Il granello di sabbia
La Storia di Saverio Tutino
Di Milena Gammaitoni **



A Roma, sotto i portici della Facoltà di Sociologia Saverio Tutino cercava l’aula per tenere la sua lezione a futuri ricercatori. Non ci conoscevamo, ma l’ho riconosciuto. Attendevo il suo passo deciso, quel suo tendere in esplorazione: “E’ lei il professor Tutino?” “Sì, sono io, Tutino, ma non sono un professore!” così si è lasciato guidare verso la sua lezione. Entriamo in una stanza colma di giovani sociologi pronti alle presentazioni.
“Perché si scrivono diari?” incalza Saverio Tutino “non si scrivono per tenerli nascosti, ma per lasciare agli altri l’unica memoria di sè nel mondo”. Così nasce L’Archivio Diaristico Nazionale nei pressi dei colli di Arezzo, un paese a fondo valle attraversato dal Tevere: Pieve S. Stefano. Ogni anno da quindici anni, a settembre, nella piazza di Pieve S. Stefano, si festeggia la premiazione e la futura pubblicazione dei Diari più belli. Saranno, la vivezza, il senso di quella vita che nella storia si racconta a stabilire quale diario riceverà il primo posto. “Non ho studiato sociologia -dice Tutino- ma cos’è la scienza? -un attimo di silenzio- se non consapevolezza acquisita oltre le leggi standardizzate?” Ci saluta, lasciando a noi questa sfida.

Ricordiamo Italo Calvino: vedeva nella morte del romanzo la nascita dell’autobiografia. Questi sarebbero stati un giorno i libri più letti. Tra i ciottoli di Trastevere umido e uggioso ci avviciniamo alla casa di Saverio Tutino, questa volta per intervistarlo. Qualche gradino scrollando gli ombrelli per entrare nella sua storia. Tutino ci accoglie nell’immediatezza della praticità: distende aperti a terra i nostri ombrelli. Ci sediamo intorno a un tavolo, di fronte agli occhi di chi sa; scintillano curiosi, pronti a rispondere prima di cercare parole. “Immagini e cose”, ci confida all’ombra di un pomeriggio autunnale. Di quest’incontro un registratore e la nostra memoria raccontano la storia.

Lei raccoglie delle storie, come è iniziata la sua?

Comincia in campagna, figlio di un letterato che è ridotto a fabbricare le valvole della Pibigas, perchè sennò non poteva vivere, e una mamma figlia di borghesi milanesi. Faccio la vita del milanese... poi c’è la guerra che tutto sconvolge e si cerca di capire che cosa è successo. Noi siamo figli di mamma, di papà e del fascismo, quindi dipende da come si esce dal fascismo. Se se ne esce espulsi dalla casualità della storia non si capisce poi molto di cosa succede nei cinquant’anni seguenti. Fare il partigiano, significa assumersi una responsabilità. Cioè fare una cosa che non era ordinata dal governo, dai genitori, da nessuno. Sceglierla: io vado!
Gli zii mi avevano insegnato a camminare in montagna e ci sentivamo belli, soli in cima ad una roccia, lanciavamo delle grida “abbasso il duce”! si ripercuoteva in tutte le montagne.
Questa è la mia nascita. Arrivo al giornalismo, dopo di che mi rendo conto che non sono mai soddisfatto.

A quale età ha cominciato a scrivere?

Prima di andare a fare il partigiano ho scritto un racconto che non ho più trovato, intitolato “Confessiamo la nostra umiltà”. Avevo forse diciassette anni.
Avevo dei momenti in cui stavo male ma non capivo perchè stavo male, adesso la chiamano tutti depressione. Ero un depresso nato (ride) ma ero un depresso positivo perchè la depressione e l’ansia messe insieme tendono a farti scappare dalla situazione in cui ti trovi. Quindi sono andato in montagna per scappare dalla famiglia, più che per fare antifascismo. Poi quando son tornato sono entrato all’Unità ma scappai dalla redazione per fare l’inviato speciale: “arriva Mao a Pechino spediamo Tutino a Pechino” e via! Allora Tutino va a Pechino quando ha ventiquattro anni, venticinque. Feci un diario bruttissimo, cieco. Non confessavo tutto. Mi ricordo che mi son successe delle cose molto più interessanti di quelle che ho scritto, soprattutto turbamenti politici, problemi con i sovietici. Per esempio io stavo bene con i cinesi e non con i sovietici, si vedeva che c’erano delle tensioni... Poi ho fatto... il corrispondente a Parigi, avevo trentasei anni, la guerra d’Algeria, mi son mescolato con gli algerini, ho lavorato per loro clandestinamente... sempre per fuggire in avanti, mai cercare una posizione ferma.

