a cura di Antonio Sambinello.
Ho conosciuto Aurelio
Sangiorgio in occasione della sua presentazione a Rovigo del libro
“In viaggio con Tex” alcuni anni fa.
Di quella giornata ricordo che “abbandonai” letteralmente l’incontro
con gli autori che componevano la giuria del concorso
per autori esordienti di fumetti “Rovigo a strisce”. Ma si sa, all’interno
di Lendicomics, io sono il più fedele fra i lettori di Tex e mi
dispiaceva perdere una simile occasione. E poi mi tentava l’idea di conoscere,
cosa che avvenne alla fine della stessa presentazione, una persona della
mia città che aveva scritto un libro così insolito su questo
personaggio.
Naturalmente presi il libro, ma tanto era l’interesse mostrato da Franco
Spiritelli, presidente di giuria in quella occasione, che glielo regalai
con il dovere di recensirlo su “Fumo di China”.
Non ho mai chiesto ad Aurelio, né lo farò mai, di entrare
a far parte più attivamente di Lendicomics club; attraverso strade
diverse, ma parallele, il fatto di far conoscere il fumetto a Rovigo e
di far conoscere Rovigo al mondo del fumetto, fa si che che lo scopo della
nostra associazione sia comunque raggiunto.
Quest’anno è stata l’occasione di proporre all’Amministrazione
Comunale una mostra sul ranger, che è sempre stato anche un suo
preciso obbiettivo, e ricordo di avergli telefonato una sera dicendogli:
“Abbiamo intenzione di fare una mostra su Tex: so che ti incazzi se non
sei fra i primi a saperlo ”. Al di là della battuta, quel momento
è stato l’occasione per rinsaldare il rapporto tanto che successivamente,
in occasione della inaugurazione della stessa presenziata anche da Aurelio
stesso, è nata quasi per caso l’idea di fargli l’intervista che
state per leggere.
Ringrazio gli amici del sito www.texwiller.net
per
i suggerimenti che sono stati forniti sperando che questo sia lo stimolo
ad essere la prima di una lunga serie.
Parlaci
un po’ dei tuoi libri.
Intanto devo dire che i due libri hanno il grande pregio di essere
originali come struttura. Non esistono né testi sulla geografia
texiana, né tantomeno un’enciclopedia. Detto così il tutto
può sembrare anche banale, ma proviamo a pensare cosa vuol dire
seguire Tex dall’Alaska fino alla Polinesia e cosa vuol dire catalogare
tutto, dal primo “peste !" del settembre 1948 all’ultimo colpo di Colt
nel 2000. Parliamo del primo libro. Avete presente quei luoghi texiani
che gli anni hanno fatto diventare quasi dei luoghi comuni ? Tipo: trading
post di Oraibi, il bivio di Moenkopi, fort Defiance e Nogales ? Beh!, prendete
una cartina dell’Arizona e li trovate tutti fino all’ultimo. Avete presente
i quattro pards che si fanno una settimana sugli scomodi sedili di un treno
per arrivare in Canada da Jim Brandon o prendono un battello per giungere
a Skagway ? Anche qui tutto verificato, passo passo. E che dire allora
della polvere che vi si appiccica addosso mentre, anche voi come Aquila
della Notte, vi arrampicate fino ad Apache Pass per incontrare Cochise
? E la tequila di una posada di Nogales la potete assaggiare come il nostro
ranger. Il libro è piaciuto anche a Sergio Bonelli che mi ha fatto
gentilmente la prefazione e credo che il motivo del suo successo sia stato
proprio l’aver convinto il lettore che Tex, una volta di più, aveva
ragione. Nel farlo ho dovuto superare due grosse difficoltà: la
prima sono state le distanze; la sola Arizona è grande come l’Italia.
Immaginate di cercare Gavello
su una carta dell’Italia, avendo come unico riferimento che si trova a
tre giorni di cavallo da Bologna, dopo aver superato il Grande Fiume in
direzione della Grande Acqua Salata. E provate a farlo quando il campo
d’azione comprende tutti gli Stati Uniti, il Canada e il Messico; stiamo
parlando di un territorio grande più di settanta volte l’Italia.
L’altra difficoltà riguarda certi “depistaggi” che G.L. Bonelli
ha inserito nelle sue storie. Tentare a trovare “uno sputo di villaggio
in uno dei contrafforti della Sierra”, quando sia lo sputo di villaggio
sia la Sierra hanno un nome, non è impresa da poco, diverso da quello
reale. Esemplare in proposito il luogo di nascita di Tex: Rock Spring per
Bonelli, Rocksprings nella realtà e con soli 1500 abitanti nelle
immense pianure del Texas.
