PROGETTO DI MADRE - Romanzo inedito

PROGETTO DI MADRE

di Elvira Manco

emanco@supereva.it

II° capitolo


   Sono a casa da dieci giorni, ormai; la mia amata, tranquilla casa di campagna. E’ stato questo il regalo dei miei genitori per il mio matrimonio, questa casa che mi ricorda l'infanzia, due nonni molto amati e perduti troppo presto, smarriti incomprensibilmente ad una svolta imprevista del cammino.

   Avevo undici anni e la loro perdita fu per me un male irrimediabile, una frattura che mi lasciò sciancata nel cuore, poichè, oltre loro, sapevo di non avere altri affetti; la mia vita, già così avulsa dalle normali correnti che trascinano il tempo reale e tutto ciò che vi prolifera, si oscurò di colpo, chiudendo il cerchio della mia solitudine.

   Per mesi e anni, e forse ancora adesso, pur abitandola, ho cercato e ricreato nei miei ricordi i suoni delle voci, gli odori, i colori, le luci e le ombre di questa casa e del suo passato; posso risentire il passo lento, leggero e cauto di nonna Elisa, il cui modo di camminare mi ricordava un qualche volatile ormai vecchio e sparuto che, a un certo punto, non si sa come, avesse smarrito nella memoria l'uso abituale del volo e perciò tentasse, perdutamente, in una stanchezza un pò goffa, d'adeguarsi a zampettare intorno, piano, come cercando nelle linee e nel disegno astruso dei mattoni, il punto preciso, la combinazione magica dei passi che le avrebbe di nuovo consentito di spiccare il volo.

   Nonno Antonio, più che sorvegliare, sembrava vegliasse il soffio tremulo della vita di lei, il suo cammino incerto e, ormai, incongruo, il suo respiro impercettibile, il suono lieve della sua voce; soprattutto, il nonno scrutava gli occhi azzurri della moglie, gli unici punti fermi, precisi e chiari in quel corpo esile e disancorato.

   Ed era curioso spiare e scoprire le sfumature di quel loro dialogo segreto e inconsapevole: i loro sguardi si incrociavano brevemente e chissà quale palpito di palpebre bastava a smorzare la forza e la vitalità un pò invadente del nonno; il suo corpo grosso e ingombrante sembrava incepparsi, stupito, alla presenza di lei; e gli occhi di lui vagavano incerti e titubanti come i passi di lei, e gli occhi di lei lo rassicuravano, chiari e fermi come la forza di lui.

   A volte, quando la nonna era distratta, il nonno la osservava con una luce strana negli occhi scuri; non capivo se era stupore o amore o rimpianto o, semplicemente, il timore irrazionale e, però, presago, di vedere la materia quasi inconsistente di quel corpo gracile, disfarsi lievemente e disperdersi.

   E infatti accadde così, senza un segno premonitore, senza sussulti, senza rumore: un'impercettibile deviazione a un leggero colpo di timone: e via verso il largo, verso lo spazio aperto ed assoluto, all'infinito, senza più il vincolo insostenibile della materia ottusa.

   Li ho persi entrambi in soli sette giorni e conosco l'ora e il modo della loro morte, nient'altro; cioè, come dire nulla, come dire che ignoro il senso vero delle loro vite fino a domandarmi se i tratti così precisi dei loro volti non siano semplici disegni della mia fantasia.

   I fatti, però, sono accertati: quel giorno, un'amica di mia madre venne a prelevarmi da scuola comunicandomi brevemente che nonna Elisa era morta. Doveva essere accaduto durante la notte: il nonno s'era alzato alle sei, come sempre, aveva scostato le coperte e s'era mosso cautamente per non disturbare il sonno della moglie; al momento di uscire, raccontò poi senza riuscire a farsene una ragione, era persino tornato indietro per scrutare il viso di lei che però era rivolto verso la parete opposta; s'era quindi limitato a rimboccarle le coperte sulla schiena ed era andato in cucina per la sua solita colazione, e poi a lavorare nei campi.