La curiosità per il diverso...

C’era anche curiosità, molta, in quell’epoca, eravamo presi dallo stimolo della rivoluzione mondiale, le cose erano ferme in Italia e in Francia, però si muovevano nelle colonie: l’Algeria, la Tunisia, precipitarsi lì... il servizio che ho fatto il giorno della vittoria degli algerini quando hanno conquistato l’indipendenza, era un servizio di un pessimismo tremendo, io vedevo già quello che avviene oggi. (...) in seguito mi hanno mandato in Jugoslavia, dove ho visto una bella Jugoslavia.., c’era l’unione di diversi popoli sotto Tito, c’era una grande atmosfera intellettuale, di discussione sul socialismo, per noi invece abituati a vedere che tutto veniva da Stalin, che tutto veniva da un certo ordine. Nessuno parlava della Jugoslavia! Sono tornato in Italia ed è venuta Cuba dove erano arrivati da due anni i guerriglieri, così mi hanno detto “vai a vedere Cuba”. E ci resto dal ‘64 al ‘68. Dopo, al partito dicevano che io non ero un comunista italiano, ero un comunista per conto mio, autonomo, che facevo quello che volevo.

E’ più tornato a Cuba?

No, non ho più potuto dall’ 80, mi hanno pregato di andarmene. Sono tornato qui e ho fatto questa cosa... siccome scappavo sempre dalla mia depressione, quando son tornato in Italia nuova depressione. Cosa faccio? Raccolgo diari. Creo un Archivio di diari che la gente tiene nel cassetto. Un giorno con degli amici, a pranzo, ci siamo detti “ in questo paese ci vuole di più, qui c’è un mortorio, la gente dorme al bar , i giovani non sanno cosa fare, diamogli qualcosa!” e io ho detto “facciamo una banca della memoria!” Cerchiamo... “nei cassetti di una persona può esserci un diario, tiriamoglielo fuori”. Si è deciso di fare un premio, una pubblicazione. E come facciamo a farlo sapere? scrissi una lettera alla Repubblica e a Linus. Sono arrivati centoventi diari in due mesi. Dopo di che ora ne abbiamo 3500. Nella giuria c’erano Natalia Ginzburg, Staiano, Santucci...

Proprio Natalia Ginzburg scrisse “Ho scritto questo racconto per essere un po’ meno infelice, sbagliavo, non dobbiamo mai cercare nello scrivere una consolazione” é vero secondo lei?

E’ verissimo. Se tu cerchi una consolazione nello scrivere scrivi cose dolciastre. Scrivi cose che alla rilettura sembrano belle, nell’immediato, perchè suonano bene le frasi... se invece scrivi delle cose dure ma che riflettono la realtà, saranno sempre belle.

Quindi nella sua esperienza di scrittore, e anche di lettore di questi diari che sono arrivati all’archivio, le risulta che sia maggiore chi scrive spinto da un dolore, da una depressione, oppure...

Quasi sempre chi scrive è spinto da un problema irrisolto della propria identità. Su questo non ho dubbi. Chi sta bene non scrive diari. Lavora, fa, gira, crede di star bene magari, certo, dopo non trova più la memoria del passato. Per esempio Nuto Revelli è stato uno dei primi ad appoggiare la nascita dell’archivio. Lui scoprì la storia del tenente di Malbourgh, quella è la memoria! I partigiani lo avevano ammazzato durante un rastrellamento, solo attraverso delle lettere si ritrova la storia di quest’uomo. Un racconto bellissimo, che Revelli fa mentre avviene il processo di ricostruzione, grazie alle lettere.

Tra i primi diari arrivati all’Archivio quale l’ha più colpito, cosa non si aspettava di trovare?

(silenzio) Sai che non ho mai fatto caso alla stranezza dei diari! perchè sono tutti una cosa singolare, la singolarità non è data dalla situazione è data dal fatto che ogni persona è singola...

Ma Leopardi, nello Zibaldone disse “la cosa più inaspettata che accada a chi entra nella vita sociale è spessissimo, anche a chi invecchia, è di trovare il mondo quale gli è stato descritto, e quando egli lo conosce già e lo crede in teoria, l’uomo resta attonito di vedere verificata nel caso proprio la regola generale”

Sì. Infatti il primo anno io avevo portato le lettere di uno che non è stato premiato e ci siamo un po’ pentiti. Quando è venuto il colpo di stato in Argentina, nel ‘76, un mio amico giornalista mi mandava sempre notizie sulla sinistra, ha cominciato a mandarmi delle lettere sulla dittatura ed erano lettere segrete che non mi poteva mandare per posta perchè potevano prenderle... per vari mesi mi ha scritto una lettera a settimana. Poi è stato preso e siccome era sicuro che l’avrebbero ucciso ha ingoiato una pastiglia di cianuro è s’è ammazzato. Queste lettere sono storia personale e collettiva.

