giallo on tv

andrea

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A QUALCUNO PIACE IL GIALLO

"MISTERO IN BLU": A QUALCUNO PIACE IL GIALLO Un programma di Carlo Lucarelli e Paola De Martiis in onda la Domenica alla 22,30 su Rai due. INTRODUZIONE "Mistero in blu" è un programma che cerca innanzi tutto di "narrare", di trasportare lo spettatore nelle atmosfere del giallo letterario. Ecco allora che i casi di omicidio non risolti, archiviati o in via di archiviazione, perdono il loro status di "evento" per diventare attanti di un discorso più complesso e articolato. Programmi come "Telefono Giallo" o "Chi l'ha visto? sono lontani sia nei tempi che nei modi, ancorati a strutture di tipo giornalistico che cercano di frammentare la realtà in unità capaci di ricevere valore attraverso il medium televisivo. "Mistero in blu" diluisce la cronaca nella storia in un rapporto di solvente-soluto, finché la prima non scompare completamente, lasciando tutta la propria eredità in dote alla seconda. In questo gioco, il "realmente accaduto" assume i contorni evanescenti del non-finito che per essere disambiguato ha bisogno del supporto letterario, della proiezione in quel limbo che solo la penna riesce ad evocare e descrivere. Il "mistero" si insinua nella quotidianità senza appropriarsi dei risvolti più noir, porta alla luce i lati oscuri della cosiddetta buona società senza diventare inchiesta, cerca di creare emozioni senza sfociare nelle violenze visive del pulp. E' interessante notare come la volontà di appagare il "bisogno di favola" dello spettatore sia accompagnata da tinte vagamente "sociologiche", di gusto così tipicamente italiano. Lucarelli sottolinea continuamente questo aspetto: com'è potuta accadere una cosa del genere?. Ci troviamo di fronte al solito malin genie che prospera tra i meandri dell'audience, o intorno a noi "c'è veramente qualcosa che non va?". Il quesito insaporisce le dinamiche della narrazione, oltre a tradurle in un linguaggio più vicino alle esigenze di un programma televisivo. L'idea base si conforma alla struttura di un libro giallo, attingendo a piene mani in questo "repertorio" vasto ma allo stesso tempo difficile da trattare. Ecco spiegata allora la presenza di un conduttore, ma il termine è quanto meno improprio, come Carlo Lucarelli, giovane ed affermato giallista. L'analisi del programma, intesa come tentativo di coglierne il funzionamento, si è trovata innanzi ad un complicato intreccio di linguaggi, ognuno dei quali ha visto messa a dura prova la propria duttilità, rifrangendosi così in modalità espressive diverse ed altrettanto "maltrattate". La crisi d'identità delle varie componenti è stata superata in virtù della presenza di una sorta di "motore immobile", il contenitore-linguaggio televisivo, in grado di stemperare i "nazionalismi" semiotici, creando allo stesso tempo un insieme organico ed equilibrato. VIVISEZIONE DI UN COACERVO Il rendez-vous letterario C'è un filo sottile che lega tutte le componenti e che rappresenta l'anima del programma: il testo, scritto dallo stesso Lucarelli, che non a caso è un ottimo narratore. Esso è una sorta di leitmotiv che genera e scandisce il ritmo, una guida che ipnotizza lo spettatore attraverso la parola, una "melodia" che spesso oltrepassa i limiti della propria superficie significante, impreziosendosi di un qualcosa di iconico. Il testo è un golem creato da strategie, da commistioni stilistiche e retoriche, da riferimenti e correlazioni. STRATEGIE LETTERARIE: è un romanzo giallo quello che Lucarelli "recita" in scena. Si parte, ad esempio, dalla presentazione di ciò che è avvenuto: qualcuno è stato ucciso. La seconda "mossa" non è mai quella di spiegare la modalità dell'uccisione, o di presentare i principali indiziati. Al contrario si torna indietro, e ci si chiede chi era la vittima, come