   Sembrava una giornata come tante; nonno Antonio aveva dieci ettari di terreno da curare, e poi l'orto e il grande giardino tutt'intorno alla casa, e gli animali; spesso lo vedevo inarcarsi all'indietro premendo le mani sulle reni doloranti; allora nonna Elisa lo rimproverava, ma con un tono lieve e quasi complice come a sottintendere una verità che entrambi conoscevano bene, un modo di vivere che per nessun motivo avrebbero voluto cambiare: il nonno amava la terra e lavorava con passione; sembrava che non ci fosse pianta, per quanto gracile, che non rinvigorisse grazie alle sue cure; la nonna, dal canto suo, era fiera del vigore fisico di lui, della loro terra così curata, della grande varietà di fiori del giardino e, quindi, sì, lo esortava a trovare qualcuno che lo aiutasse, non solo sporadicamente, per i lavori più grossi, ma poi, alle proteste del marito, scuoteva il capo, sorrideva e chiudeva la discussione. Allora il nonno la prendeva sotto braccio e, piano, la sospingeva:

   "Vieni a vedere -diceva- Se trovi qualcosa che non va, ne discutiamo e cerchiamo qualcuno che venga ad aiutarmi."

   Andavano in giardino, insieme, la nonna coi suoi passetti lenti e malsicuri, aggrappata al braccio del nonno come un viticcio d'edera s'attacca, sostenendosi, ad un tronco.

   E quel giorno, quindi, il nonno s'era alzato all'alba e aveva continuato i suoi lavori nei campi aspettando che nonna Elisa, alzandosi, liberasse il cane; la bestiola, una specie di volpino vecchio e vispo, lo avrebbe raggiunto  abbaiando e, a questo segnale, il nonno sarebbe rientrato per bere un caffè in compagnia della moglie. Invece, a un tratto, nonno Antonio aveva notato la propria ombra proiettata più corta sul terreno e subito si era allarmato: il sole era insolitamente alto nel cielo e dalla casa, che scorgeva in lontananza, non giungeva nessun segno di vita.

   S'era avviato a grandi passi, chiamando il cane con tono forte, di rimprovero, poi s'era messo a correre; prima d'aprire la porta, aveva sentito il guaito del cane ancora chiuso in cucina; la casa era silenziosa, la camera da letto ancora al buio. Incerto, s'era avvicinato alla forma immobile che gonfiava appena le coperte: a volte la nonna, afflitta dai dolori, stentava a prender sonno e la mattina seguente indugiava a letto ancora una mezz'ora; ma la sveglia luminosa sul comodino gli segnalò ch'erano quasi le dieci.

   Sussurrò il nome della moglie, una volta, due. Le posò una mano sul braccio ch'era adagiato davanti al viso, quasi per una estrema difesa. Infine il suo corpo grosso e forte aveva cercato riparo nella poltrona che lui stesso, anni prima, aveva sistemato accanto al letto per le lunghe convalescenze di lei.

   E lì deve essere rimasto nelle ore successive, tentando di adeguarsi alla morte della compagna e forse cercandosela ancora intorno e domandandole il senso del prossimo futuro.

   Aveva avvisato mia madre, sua unica figlia, all'una del pomeriggio; ma prima deve aver sollevato il corpo rinsecchito della nonna, l'avrà forse posato sulla poltrona accanto al letto per poter cambiare le ordinarie lenzuola di cotone con altre bianche di lino ricamate, poi, risollevando ancora la sua compagna, l'avrà denudata, lavata, asciugata per infilarle il suo abito migliore, un vestito blu di seta che la nonna preferiva perchè, diceva, la faceva sembrare meno curva.

   Arrivai a casa del nonno poco dopo l'una e trenta del pomeriggio; i miei genitori mi avevano preceduta di qualche minuto e mia madre, che aveva orrore delle miserie materiali della morte, aveva tirato un sospiro di sollievo nel trovare la nonna gia lavata, pettinata e vestita di tutto punto, con le calze ben infilate sulle gambe magre e le scarpe di pelle blu, intonate al vestito.