Ho
dovuto fare, si parva licet, quello che ha fatto Schliemann che ha scoperto
le rovine di Troia basandosi solo sulle notizie fornite dall’Iliade. D’altra
parte, il paragone Tex-Achille è affascinante, con l’aggiunta che,
a differenza del Pelide, Tex è riuscito a sopravvivere a tutti gli
agguati fin qui tesigli. Il risultato è che se un texiano doc ha
la fortuna di poter andare oltre oceano, può ritrovare (magari conservate
come allora) tutte le polverose Main Street percorse dal ranger. E perfino
farsi fotografare sotto il cartello stradale di Rocksprings. Devo dire
che, depistaggi a parte, proprio come Omero, Bonelli è stato molto
preciso nelle sue indicazioni, e se diceva trenta miglia, state sicuri
che il luogo si trova tutt’ora a meno di cinquanta chilometri da dove sono
partiti Willer e soci. Il compito è stato facilitato dal fatto
che Bonelli, per sua stessa ammissione, lavorava su carte geografiche,
per l'appunto la "h", attuali e che, in Arizona, ma anche in altri stati
del West, ci sono città con poche centinaia di abitanti, ma segnate
come fossero metropoli. Prendiamo come esempio Tombstone: 1300 abitanti,
ma presente in tutte le cartine d’America. Atlante di Tex è invece
impressionante per la sua mole: è l’unica vera enciclopedia texiana:
8500 voci che comprendono tutto lo scibile del cinquantennale lavoro di
Bonelli e compagnia. Personaggi, località, armi, battaglie, modi
di dire e costruzioni particolari; tutto è catalogato in ordine
alfabetico e cronologico. E non è stata una sciocchezza districarsi
tra 43 Joe, 87 Sam e tra le varie Nuvole Rosse, Gialle, Grige e Bianche;
ma il risultato è sotto gli occhi di tutti e permette a chiunque
voglia risalire ad un numero particolare della collana di farlo partendo
dal nome di un qualsiasi personaggio o luogo. In più, i nomi degni
di maggior attenzione sono corredati da una scheda critica che ritengo
esauriente. Qui sono evidenziate anche quelle che ho avvertito come contraddizioni
di sceneggiatura, non lesinando critiche neppure all’infallibile ranger.
Senza peccare di presunzione ritengo che questi due volumi non possano
mancare nelle librerie degli appassionati, vuoi per la loro originalità,
vuoi per il livello di approfondimento raggiunto. E questo a fronte di
tanto ciarpame che si vede in giro. Aggiungo anche il terzo libro: Sulle
tracce di Buffalo Bill, sempre per Il
Minotauro. L’ultimo capitolo analizza le due storie nelle quali il
più celebre personaggio reale della storia del West incontra il
più celebre personaggio del fumetto italiano: il nostro ranger.
Descrivi
la tua visione di Tex.
Tex è l’eroe senza macchia e senza paura per antonomasia. Per
lui si può sfruttare il famoso detto “è come la mamma, posso
parlarne male solo io”. E’ un eroe a tutto tondo ed è questo che
me lo fa amare da quarant’anni e credo lo faccia amare anche alle altre
centinaia di migliaia di lettori. Con Tex non esistono mezze misure, non
esiste il grigio, solo il bianco e il nero (e questo è proprio anche
del mio carattere); quasi sessant’anni di vita e decine di milioni di copie
vendute non sono frutto del caso. Secondo me ci sono due fondamentali motivi
per cui Willer è ancora sulla cresta dell’onda.
Il
primo è il sostanziale realismo delle sue storie. Il secondo la
quasi perfetta sincronia tra testi e disegni. Nonostante abbia combattuto
con marziani, fiori della morte, diableri e nonostante il suo più
grande (e riuscito) nemico sia un tipo del calibro di Mefisto, Tex è
un fumetto western con tutto quello che ciò comporta. E allora abbiamo
i cavalli, gli indiani, le praterie, gli sceriffi ottusi o corrotti, gli
ufficiali dell’esercito sanguinari. E sopra loro sempre lui. Un mix riuscitissimo
di John Wayne e Clint Eastwood. John Wayne per il suo ruolo di perenne
“giusto” (e sottolineo le virgolette, almeno per ciò che riguarda
Wayne); Clint Eastwood per il suo essere infallibile con ogni arma e sempre
vincente nonostante quello che deve passare in ogni avventura. E poi, c’è
poco da discutere, Tex e il western, come li abbiamo conosciuti noi in
Italia negli anni ’60, sono la stessa cosa. Vorrei aggiungere anche un’altra
osservazione: specie negli ultimi tempi si è cercato di criticare
talune sceneggiature per la loro poca credibilità, talora per la
loro assurdità. Sono perfettamente d’accordo con queste critiche,
nel senso che, dato per scontato che Tex non può morire, è
assurdo far sì che si salvi se ha sei Colt puntate alla schiena.
Ma il problema non è questo.