Si cerca una qualità letteraria?

No, a volte c’è una qualità letteraria nascosta. Nessuno la vede a prima vista, perchè non è un buon italiano. Ma... su questo Ginzburg era molto precisa, quando abbiamo premiato un contadino veneto che scriveva strafalcioni, lei dichiarò “per la sua poesia”. Era riuscito a descrivere delle situazioni in modo poetico. Molte volte anche un buon italiano non le raggiunge. Poi ha avuto un grande successo la storia di un vicentino, scritto male ma bene. Era la storia di un minatore, piena di galanteria proletaria, di sfottò proletari. Nella miniera in Belgio, dove lavorava, racconta tutto quello che succede: il crollo, i topi... è intitolato “Schiena di vetro” perchè quando era andato militare gli indisciplinati venivano chiamati schiena i vetro. L’ha pubblicato Einaudi e ha venduto 10.000 copie.

Come si forma la commissione che legge i diari?

Di giovani e anziani. Ci sono molti anziani, si presentano loro, chi è disponibile a lavorare sei mesi gratis. Devono partecipare alle riunioni... devono avere una cultura media, la merciaia del paese per esempio stendeva i verbali. Arrivano 180 diari all’anno e vengono letti da dodici persone. Dieci anni di esperienze di lettura, di verbali delle discussioni fino all’assegnazione del premio: potrebbe ispirare uno studio sull’educazione degli adulti.

E la storia di Clelia Marchi?

Ancora più sgrammaticata: bellissima. E’ stata trascritta com’era.

Dunque l’intenzione è di preservare un linguaggio che scompare nel tempo.

Per questo nasce l’Università dell’Autobiografia ad Anghiari. Le Opere arrivate all’Archivio diventano materiale di studio per la storia, per l’antropologia... ricordo il racconto di un contadino che nella sua assoluta ignoranza, nel periodo della riforma agraria, aveva solo delle vacche, i mezzadri vivevano meglio, allora lui vende le sue mucche per comprarsi una 500. Perchè? perchè ormai tutti hanno l’automobile. E cosa fa con la 500? Prende la 500 e va a trovare le mucche. Viene fuori un personaggio...
Ci sono diari calabresi, che hanno un significato sociologico, dal punto di vista delle trasformazioni dell’economia del sud. C’è un diario, che ha vinto, la storia di un calabrese che da muratore apre un salumificio, poi porta il salame a Prato perchè nel suo paese non lo vende... c’è una storia, la storia.
Così dopo anni di letture ci siamo accorti che l’autobiografia non riguarda soltanto l’antropologia, cioè l’uomo, ma riguarda la storia, riguarda la lingua, la psicologia, riguarda varie scienze. Per questo Nuccio Demetrio ha proposto “perchè non facciamo l’Università dell’autobiografia?” dove s’impara ad analizzare l’autobiografia, sia per insegnarla agli altri, sia per scrivere la propria. Anche per stimolare chi ha perso i contatti con il proprio territorio, per non perdere il contatto con la vita precedente. Facciamo un corso estivo che si ripete per due anni, e seminari di due giorni ogni mese.

Gli iscritti sono più donne o uomini?

Sono quasi tutte donne.

Come si spiega?

Forse perchè le donne ancora hanno meno occasione di raggiungere quella situazione che per i depressi è l’ideale: cioè andar fuori casa. Di realizzarsi in un lavoro. La donna vive di più la casa, è molto più a contatto con la vita vera. Nel passato è stata una vita privata di molte più possibilità ma induceva a riflettere e a parlare. Fra loro le donne parlano molto di più della vita di quanto non parlino gli uomini incontrandosi per strada. Le donne parlano dei bambini, dei rapporti personali, dell’amore, c’è più... è la privazione. L’incertezza della vita di una donna non è mai lenita dall’illusione di essere qualcuno perchè ha un lavoro.
Nel corso estivo su 45 iscritti otto erano uomini.

E nello spedire i diari, le memorie, gli epistolari?

In questo caso si bilanciano, perchè gli uomini vanno in guerra. Quando partono a fare il militare o quando devono emigrare, scrivono diari. L’uomo scrive quando si allontana dalla famiglia, la donna quando sta in casa. Pur non avendo un’istruzione. Questo argomento ispirerà il prossimo numero della rivista “Primapersona” tratteremo i rapporti, i racconti di coppia come risultato dell’ “io”-“tu”-“noi”.