   La nonna era morta nel sonno, senza soffrire e, per quanto ne fossi sconvolta, sapevo che da tempo lei si andava preparando a questo distacco; negli ultimi anni e, specialmente, negli ultimi mesi, l'avevo vista incurvarsi ulteriormente fin quasi a ritirarsi in se stessa, come una tartaruga stanca che si ritragga sempre più nel suo guscio, prolungando progressivamente e dolcemente i suoi letarghi; in questo modo, s'immergeva sempre più in un sonno vago così prossimo alla morte da rendere poi il trapasso ultimo, lieve come un sospiro a lungo trattenuto e poi esalato piano, con un sollievo felice.

   Che fosse stanca di vivere, il nonno lo sapeva già da tempo e, anzi, mi chiedo se lei non abbia prolungato la sua vita fino all'impossibile proprio per corrispondere all'ostinazione con la quale il suo compagno la contendeva alla morte: che la nonna riuscisse ancora a vivere, a nutrirsi, a camminare, era motivo di stupore per i medici e, per mio nonno, era motivo d'orgoglio e di rinnovata tenacia; adesso che il corpo di lei aveva ceduto, rompendo il cerchio magico della loro intesa, verso cosa si sarebbe indirizzata la forza vitale del nonno?

   Non credo di essere stata in grado, allora, di comprendere fino in fondo i complicati ed essenziali equilibri della loro unione; tuttora, del resto, lo immagino soltanto e vado fantasticando; di sicuro, però, il mio sesto senso mi mise in allarme, e continuavo a guardare il nonno, a scrutargli il viso che s'era fatto duro e impenetrabile, le spalle larghe che, incredibilmente, gli cascavano giù e gli infossavano il petto.

   Quello che intuivo in lui era un tipo di dolore a me ancora sconosciuto: senza lacrime, senza disperazione, senza qualcosa o qualcuno da incolpare e verso cui indirizzare un grido di odio e di liberazione. Ne ero così spaventata che il giorno seguente, rientrando dal cimitero, per la prima ed unica volta nella mia vita, pregai mia madre fino alle lacrime perchè mi lasciasse qualche giorno a tenere compagnia al nonno.

   Mia madre si irritò molto per quella mia insistenza e, per farmi tacere, mi diede uno schiaffo; le sembrava una cosa quanto mai inopportuna la mia presenza in quella casa di ombre -tanta era la gente che lì aveva vissuto- e dove adesso la morte, la decrepitezza e l'abbandono lasciavano presagire l'imminente e silenzioso sfacelo.

   Io sapevo però, o forse comprendo ora retrospettivamente, che le sue ragioni erano altre e che solo un incomprensibile senso del dovere le aveva imposto, negli anni, di continuare a far visita, sia pure sporadicamente, ai suoi genitori; e avevo sempre saputo che il mio affetto per i nonni, per quanto tentassi di dissimularlo ai suoi occhi, la contrariava più di quanto potesse ammettere con se stessa.   

   Io non conosco le sue ragioni di allora, nè tutte le altre; non credo di voler indagare i suoi travagli interiori, nè potrei essere disposta ad accettare e comprendere i suoi principi, la sua vera indole, cose per le quali provo un rifiuto che rasenta il disgusto. A volte, presa nel circolo vizioso del mio ragionare e dubitare, mi chiedo se un giorno non m'accadrà di aver chiara e completa anche la visione di mia madre, di doverla includere nel mio mondo privato di ombre e, infine, di provare tristezza al ricordo di lei.

   Mia madre ha sempre odiato la campagna e, finchè ha vissuto in questa casa, sotto la tutela dei suoi genitori, non riuscì mai ad adeguarsi a quella vita fatta di sacrifici, di rinunce; di oziose e snervanti attese, quando la pioggia insisteva per più giorni; di frenetiche fatiche, quando bisognava recuperare in fretta il raccolto. Pur non mancandole nulla, per lei era una vita di miseria, di vergogna: le scarpe sempre sporche di fango, le mani, le unghie impregnate di terra; e poi l'odore insopportabile delle bestie, il ribrezzo per certa inevitabile sporcizia; persino l'effluvio dei covoni di fieno la nauseava e la fragranza dell'erba bagnata di rugiada le procurava brividi di freddo e una cupa tristezza.

