1.
Che violute palidute,
Ciolte sù dal vâs cumò,
Uei donâle 'e me Mariute,
Bambinute dal Signôr ....
2.
Su le plui alte cime
Al jeve il soreli a buin'ore;
E cheste no jé l'ore
Di bandonâ l'amôr.
3.
Volin bevi, tornâ a bevi
Di chel vin c'al é tant bon ...
Trai di bevi di chel neri,
Che chel blanc al mi fâs mal....
4.
Sdrindulaile che bambinute,
Che si torni a indurmidì ...
Je jevade la biele stele,
Son tre oris denànt dì.
5.
Tu dirâs un deprofundis
Co tu sintirâs a di
Che jo soi sul ciamp di uere
Par l'Italie a murî.
6.
Co sarìn fra lis rovinis
Di moschéz, spadis, canòns,
pensarin a chês bambinis
Che lassât vin a Cormòns.
GOCCE DI RUGIADA
(versione italiana di Piero Marangon)
1.
Pallidetta e dolce viola,
Che ti colgo or dal vaso,
Va pur tu, gentile e piana,
Dritt'a lei, mio solo amor.
2.
E se 'l monte d'aurei lampi
Già riveste il sol che s'alza,
Continuiamo a far l'amore
Poi che 'l tempo ratto vola.
3.
Voglio bere a profusione
E poi fare un gran brindìsi,
E se a te col nero 'l fo
Perch'a noi faccia un buon pro.
4.
Su, ninnate quel tesoro,
E tu, sonno, a lei ten vola;
Luce in ciel la vaga stella
Che appar anzi l'alba e 'l dì.
5.
I' ti prego un deprofundis
Se mai sentirai a dire
Che sul campo di battaglia
Tolta fu la vita mia
6.
Ma pur sempre tuttavia
In quei luoghi pommi Amore
Con la bella donna mia
che lasciat'ho a Cormòns.
Particolarmente mossa sul piano della conduzione delle parti si presenta questa rapsodia: dall'unisono iniziale che si apre poi a ventaglio armonico, alle strette modulazioni del "E cheste no jé l'ore..." per passare ai giochi di rimandi e richiami del "Volin bevi.." fino alla sua teatrale conclusione in scala discendente del "Trai di bevi di chel neri...".
Uno stacco repertino con il tenerissimo "Sdrindulaile.." intonato per terze (uno stilema costante di ascendenza prettamente popolare) che si appoggia su un pedale armonico per quinte ed ottave di grande efficacia nella sua semplicità. La chiusa prende avvio (quasi eco dello schema iniziale) da un compatto disegno monodico in modo maggiore (l'allegro marziale del "Tu diras un deprofundis..") che si dilata in una breve ed altrettanto marziale frase corale, espressione forse non retorica della vita sacrificata per la Patria.
In fase esecutiva preferisco, dopo la tragica vicenda di due guerre mondiali, smussare la dimensione militar-patriottica, sfumandola in toni più malinconici; così come scelgo toni meno retorici nel "pensarin a ches bambinis..." invece della "fanfara" a cui si viene invitati dalle indicazioni agogico-dinamiche ed espressive dello stesso elaboratore.
Non a caso, poi, lo stesso Seghizzi chiude con un trasognato "a bocca chiusa" (praticamente mai eseguito da nessuno) l'incalzante stretta ritmico-armonica del clangore bellico e degli esaltati ricordi amorosi di "ches bambinis", le quali, però, se la memorialistica della vita militare nelle retrovie non m'inganna, non dovevano essere affatto quelle vezzose verginelle cantate da certa letteratura pastoral-bucolica
Particolarmente efficace, comunque, la contrapposizione d'immagini, testuale e compositiva fra la tragica realtà distruttrice della guerra e la tenera umanità del pensiero di un amore, non importa se fugace o mercenario, tra il cupo destino della morte e la vita.
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