viveva, mettendo in rilievo tutte le particolarità che possano risultare strane, fuori dal quotidiano, alla luce di quel che è successo. Poi si passa alla narrazione dell'omicidio e, all'improvviso, tocca al classico "colpo di scena": qualcosa era stato omesso, non era stato notato, e tutte le ipotesi che lo spettatore aveva fatto vanno ribaltate e rilette. Gli elementi della realtà diventano neve al sole, e la velocità del gocciolio ha lo stesso ritmo ipnotico della tensione che avvolge lo spettatore. Si gioca sull' "impotenza dello spettatore", si volta pagina con criteri temporali non lineari che stravolgono i consueti nessi causa-effetto, si possono formulare ipotesi sbagliate, si possono porre interrogativi, si possono omettere degli indizi per rivelarli solo nel crescendo finale, e così via, il tutto allo scopo di raggiungere l'obiettivo del programma che, ovviamente, è quello di creare suspence ed emozioni. RIDONDANZE RETORICHE: sono il frutto della contaminazione e funzionano come vere e proprie marche isotopiche di lettura in grado di trasformare lo schermo televisivo in un ipertesto. Ricorrono ad ogni puntata, in momenti molto precisi del programma, e questa "puntualità" permette di svelare i momenti topici di intersezione tra più livelli narrativi. Citiamo le più significative: "la storia che raccontiamo questa sera", " la realtà non ha niente da invidiare alla fantasia", "se il nostro caso fosse un giallo", "giriamo pagina" "questa città non è quello che sembra". Le frasi reiterate, diventano alla fine una sorta di jingles familiari al pubblico, fino a costituire una struttura a "cantilena", tipica dei racconti orali. RIFERIMENTI: all'inizio di ogni puntata Lucarelli paragona il caso (la storia..) che sta per raccontare ad un famoso libro giallo o di fantascienza, spiegandone brevemente le trame per dimostrarne la specularità, e accennando allo stile dell'autore del libro. Durante lo svolgimento del programma torna ripetutamente a sottolineare la concomitanza delle due storie, aumentando l'effetto-finzione che caratterizza il tipo di approccio all'attualità scelto dal programma. LA REALTÀ IN CARNE E OSSA: le persone coinvolte nel caso diventano delle vere e proprie figure narrative. Lucarelli, infatti, tende sempre a darne una descrizione letteraria che passa innanzi tutto attraverso la costruzione di una personalità a tutto tondo, che permetta agli spettatori di farsi un'idea molto precisa dei "tipi umani" che hanno preso parte alla vicenda. Le descrizioni riguardano passioni, abitudini, sogni, caratteri dei protagonisti, proprio come in un romanzo, e il risultato è il tipico effetto narrativo: l'immedesimazione. In questo modo, la vittima e l'universo che gravitava attorno ad essa, probabile "dimora" dell'assassino, diventano "eroi" in senso letterario, personaggi "omerici" cui lo spettatore-lettore si appassiona, predisponendosi a cadere nella "trappola" della suspence. LA REALTÀ PARLA: il programma non prevede la presenza di ospiti in studio, anche se si avvale della collaborazione di persone esterne. Ci sono, infatti, le interviste ai testimoni, allo psicologo, all'ispettore della scientifica, tutto viene presentato però tramite filmato. Questa scelta è stata imposta dalla stessa configurazione del programma: l'intervento di persone diverse da Lucarelli, che rappresenta la "voce" narrante, avrebbero interrotto il ritmo della narrazione, avrebbero spezzato il filo. Invece gli spezzoni di intervista fungono da dialoghi diretti, come se l'ipotetica parola dell'ipotetico libro da "fotografica" diventasse "cinematografica", un'intrusione provocata dalla stessa forza evocativa della narrazione. Ecco dunque che il programma acquista la forma consapevole di un racconto. CONFRONTO A VISO APERTO: quando c'è bisogno della "quiete prima della tempesta" si passa alla descrizione