Hegel e il linguaggio. Dialogo, lingua, proposizioni - Tesi in filosofia teoretica di Marco Campogiani

Hegel e il linguaggio
Dialogo, lingua, proposizioni

I. Introduzione:
Lo stato della questione
II. Il linguaggio come dialogo
Fenomenologia dello Spirito
III. Lingua
Linguaggio e Psicologia.
IV. Proposizioni
L'interpretazione della frase

Tavola delle abbreviazioni

Bibliografia

 

 

 


Ultimo aggiornamento: 16 / 12 / 1998

 

 

Tavola delle abbreviazioni
Opere di Hegel

Altre opere

 

 

 

 

I capitolo

Hegel e il linguaggio: lo stato della questione

Fino a circa 40 anni fa non esisteva ancora alcuno scritto concernente in modo specifico il tema del linguaggio nella filosofia hegeliana. È vero che, all'interno di opere riguardanti un'interpretazione complessiva del pensiero di Hegel, trovava talvolta posto una discussione del significato del linguaggio nella sua filosofia. Tuttavia il ruolo del linguaggio rimaneva spesso negletto, marginale, non compreso in tutta la sua rilevanza. La colpa di questa disattenzione è, in parte, da attribuire allo stesso Hegel: infatti egli non ha scritto un'opera dedicata alla disamina del linguaggio, non se ne è mai occupato in maniera esclusiva, come invece ha fatto per la religione, l'arte, il diritto, la storia, la filosofia. Un'attenta lettura delle pagine hegeliane non può tuttavia non rilevare l'importanza delle questioni linguistiche in momenti decisivi del suo pensiero.

Hegel ha disseminato nei suoi scritti una gran quantità di osservazioni sul linguaggio. La sua attenzione nei confronti di questo tema è costante, dai diari di Stoccarda fino alla Prefazione alla Seconda edizione della Logica, scritta pochi giorni prima di morire. Inoltre, come è stato giustamente ricordato, "l'arco della vita di Hegel si distende tra l'importante pamphlet herderiano sull'origine del linguaggio e l'incompiuta Einleitung zum Kawi-Werk di Humboldt" (Ferrarin 1987, 140). La questione è quella di vedere se e come la filosofia di Hegel ha ricevuto l'influsso del nuovo interesse per il linguaggio.

Ai nostri giorni le ricerche di storia delle idee linguistiche ci offrono una più ampia, sicura e dettagliata conoscenza del dibattito linguistico nell'epoca romantica, e ci consententono quindi di intendere più a fondo il dettato hegeliano, nei suoi rinvii più sottili alle discussioni e agli autori che dell'epoca.

Il tema del linguaggio in Hegel è stato interpretato nei modi più disparati. Si è visto in Hegel un anticipatore delle tematiche contemporanee o, al contrario, un critico di ogni ipostatizzazione ed esaltazione del linguaggio: un filosofo poco attento alla linguistica del suo tempo o, al contrario, un filosofo in primo luogo (sia pur implicitamente) del linguaggio. Il risultato più saldo di queste differenti ricerche è il riconoscimento dell'esistenza di un'attenzione costante e significativa di Hegel nei confronti del linguaggio. Oggi non si può più dire che Hegel non possedesse "una propria filosofia del linguaggio", e che egli considerasse il linguaggio solo come "una somma di segni" (Jaspers 1990, 154).

A tutt'oggi non si è però ancora raggiunto un accordo stabile su molte delle questioni sollevate: spesso le interpretazioni sono state più suggestive che convincenti. A questo proposito è da fare un annotazione, di carattere generale, sul modo di interpretare un autore che, come Hegel, non si può mai dire del tutto "morto", sorpassato, alle nostre spalle. Spesso il prepotente interesse contemporaneo per il linguaggio ha finito col ledere la correttezza delle interpretazioni. L'intenzione degli interpreti è stata quella di attualizzare Hegel: intenzione in parte lodevole, ma anche pericolosa. Bisogna guardare con una certa diffidenza quelle letture che ci presentano Hegel come anticipatore di punti di vista contemporanei: bisogna guardarsi dal rischio di proiettare sui testi hegeliani ciò che in essi non si trova, se non a costo di una torsione che ne snaturi il senso. Si può e si deve, invece, confrontare quel pensiero con i nostri interessi, e tentare anche di riesprimerlo con le nostre categorie, sempre che vi sia una reale corrispondenza tra i contenuti dei testi e le nostre attuali discussioni. Naturalmente queste sono soltanto dichiarazioni di intenti, da parte nostra, e solo l'attento lettore potrà giudicare, in conclusione, se la presente ricerca ha rispettato questi principî.

