiuse i templi e obbligò tutti gli egiziani a lavorare per lui, mandandoli a cavare pietre nei monti d’Arabia e a trasportarle fino al Nilo, dove altri sventurati le ricevevano e le trascinavano fino alla montagna libica. Ogni tre mesi centomila uomini erano impiegati in questo lavoro e, solo per costruire la rampa sulla quale si dovevano trascinare le pietre, ci vollero dieci anni e la costruzione della sua piramide costò altri vent’anni di tormenti al popolo egiziano..”. E questo è solo l’inizio. “Cheope- continua, infatti, Erodoto - esausto per queste spese, giunse all’infamia di prostituire la propria figlia in un luogo di perdizione e di ordinarle di ricavare dai suoi amanti la somma necessaria per terminare i lavori”. Lo storico greco, affermando di riportare i racconti dei sacerdoti di Menfi, aggiunge come la figlia di Cheope non solo eseguì gli ordini del padre, ma, volendo lasciare essa stessa un monumento, pretese che ogni suo amante, oltre al danaro, le consegnasse anche una pietra, e furono queste talmente tante che riuscì “a costruirsi quella piramide che si trova, ora, nel mezzo, di fronte alla grande piramide, e che ha un plettro e mezzo di lato (16 metri, circa)”. Un bell’esempio di amore paterno, non c’è che dire. Tuttavia, anche se Auguste Mariette, forse il più grande egittologo del secolo scorso, ideatore e primo direttore del Museo del Cairo (cui è appunto intitolato), nonché colui che scoprì il maestoso complesso funerario di Saqqarah, giunse ad augurarsi che “sarebbe stato molto meglio per la storia e per l’egittologia che storici come Erodoto, capaci di riportare a cuor leggero tali nefandi pettegolezzi nei confronti di Cheope, non avessero mai messo piede in Egitto”, è un fatto che Khufu non godesse di buona fama. Nel Papiro di Westcar, per esempio, è identificabile proprio con Cheope quel faraone che ama farsi narrare storie meravigliose dei regni dei suoi predecessori (vero e proprio capostipite di quei re orientali affascinati dai racconti meravigliosi e immortalati nell’arabo Le Mille e una Notte), ma è del tutto incurante del valore della vita umana. E, a conferma, il quarto racconto dello stesso Papiro di Westcar, dove si narra che Cheope, alla ricerca delle stanze segrete del santuario di Thot (il dio della sapienza e della scrittura), conosce il mago di Meidum, Gedi, “un uomo di 110 anni che mangia 500 pani, mezzo bue intero e beve cento brocche di birre”. A Gedi, si legge nel Papiro, per saggiarne la sapienza magica, Cheope propone di decapitare un prigioniero, solo per vedere se il mago, come si vantava, era capace di riattaccargli la testa. Ne ottiene, però, una risposta sdegnosa, in quanto Gedi gli risponde di non essere disposto a fare niente del genere, perché “ciò è vietato per il gregge di Dio”. Leggende o meno, forse è per questo che Cheope, colui che fece costruire il monumento più grande di tutto l’Egitto, una delle sette meraviglie del mondo, è anche il faraone meno conosciuto e, comunque, il meno ritratto. Se, infatti, dei faraoni dell’Antico Regno, Gioser, Snefru, Chefren, Micerino e, perfino, del primo faraone in assoluto, Narmer ( o Menes), esistono molte statue (al Museo del Cairo, al British, al Louvre e a Boston), di Cheope non c’è che una statuetta in avorio, alta appena nove centimetri che lo raffigura seduto su di un trono cubico, abbigliato con un gonnellino shendyt e, con sul capo, la corona rossa del Basso Egitto. L’unica immagine del faraone, trovata dall’archeologo inglese Flinders Petrie, nel 1903, e conservata, oggi, al Museo del Cairo. Tracce, invece, della sua smania di grandiosità architettoniche, si trovano proprio nei luoghi della antiche cave di pietra e delle miniere: il suo cartiglio, infatti, è stato rinvenuto nelle miniere del Sinai, a conferma della febbrile attività mineraria di Khufu, e, in questo caso, per estrarne rame e turchesi. Arturo Guastella


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