   La sua avversione per quel genere di vita cresceva insieme a lei; di pari passo aumentava il suo rancore nei confronti dei genitori per il loro morboso attaccamento alla terra, alle abitudini e alle tradizioni della gente di campagna e, quindi, per il loro ostinato rifiuto di adeguarsi a una scelta di vita più opportuna e lungimirante vendendo tutta la proprietà per comprare un appartamento in paese e dedicarsi a una più comoda e redditizia attività di commercio.

   Spesso mia madre era costretta a rifiutare i tanto agognati inviti a feste di compleanno o altre simili occasioni; quasi sempre doveva rinunciare al semplice piacere di una passeggiata sul viale principale del paese dove, per tradizione, ragazzi e ragazze si incontravano, chiacchieravano, si innamoravano, si lasciavano, si tradivano e, tutto sommato, trovavano così il senso della loro vita.

   La distanza fra la casa dei nonni e il centro abitato, già a quei tempi, era di qualche chilomentro soltanto; ma era escluso che si potesse fare il tragitto a piedi, specie d'inverno, su quelle che erano buie e malsicure strade di campagna; mio nonno, del resto, raramente aveva il tempo o, semplicemente, la voglia di attaccare il calesse per accompagnare la figlia nei suoi giri mondani. Persino l'autobus passava di lì solo due volte al giorno: alle sette e trenta del mattino e all'una del pomeriggio per prelevare e riaccompagnare sul posto i ragazzi che frequentavano la scuola.

   Una volta il nonno, ricordando altri tempi e altri eventi, mi raccontò d'aver comprato una motocicletta di seconda mano, ammaccata e mezza arrugginita, per aver modo di accontentare sua figlia e portarla in paese senza perdere troppo tempo; ma l'idea si rivelò sbagliata e la spesa inutile perchè mia madre si vergognava di quel precario e indecente mezzo di trasporto più che del calesse. Ne seguì una lite furibonda perchè mio nonno rinfacciava a mia madre di avergli fatto sprecare dei soldi per star dietro alle sue fisime, pur sapendo che non c'era modo di accontentarla mai; lei, da parte sua, gli rimproverava con acredine l'avarizia e la testardaggine che gli impedivano di spendere ancora poche lire per aggiustare la motocicletta e darle un'aria più presentabile.

   Di queste e altre cose della vita passata di mia madre non so molto; conoscendola, posso immaginare la sua umiliazione nel ritrovarsi a vivere in un luogo e in una condizione che, ancora oggi, le creano disagio ed imbarazzo; il senso di frustrazione e, con l'accumularsi degli anni e delle rinunce, il furore che avrà provato nei confronti dei genitori che erano, indiscutibilmente, la causa prima di ogni suo problema e dispiacere.

   Ma poi, davvero, non posso e non voglio immaginare altro che spieghi o giustifichi il suo modo di essere, la sua freddezza, il malcelato senso di superiorità e di fastidio che notavo in lei quando si rivolgeva ai genitori: non è solo questo che mi allontana dalla donna che mi ha messo al mondo; preferisco che sia il silenzio a colmare la distanza fra me e lei e che la nebbia del dubbio mi offuschi la vista e distolga la mia attenzione dal fulcro segreto della sua vita; ho timore e quasi orrore di scoprire chi sia veramente mia madre, e quali possano essere i suoi pensieri, i suoi timori, le sue speranze e tutte le possibili disillusioni e sofferenze che potrebbero disegnare diversamente la sua intima figura ai miei occhi: mi dà più sollievo constatare quanto lei sia meschina e avara d'affetti, e come il suo rigido aderire a principi morali e regole sociali nasconda in realtà una natura astiosa e violenta; persino il constatare la sua volontà di dominare, a qualunque costo, le persone che le vivono accanto, compreso mio padre, mi conferma l'aridità del suo cuore e mi solleva dalla responsabilità del mio mancato amore filiale.

   Come potrei giustificare, ai miei stessi occhi, l'odio che provo per mia madre se un giorno dovessi scoprire, anche in lei, l'origine umana e dolente del suo modo d'essere e di tutti i suoi mali?