Il dibattito sulla questione del linguaggio in Hegel si apre subito a ridosso della sua morte e mantiene, per tutto l'Ottocento, un atteggiamento assai critico e polemico nei confronti della presunta incomprensione e sottovalutazione hegeliana del linguaggio. Già nel 1831 O. F. Gruppe pubblica un polemico libretto (Gruppe 1831) in cui mette in lece il conflitto tra la sceculazione hegeliana e il linguaggio, a cui fa seguito l'annuncio di una svolta (linguistica) della filosofia (Gruppe 1834). Per Gruppe l'errore di tutta la filosofia - e segnatamente di quella hegeliana - consiste nell'aver considerato la lingua come uno strumento docilmente piegabile alle esigenze del pensiero. Il lingaggio non è però un mezzo indifferente: esso ha piuttosto una sua autonoma e irriducibile natura, nonché una storia empirica. L'intero errore della speculazione si fonda su di un profondo misconoscimento del linguaggio. La filosofia (hegeliana) consiste in un oscura confusione delle relazione tra lingua e pensiero: questa filosofia svanisce non appena diveniamo consapevoli del vero uso del linguaggio. Si tratta di argomentazioni di sapore moderno, analitico e quasi wittgensteiniano, come è stato mostrato da Cloeren nei suoi scritti dedicati alla riscoperta della negletta tradizione analitica nell'Ottocento tedesco (Cloeren 1975; 1988).

Nell'ambito dell'hegelismo vediamo il nascere di una scuola psicologica, che dedica ampio spazio alle tematiche linguistiche, integrando materiale humboldtiano nell'architettura del sistema (Michelet 1837; Rosenkranz 1837; Erdmann 1840). A tale scuola psicologica si oppose fortemente l'herbartiano Franz Exner (Exner 1842-4). L'influsso hegeliano andava intanto mescolandosi con il grande apporto dato da Humboldt. È da ricordare l'opera, assai famosa all'epoca, di K.W.L. Heyse, System der Sprachwissenschaft (1856), che venne definito da H. Steinthal come l'unico esempio di linguista hegeliano. Un'opera, quella di Heyse, in cui le ricche analisi humboldtiane si lasciavano ricondurre all'interno di una impostazione hegeliana.

Nacque così una discussione sulla compatibilità e convergenza fra le prospettive di questi due autori, di cui sono testimonianza gli scritti di due allievi di Heyse, Max Schasler e Haymann Steinthal. Al libro di Max Schasler, Die Elemente der philosophischen Sprachwissenschaft W. von Humboldts (1847), in cui si sostiene la confluenza dell'humboldtismo nell'alveo hegeliano, rispose, con forza e sdegno, Haymann Steinthal, nello scritto Die Sprachwissenschaft Wilhelm von Humboldt und die Hegelsche Philosophie (1848), ribadendo, con la consueta verve polemica che lo contraddistingueva, l'autonomia di Humboldt.

L'influsso della filosofia hegeliana, più che delle sue teorie linguistiche, è comunque forte all'interno della riflessione di Steinthal stesso, e si ritrova inoltre alla base della impostazione delle ricerche di uno dei linguisti più influenti del XIX secolo, August Schleicher, il quale sviluppa una concezione storica ed organicistica della lingua che trae spunto da alcuni passi della filosofia della natura di Hegel. Gli storici che guarderanno allo sviluppo della linguistica nell'Ottocento (Benfey 1869: Rothacker 1932), pur non potendo parlare di un forte influsso diretto di Hegel sul corso delle ricerche, metteranno in rilievo il mutamento di atteggiamento, di paradigma, che viene originato dalla filosofia di Hegel e che agisce nel profondo, ridefinendo le scienze umane.

Sono state però soprattutto le critiche di L. Feuerbach (1839) ad orientare l'esame della questione del linguaggio in Hegel. Feuerbach taglia il nodo ombelicale che lo teneva ancora legato all'hegelismo prendendo in esame proprio il principio della filosofia hegeliana, ovvero quella figura della "Certezza sensibile" in cui il linguaggio si presenta con la sua "divina natura" confutatoria. A giudizio di Feuerbach il linguaggio non può confutare la certezza sensibile. Semmai è la certezza sensibile a confutare il linguaggio: nell'indicibilità dell'essere sensibile "la coscienza sensibile trova… una confutazione del linguaggio, ma non una confutazione della certezza sensibile… è il linguaggio ciò che per la coscienza sensibile è irreale, inesistente". La certezza sensibile non è confutata, rimane una verità certa e salda, intimamente sentita e vissuta, mentre il linguaggio è solo uno strumento difettoso, qualcosa che non può dirci nulla sulla realtà e che non può confutare alcunché:

"per la coscienza sensibile tutte le parole sono nomi, nomina propria; per essa, in sé, i nomi sono del tutto indifferenti, sono solo dei segni che le consentono di realizzare il suo fine per la via più breve. Il linguaggio non ha quindi alcun rapporto diretto con la cosa. La realtà dell'essere sensibile è per noi una verità suggellata con il nostro sangue" (Feuerbach 1839, 32).

Per poter riporre nuovamente la certezza sensibile sul piedistallo della "verità più ricca", Feuerbach finisce dunque per svalutare fortemente il ruolo del linguaggio.

