Questa piccola storia si basa sull'invenzione e rinvenzione. E' il racconto di un'avventura, durata un paio di generazioni tra Otto e Novecento, di intraprendenti protagonisti di piccole industrie e manifatture rurali, animati da entusiasmo faticoso per progresso tecnico (le invenzioni) e politico. L'istinto ha suggerito la strada per rinvenire i documenti tra gli archivi pubblici e privati e le testimonianze degli eredi. Ho visto per i campi vecchi nodosi che con una forcella di pioppo cercavano pozzi. Trattenuti per i pollici i rami a v s'alzava la stecca lunga, con sobbalzi ritmici. Là sotto c'era l'acqua. Mi son fatto prestare quella forcella rabdomante per scovare le tracce di una recente storia materiale senza più materiali. Ho trovato un fiume e il suo corso. Era stato prigioniero delle abazie, per secoli ha schiaffeggiato le palette di mulini e frantoi, smorzato i ferri insanguinati e battuti, sciacquato tessuti tinti e follati, ed ora muove macchine idrauliche e si lascia scoppiare in vapore. Ho lasciato che quei rari manoscritti, contesi a sorci e a manie di "pulizia", degli uomini intraprendenti e dei burocrati raccontassero. E l'inchiostro, oramai patina rugginosa screpolata, s'è fatto loquace, s'è aperto dentro quelle "5" lavorate come chiavi di violino. Minute di lettere commerciali, di statistiche, di ordinanze di sindaci riottosi e mangiapreti, corghe di cancellature, documenti recenti e dimenticati, hanno richiamato articoli ampollosi di giornali d'epoca e parole rade e smarrite nel ricordo degli ultimissimi testimoni. Appena sotto le relazioni dei notabili, i trattati degli intellettuali del tempo, brulica un popolo rurale muto. Non ho incontrato "belle epoque", se non nei cappelli e nei baffi delle foto finte (in posa ed ingentilite dal "ritocco" a matita), ma marginalità e pena e fatica e fame. Quest'Ottocento industrioso in una delle tante province italiane è stato un abbacinamento, una corsa dentro il sogno di migliorare condizione sociale, di sollevare fatica, di sfidare il tempo. Artigiani e commercianti, borghesia minuta urbana e rurale, tecnici ed operai-contadini, si sono industriati per svangare un'esistenza senza pietà, per divenire protagonisti tentando di spezzare la staticità di una società divisa tra padroni e sottoposti, ricchi e poveri, urbani e dispersi. E ronzava il frullo delle macchine in quelle vivaci intelligenze, ubriache di esalazione di essenze naturali e chimiche, costrette alla fisicità d'un processo di modernizzazione agli albori. Il vapore più di un aiuto era una sfida, una scommessa e, soprattutto, il segno di un "evento", che nella sua unicità richiede, per una qualche comprensione, la consapevolezza della visione d'assieme, dell'intrecciarsi delle storie individuali con la struttura sociale. Ma il sudore e il sangue l'hanno ancora spuntata, hanno riportato in campagna i figli dei campagnoli, nelle bottegucce quelli degli artigiani. Cli uomini industriosi si son portati dentro la tomba quegli attrezzi opera dell'ingegno - Osmirda Cianni di Pievebovigliana, geniale costruttore di ferri chirurgici, sotto il cuscino damascato tiene nascosta una forbice ricurva - glieli hanno messi accanto per sempre come il monito di un Odisseo vinto dalle Colonne d'Ercole. I rurali manifatturieri sono ritornati rurali rout cour, costretti all'esodo doloroso, non più stagionale, ma definitivo. Ma ogni avventura è un viaggio, ed ogni viaggio presuppone il ritorno, che dura sempre poco perché presto viene il tempo di ripartire. I protagonisti di questo lavoro sono, dunque, eroi vinti dallo scorrere del tempo, ma soprattutto uomini in fuga. Ed è questa una condizione innata d'inquietudine, ma anche di non sopita curiosità. In fuga da una società immobile che li relegava in ruoli marginali e subalterni. In ciò la loro storia si diversifica dalla staticità del popolo agrario, rurale fino in fondo, legato al podere come le querce, alla tradizione e alla legge dell"'eterno ieri". E quando oramai impazza la tempesta e si dimostra impossibile ritornare a riva per riportare nave ed equipaggio nella rada, la fuga rimane la via della salvezza, con la ventura di incontrare lidi inattesi. L'avventura degli imprenditori ha richiesto silenziosi complici: maestranze villerecce, salariati ricacciati, alla fine del viaggio industriale, nelle campagne dove ogni sogno infranto rafforza la stabilità, contadini con contadini, padronali con padronali."Ognuno allo paro dello sua";, è la regola immutabile, diceva mia nonna che faceva di cognome Jacarelli, evocando lontani parenti "gettarelli", "abbandonati". E proprio con alcuni di loro, le trovatelle del Conservatorio delle esposte di Camerino, operaie senza pedigree, inizio.