Il
problema non si risolve né facendolo morire, né facendolo
uscire vincitore da un duello 6 contro 1 (o tomahawk contro Colt, com’è
già successo); il problema si risolve evitando che si cacci in certe
situazioni. Ma il fatto stesso che si citi questa o quest’altra situazione
al limite dell’assurdo, significa che il resto delle centomila e più
pagine texiane sono credibili. Sul secondo aspetto non dobbiamo dimenticare
che stiamo parlando di un fumetto, in cui la componente disegno è
fondamentale. Ho i miei gusti e prediligo alcuni disegnatori rispetto ad
altri, ma, anche qui, teniamo conto della storia. Di fronte a personaggi
del calibro di Galep, Nicolò, Letteri, Nizzi, Ticci, Civitelli e
Villa non si può far altro che togliersi tanto di cappello. Anzi,
di “Stetson da dieci dollari”.
Cosa
leggevi da piccolo e quali erano le tue preferenze ?
Sono sempre stato un lettore accanito: la carta stampata ha sempre
avuto per me un fascino particolare, tanto che ho cominciato a leggere
già a cinque anni. Durante la mia infanzia, diciamo il periodo delle
elementari, ho “divorato” con la stessa avidità fumetti e libri,
passando senza soluzione di continuità da Cip e Ciop a Verne. E’
ovvio che, oggi come allora, ci siano preferenze, ma il primo approccio
è sempre determinato dalla curiosità, per cui alternavo capitan
Miki al libro Cuore, Tiramolla ai Tre moschettieri. Da questo punto di
vista non sono cambiato molto: ho appena terminato la stesura di un libro
su Dante dopo averne scritti due su Tex. Comunque, per rispondere alla
domanda, leggevo con regolarità Blek, Miki, il Corriere dei Piccoli
e tutta quella serie di pubblicazioni che andavano per la maggiore negli
anni ’60: gli albi di guerra, Topolino, l’Intrepido, il Monello, Geppo,
Tiramolla e tantissimi libri, Verne e Salgari soprattutto. E naturalmente
Tex.
Nella
prefazione del tuo libro “In viaggio con Tex” hai sottolineato che il tuo
primo fumetto di Tex letto (nel 1965) è stato “Il figlio di Tex”.
Cosa ricordi di quei momenti ?
Ricordo che ero ammalato e mia zia, per farmi passare il tempo, mi
riforniva di fumetti. Ho in mente alcuni flash di storie di Blek e di una
di Zio Paperone con i sette nani che non ho più rivisto negli anni
successivi. Di quel numero 12 mi è sempre rimasta in mente la scena
in cui Kit Willer fa l’alpinista sulla “Mano del Morto”, una strana roccia
formata da cinque pinnacoli dove lui, suo padre e Carson sono assediati
dalla banda di Black Sam. Credo che quei disegni (un ottimo Galep d’annata)
e quelli del famoso fodero di pugnale che Tex regala a suo figlio abbiano
contribuito a farmi amare il genere west con tutto quello che ci sta attorno.
C’è mai stato un momento di rigetto verso il fumetto (alle
superiori, all’università)?
Assolutamente no, anzi è proprio nel periodo liceo-università
che “leggere” Tex si trasforma in “studiare” Tex. In quel periodo ho abbandonato
tutti quei “giornalini” che ho elencato prima (qualcuno ancora sopravviveva
all’incalzare degli anni) e mi sono concentrato su Tex con Linus come unica
alternativa. Ma non c’era proprio confronto e nel periodo universitario
ho cominciato a comprare anche i primi libri sul ranger; nel frattempo,
grazie ad una fornitissima edicola-libreria di Bologna, ho recuperato quei
numeri che mi mancavano, completando così la mia raccolta.
Il problema dello spazio. Come convivi con gli oltre 500 numeri della
collana ?
Tra Tex e saggi vari su di lui se ne vanno dieci metri di libreria;
ora che non ho libri in stesura posso adottare lo scomodo sistema della
doppia fila su un unico scaffale, ma quando sto scrivendo il materiale
si innalza spesso in pile irregolari dal pavimento. Nel momento della stesura
finale di un libro la sala diventa un percorso ad ostacoli, ma preferisco
spostare centinaia di libri più “seri” in cantina che toccare Tex.
Quando
ha cominciato a pensare di poter scrivere qualcosa di nuovo su questo personaggio
su cui sembra che tutti sappiano tutto ?
Direi una decina di anni fa, quando le avventure del ranger hanno iniziato,
secondo me, a perdere di freschezza e di originalità per diventare
sempre più un lavoro di routine. Ho contattato sia Bonelli che Nizzi,
proponendo loro alcuni soggetti, ma le risposte sono sempre state negative.
Per fortuna ho avuto la possibilità di scrivere due libri, ma la
voglia di sceneggiare resta. I due libri, però, sono effettivamente
delle novità: i viaggi di Tex e un’enciclopedia su di lui; cose
che non erano venute in mente a nessuno. Devo aggiungere che concordo pienamente
con l’uso del verbo “sembra” della domanda; tutti si dichiarano conoscitori,
appassionati, esperti delle storie del ranger, poi basta un minimo di approfondimento
per scoprire che è solo millantato credito.
C’è mai stato un momento in cui hai pensato che l’idea dovesse
concretizzarsi ?