Nelle opere di diversi linguisti-filosofi, interessati alle questioni di allgemeine Sprachwissenschaft, ricorre più volte il nome di Hegel ed è evidente, dal modo in cui si fa riferimento a testi anche peregrini, l'estrema dimestichezza che tali autori avevano con il pensiero del nostro filosofo (Gerber 1871; Gerber 1884; Hermann 1865; Hermann 1878). Conrad Hermann, vedendo proprio nella sottovalutazione delle questioni linguistiche il limite più grande della riflessione hegeliana, si riprometteva di integrare le esangui e astratte categorie logiche mediante un rinvio al linguaggio, vera incarnazione del pensiero, ovvero ad una scienza del linguaggio che fornisse la base e il filo conduttore alla nuova logica speculativa.

Anche Benedetto Croce prende in esame la "Certezza sensibile" (Croce 1906, 82-91). Per Croce il primo capitolo della Fenomenologia dello spirito è il luogo in cui si mostra, in realtà, l'errore di Hegel nei confronti del linguaggio. Hegel non ha saputo riconoscere l'autonomia e il carattere originale dell'attività estetica, ovvero di quella forma teroretica, prima e ingenua, che è la lirica. Quando Hegel comincia la sua riflessione sulle fasi dello spirito, non si accorge di aver già oltrepassato quella regione estetica, fatta di intuizione, fantasia pura, linguaggio nel suo carattere essenziale. La "Certezza sensibile", di cui Hegel ci parla, "non è la prima forma teoretica; non è la genuina certezza sensibile… non è la coscienza immediata… [ma] è già mista di riflessione intellettuale". Questo spiega come mai Hegel non riesca a spiegarsi il linguaggio, che diventa, ai suoi occhi, una contraddizione organizzata. Il linguaggio finirebbe per confutare se stesso, mostrandosi inadeguato alla realtà: ma come si può pensare che "un'attività dell'uomo, qual è il linguaggio, non raggiunga il suo scopo, e si proponga un fine assurdo, e viva nell'inganno, e non possa uscirne?". In realtà ciò avviene perché Hegel ha mutilato ed intellettualizzato il linguaggio, distaccandolo dall'attività rappresentativa ed estetica, con la quale in realtà coincide: l'illusione dell'inadeguatezza nasce solo quando "si chiama linguaggio un frammento del linguaggio, astratto dall'organismo cui appartiene".

Solo a partire dal secondo dopoguerra osserviamo un forte aumento degli studi dedicati al nostro argomento, che diviene ben presto un tema alla moda. L'interesse sempre più vivo della filosofia contemporanea nei confronti del linguaggio crea il fertile terreno per un esame ampio ed attento della filosofia del linguaggio hegeliana. Si è trattato senz'altro di un esame proficuo, che ha, al tempo stesso, gettato nuova luce sull'interpretazione di Hegel e contribuito al dibattito filosofico odierno. Se, fino ad allora, l'attenzione si era concentrata quasi esclusivamente sui passi della "Certezza sensibile", con valutazioni nel complesso estremamente critiche, negli anni '50 il tema che viene dibattuto è quello della possibilità del linguaggio della filosofia. Tra i primi a dare spazio alle tematiche linguistiche, come introduzione ad ampi commenti della Logica, si segnalano G.R.G. Mure (1950) e J. Hyppolite (1953).

Mure ritiene che la filosofia del linguaggio di Hegel ci conduca a un paradosso. Da un lato, infatti, il linguaggio precede logicamente il pensiero (si veda nell'Enciclopedia); d'altro canto il pensiero pretende di superare il linguaggio. Tale superamento, a giudizio di Mure, non può mai esser completo e perfetto. Mure è stato il primo a parlare di questo paradosso; un tema che è ritornato più volte nella discussione (Clark 1960) e che è stato riproposto anche recentemente (Sacchi 1989; Sacchi 1991)

Hyppolite ci sembra essere stato uno degli interpreti più attenti al dettato hegeliano e, al tempo stesso, colui che più di altri è riuscito a riesprimere e attualizzare Hegel, illuminandolo da nuove angolazioni. Per poter comprendere la pretesa hegeliana di identificare pensiero ed essere si rende necessaria l'esplicitazione della filosofia del linguaggio sparpagliata nei testi di Hegel. Hyppolite prende così in esame la questione dell'ineffabile, del paradosso lingua-pensiero, dell'identificazione nome-cosa, e riconosce la presenza forte e decisiva, nel testo della Fenomenologia dello spirito, del tema del dialogo, in una direzione che anche noi, in questo nostro lavoro, abbiamo seguito e sviluppato. Hyppolite tornerà ad insistere sull'aspetto dialogico della filosofia hegeliana. Il "noi" filosofico è possibile mediante l'intersoggettività, come risultato del dialogo: l'esperienza della storia umana è dialettica perché è dialogo (Hyppolite 1971).

Bisogna attendere il 1957 perché appaia uno studio dedicato interamente al nostro tema. Si tratta della Doktorarbeit di Josef Simon, Das Problem der Sprache bei Hegel, pubblicato poi nel 1966. Il testo di Simon non ha l'intenzione di chiarire tutto ciò che Hegel scrive a proposito del linguaggio, e non ha neppure l'obiettivo di interpretare il significato del linguaggio all'interno di un sistema già presupposto come chiaramente delineato. Simon si ripropone di interpretare diversamente tutto il pensiero di Hegel alla luce del linguaggio.

