Ray Kitt, l'historieta ritrovata
- Hugo Pratt
"E' allo stesso tempo appassionante e bizzarro questo testo che a volte
si trova sotto le vignette e a volte nei balloon..."
Dominique Petitfaux
Nel gennaio 1950 esce in Argentina il primo numero di La Revista
del Superhombre
che
presenta Superman, Batman e altri supereroi di quella che oggi è
la DC Comics. Sempre attento alle mode, Cesare Civita, titolare della Editorial
Abril che già pubblica dal 1948 Misterix (che presenta Amok di Cesare
Solini e Antonio Canale, Gim Toro di Lavezzolo e Dell’Acqua, Pantera Bionda
di Dalmasso e Magni) e Rayo Rojo dal 1949 (che pubblica, tra gli altri,
“Colt el justiciero” -ovvero Tex Willer- “Legion extranjera” di Alberto
Ongaro e Pratt e Capicua di Adolfo Mazzone), para il colpo facendo uscire,
nell’ottobre dello stesso anno, Cinemisterio «la revista de formula
sensacional». Su di essa, in formato gigante, vengono riproposte
Junglemen e l’Asso di Picche, ma anche Tita Dinamita (la Gey Carioca di
Paul Campani) e Hormiga Negra di Walter Ciocca. È proprio su Cinemisterio
che, nel 1951, nasce Ray Kitt, con una formula narrativa di cui non si
hanno esempi precedenti.
PECULIARITÀ INNOVATIVE
Si tratta di una forma di narrazione del tutto originale: non è
un racconto illustrato perché le vignette, come già detto,
sono parte integrante della narrazione e non illustrazioni di fatti descritti
dal testo. Avanzeremmo piuttosto l'ipotesi che si tratti di una forma originale
di fumetto in cui molte vignette sono composte di solo testo! Una prassi
mai vista in precedenza, mentre sono del tutto comuni le vignette solo
disegnate e prive di testo.
Un cenno al disegno di Pratt, allora autore agli inizi: caniffiano
di ispirazione, ma già maturo, anche se non ancora sostenuto da
quella sintesi che avrebbe lanciato l'autore nell'Olimpo del fumetto parecchi
anni dopo. Prospettive ed anatomie vi appaiono già perfette, come
pure la recitazione dei personaggi i cui corpi recitano sovente più
delle facce. I "cattivi" presentano una caratterizzazione ancora un po'
ingenua, con qualche stereotipo lombrosiano nelle fisionomie, che Pratt
abbandonerà dopo poco, mentre qualche primo piano di Ray Kitt introduce
già il Sergente Kirk. Su tutte le storie domina comunque il bianco
e nero abbacinante tanto caro all'autore.
Franco Spiritelli
Le storie di Ray Kitt sono state pubblicate nel 1951 su
CINEMISTERIO, la rivista dalla formula sensazionale, della Editioral Abril,
perché proponeva sia fotonovelas che fumetti. Il primo numero uscì
il 4 ottobre 1950 e costava 50 centavos. Qui, Hugo Pratt esordì
con Junglemen, l’Asso di Picche e, nel 1951, con Ray Kitt, scritto da Héctor
German Oesterheld.
Le due storie, di genere poliziesco, ambientate a Buenos
Aires, la prima dal titolo «Muerte entre las tombas», è
composta di dieci tavole (dal n.33 del 16 maggio al n.37 del 13 giugno);
la seconda «R.K. e la crimen de la “Maldita”» di otto (dal
n.39 del 27 giugno al n.42 del 18 luglio).
Chiedete ai “dylandoghiani” D.O.C. qual è l’episodio che amano
di più della saga de l’«Indagatore dell’incubo» ebbene,
nel 90 per cento dei casi avrete come risposta Johnny Freak, senza alcuna
esitazione! Cosa avrà colpito di questo numero da lasciare un così
forte segno?
Forse
la sceneggiatura di Sclavi?... Forse i disegni dell’allora giovane e sconosciuto
autore? La risposta è nell’incontro di queste due grandi “sensibilità”.
Quella di uno Sclavi al top della forma e quella di un talentuoso autore
capace di integrare e miscelare la poetica dello scrittore/sceneggiatore
alle sue capacità di sintesi espressiva, trasformando dei fogli
di carta e della china nera in luminosi squarci e limpide sequenze dove
tuffare gli occhi senza staccarli dal sentimento. È questa l’arte
di Andrea Venturi.