   Il sentimento negativo che provavo nei suoi confronti mi si rivelò con maggiore forza e chiarezza proprio nei giorni che seguirono la morte di nonna Elisa: ogni pomeriggio, mia madre si recava a far visita al nonno ma continuava a rifiutare di portarmi con sè; le sembrava che il mio attaccamento a quella casa e la mia preoccupazione per il nonno fossero una delle manifestazioni morbose del mio carattere che, inutilmente, lei cercava di modificare.

   In quei giorni la odiai tanto da desiderare intensamente la sua morte e una sera, che tardò più del solito, ricordo che andai a chiudermi in camera mia, al buio, concentrando tutta la forza della mia mente in quell'unica direzione, aspettando che il telefono squillasse per annunciarmi che m'ero liberata di lei; in sottofondo, però, un secondo pensiero mi rodeva le viscere: come avrei reagito alla notizia della morte di mia madre? Avrei potuto continuare ad odiarla anche dopo, da morta? Dove avrei archiviato il ricordo di lei in quel mio marasma interiore dal quale sentivo già emergere un oscuro senso di colpa?

   Ma, comunque, non accadde nulla. Per tutta la settimana successiva tentai più volte di parlare al telefono col nonno; immaginavo quel suono esasperante prolungarsi all'infinito nella casa silenziosa. Forse il nonno era lì, perduto tra i mobili e gli oggetti, ora estranei, della sua casa. Oppure seguitava a lavorare nei campi, fino a sfinirsi, col cane stralunato che abbaiava verso lui e verso la casa e continuava a correre da un punto all'altro del suo tragitto abituale trovando, di là, un vuoto che lo sbandava fino a lasciarlo, spaurito, a uggiolare sull'uscio di casa.

   Queste poche immagini credo d'aver ricostruito dai resoconti scarni che mia madre faceva a mio padre, la sera, dopo aver compiuto il suo dovere presso il genitore rimasto solo.

   Mia madre sperava che il nonno, adesso, si convincesse a ritirarsi in città vendendo la vecchia casa e i campi che, nel frattempo, avevano acquisito un valore notevole.

   Invece una sera, rientrando, lei lasciò cadere la borsa sulla poltrona con un gesto stizzito e dal solito resoconto appresi che non era riuscita a convincere il padre e, tuttora, non sapeva capacitarsi dell'ostinazione di lui. Mio nonno, anzi, l'aveva informata del suo desiderio che la casa non fosse venduta, una volta rimasta vuota, e che la sua intenzione era quella di destinarla a me.

   Più tardi, a letto, sentii i miei genitori parlare a lungo fra loro; sapevo che mia madre andava progettando da tempo di comprare un appartamentino in una località marina ma, non disponendo interamente della somma necessaria per l'acquisto, avevano sempre rimandato la cosa. Adesso che la nonna era morta, le sembrava inverosimile che il padre, ancora una volta, si opponesse ai suoi progetti e che, destinandola a me, togliesse a lei, sua unica figlia, ogni diritto su quella casa.

   A dire il vero, la vendita della proprietà, lungi dall'essere necessaria, era solo il punto di convergenza dei loro antichi rancori, ma su  questo punto lei continuava ad accanirsi e sembrava davvero convinta che, all'origine dei loro disaccordi e di tutti i suoi mali, c'era quella grande casa di pietra con le sue stanze ampie dai soffitti alti: quando mia madre ne parlava, lei, di natura così concreta e pragmatica, sembrava animarsi di un furore che trascendeva la ragione, come dovesse lottare contro un maleficio incomprensibile e, per questo, ancora più subdolo.

   Ma al di là di qualunque parola o di qualunque azione, io sentivo in mia madre una sorta di feroce ostinazione che il nonno avrebbe potuto quietare solo cedendo all’antico ricatto. Solo vendendo la vecchia casa  e i terreni avrebbe potuto riscattarsi agli occhi della figlia, riconoscendo implicitamente i propri errori e sedando l’irriducibile animosità che li aveva resi sempre più estranei e nemici. Questa manifestazione di amore paterno, sia pure tardiva, era sembrata scontata e, anzi, inevitabile considerando che, quell'uomo anziano e improvvisamente stanco, era rimasto solo.