Simon va alla caccia di uno Hegel segreto; tanto segreto, si potrebbe dire, da rimanere ignoto a Hegel stesso. L'ambizioso libro di Simon è dunque un tentativo di reinterpretare Hegel, oltre e fors'anche contro Hegel. La filosofia hegeliana si presenta, per Simon, come un'implicita e latente filosofia del linguaggio. Il linguaggio sarebbe il vero e proprio centro della riflessione hegeliana; un centro che non è stato però né pienamente tematizzato né propriamente pensato ed espressso. Il linguaggio occupa, nella filosofia hegeliana, uno spazio assai più ampio di quello che gli viene di fatto assegnato. Infatti l'essenza indefinibile del linguaggio si può mostrare solo nell'esposizione dell'intero sistema. L'intento di Simon, che si ispira chiaramente a Heidegger, è molto forte, tanto da apparire quasi paradossale. Il libro - cui spetta il merito di aver sollevato un ampio, proficuo e variegato dibattito - è comunque ricco di penetranti analisi.

L'interpretazione di Simon della "Certezza sensibile" è ben diversa da quelle tradizionali. La certezza sensibile, che presuppone già la nostra appartenenza al linguaggio, non deve essere intesa come discussione del primo grado della coscienza, bensì come esposizione e critica dell'opinione filosofica (kantiana) prevalente nella situazione storica in cui Hegel si trovava. La "Certezza sensibile" non ha niente a che vedere con la realtà, bensì è la confutazione di una falsa opinione filosofica riguardante la coscienza. Le critiche di Feuerbach e Croce nascono dunque da una incomprensione e si accaniscono contro un bersaglio fantasma.

A giudizio di Simon il linguaggio è l'unica apparenza conforme al soggetto. Solo nel linguaggio si fa esperienza dell'autocoscienza e dell'Assoluto. L'esperienza del Sé può aver luogo solo mediante la rappresentanza (Repräsentation) del Sé, solo mediante la voce che ha origine nel tremare (Erzittern) e nel grido di angoscia del finito. Solo nel linguaggio la coscienza fa esperienza di se stessa. L'esperienza dello spirituale, che è anche esperienza della propria finitezza, può avvenire solo mediante questa via indiretta. Il linguaggio, come unico autentico esserci dello spirito, nel rimando e appello agli altri, rappresenta la struttura della coscienza, la sua finitezza compresa. Tutta la filosofia hegeliana dell'autocoscienza è una filosofia del linguaggio.

Il vero tema della Logica è l'essenza del linguaggio, che si compie nella parola. La Logica si presenta come il dispiegamento delle conseguenze che risultano, per il pensiero, dalla linguisticità dell'uomo. Nell'essenza del linguaggio sarebbe necessario il momento del distorcimento (Verstellung) dell'essenza stessa. L'essenza del linguaggio, in altre parole, si nasconde: il linguaggio si estranea sempre dalla propria essenza.

L'interpretazione di Simon - della quale abbiamo potuto dare solo alcuni cenni - presenta molte analisi, a un attento esame, estremamente dubbie. Si tratta di una lettura, per dirla con Cook, ingegnosa ma tendenziosa. Molto interessante, soprattutto per gli spunti che se ne ricavano, è l'analisi del rapporto tra autocoscienza e linguaggio.

Non trascurabile è il saggio di J. Derbolav, Hegel und die Sprache (1959). Derbolav ritiene che Hegel abbia considerato il linguaggio solo da un punto di vista teoretico, nella sua funzione segnica e nella sua forma enunciativa, trascurando completamente l'aspetto dialogico e pragmatico del parlare. Tutta la filosofia del linguaggio hegeliana sarebbe predeterminata dalla misura del pensiero dialettico, non riuscendo tuttavia - con il tema della proposizione speculativa - a superare il carattere rappresentativo della lingua.

A giudizio di Henri Lauener (1962) la mancanza nel sistema hegeliano di una compiuta e autonoma Sprachphilosophie non è casuale, bensì significativa e necessaria: è simile all'assenza di una sezione riguardante un tema tanto fondamentale come la dialettica. Il linguaggio - elemento della dialettica, apparizione dell'Assoluto - ha un'importanza immensa nella filosofia hegeliana, filosofia che avrebbe affrontato la grande questione dei rapporti tra lingua e pensiero con una chiarezza e una coerenza senza precedenti.

È ancora una volta la questione dell'adeguatezza del linguaggio rispetto alle esigenze della filosofia a muovere l'interesse di uno studioso come K. Löwith verso la linguistica hegeliana. Löwith (1966) nota una antinomia nella concezione hegeliana: se da un lato il linguaggio viene concepito in accordo con la tradizione nominalistica lockiana, d'altro canto esso deve poter essere il Logos dell'Assoluto. Com'è possibile conciliare queste due prospettive? A giudizio di Löwith Hegel poteva tenere insieme questi due aspetti solo perché la sua teoria si pone all'interno di una antropo-teologia cristiana, che presuppone il mondo come parola divina e l'uomo come alter deus, il cui linguaggio corrisponde a quello divino.