Dal punto di vista delle storie chiaramente no, per fortuna grazie
all’interessamento di Gianni Brunoro e di Marco Zatterin sono riuscito,
almeno, a scrivere i due libri, ed in tempi tutto sommato molto brevi.
Come ha reagito la critica di fronte alla tua fatica ?
Mi sembra in termini piuttosto elogiativi, pur considerando che Il
Minotauro non è una casa editrice di dimensioni tali da garantire
una copertura da parte dei media nazionali. Al di là degli articoli
sulla stampa locale, sono stato lusingato dalla prefazione fattami da Sergio
Bonelli nel mio primo libro, come delle citazioni su pubblicazioni specializzate,
tipo TuttoTex, CinquanTex o Anteprima.
Tu
sei insegnante. Mi sembra “normale” che tu abbia provato a trasmettere
la tua passione sul ranger o, più in generale, sul fumetto ai tuoi
alunni. Qual è stata la loro risposta in termini di attenzione e
partecipazione sull’argomento ?
Direi generalmente buona, anche se si deve sempre considerare che per
gli alunni, se raccontato da me, anche Tex o il fumetto diventa argomento
di lezione, con tutto quello che comporta. Quest’anno ho potuto fare un
corso specifico sul fumetto con un numero ristretto di alunni, i risultati
sono stati sicuramente positivi, anche se si deve sempre considerare una
generale disaffezione alla lettura da parte dei giovani. Oggi, e lo riscontro
anche in mio figlio (qui nella foto a fianco; Aurelio lo chiama"Piccolo
Falco" e gli dedica tutti i suoi libri - nda)che è proprio in
età da “giornalini”, è molto più forte l’attrazione
da parte della TV, cioè del cartone sullo schermo, rispetto alla
carta stampata. Il fatto che (forse giustamente, per carità!) Tex
non abbia una versione televisiva, non aiuta certo ad aumentare la sua
conoscenza nelle nuove generazioni.
“In viaggio con Tex” e “Atlante di Tex” sono ricchi
anche di citazioni geografiche con distanze…; qual è stata la tua
fonte di informazioni ?
I due libri sono, purtroppo, totalmente “salgariani”, nel senso che
tutto è stato calcolato e studiato a tavolino e non sul campo. D’altra
parte anche G. L. Bonelli ha raccontato Tex per quarant’anni prima di andare
in Arizona. La documentazione, oltre a quella facilmente reperibile in
qualsiasi libreria fornita, mi è arrivata direttamente dalle Camere
di Commercio e dagli Uffici turistici degli stati del West. Più
un “pezzo unico” proveniente dalla riserva Navajo.
Una frase che mi ha particolarmente colpito sempre nel tuo primo
libro è stata “Tex è il più grande romanzo storico
italiano del XX secolo”. Vuoi precisare meglio questa tua affermazione
?
Comunemente si intende per romanzo storico una vicenda che unisce fantasia
e realtà. Di solito, è il caso ad esempio de I Promessi
Sposi, si prendono dei personaggi di pura fantasia (normalmente i protagonisti)
e li si inserisce in un contesto storico reale, attorniandoli di personaggi
realmente esistiti. Così Renzo e Lucia si trovano ad agire nella
Milano spagnola del ‘600, nel mezzo della peste e a fianco del cardinal
Borromeo e dei Lanzichenecchi. La letteratura è piena di esempi
di questo genere, basti pensare all’Hemingway di Addio alle armi
o di Per chi suona la campana o ad Umberto Eco con Il nome della
rosa. Oppure, ma se non ricordo male mi sembra una via meno percorsa,
si prende un personaggio storico, reale, e lo si rende protagonista di
avventure di fantasia; è il caso di Carlo Magno nella Chanson
de Roland o del Cavaliere inesistente di Calvino; oppure il
capitano dei moschettieri D’Artagnan che deve la sua fama non alla sua
carriera reale, ma alle fantastiche avventure vissute a fianco di Porthos
e compagnia. Riguardo all’affermazione citata devo premettere che a mio
modesto parere la letteratura italiana ha prodotto veramente poco di valore
europeo e mondiale: Dante, Machiavelli, Goldoni, Eco e poco altro (il sottoscritto
ad esempio) e che il resto è stato ampiamente sopravvalutato. Mi
spiego meglio: se la vicenda de I promessi sposi fosse trasformata
in fumetto, tutti direbbero “beh !, è un fumetto, sono cose da ragazzi”,
tanto assurde e improponibili sono certe situazioni. Detto questo, Tex,