   Invece, l'ennesimo rifiuto del nonno, confermava ancora una volta a mia madre quanto lei, la sua vita, le sue opinioni, i suoi progetti, fossero secondari e irrilevanti. Ma tutto questo, lei non avrebbe mai potuto ammetterlo e penso che ne fosse consapevole solo in parte. Quella sera, comunque, i miei genitori decisero che il sabato successivo sarebbero andati insieme a far visita al nonno e avrebbero cercato di farlo ragionare.

   Il giorno dopo, mercoledì, dopo una notte quasi insonne passata a inseguire strane ombre che s'affacciavano appena alla soglia del sonno, mi svegliai con qualche linea di febbre.

   Rimasi a casa e, ogni volta che mia madre, presa dalle faccende, s'allontanava in qualche stanza, mi precipitavo al telefono con un'ansia febbrile, pregando che il nonno intuisse il mio richiamo e rispondesse. Sentivo un'inquietudine che non riuscivo a dominare e provai a chiedere ancora una volta a mia madre di poterla accompagnare, quel pomeriggio, a far visita al nonno ma, naturalmente, con la maggior ragione della mia febbre, lei rifiutò.

   In realtà, per nessun motivo mi avrebbe riportato in quella casa  dove l'atmosfera ancora greve e luttuosa avrebbe acuito la mia eccessiva sensibilità. Avrebbe lasciato passare ancora qualche settimana, in attesa che il tempo ricomponesse un poco gli strappi prevedibili e i conseguenti disordini che ogni morte produce.

   Io, invece, sentivo che quel tempo era nemico; non volevo che il volto di mia nonna sbiadisse nella mia memoria, nè il suono della sua voce, così lieve e armoniosa, quando diceva:

   "Anna, Annetta, vieni qui, raccontiamoci un pò di storie" e allora il tempo sconfinava in una dimensione magica dove i suoi racconti si mescolavano alla mia fantasia e alle mie domande rispondeva la sua, e così le nostre storie s'ingradivano, animandosi di personaggi imprevisti e, a qualche mia invenzione troppo bizzarra, la nonna rideva, guardandomi con quei suoi occhi azzurri che il male aveva lasciato intatti, seppure antichi.

   In quei giorni, dopo la sua morte, la mia smania d'essere vicina al nonno e la mia preoccupazione per il dolore di lui, mi avevano distolta dalla vera percezione dell'assenza definitiva di nonna Elisa. Adesso, d'un tratto, mi sentii sopraffare da questa nuova realtà che la mia mente immatura stentava a riconoscere e definire. Un pensiero, soprattutto, mi colpiva, sembrandomi inverosimile: non l'avrei più vista; i giorni, i mesi e gli anni sarebbero passati e in nessun luogo l'avrei più potuta trovare.

   A questa certezza provai un senso di vuoto, di perdita intollerabile. Per convincermi alla rassegnazione mi ripetevo:

   "Mai più; mai più."

   Ma il suono di queste due parole, anzichè rasserenarmi, mi sconvolgeva e mi ritornava come l'eco di una domanda, una supplica attonita:

   "Mai più?"

   Quel pomeriggio, infine, mia madre era appena uscita e mio padre, guardando il telegiornale, s'era quasi assopito; a un mio ennesimo tentativo, una voce aveva risposto stancamente:

   "Pronto."

   Presa alla sprovvista e non riconoscendo quel suono sommesso, pensai d'aver sbagliato numero, ma dissi subito:

   "Sono Anna."

   Lo sentii sospirare:

   "Annetta, sei tu?"

   Scoppiai a piangere di colpo e fui incapace di dirgli una sola delle cose che avevo progettato in quei giorni; tra un singhiozzo e l'altro riuscivo a ripetere soltanto:

   "Voglio venire da te."

   Il nonno tentava di confortarmi ma il mio pianto copriva la sua voce. Ricordo che disse:

   "Non piangere più, Anna; stasera cercherò di convincere tua madre a farti venire qui per qualche giorno."