Oltre al tema del rapporto tra linguaggio e realtà (la "certezza sensibile") e a quello del linguaggio della filosofia in rapporto alle lingue ordinarie, un terzo argomento costituisce da tempo il centro di una vivace discussione: la proposizione speculativa. Tale tema è stato preso in esame, con modalità più analitiche, da un buon numero di interpreti (Gadamer 1960; Heintel 1961; Hülsmann 1966-7; Marx 1967; Hyppolite 1971; Gadamer 1971; Cook 1973; Surber 1975; Wohlfart 1981; Costa 1996) che hanno contribuito a evidenziare l'importanza di queste pagine hegeliane, presentando un ampio spettro di prospettive di lettura che conservano, tuttavia, un nucleo condiviso.

Per W. Marx i contenuti speculativi fanno violenza alla forma inadeguata della proposizione, cercando di piegarla alle proprie esigenze. Il linguaggio deve essere asservito al pensiero, per far emergere il Logos. D'altra parte il linguaggio non è solo il servo del pensiero, ma è anche necessario al pensiero, mostrando così una propria autonomia. Tuttavia tale autonomia del linguaggio, proprio perché è pensata solo in rapporto al Logos, non è in contraddizione con il suo ruolo servile. Il linguaggio serve alla riflessiose assoluta del Logos per pervenire a se stessa. Perciò, a giudizio di W. Marx, le questioni linguistiche, tutti i problemi della contemporanea filosofia del linguaggio, avevano ben poco rilievo per Hegel.

Per H. Hülsmann la proposizione speculativa, come movimento apparente dello spirito, come obbligazione alla dialettica, è anche un modello logico e ontologico, che ci dice che l'essere è formato in modo analogo alla proposizione. Il movimento della proposizione speculativa è l'incarnazione dello spirito come linguisticità, che ci conduce necessariamente alla dialettica speculativa, al concetto. La proposizione speculativa ci fa fare esperienza dell'autocoscienza, contenendo in ogni momento tanto il parlante quanto l'ascoltatore. Hülsmann finisce per attribuire alla proposizione speculativa un ruolo onnicomprensivo, quasi magico e necessitante.

Per Hans-Georg Gadamer la proposizione speculativa deve essere interpretata come qualcosa di contrapposto a tutte le proposizioni enunciative. Essa è non tanto Aussage, quanto piuttosto puro linguaggio. In essa il pensiero si vede riconsegnato a sé stesso, di fronte a qualcosa che, come la poesia, ha una sua autonoma consistenza. La proposizione speculativa rimanda all'intero della verità e spinge verso la via del comprendere, portando al dispiegamento di quell'elemento logico che è presente nel linguaggio. Ed è proprio la logica naturale del linguaggio a condurci e a guidarci, determinando il nostro pensiero stesso.

Jere Paul Surber ci ha fornito un ricco e approfondito studio della proposizione speculativa. Hegel non rifiuta il linguaggio ordinario, bensì critica il modo abituale di guardare la frase, la teoria tradizionale del giudizio che funge da modello anche per la gnoseologia e l'ontologia. Hegel non ci chiede di cambiare il modo di esprimerci, ma vuole farci considerare il linguaggio nella sua piena complessità. Hegel, nel tentativo di mostrarci la vera natura della frase, adopera l'analogia tra il "soggetto" grammaticale e il soggetto inteso come coscienza. Il soggetto grammaticale riflette la coscienza come processo di articolazione e sviluppo. Il modo in cui comprendiamo il linguaggio si riflette nel modo in cui noi comprendiamo noi stessi, e viceversa. In definitiva, per Hegel, riflettere sul linguaggio implica necessariamente un tentativo di riflettere sulla natura della coscienza stessa, ed è proprio la struttura dialettica della proposizione che riflette l'attività dialettica della coscienza. Così, mentre la teoria tradizionale della predicazione, quella aristotelica, corre parallela a una teoria della coscienza come conoscere passivo, recettivo, la nuova teoria hegeliana intende esprimere il soggetto come attivo.

Passando all'analisi vera e propria della proposizione speculativa, Surber distingue due momenti della sua articolazione: un momento metafisico - in cui avviene la perdita del soggetto, sussunto, generalizzato e incluso nel predicato - e un momento ontologico - che implica il ritorno alla base, al punto di referenza essenziale per la predicazione. Tale ritorno al soggetto è anche una riaffermazione dell'attività della coscienza, come vera base della predicazione. Un ulteriore momento, quello propriamente speculativo, consiste nell'unità dei precedenti, e viene espresso, sia pur in forma ambigua, dalla copula - il vero luogo dell'articolazione del movimento.

La complessità della proposizione speculativa non può tuttavia venir pienamente esplicitata. Infatti le proposizioni speculative non si distinguono in nulla, esteriormente, da quelle ordinarie. La distinzione è di carattere diverso, e deriva dalla nostra cooperazione interpretativa. Hegel ci fa vedere come una proposizione sia l'unità della sua articolazione oggettiva e della nostra comprensione soggettiva, invitandoci a riflettere sul ruolo del soggetto nel linguaggio. Infatti le parole, di per sé, non si riferiscono a qualcosa, bensì vengono fatte significare solo dal soggetto.