intanto, ha riunito i due filoni del romanzo storico in un’unica sequenza,
facendo interagire il personaggio di fantasia (Tex) con il personaggio
reale (Cochise, Geronimo o Custer), dall’altro ha preso il personaggio
reale (Carson o Buffalo Bill) e lo ha inserito in un contesto fantastico,
mettendolo di fronte a marziani o fiori della morte. Ma il valore aggiunto
dell’intero corpus texiano è che questo sottile gioco, questo delicato
equilibrio tra realtà e fantasia, tra Little Big Horn e Juan Barrera
che si traveste da scimmione tagliando le teste altrui con la scimitarra,
va avanti da 55 anni. Allora il problema non è più far sì
che due stupidotti come Renzo e Lucia si sposino (il che è paragonabile
al fatto che Tex vinca), quanto reinventare di volta in volta il pretesto
narrativo per far sì che ciò accada. Parlando per assurdo,
se Tex non avesse il supporto del disegno, le sue storie sarebbero da tempo
anche nelle antologie scolastiche, come i 49 Racconti di Hemingway. Invece
sulle antologie scolastiche Tex c’è, ma “relegato” nella sezione
del fumetto; come dire altra cosa rispetto alla letteratura “alta”. Questo
è il frutto malefico di centocinquanta anni di letteratura italiana
che ha fatto “grandi” personaggi che avevano l’unico pregio di saper leggere
e scrivere in mezzo ad una società di analfabeti. Non è un
caso che abbia recentemente proposto all’Accademia
dei Concordi (cioè la massima istituzione culturale di Rovigo)
di acquistare l’opera omnia di Tex: sono convinto che sarebbe molto più
utile di tanto ciarpame pubblicato e coscienziosamente catalogato in polverosi
scaffali. Tra l’altro, e questa è una cosa che non ho mai trovato
in nessun testo di critica texiana, la lettura di Tex nell’arco dei suoi
cinquantacinque anni ci permette di studiare l’evoluzione della lingua
italiana proprio a livello espositivo. Che si possa anche notare l’evoluzione
del costume, poi, è fin troppo ovvio.
Tex
ha attraversato tre generazioni di lettori, Fino a quando il fenomeno potrà
durare ?
Sono piuttosto pessimista, alla Carson direi, in proposito. Credo che,
stante la situazione attuale, si prospettino due strade: continuare ad
uscire fino a raggiungere un record imbattibile, cioè il numero
600 (fra sette anni) con una anzianità di oltre sei decenni e chiudere
i festeggiamenti diventando un’icona. Oppure spegnersi lentamente, non
so in quanto tempo, diventando sempre di più un oggetto di culto
quanto di nicchia, e morendo di vecchiaia, comprato ormai da poche migliaia
di testardi appassionati. Questo perché mi sembra in atto una politica
editoriale indirizzata in tal senso; con storie sempre più brevi,
con personaggi scialbi, con trame letterarie sempre più inconsistenti.
La
via d’uscita ci sarebbe: storie ad ampio respiro (penso all’avventura che
si conclude con la battaglia di Little Big Horn, un piccolo capolavoro
che si distingue nettamente tra le ultime storie), alle vecchie saghe degli
anni ’70, vere e proprie pietre miliari; penso soprattutto ad una scelta
coraggiosa da parte di Sergio Bonelli: privilegiare Tex rispetto ad altre
logiche di mercato. Ad esempio smetterla con quella perniciosa rotazione
di disegnatori che saranno pure dei Maestri, ma sono incapaci di disegnare
Tex. Diceva Galleppini: “la mia soddisfazione è che un lettore,
finito di leggere Tex, dica –che bella storia- non –che bel disegno-“,
intendendo dire che se non ci accorge di quanto sia bello il disegno significa
che esso è perfettamente integrato e complementare al testo. Oggi,
purtroppo, a testi anonimi e scialbi (e non tutte le colpe sono di Nizzi,
anzi !), si aggiungono disegni che di texiano non hanno nulla; che saranno
dei capolavori, ma sono decisamente fuori luogo. Pensiamo al tratto semplice,
lineare, essenziale di un Nicolò, di un Galep, di un Civitelli e
pensiamo ai litri di china che inscuriscono tutte le tavole dei disegnatori
spagnoli. Sono cose differenti, il problema è che Tex è sempre
Tex e non è mai differente da sé stesso.
La
vita editoriale di Tex può essere suddivisa in periodi significativi
? Se si, in quanti e soprattutto quali ?