del luogo in cui è avvenuto il delitto, con una digressione che è in realtà un compromesso non sempre ben riuscito tra volontà di mostrare e volontà di evocare. Dal momento che è stato narrato il fatto e sono stati descritti i personaggi, come in ogni buon romanzo è necessario presentare la cornice entro cui il delitto si è svolto. La descrizione della città teatro del delitto è forse il momento più apertamente letterario della trasmissione, e richiede inevitabilmente il genio artistico e stilistico dello stesso Lucarelli scrittore. La descrizione è introdotta da una delle frasi significative del programma ("questa città non è quella che sembra"), dopodiché si passa al filmato dove Lucarelli, come sempre nel ruolo di voce narrante, visita la città a bordo di un mezzo particolarmente adatto all'esplorazione dello spazio prescelto (in Liguria in treno, a Firenze in macchina, nella Val di Susa in tir), e comincia a raccontare la città guardandola da un punto di vista particolare, che deve innanzi tutto cogliere gli aspetti più misteriosi e inspiegabili, "dipingendo" su una superficie che vive di contrasti: colore/cupezza, buio/luce, mare/monti, immobilità/movimento, tristezza/sorriso e così via. E' in atto un debrayage temporale e spaziale, uno scollamento di livelli narrativi che fondono il "quid" televisivo con il "proprium" letterario attraverso un appiattimento dell'uno sull'altro. Ma le immagini non riescono a reggerne il confronto, soprattutto per una qualità in sé non molto ricercata; non riescono a interpretare i ritmi e le sfumature della parola, rischiando così di creare una sorta di "Sereno Variabile" commentato da un Vittorio Gassman incredibilmente sottotono. LA MACCHINA TEATRALE L'impostazione scenica del programma ben si adatta all'aggettivo "teatrale". Il dato più evidente riguarda la nudità dello studio, una nudità che, ovviamente, è consapevolmente costruita. Il normale studio televisivo non esiste, Lo sfondo, scevro di una qualsivoglia costruzione scenografica, è semplicemente nero, anzi, si potrebbe dire, non esiste. L'intenzione è chiaramente quella di creare un non-luogo, proprio come a teatro, dove sulle stesse assi di legno, possono prendere vita milioni di storie. Quello di "Mistero in blu" è però un palcoscenico particolare, dove la tipica cesura del palco da teatro non c'è. Il margine del pavimento è sfumata, quasi a suggerire una continuità tra l'"aldiquà" e l'"aldilà" dello schermo. L'entrata di Lucarelli è un altro elemento del programma che richiama la struttura di uno spettacolo teatrale: la prima inquadratura del programma è su questo "set", senza Lucarelli. Poi Lucarelli entra in scena, come un attore di teatro, quasi preceduto dalla sua voce, e si pone al centro della scena. Il ruolo dello scrittore per certi versi ricorda quello affidato nel teatro greco al coro. Lasciando per un attimo da parte la centralità del ruolo del conduttore nell'economia del programma, è innegabile che Lucarelli non solo narra la vicenda, ma la commenta anche, e ha il compito di fare ogni volta il punto della situazione. Vestito sempre allo stesso modo, con il suo parlare calmo e cadenzato, i modi di dire perfetti per l'argomento, i commenti melodrammatici ("la realtà supera la fantasia, e questo a volte ci fa paura"), con lo sguardo penetrante e la gestualità ostentata e composta, è un vero e proprio personaggio. L'improvvisazione non fa parte del gioco. Il testo è scritto dallo stesso autore che poi provvede ad impararlo a memoria. Se durante la registrazione si ferma, dimentica qualcosa, o ha un'esitazione troppo evidente, il pezzo va girato di nuovo. Questo dimostra quanto sia importante nel programma la presenza di un narratore che non deve mai "rubare" la scena, non deve essere istrionico, non deve diventare protagonista. Bisogna "recitare" la parte, con tutti