Si moltiplicano, nel frattempo, le prospettive e i punti di attacco nei confronti del nostro tema, che diventa quasi un punto di passaggio obbligato per molti dei più influenti pensatori della nostra epoca. Anche Habermas (1967) si è confrontato con le tematiche linguistiche hegeliane. Il suo interesse è attratto in particolare da alcune pagine giovanili di Hegel (periodo di Francoforte e filosofia dello spirito jenese), in cui ritiene di poter rilevare una sistematica particolare, in seguito abbandonata. In tali pagine sarebbe presente, in nuce, un altro Hegel, più attento alle ragioni del dialogo, dell'agire comunicativo e della libera intersoggettività.

Habermas mostra come per Hegel, almeno in queste pagine, l'esperienza del soggetto non sia più un'esperienza originaria, bensì risulti dall'interazione con altri, dal processo di socializzazione. La costituzione dell'Io si comprende solo nell'ambito della comunicazione: l'azione di tipo comunicativo è il medio attraverso il quale le coscienze accedono all'esistenza. La coscienza si costituisce mediante il linguaggio e lo spirito non viene più pensato come qualcosa d'interiore bensì come medio. Il linguaggio costituisce così la prima, basilare determinazione dello spirito. Anche l'interazione e l'attività strumentale dipendono dalle condizioni della comunicazione linguistica, che sono quelle proprie della cooperazione in generale.

Il libro di Theodor Bodammer, Hegels Deutung der Sprache. Interpretationen zu Hegels Ausserungen über die Sprache (1969), è sicuramente a tutt'oggi la più completa analisi dei testi hegeliani riguardanti il linguaggio. Sin dal titolo è esplicita l'intenzione di interpretare ciò che Hegel ha scritto sul linguaggio, in polemica con il metodo seguito da J. Simon. Bodammer vuole comprendere il significato del tema del linguaggio in Hegel attraverso le sue esplicite affermazioni, senza voler interpretare tutta la filosofia hegeliana come una latente e implicita filosofia del linguaggio, pervenendo a un'idea del linguaggio che Hegel stesso non ha per nulla espresso. Il libro di Bodammer si presenta come necessario lavoro di chiarificazione, che mette ordine nel campo delle interpretazioni troppo libere, avventate o stravaganti, ponendosi quale premessa a ulteriori discussioni critiche più approfondite.

Caratteristica della Sprachdeutung hegeliana è la molteplicità dei punti di vista sul linguaggio. Non si può quindi dire che l'aspetto segnico del linguaggio sia privilegiato. Hegel non ha scritto una filosofia del linguaggio a sé stante perché il linguaggio non è una forma oggettiva dello spirito come le altre, bensì ha un "carattere di sfondo" (Hintergrundscharakter), come medium in cui si oggettivano tutti i contenuti spirituali. Il linguaggio perciò non può essere tema centrale della filosofia.

Nel linguaggio la realtà naturale appare già sempre mediata, superata. Il mondo è già sempre linguisticamente formato. Perciò anche l'esperienza della "Certezza sensibile", che presuppone il linguaggio, si configura come scoperta della struttura linguistica, dell'esser-dato (Vorgegebenheit) del linguaggio, da parte della coscienza inguenua.

Particolarmente riuscite ci sembrano le analisi dedicate alla distinzione e al raccordo tra il piano linguistico e quello logico. Bodammer distingue chiaramente tra significato rappresentativo e significato concettuale, facendo vedere come l'identificazione di nome e cosa - di cui Hegel parla nel §461 dell'Enciclopedia - abbia un valore solo relativo e momentaneo. Al centro della riflessione hegeliana non è il linguaggio come tale, bensì l'aspetto logico che è deposto, in primo luogo, nel linguaggio.

Il libro di Bodammer è senz'altro indispensabile per una corretta analisi del nostro tema. È la base di partenza di ogni ulteriore interpretazione. Bodammer ha inoltre il merito di aver raccolto e ordinato tutto ciò che Hegel ha scritto sul linguaggio. Su molti punti le sue analisi ci sembrano definitive. Tuttavia vi sono, a nostro avviso, alcune mancanze nelle sue argomentazioni. Bodammer trascura completamente l'esame dei linguaggi della Fenomenologia dello spirito, sottovaluta l'importanza della memoria associatrice, interpreta in modo assai discutibile la certezza sensibile e non approfondisce fino in fondo il rapporto tra linguaggio rappresentativo e concettuale. Infine, e soprattutto, ci appare dubbia la tesi di fondo del libro, secondo cui il linguaggio si presenta sempre come già dato (Vorgegeben).