Il vostro è il tentativo per una storia di un’Italia diversa?

Noi pensiamo che servirà per ricostruire la memoria storica, per conservare le memorie dei singoli. Lo sguardo del singolo diventa un modo per rileggere la storia, con l’occhio di chi l’ha vissuta “dal basso”, cioè nel proprio vissuto. Ma questa lettura non cambia la storia, non c’è un diario che dica una verità assoluta. E’ un approfondimento personale sui fatti storici.
Abbiamo avuto dei dilemmi sul valore storico dell’archivio. Philippe Lejeune e anche Mario Isnenghi ci hanno seguiti e sostenuti. Isnenghi sosteneva che l’autobiografia era poco più che un «bruscolino» nel mare degli studi storici, in seguito ha riconosciuto il bisogno d’interesse e rispetto per la soggettività.

Anche lei dovette scrivere la sua autobiografia quando si è iscritto al Partito comunista?

Sì. E mi piacerebbe ritrovarla! (ride) avevo vent’anni.

Uso le parole che lei scelse per presentare la pubblicazione del diario di Clelia Marchi,: l’archivio è “la speranza per il senso di un destino compiuto”?

Chissà cosa volevo dire! Io credo che la scrittura di sé è motivata dalla speranza di un destino compiuto. Quando uno scrive di sé, quando scrivi un’autobiografia, hai la speranza di poter segnare il tuo destino come se fosse compiuto. Poi magari sei solo all’inizio e ne farai un’altra. Anzi l’autobiografia porta il desiderio di scriverne immediatamente un’altra. Tutti mi dicevano fin da giovane che ero un gran “nervusat” nervoso, oppure che non sarei mai stato felice per questo mio carattere, “non cercare la felicità, ma cerca di vivere” e così via... le consideravo solo delle battute e solo dopo aver scritto la mia autobiografia “Il mare visto dall’isola” ho capito.
Dopo aver fatto il partigiano ho scritto un diario e mi sembrava molto bello perchè riassumeva stati d’animo di quello che era stato quel periodo, dal titolo “Tutti morti, un solo nome”. Lo mandai a Cesare Pavese e lui me lo rimandò subito con poche righe: “Cerca di parlare di questi fatti descrivendo immagini e cose”. Il giornalismo mi portò a scrivere immagini e cose vissute.


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Saverio Tutino nasce il 7 luglio 1923. Iscritto alla facoltà di giurisprudenza, deve interrompere gli studi a causa della guerra. Commissario politico di una formazione partigiana, si batte in Val d’Aosta e nel Canavesano fino alla fine del conflitto mondiale. Nel dopoguerra lavora nella stampa del partito comunista come inviato e corrispondente in diversi paesi del mondo e in particolare in America Latina. Partecipa nel 1975 alla nascita del quotidiano “La Repubblica” dove lavora fino al 1985.
Attualmente è direttore culturale del Premio Pieve-Banca Toscana e della Fondazione Archivio Diaristico, da lui stesso ideata e fondata nel 1984.
Ha pubblicato diversi libri fra i quali “Gollismo e lotta operaia”, “L’ottobre cubano” e il volume di racconti “La ragazza scalza” per la Einaudi, “Il Che in Bolivia” e “L’occhio del barracuda” per la Feltrinelli, “Gli anni di Cuba”, “Viaggi in Somalia”, “Dal Cile” per le edizioni Mazzotta, “Cicloneros” per la Giunti e per gli Editori Riuniti “Guevara al tempo di Guevara” (1996).
Nel 1998 fonda ad Anghiari, con Duccio Demetrio, la Libera Università dell’Autobiografia e realizza la rivista semestrale “Primapersona” della quale è direttore. Nel 1999 pubblica “Il mare visto dall’isola” per l’editore Gamberetti e diviene direttore del mensile “Lettere”.


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Milena Gammaitoni nata a Roma, si è laureata con lode in Sociologia, perfezionandosi in Teoria e Analisi Qualitativa nella Ricerca Sociale e in Storia e Temi del Pensiero Femminile. Nel 2000 e 2001 è stata studiosa borsista all’Università Internazionale del Lussemburgo, all’Università Libera di Bruxelles e all’Università Jagellonica di Cracovia. Svolge il dottorato in Teoria e Ricerca Sociale all’Università “La Sapienza” nell’ambito della sociologia dell’arte e storie di vita. Coordina il gruppo di ricerca “Il Ponte tra le Arti”. Scrive per le riviste: La Critica Sociologica, La Scrittura, Rivista di Servizio Sociale, l’Idea, Hortus Musicus, e www. babelonline. net Facoltà di Lettere e Filosofia, Univ. Roma Tre.

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