gli artifici necessari per catturare l'attenzione. L'organizzazione scenica è debitrice nei confronti del teatro minimalista. Nello studio, infatti, per ogni puntata vengono scelti quelli che sono gli elementi più significativi della storia e vengono disposti lungo un percorso che convoglia l'attenzione dello spettatore-lettore verso punti strategici, articolando lo spazio in unità discrete e riconoscibili. E' una retorica dell'oggetto evocatore quella che l'autore porta in scena, evidenziata da inquadrature che lentamente si avvicinano, quasi a testimoniarne un essere-là materico, quasi ad incoraggiarne un' "esperienza" tattile. IL CONTENITORE-LINGUAGGIO TELEVISIVO "Mistero in blu" è una sorta di cross-over sperimentale, una creatura nata da un dottor Frankenstein facilmente individuabile nell'imprinting televisivo. La sintassi televisiva si è imposta da sola, senza alcun tentativo di costrizione. Come un Robin Hood dell'etere ha rubato codici di codifica e li ha poi restituiti, impreziosendoli con i germi della contaminazione. Ecco allora che il linguaggio letterario viene epurato da una pesantezza barocca, sostituita da una struttura più agile, più diretta, più vicina alle caratteristiche della fruizione televisiva. Sintesi e chiarezza per tener alta l'attenzione. Non a caso Lucarelli ripetutamente dice "se fosse un giallo", proprio perché un giallo non è, e non solo perché si parla di cose accadute realmente, ma anche perché si tratta di televisione, e non di un libro. Gli strumenti di cui essa dispone rispetto a qualsiasi altro mezzo di massa, tranne forse il cinema, che ha però obiettivi e modalità di fruizione diversi, la fanno da padrone. Le inquadrature, ad esempio, che partono dal campo lungo per avvicinarsi lentamente fino a concludere la propria lenta corsa sul viso di Lucarelli nel momento di massima tensione, le pause tra le varie porzioni del brano che vengono evidenziate da cambi di prospettiva, fondendo il ritmo narrativo con quello visuale. Anche all'interno di "Mistero in blu", che non è un varietà, che non è il tipico programma di "televisione veloce", la scomposizione della sintassi dell'immagine giova al mantenimento dell'attenzione da parte del pubblico. L'utilizzo delle ricostruzioni filmate, per quanto brevi, ha proprio la funzione di scongiurare il calo d'interesse, in quanto lo spettatore che ha accettato il gioco vuole una continua traduzione del lineare nel figurativo e viceversa. RICOSTRUZIONI: esse meritano un discorso a parte, in quanto si discostano molto dalla tipica fiction usata da trasmissioni come "Mi manda Lubrano" o "Chi l'ha visto?", e sono di due tipi con caratteristiche molto diverse tra loro. L'obiettivo del primo tipo non è la classica ricostruzione dell'evento in modo drammatico o troppo preciso. Sono dei flash dove si cerca di far vedere il meno possibile proprio per mantenere la suspence, e anche per evitare di soffermarsi su indizi troppo concreti, visto che il programma non vuole essere un'inchiesta. Il viso non compare mai, secondo unna strategia di depistaggio che vuole la "fisicità" senza "riconoscibilità"; non ci sono mai pezzi parlati, solo immagini scarne che raggiungono il proprio scopo senza diventare fiction sceneggiata, ma solo semplice puntualizzazione visiva. Il secondo tipo ha un sapore molto più "poliziesco". L'avvalersi della polizia scientifica introduce la figura dell' "esperto", dell'ispettore che sa leggere ogni particolare, anche quello più insignificante, e sa tradurlo in indizio, sospetto, ipotesi. Lo spettatore è sedotto dal dettaglio, dalla professionalità che cede all'intuizione nel cercare di rimettere a posto il puzzle, ed emotivamente partecipa a questa ricostruzione "semirazionale", vaglia le sensazioni prodotte nel corso della puntata, sentendosi anch'egli come il detective ad un passo dalla