Non si può dimenticare il significativo articolo di J. Taminiaux (1969). Partendo dall'apparizione ex abrupto del linguaggio al principio della Fenomenologia dello spirito, Taminiaux si volge a considerare la genesi e la struttura del linguaggio, così come viene descritta negli scritti di Jena. Ne emerge un'immagine assai moderna della linguistica hegeliana, nella quale viene riconosciuta l'arbitrarietà del segno, l'inscindibilità di significante e significato, la natura differenziale delle parole e dei tratti fonetici, il ruolo della lingua nell'articolazione del campo percettivo. Taminiaux inoltre, seguendo un indicazione di Heidegger e facendo sue alcune suggestioni derridiane, si interroga sul rapporto, ancora impensato, tra linguaggio e morte. In Hegel il linguaggio apparirebbe come il luogo della sparizione dell'immediatezza e della presunta pienezza dell'intuizione. Non solo ciò di cui si parla, ma anche colui che parla scompare, assentandosi da se stesso nel momento in cui si esprime. Il linguaggio è ciò che consuma e fa sparire l'intuizione, è il luogo in cui si insaura in modo radicale la differenza.

Altra penna illustre, che non poteva non incontrarsi con le pagine hegeliane, è quella di Jacques Derrida (1972). Egli prende in esame la semiologia hegeliana, ovvero i paragrafi dell'Enciclopedia che illustrano il cammino - teleologicamente indirizzato - dello spirito dalla notte dell'incoscienza (il "pozzo notturno") alla "piramide" del segno. Il segno, luogo d'incontro di tutti i tratti contraddittorii - interno/esterno, spontaneo/recettivo, intelligibile/sensibile, stesso/altro - si presenta come (immagine del)la dialettica stessa. Il segno è paragonato da Hegel alla "piramide", cioè alla tomba che custodisce la vita: il segno è così il monumento della vita nella morte, o della morte nella vita. La piramide è il "sema-foro" del segno, il significante della significazione. Non poteva mancare in Derrida l'esame della questione del linguaggio fonico e della scrittura, con particolare riferimento alle pagine da Hegel dedicate alla scrittura alfabetica e a quella cinese. Anche per Hegel il sistema linguistico fonico è privilegiato rispetto a tutti gli altri sistemi semiotici, mentre la scrittura è relegata ai margini. L'autorità della voce si ricollega a tutto il sistema hegeliano, in particolar modo con i concetti fondamentali della dialettica speculativa, come quello di Aufhebung. Nell'esaminare la gerarchia teleologica delle scritture, Derrida mostra le crepe dell'ideale alfabetico, mai realizzabile in modo puro, limitato in maniera irriducibile, e mostra infine le contraddizioni hegeliane nel trattare il tema del modello cinese.

Il libro di D. J. Cook, Language in the philosophy of Hegel (1973) rappresenta, insieme ai testi di Simon e Bodammer, uno dei più estesi e completi tentativi di interpretazione. Cook sottostima l'importanza della trattazione enciclopedica, mentre sottolinea la grande rilevanza delle questioni linguistiche nella Fenomenologia dello spirito.

Uno degli interessi maggiori del libro di Cook sta nell'esame degli scritti giovanili di Hegel, mediante il quale si indicano le fonti dalle quali Hegel attinse (Garve, Kastner, Tetens e Herder). Già in questi scritti si trovano i motivi e la terminologia che poi ritorneranno nei testi maturi.

È soprattutto negli anni di Jena che Hegel si occupa del ruolo del linguaggio nella costituzione e nello sviluppo della cosienza. A partire dalla Fenomenologia dello spirito invece Hegel considera il linguaggio come medium per esprimere il processo dialettico dell'esperienza. Nella "Certezza sensibile" Hegel non afferma che le esperienze ineffabili non esistono - o che non esistono oggetti singoli - bensì che l'esistenza dei singoli viene sempre trascesa dall'esperienza che noi ne facciamo. Nessuna cosa può essere conosciuta in se stessa, staccandola dal contesto.

Cook ci offre inoltre un'acuta analisi dei vari tipi di linguaggi che si incontrano nel VI capitolo della Fenomenologia dello spirito. La coscienza diviene consapevole della propri natura dialettica solo verbalizzando la propria esperienza. La Bildung della coscienza dipende quindi dalla capacità del linguaggio di riflettere la natura dialettica dell'esperienza. La capacità speculativa del linguaggio consiste nel fatto che ogni atto linguistico esprime, sia pur in maniera inconsapevole, la dialettica presente in tutte le forme dell'esperienza umana. Una tale espressione può avvenire solo nel medium fonico, che ha un esistenza solo temporale, e che quindi è in grado di rispecchiare e di ritrarre la natura fluida e autosuperantesi del processo conoscitivo.

Cook si sofferma inoltre sulla proposizione speculativa, fornendo spunti che sono stati sviluppati, nel modo che abbiamo visto, da J.P. Surber (1975). Hegel, tuttavia, pur affermando più volte l'esistenza di un carattere distintivo dell'espressione filosofica, non giunge a una chiara conclusione su questo tema. Per filosofare occorre partire dal linguaggio ordinario, aggiungendo e approfondendo, rendendo consapevole il lettore di dover trascendere gli usuali percorsi del pensiero. Lo stile filosofico deve render esplicita questa procedura, che richiede sempre una partecipazione attiva da parte del lettore.