Al di là dell’aspetto strettamente editoriale, cioè dei
vari formati, serie, ristampe, numeri speciali, penso si possa fare una
divisione per epoche e per contenuti. I numeri dall’ 1 all’83 (Il passato
di Tex) sono quelli dell’esordio, della spontaneità, in qualche
misura dell’ingenuità. Qui troviamo pistole a cinque colpi che si
aprono sul davanti; puma giganti grandi, indifferentemente, come un’auto
o come una villetta; Carson con un’acconciatura degna di un rinomato (quanto
equivoco) coiffeur o cose del genere. Il secondo periodo arriva fino circa
al numero 300 ed è quello della piena maturità, in cui abbiamo
una perfetta sintesi tra testo e disegno, abbiamo le storie più
belle, affascinanti, mitiche ! In cui anche i personaggi di contorno hanno
uno spessore che li rende grandi. Al di là di Mefisto (citazione
ovvia !), chi può dimenticare i “cani Hualpai”, Cochise, Geronimo,
la Maschera di Ferro, Phil Davis, Lefty Potrero o le varie bande di cinesi
di San Francisco ? Questi sono i numeri (e gli anni) in cui si sviluppa
pienamente anche il linguaggio texiano che ci abitua all’uso dei topoi
classici: “peste, che sventola; una bistecca alta tre dita con una montagna
di patatine” e così via. Poi dal 300 al 400 abbiamo il buon periodo
di Nizzi come sceneggiatore e della piena “esplosione” dei grandi “allievi”
di Galep al disegno (Ticci, Fusco, Civitelli, Letteri, Villa), con qualche
avventura davvero pregevole: gli Uomini giaguaro, il ritorno di Cobra Galindez
o quello di capitan Barbanera. Qui Tex vive un po’ di rendita, seppur ad
alti livelli: si sa che dopo una storia “così-così” ne arriverà
senz’altro un’altra degna di essere ricordata. Sottolineo, peraltro, che,
a parte la cesura del numero 83, è difficile individuare un numero
specifico come inizio o fine di un periodo; i numeri sono puramente indicativi.
Dal 400 in poi cominciano le dolenti note. Vuoi perché l’impatto
visivo-psicologico di non vedere più le copertine di Galep non è
cosa da poco (Villa, comunque, se la cava bene) vuoi perché comincia
una rotazione frenetica dei disegnatori (spesso non all’altezza di Tex),
e perché, infine, le storie cominciano ad avere il fiato corto:
sono sempre striminzite e con personaggi che non riescono ad incidere.
Chi di voi si ricorda di Vance Daniels o Enrique Montoya ? Ecco quindi
che mi collego alla domanda precedente, se continua così me la vedo
brutta…
G.L. Bonelli, Nolitta, Nizzi ed infine Boselli. Come hanno caratterizzato
questi autori il personaggio ?
La questione è controversa, nel senso che è un argomento
spesso lasciato all’interpretazione personale del singolo critico texiano.
Personalmente devo dire che quando una storia è bella nel suo complesso,
mi è difficile notare le diversità di sceneggiatura. Quando
invece avverto le prime crepe nell’impianto, noto anche le minuzie (negative)
che contraddistinguono l’autore. Bonelli padre liquidava la faccenda in
spiccia maniera flaubertiana: “io sono Tex”; Bonelli figlio (G. Nolitta
per il vulgo) sostiene che la differenza fondamentale tra il personaggio
del padre e il suo era fondamentalmente una diversa, maggiore, razionalità:
“se Tex aveva sei Colt puntate addosso, mio padre lo faceva sparare in
modo da eliminare gli avversari, il mio si arrende e rimanda alla prossima
occasione opportuna la resa dei conti” (cito a memoria). Nizzi si è
trovato sulle spalle un’eredità oltremodo onerosa, ma secondo me
è riuscito ad assolvere in pieno al compito assegnatogli. Non dimentichiamo,
tra l’altro, che Nizzi scrive di un Tex della maturità, sui quarantacinque
anni, con duemila morti alle spalle ed un figlio di sedici anni; gioco
forza che le sue storie siano più “seriose”, più equilibrate,
più concettose; quando è in vena (o gli è permesso,
se mi si passa questa malignità personale) ci offre dei piccoli
capolavori come la già citata avventura che ha per fulcro la battaglia
di Little Big Horn. Boselli ? Sarà anche un buon sceneggiatore di
Zagor, ma Tex è tutta un’altra cosa, peccato evidentemente che non
lo abbia (abbiano) ancora capito. Delle sue storie salvo solo quella riguardante
il passato di Carson; e con qualche riserva anche lì.
Ti
è mai capitato di pensare “non sarebbe male se Tex…”, insomma un’avventura,
una storia che ancora non hai letto e che vorresti leggere, magari scritta
da te stesso ?
Posso riallacciarmi ad una precedente domanda; io ho proposto dei soggetti
che, naturalmente, la Bonelli non ha preso in considerazione. Posso dire
che il mio sogno sarebbe rivedere una storia con Tex in posizione un po’
defilata rispetto agli altri tre pards che, una volta tanto, si sobbarcano
il lavoro grosso. Una storia di largo respiro, come la mia preferita, quella
dei numeri 141 e seguenti, in cui il ranger è finito nel penitenziario
di Vicksburg con una condanna a vent’anni per omicidio e sono gli altri
tre che lo devono tirare fuori. C’è da dire, infatti, che spesso
Tex elogia i suoi pards in modo esaltante: del vecchio cammello di Carson
sente sempre la mancanza quando agisce da solo; Tiger “saprebbe ritrovare
una traccia che a noi sarebbe sfuggita”, il piccolo Kit è “tutto
suo padre”; però, a volte, quando lui è al centro della scena,
gli altri finiscono col fare la figura dei “cioccolatini”. Devo dire, comunque,
che Nizzi ha costruito due storie su miei suggerimenti: mi ha ringraziato
per lettera di una informazione riguardante Custer (cosa eseguita
anche pubblicamente: vedere in tale proposito l'intervista
nel sito della Sergio Bonelli Editore, nda) e, in una delle ultime
avventure, il Nostro torna al suo vecchio ranch e visita la tomba dei genitori.
