Racconto della ritirata di Russia

vissuto e sofferto in quei duri mesi, forse perché la mia mente voleva allontanare, eliminare quei fatti, tanto il ricordo era doloroso.

     Ora tu continui a chiedermi di scrivere di quella tragedia e voglio accontentarti      perché tutto mi é ancora presente, ma ora il tempo, buon medico, ha un po' lenito la tristezza dei ricordi.

     Non potrò parlare con precisione di luoghi e date perché sai, non c'era proprio tempo per preoccuparci di questo; non farò neppure nomi di amici caduti per non risvegliare ricordi dolorosi.

     Voglio cominciare dal momento in cui mi richiamarono.

A piedi, sempre a piedi .......


     Nei primi mesi del 1942, quando avevo quasi vent'anni, partii per il servizio

Effige del Battaglione Vicenza

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militare. Avevo la forza e la baldanza della gioventù e niente sembrava farmi paura.

     Arrivai a Vicenza con altri commilitoni e mi recai al "Comando" come lo chiamavano, a me sembrò però un vecchio convento.   Molti giovani un po' sperduti si aggiravano fra quei grandi corridoi e ad ogni uno fu assegnata una divisa, pochi altri effetti personali e lo zaino, che sarebbe stato lo scrigno delle mie ricchezze e la tribolazione da portare sulla schiena.

     Su due sgangherate "corriere" ci spedirono a Ca

poretto ed arrivammo stanchi e sballottati in una caserma dove alloggiavano gli alpini del Battaglione Vicenza, ossia il mio.

     Qui consumai il mio primo rancio di soldato e poi ci portarono in grandi camerate dove era molto freddo e umido, ma i nostri vent'anni ci davano la forza di affrontare tutto.

     Nei giorni che seguirono, ci fecero marciare su e giù, giù e su per quel cortile, un numero infinito di volte, tanto che le gambe sembravano divenire di piombo. In seguito ci condussero fuori dalla caserma e dall'abitato e lì ancora a correre, a fare istruzione, le solite fatiche non tutte indispensabili e che forse fanno ancora i nostri nipoti di leva.

     Ci comandavano due giovani ufficiali che, spinti da grande ambizione, pretendevano da noi fatiche inutili.

     I giorni passavano duri tra le marce e continui e vani indottrinamenti ; ma non capivano che tutto quello che noi facevamo, era solo perché eravamo obbligati? Il nostro entusiasmo giovanile si era già smussato, ma i nostri "capi" pensavano ai