A giudizio di Cook, in conclusione, Hegel è stato il primo filosofo ad aver cercato di comprendere il fenomeno del linguaggio all'interno di un contesto più ampio, cogliendo al tempo stesso i rischi insiti nel voler interpretare tutto attraverso il medium della parola.

Sono da ricordare inoltre gli articoli di Debrock (1973), che si interroga sul tema del silenzio nella Fenomenologia dello spirito; di Klein (1973) - che acutamente esamina la differenza tra il linguaggio della comunità greca e quello del mondo moderno; di McCumber (1979), che ci offre una illuminante lettura dei paragrafi dell'Enciclopedia dedicati alla memoria meccanica. Non è mancato neppure un raffronto tra le posizione espresse da Hegel nella "Certezza sensibile" e alcuni apetti delle Ricerche filosofiche di Wittgenstein (Lamb 1979; 1987; Kuderowicz 1982). Anche gli studi di storia del pensiero linguistico cominciano nel frattempo a riservare un maggiore spazio e rilievo a Hegel (Coseriu 1975; Jendreieck 1975; Gipper 1978; Wilbur 1984; Itkonen 1991; Jaritz 1992; Trabant 1996; Perconti 1997).

In Italia, a parte Croce, l'interesse per il nostro tema si affaccia negli anni '70 (Pensa 1971; Canilli 1973; Lugarini 1973; Rossi 1974; Bodei 1975; Negri 1975). Di particolare rilievo ci sembra il pregevolissimo, esemplare saggio di Antimo Negri. Si tratta di una accurata e penetrante analisi della celebre figura della Fenomenologia dello spirito riguardante la coscienza disgregata e il suo linguaggio spiritoso. Negri individua tutti i molteplici sensi di questo linguaggio: impundente, sincero, beffardo e spietato nella denuncia dell'ipocrisia; disoccultante e demistificante per l'ideologia del tempo; spiacevole e dissonante per i benpensanti; ironico, dissacrante e dialettico. Negri mostra infine come tale linguaggio spiritoso venga infine riassunto e diffuso nel linguaggio propagandistico dell'Illuminismo, perdendo la sua carica rivoluzionaria e divenendo solo l'espressione d'una nuova ideologia.

Il primo libro in lingua italiana dedicato espressamente e interamente al nostro tema è stato pubblicato da Costantino (1980). Come è stato già segnalato (Ferrarin 1987, 154), il libro non presenta motivi di grande rilievo e originalità. Il saggio di M. Barale (1981) presenta invece motivi di interesse, così come i libri di F. Chiereghin (1980) e S. Tagliagambe (1980). A giudizio di Barale si potrebbe dire che Hegel aveva già fatto proprio il principio gadameriano secondo cui "l'essere che può essere inteso è linguaggio". Il pensiero filosofico si muove sempre a partire da qualcosa di noto, ovvero da un orizzonte rappresentativo presupposto che "è già, in ogni suo momento, pensiero, cultura, linguaggio". La ragione si trova quindi ad essere già sempre in qualche modo vincolata alle sue determinatezze, in primo luogo linguistiche. Lo spirito è "lo svelarsi e comprendersi dell'essere come linguaggio", ovvero lo spirito è linguaggio che riprende, percorre, ripercorre ritrova, riconosce se stesso.

Sempre nel solco di una lettura ermeneutica di Hegel si pongono due interventi di Sacchi (1989; 1991). Sacchi ripercorre fedelmente l'analisi della proposizione speculativa sviluppata da Bodammer e insiste sul paradosso del linguaggio, seguendo Mure (1950) e Clark (1960).

Un discorso a parte meriterebbe il libro di G. Agamben (1982). Agamben intende mostrare come, in alcune pagine hegeliane del periodo di Jena, sia presente un pensiero della voce. Hegel, in altre parole, comprenderebbe la negatività sempre inerente alla voce. La voce, come articolazione fondamentale del linguaggio, sarebbe una dimensione ontologica fondamentale, in quanto consegna il linguaggio alla temporalità, aprendo, insieme, l'essere e il tempo.

Si infittiscono, infine, negli ultimi anni, le letture legate a Derrida e al tema della scritura (Warminski 1981; De Man 1982; Chaffin 1989; Brockmeier 1990; Kobau 1990; Philipsen 1990; Ferraris 1991; Ferraris 1997; Pott 1997). Non mancano inoltre le letture analitiche, come quella, dettagliatissima, che Kettner (1990) ha dedicato alla "Certezza sensibile". Da segnalare è anche il recente libro di McCumber (1993), nel quale le idee hegeliane vengono poste a confronto con autori contemporanei appartenenti alla tradizione analitica e alla philosophy of mind.

Oggi vi sono i segni di un rinnovato interesse per tali questioni. Si tratta quindi di un tema che non sembra aver ancora esaurito la curiosità e l'interesse dei filosofi. Come ha scritto recentemente Carlo Sini (1997):

"Non bisogna credere ai manuali: Hegel è nella nostra attualità; e anzi, come disse Foucault, ogni volta che crediamo di essercelo messo alle spalle, lui ci attende beffardo un po' più in là"

II capitolo: Fenomenologia dello Spirito

 

Ultimo aggiornamento: 16 - 12- 1998