La madre, finalmente dopo cinquantacinque anni, ha un nome (Mae) ed è
un nome di tre lettere come tutto il resto della famiglia. Io, in verità,
avevo suggerito Tea, come la compianta signora Bonelli, ma l’importante
è che il messaggio sia stato colto.
Quale
personaggio secondario andrebbe valorizzato meglio e quale ritieni non
sia in sintonia con Tex ?
Rileggerei volentieri delle storie in cui compaiono i classici amici
dei quattro pards, i soliti El Morisco, Jim Brandon, Pat Mc Ryan, Gros
Jean e Tom Devlin, naturalmente in un contesto ampio ed articolato come
dicevo prima, non solo come comparse. Mi vengono in mente il numero 100,
alcune, non tutte, avventure di El Morisco o quelle ambientate a San Francisco.
Il rischio è, però, di ricadere nei soliti stereotipi, ci
vorrebbe un colpo d’ala, come nel caso di fort Whoop Up dove Jim Brandon
abbandona una volta tanto i suoi regolamenti da Giubba Rossa per fare giustizia
“alla Tex”. Non mi dispiacerebbe rivedere anche il capitano Billy Bart,
quello della storia di Kit rapito e portato in Polinesia; d’altra parte
capitan Barbanera è tornato, addirittura come alleato… Tra gli avversari
di Tex c’è poco da scegliere: o sono morti (la maggior parte) o
sono personaggi di secondo piano; l’unico di una certa statura sarebbe
Il Maestro, ma forse è un po’ troppo inflazionato. Sul fatto di
“non essere in sintonia”, come chiede la domanda, dato che Tex ha combattuto
indifferentemente contro fuorilegge, sceriffi corrotti, militari ottusi,
marziani e mostri di vario tipo, il problema non si pone. Ciò perché
è un eroe, quindi un vincente a trecentosessanta gradi.
Quale evoluzione suggerisci ? Intendo dire resterà sempre
immutabile con i 4 pards e i personaggi collaterali o pensi ci debba essere
una “vicenda” forte come nei super eroi marvelliani ?
Credo di non aver mai letto in vita mia i fumetti della Marvel, ma
mi pare di intuire dalla domanda che qualcuno dei protagonisti deve essere
morto o sparito. La risposta non può che essere una sola: assolutamente
con i quattro pards. Anzi, come detto, auspico una maggiore presenza degli
altri tre anche se, come mi ha spiegato il mio caro amico Fabio Civitelli
(grande disegnatore texiano !) la loro presenza in contemporanea crea notevoli
problemi di grafica. Che a nessuno venga in mente di togliere di mezzo
qualcuno (è già stato uno scandalo farlo con il grande vecchio
saggio Nuvola Bianca), le sue ossa finirebbero presto per diventare trastullo
di cuccioli di coyote.
Molti lettori avvertono il bisogno di vedere “nemici forti” od in
ogni caso avversari, anche comprimari, di un certo spessore. Come appassionato,
come valuti questa affermazione ?
La richiesta è ovvia, direi ovviamente giusta; ma come detto,
il problema non è tanto il “nemico” in sé, quanto piuttosto
la trama narrativa. E’ quella che a volte, specie negli ultimi tempi, difetta
di “spessore”.
Adesso chiudi gli occhi ed immagina di essere un personaggio dell’universo
texiano… Chi e perché ?
Senza dubbio quel vecchio cammello di Carson perché mi è
caratterialmente vicino: pigro, brontolone, amante dei piaceri terreni
e razionalmente pessimista. Siamo entrambi due vecchi motori diesel: lenti
a partire, ma una volta avviati ci si può affidare ciecamente in
durata, prestazioni e disponibilità. Non Tex perché troppo
“lontano” dai comuni mortali, non Tiger per questioni etnico-culturali,
non il giovane Kit, troppo saputello e (secondo qualche critico) un po’
portasfiga.
Sei ad un bivacco (e/o al ristorante con Tex e i suoi pards); di
cosa parlate ?
Alla Carson parlerei dei fagioli e del pemmicam in dotazione, augurandomi
di arrivare al più presto in un saloon degno di questo nome. Per
parlare di lavoro c’è sempre tempo e se si corre il rischio di beccarsi
una pallottola calibro ’45 nella pellaccia, meglio farlo a pancia piena.
Dopo
tanti anni Mefisto torna dall’aldilà. Una astuta mossa editoriale
o cos’altro ?