   A questa promessa mi calmai e lo lasciai con la raccomandazione di insistere il più possibile per strappare il consenso a mia madre; quella sera, quando lei rientrò, ascoltai con ansia il suo solito resoconto, finchè, guardandomi negli occhi, mi disse:

   "Sabato andiamo insieme a far visita al nonno e staremo lì tutto il giorno, va bene?"

   "E domenica?" chiesi.

   Lei diventò brusca:

   "Poi vedremo."

   Giovedì tornai a scuola, e in classe, durante la lezione, realizzai di colpo ch'era passata già una settimana, ma non riuscivo a stabilire se quel lasso di tempo mi sembrasse troppo lungo o troppo breve e mentre mi stupivo della mia nuova scoperta d'un tempo così indefinibile e relativo, una grossa nuvola oscurò il sole; il passaggio di luce fu improvviso e in quella strana e inattesa penombra mi sembrò di vedere, al posto della mia insegnante, la figura esile di nonna Elisa; questa specie di visione durò meno di un attimo, il tempo d'un battito di palpebre, sufficiente però a darmi un senso di languore e di inquietudine: mi pareva che il senso di ogni cosa fosse lì, in quella visione e nella mia memoria; mi sembrava d'aver corso a perdifiato e, nell'impeto della mia fuga, d'aver trascurato le alternative dei percorsi, le soste di riflessione, la rappresentazione mentale dei luoghi che m'avrebbe consentito, nel tempo a venire, una diversa comprensione.

   Provai a chiudere gli occhi per ricreare quell'illusione fugace, senza riuscirci. Allora pensai:

   "Se n'è andata" e, difatti, la piccola figura curva e sofferente della nonna sembrava dileguarsi anche dai miei ricordi, ed ebbi voglia di piangere.

   Il resto della giornata sfumò lentamente in una nebbia strana, fatta di attesa e di tristezza; mi aggiravo ottusamente per casa senza riuscire a trovare un posto dove rintanarmi a rimestare il senso di paura, l'ansia primordiale che la visitazione della morte aveva risvegliato nel mio sangue, tanto che mi chiedevo in che modo sarei riuscita ad arginare l'urgenza del mio malessere nell'attesa del sabato.

   Erano le sette di sera quando il telefono squillò; ma dopo quel suono i miei ricordi si interrompono e, quindi, non saprei dire come lo seppi, nè quando, nè da chi; so che nonno Antonio fu trovato morto nei campi -un infarto, disse qualcuno- lo trovarono disteso per terra, all'ombra di un grande fico, col cane che gli uggiolava accanto, quieto, avendo ormai compreso l'inutilità del suo andirivieni.

   Sono tornata soltanto adesso in questa casa tanto amata, con mio marito e il piccolo Francesco; il tempo trascorso ha cambiato molte cose, ma ci sono momenti, come questo, in cui provo un desiderio struggente di averli ancora qui, sia pure per un momento soltanto, il tempo di mostrar loro che non ho tradito nè dimenticato, che sono di nuovo qui, in questa bella casa rimessa a nuovo, e che ho conservato e restaurato quasi tutti i loro mobili, alcuni ancora pieni di cose e piccoli segreti da scoprire: foto d'altri tempi, d'altra gente, scovate sotto un antico copriletto ricamato a mano; un piccolo pacco di lettere sgualcite, una cassettina di legno lavorata a mano con dentro vecchie monete, un coltello a serramanico, qualche anello di non so che valore e delle biglie colorate che, nel loro modesto sfolgorio di colori, mi hanno dato un nodo di commozione; come pure ho provato un'emozione che non so descrivere nel trovare in una specie di cassetto segreto di un mobile in disuso da tempo, un vecchissimo quaderno con la copertina nera e le pagine un pò ingiallite ma intatte, senza una sola parola, a celare, nel centro, ormai quasi ridotta in polvere, una piccola rosa che una volta fu rossa. E così ciascun oggetto e le pareti e la stessa aria che respiro mi sussurrano i misteri, grandi e piccoli, di tutte le altre vite che in questa casa sono trascorse, e provo una nostalgia senza nome, la percezione di una sofferenza quieta ed eterna che mi accomuna a questa moltitudine di ombre.


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