soluzione del giallo. IL TAPPETO SONORO: l'ultimo dato che illumina sull'effettiva implicazione nella strutturazione del programma del linguaggio televisivo è l'utilizzo della musica. Sicuramente la musica come linguaggio non nasce in ambito televisivo, ma quando viene usata in TV si unisce organicamente agli altri linguaggi utilizzati (dal gesto alla parola). In "Mistero in blu" questa compenetrazione è particolarmente evidente, la solidità del messaggio si può spiegare solo analizzando separatamente le varie componenti comunicative per poi immaginarle ricompattate: l'effetto persuasivo appare in tutta la sua forza. La musica accompagna l'intero programma, c'è anche quando Lucarelli è in studio, ma è talmente bassa (il cosiddetto "tappeto sonoro") che non viene percepita dallo spettatore, anche se sicuramente influisce positivamente sull'attenzione. I toni salgono puntualmente nei momenti "clou", sia in studio, che durante i filmati, segnalando il momento di tensione. Un effetto musicale che esige la configurazione di un proprio lettore-modello, in base al quale prevedere e implementare le reazioni da "suggestione", e ovviare ai possibili casi di "decodifica aberrante". ANALISI DI UNO SCRITTORE IN CAMPO LUNGO Carlo Lucarelli è la figura attraverso cui tutte le modalità comunicative finora analizzate prendono forma. A partire dal titolo "Mistero in blu", che richiama la sua ultima fatica "Almost blue", tutta la trasmissione vive dello stile e della personalità dello scrittore. La sigla iniziale è una finestra sul mondo di Lucarelli: la sua casa, il suo computer, perfino il suo gatto, che è poi diventato il "logo" della trasmissione, sono lì a testimoniare il legame con un universo che esiste realmente. L'autore, a digiuno di esperienze televisive è stato scelto proprio per la sua innata capacità di narrare. Il suo compito è quello di raccontare il giallo, di trasformarlo in emozioni che provengono dal mondo della lettura. Questa "strategia della tensione" è attuata grazie ad una serie di "pratiche" che investono il campo della gestualità, della mimica, della modalità espressiva. GESTUALITÀ' E PROSSEMICA: la gestualità di Lucarelli è uno degli elementi che assicura la leggibilità del "testo". La caratteristica più evidente della "cinesica" del conduttore è la compostezza. Una compostezza che non comunica rigidità o freddezza, bensì equilibrio e sicurezza. Lucarelli riesce a non invadere la scena, seguendo una sorta di percorso invisibile che sembra tracciato dal racconto stesso. Ogni suo gesto ha uno scopo ben preciso, mai ridondante o eccessivo: ogni volta che cammina, ad esempio, lo fa per avvicinarsi ad uno degli oggetti in studio e mostrarli. Muove le mani principalmente per enumerare le ipotesi enunciate, o per sottolineare il dubbio appena sollevato. I gesti sono altamente codificati, e con lo scorrere delle puntate diventano tanto familiari da confondersi con le parole. IL "TIMBRO" VOCALE: Lucarelli utilizza un tono di voce poco modulato, anche quando affronta un momento significativo del racconto. Non carica mai il tono, ma lancia il segnale di tensione prevalentemente attraverso la postura del corpo e l'utilizzo dello sguardo. LE MODALITÀ' LINGUISTICHE: il lessico di Lucarelli è fondamentale nella struttura comunicativa del programma. I casi affrontati non sono mai semplici. Trattandosi di avvenimenti di cronaca non risolti, inevitabilmente presentano angoli bui, situazioni indefinite; inoltre lo scopo del programma è proprio quello di sottolineare questi aspetti e quindi calcare su tutto quello che di più misterioso è accaduto. Esigenze di questo tipo potrebbero sofisticare la chiarezza e la comprensibilità, necessari all'efficacia del messaggio. Utilizzando un lessico semplice, ma allo stesso tempo efficace, lo scrittore riesce a toccare le corde dell'emotività anche