Premetto che Mefisto non è mai stato un personaggio che ho amato
molto, anche se indubbiamente ha un suo fascino; detto questo, la domanda
è veramente maliziosa. Del ritorno di Mefisto si comincia a parlare
in occasione del cinquantenario di Tex, quindi tutto porterebbe a far pensare
all’operazione editoriale. C’è però da dire che lui è
l’unico nemico di Tex che può permettersi di ritornare ciclicamente,
grazie alla sua caratura, al suo spessore narrativo. L’esempio di capitan
Barbanera mi serve per escludere “l’astuta mossa editoriale” (che peraltro
arriva con anni di ritardo rispetto alle celebrazioni). Il capitano Drake
è un nemico “moderno”, nel senso di non risalente al numero 3, cioè
alla preistoria, ed è un cattivo “normale”, quindi riproporlo sarebbe
stato ripetitivo o, come nel caso del Maestro, avrebbe comportato un finale
scontato. Per “riciclarlo” si è dovuto, allora, farlo diventare
“buono”. E questa mi è sembrata una buona intuizione (nel caso del
Maestro un po’ meno). Con Mefisto il rischio di essere ripetitivi c’è,
ma le sue caratteristiche rendono possibili molte varianti: da solo, con
la sorella, con i cani Hualpai, con il Voodoo e così via e questo
vale anche per Yama che, però, è solo un clone del padre,
e neppure ben riuscito. Quello che mi ha lasciato perplesso dell’iniziativa
è stato il metodo: già tutta la vicenda di Steve Dickart
è basata su presupposti irrazionali, ma farlo ritornare in vita
tramite medium yogici mi è sembrato decisamente esagerato. Forse
sarebbe stato meglio bypassarne la presenza tramite il figlio; ricordo,
infatti, che Yama non è ufficialmente morto, anche se è un
pezzo che non dà sue notizie. Tanto il risultato finale non sarebbe
cambiato e la presenza di Lily sarebbe stata simile a quella di Loa nei
numeri gloriosi delle avventure contro il Voodoo.
Nel sito specializzato UBC Fumetti compare
un sondaggio dei lettori riguardante la migliore storia nel complesso,
i migliori disegni e la migliore copertina che risultano attualmente “Il
passato di Carson”, “La valle del terrore” di Magnus e “Tra due bandiere”.
Anche tu avrai una tua classifica personale.
Per rendere chiari i motivi delle mie classifiche, preciso che:
a) io prediligo le storie western classiche, con indiani, soldati,
cavalli e praterie, senza contaminazioni fantastiche;
b) Tex nasce con un aspetto grafico ben preciso, fatto di disegni essenziali,
con un tratto chiaro e nitido, con il volto sempre in piena luce che fa
percepire immediatamente la sua intima essenza di “buono”, di cavaliere
senza macchia e senza paura; quindi respingo con forza tutte le “forzature
pittoriche” tipiche dei disegnatori spagnoli o di Magnus, tanto per capirci;
c) Tex combatte contro un nemico (che poi è il “Male”), quindi
è assurdo, assolutamente non texiano, inserire dieci antagonisti
(penso alle astruse storie di Boselli);
d) non essendo un disegnatore, anche la mia scelta delle copertine
è fatta in funzione del Tex personaggio più che del segno
grafico (si veda in proposito la mia preferita, l’unica del genere in quasi
seicento numeri). Detto questo passiamo alle classifiche.
MIGLIORE
STORIA
1)141/145 Il grande intrigo Bonelli-Nicolò
2)113/115 Tra due bandiere Bonelli-Galep
3) 98/99 Silver Bell Bonelli-Galep
4) 103/106 Fort Defiance Bonelli-Galep
5) 137/139 Il ritorno di Montales Bonelli-Galep
6) 139/141 I prigionieri del deserto Bonelli-Letteri
7) 146/149 Terra promessa Bonelli-Ticci
8) 154/156 La vendetta di Diamond Jim Bonelli-Galep
9) 156/158 L’uragano Bonelli-Nicolò
10) 177/179 Fantasmi nel deserto Bonelli-Nicolò.
MIGLIORI
DISEGNI
1)141/145 Il grande intrigo Bonelli-Nicolò
2) 113/115 Tra due bandiere Bonelli-Galep
3) 293/295 I due killers Nizzi-Civitelli
4) 171/175 Quartiere cinese Bonelli-Letteri
5) 190/191 El Muerto Nolitta-Galep
6) 200 L’idolo di cristallo Bonelli-Galep
7) 220/223 Virginia City Nolitta-Nicolò
8) 283/285 Il carro di fuoco Bonelli-Ticci
9) 203/207 Missione a Great Falls Nolitta-Fusco
10) 228/229 La piramide misteriosa Bonelli-Letteri.
MIGLIOR
COPERTINA
1) 281 Il giustiziere Galep
2) 64 Mexico Galep
3) 12 Il figlio di Tex Galep
4) 409 Ultimo scontro a Bannock Villa
5) 74 Sangue sulla pista Galep
6) 105 L’implacabile Galep
7) 113 Tra due bandiere Galep
8) 199 A sud di Nogales Galep
9) 240 Ombre del passato Galep
10) 353 Il covo nella palude Galep.
a cura di Antonio Sambinello.
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