GOTIS DI ROSADE n. 5

GOTIS DI ROSADE V
(Gocce di rugiada)


Rapsodia di villotte friulane
elaborate per coro maschile
da Augusto Cesare Seghizzi


Testi originali in lingua friulana
GOTIS DI ROSADE V

1.
Volìn gjoldi l'alegrie
Cumò zovins che nô sin:
Sunarà l' Ave Marie
Dopo muarz che nô sarìn !

2.
Se savessis fantazzinis
Ce c'a son sospirs d'amôr !
E si mûr, si va sotiare,
E ancjmò si sint dolôr !

3.
E cui sono chei c'a cjantin,
E c'a cjantin cussì ben ?
'A somein dut la mé musse,
Co si dai un braz di fen !

O li la fo li la le le
Quatrin sassà !

4.
Bàlistu Pieri ?
Sì, 'o c'o bali:
Tu cu lis zòculis,
Jo cul batali ...

Lalin la le li le !
Viva l'amor !

GOTIS DI ROSADE V (Gocce di rugiada)
Libera versione in lingua italiana di Piero Marangon

1.
Ora sì, vogliam la vita,
Oggi sì, giovani e belli:
Sonerà l'Ave Maria
tra non molto sol per noi !

2.
Se sapeste, donne belle,
Quel che é patir d'amore !
Un morire; e scomparire,
Ed ancor sentir dolore !

3.
Ma chi sono quei che cantan
E che cantano sì bene !
Mi rammentano 'l somaro
Che ringrazia per il fieno !

O li la fo li la le le
Quatrin sassà !

4.
Ma che fai, Pietro, tu balli ?
Ballo sì, o che non vedi ?
E tu pure in zoccoletti,
Io provo col bastone.

Lalin la le li le ! Lalin la la
viva amore, viva viva !

Italo Montiglio

NOTARELLE QUASI MUSICOLOGICHE

Adoperando criteri statistici é certo che la quinta rapsodia risulta la più eseguita; forse per il suo vitalismo: si apre infatti con l'esaltazione della vita e della gioventù e si chiude sui ritmi incalzanti di una danza; forse per l'equilibrio supremo fra ironia e malinconia,... Le congetture potrebbero proseguire all'infinito, ciò che conta invece é come al solito (scusate la ripetitività) il fatto musicale in cui l'indubbia maestrìa di un geniale artigiano della musica si unisce alla materia prima (tutt'altro che grezza): la villotta. Si potrebbe discutere a non finire sull'attendibilità delle fonti utilizzate dal Seghizzi, ma non é per me una questione di vitale importanza, poiché (repetita juvant) il Maestro non voleva affatto esercitare la professione dell'etnomusicologo, ma quella del musicista. E' inconfutabile, comunque, che egli ha dimostrato una rara capacità di adesione e partecipazione ai testi musicali e verbali popolari sui quali operava, cogliendone quelle sfumature che a molti ancor oggi sfuggono!

Anche nella quinta rapsodia ritroviamo alcuni caratteri compositivi che ormai possono essere considerati tipici dello stile elaborativo del Seghizzi : innanzitutto l'accorta scelta e alternanza dei motivi musicali e testuali (le rapsodie sono davvero un magico "teatro dell'udito"); la capacità di articolare, "muovere", condurre con fantasia le parti, permettendo così a tutte le sezioni vocali di partecipare con ruoli non insignificanti o monotoni all'esecuzione; la ricchezza e l'inventiva armonica; l'attenzione particolare nei riguardi delle possibilità vocali degli esecutori, sia per la stabilità dell'intonazione che per il rispetto dell'ampiezza dei registri (solo nelle "Terze" troviamo un Si acuto per i T1 ed un Re profondo per i B2). Vi pare poco ?

Vorrei infine segnalare un frammento, che, a mio parere, rappresenta uno dei alti vertici della poesia popolare in lingua friulana:

Se savessis fantazzinis
Ce c'a son sospirs d'amôr !
E si mûr, si va sotiare,
E ancjmò si sint dolôr !


Potente l'immagine dei "sospirs d'amôr", uno struggimento così intenso che neppure la morte riesce a sopire. Seghizzi lo colloca, con brillante intuizione, fra la versione friulana del "carpe diem" ("Volìn gjoldi l'alegrie...") e lo sberleffo rivolto ad un canto amoroso tanto appassionato quanto (probabilmente) stonato. Le scelte compositive riescono a dare unità a queste iniziali sezioni testuali pur nella differenziata struttura dei singoli momenti. Infatti dalla ludica contrapposizione "a rispetto" delle voci gravi e di quelle acute della prima parte ("Volìn gjoldi l'alegrie") si passa alla forma corale del secondo con due apici espressivi in corrispondenza delle parole "sospirs" e "sotiare", che sfocia in un parodistico breve recitativo all'unisono ("A somein dut la mé musse..."). Così si recupera quell'equilibrio formale e concettuale a cui si ispira l'intera raccolta delle "Gotis di rosade" e che esprimono una sensibilità ed una consapevolezza artistica meritevole di attenzione e di approfondimento anche al di fuori della terra friulana, di cui Augusto Cesare Seghizzi fu sincero cantore, pur non avendo, in vita sua, mai parlato in friulano.

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