nel momento in cui si stanno affrontando gli aspetti più tecnici ("i tecnici della scientifica sono riusciti a tirare fuori il sangue dal legno"). I termini utilizzati sono quelli più comuni, e non vengono mai ripetuti, garantendo così una scorrevolezza e una chiarezza molto "piacevoli". Quando il momento esige un linguaggio più intenso, Lucarelli ricorre al repertorio classico del giallo, pescando tra espressioni ormai catacresizzate, ma di sicuro effetto. Il risultato finale risente di questi compromessi che, però, rendono l'intero programma accessibile ad un pubblico molto eterogeneo. L'ABITO CHE CREA UN'ATMOSFERA: Lucarelli veste sempre una "divisa": pantaloni, maglietta casual e giacca, il tutto nero, taglio morbido. Come un personaggio dei fumetti il vestito diventa una marca di riconoscimento. Innanzi tutto un abbigliamento del genere evoca nell'immaginario collettivo la figura dell' "investigatore", tanto semplice "fuori" quanto riflessivo e un po' tenebroso dentro. Anche gli autori giocano su questi rimandi, ad esempio nel momento in cui si parla con l'ispettore della scientifica, o quando si esplora la città. In questi casi Lucarelli non è più semplicemente voce narrante, diventa protagonista fisicamente presente, rappresenta colui che ha condotto l'indagine, e i rapporti tra lui e gli spettatori si fanno meno intimi, non si rivolge più allo spettatore, in questi momenti agisce da solo, come il protagonista di un serial televisivo poliziesco. L'abbigliamento di Lucarelli, che come abbiamo dimostrato si inserisce a pieno titolo nell'asse comunicazionale del programma, va probabilmente collegato a "bisogni di riconoscimento" che dipendono da funzioni di distinzione e differenziazione. Conclusioni "Mistero in blu" è un tentativo coraggioso di portare in televisione un universo particolare come il giallo, rinunciando agli eccessi "investigative" della famosa "TV verità": un programma che non urla, non accusa, non invade la privacy delle persone coinvolte. Il "delitto-evento" perde la connotazione di protagonista, e si piega alle dinamiche di un incesto comunicativo: il letterario, il teatrale e il televisivo (parenti dai rapporti spesso burrascosi) convergono in un limbo sotto l'egida del giallo. L'obiettivo principale della trasmissione, in ogni caso, non è quella di veicolare cultura. L'intelligenza del programma sta tutta qui. Del letterario e del teatrale non sono riprese le caratteristiche di nobiltà e élitarietà. Essi sono giudicati interessanti per la loro innata capacità di emozionare e coinvolgere. Lo spettatore è preso per mano ed accompagnato nei meandri di una storia normale, quotidiana, quasi "banale" che invece nasconde nel ventre inquietudini e perversità degne di un Ellroy particolarmente in vena. Queste "atrocità" rimangono, però, dei puri investimenti narrativi che daranno profitto solo attraverso una riflessione rigorosamente ex-post. "Mistero in blu" deve creare una suspence "garbata", un gioco che per cinquanta minuti possa vivere soprattutto del suo contrario. L'interrogativo è semmai un altro: "Come mai mamma Rai ha investito in un programma del genere"? La risposta sembra celarsi dietro un certo gusto voyeuristico, tipico del pubblico italiano, che spinge ad "sbirciare" in tutte quelle situazioni che nascono da un humus conosciuto per poi degenerare in soluzioni inaspettate. Probabilmente il programma (che in solo quattro puntate è passata da uno share del 4%, ad uno del 16%) è stato favorito proprio da questo desiderio diffuso di non essere "responsabilizzati", di sedersi sul divano per sentirsi raccontare una storia interessante ed emozionante. Gli ingredienti della "neotelevisione", attualità e varietà, sono miscelati in un prodotto intrigante ma soft, caratterizzazione che è un vero e proprio marchio di fabbrica della produzione made in Italy.