Reduce dagli studi artistici all’Accademia di Belle Arti, Venturi,
dopo un’esperienza come disegnatore di scenografie per cartoni animati
(tra gli altri anche per lo studio di Bruno Bozzetto), debutta nel mondo
dei fumetti nell’89 sulla rivista «Mostri» della Acme e quasi
contempora-neamente entra nello staff di Dylan Dog. Per il pupillo della
casa Bo-nelli realizza il n.67 (L’uomo che visse due volte), il
n.81 (il succitato Johnny Freak) sui testi di Sclavi e il n.118
(Il gioco del destino) e l’episodio Cronache di straordinaria
follia pubblicato sul n.4 del «Dylan Dog Gigante» sui testi
di Chiaverotti.
Nel ‘93 ha realizzato per i tipi del «Club degli amici del fumetto»
di Roma uno splendido port-folio con protagonista Dylan Dog.
Nel ‘98 il direttore della Bonelli, Decio Canzio, lo chiama perchè
nel suo stile c’è qualcosa che potrebbe andare bene per «Tex»!
Per Venturi la prova è intrigante, la proposta di disegnare Tex
non si fa a tutti e, anche se l’indagatore dell’Incubo gli ha dato soddisfazioni
enormi e sulle sue storie si trova benissimo, l’incarico è accettato
con entusia-smo. Il suo primo Tex è del ‘98 nell’episodio: L’uccisore
di indiani, sui testi di Nizzi pubblicato sull’«Almanacco del
West». È questo un Tex che risente dell’umiltà e persino
del timore reverenziale con cui l’autore vi si è avvicinato ma il
personaggio c’è e c’è soprattutto Ven-turi con un segno al
“frenato” (come un cavallo di razza) ma che ben presto verrà fuori
in tutto il suo dinamismo come si vede nell’episodio Oppio edito
nel n.451/452.
Nel
‘97 il suo bagaglio di esperienza si arricchisce quando è chiamato
a realizzare le copertine di «Magico Vento» il personaggio
di Manfredi. A mano a mano che gli albi aumentano e i disegnatori della
serie ne definiscono la figura anche Venturi con le sue copertine dà
ragione a chi, pensando alla sua esperienza di disegno horror (Dylan Dog)
e quella western (Tex) era il tipo giusto per illustrare tali copertine.
Mi piace affermare che un bravo disegnatore di fumetti si vede dalle
capacità che ha di far muovere e recitare i personaggi sulla scena.
Venturi in questo è un grande. Padronanza della tecnica, di un’autonomia
figurativa invidiabile (frutto dell’influenza dei grandi autori americani),
di un’innata capacità di dare dinamismo alle figure attraverso un
caldo e rotondo colpo di pennello, di un movimento di “macchina” eccezionale
che gli fanno inquadrare le scene in modo ot-timale e moderno. Insomma,
un autore che vediamo poco in giro ma che sa far valere la sua presenza
con le sue opere. È uno che non passa inosservato!
All’oggi oltre alle suddette copertine di «Magico Vento»
Venturi è alle prese con un nuovo episodio della saga di «Tex»,
su testo di Nizzi. Un’avventura dove “Aquila della notte” è da solo
a combattere l’ingiu-stizia e a punire i colpevoli! Curiosi? Pazientate
e tenete d’occhio l’edicola.
Raffaele de Falco
Brendon nasce dal desiderio di creare un “mio” universo, un mondo
verosimile appena dietro l’angolo della realtà. Ho scelto un’ipotesi
sul futuro: la società post-medievale creatasi un secolo e mezzo
dopo una catastrofe di portata mondiale (La Grande Tenebra).
Brendon
vive in un Medievo Prossimo Venturo popolato di sette animistiche, streghe,
mostri con corpi di ragni e volti semiumani, alchimisti alla ricerca di
nuove fonti energetiche. Ma, soprattutto, ho voluto raccontare storie di
persone, di amori disperati, rabbie e solitudini.
Le storie di Brendon sono thriller d’azione permeati di soprannaturale
(sempre spiegato razionalmente, però) ai quali ho cercato d’infondere
suggestioni particolari: per esempio il senso di vertigine di una Londra
abbandonata e completamente deserta, in cui si aggirano sciacalli con occhi
di brace; o la piccola, infinitesima poesia, in un mondo senza più
elettricità, di uno sciamano che proietta vecchi film sulle rovine
di un cinema, con un proiettore rabberciato a manovella e una lampada a
olio; o la singolare violenza di un’efferata lotta sulle rovine del museo
d’arte, con una gigantesca forbice di pietra che aspetta la sua vittima…
E poi c’è lui, Brendon: fin dall’inizio volevo creare
un personaggio crepuscolare ma ironico, bello ma non “fighetto”. Così
sono venuti fuori lo sguardo febbrile e le guance di un eroe maledetto,
con la rabbia e la voglia di fuggire di chi l’ha creato. Un eroe che combatte
i mostri generati dal sonno della ragione, in un mondo rinato sulle ceneri
del precedente, che non sa liberarsi dei suoi fantasmi.
Claudio Chiaverotti