Guerino era un cavaliere errante. Lo chiamavano il Meschino perché, sebbene di principeschi natali, restò orfano da fanciullo passando di padrone in padrone. Non furono sufficienti le vittorie in giostre e battaglie; per tutti restava un meschino senza famiglia, senza casa. E Guerino percorse le strade del mondo nella ricerca dei genitori, finendo dentro i monti Sibillini, nel regno della fata Alcina che tutto conosceva. La Sibilla, avvolta d'infernale seduzione, promise che la sua richiesta sarebbe stata esaudita solo se Guerino avesse percorso la via del peccato. Ma il pio cavaliere cri stiano, saldo come una quercia, resistette alle tentazioni invocando allo sfinimento Gesù Nazzareno preservando anima e li da ogni vincolo di immorale gratitudine. I pastori transumanti maceratesi amavano il Meschino. Raccontavano senza stancarsi quelle leggendarie gesta che, ormai, s'erano colorate di realtà. Del resto la storia di Guerino somiglia va alla loro; senza casa e perseguitati per quello zingarare nei medesimi scenari montani di orridi e silenzio. Silenzio profondo che faceva perdere il senno. Bisognava resistere: solo con sacrifici e ripetendo "Mannaggia a Sisto V" si raggiungeva la redenzione, così come vi era riuscito quell'eroe su misura. Ad ognuno il proprio mito; il pasto re ferito dalla tramontana, con i pomelli delle guance dai capillari congestionati, si sentiva cavaliere errante di greggi mansueti. Il cappello calzato il suo elmo, l'incerata un mantello plumbeo, l'ombrello massiccio la spada da brandire contro i lupi in montagna e briganti in Maremma, ma soprattutto per ricacciare i fantasmi dei ricordi ispessiti dalla solitudine. Parlare dei montanari dei Sibillini equivale a dissertare su Guerin Meschino, paladino anomalo. Così come anomalo protagonista del mondo rurale, appare il pasto re. Egli e' transumante ma al tempo stesso stanziale in ogni luogo ove piazza la sua vita, cosmopolita delle piane maremmane e intimamente localistico, strenuamente legato ad ataviche consuetudini. Vive in capannelli mobili, ma mette da parte i guadagni per costruire al paese la casa di pietra. E' sbrigativo e grezzo negli atteggiamenti, nel vestire e nel cibo, ma è capace di perdersi in poemi cavallereschi e di cantare in ottave la sua triste condizione con rara sensibilità. Servo nelle grandi masserie ed anche moscetto libero e indipendente piccolo proprietario. Il suo lavoro conserva metodi primitivi, ma è proprio la pastorizia transumante a presentare i primi germi del capitalismo rurale; un'attività degli spazi vuoti dei pascoli d'altura ma che richiede continui rapporti con contadini e mercanti per l'affitto dell' "erba" e per rivendere i formaggi. La pecora, poi, è ambivalente come il suo padrone: fissa (vissana) e transumante (sopravvissana). Ed è proprio l'ovino che fornisce la chiave di lettura di una società che asseconda le esigenze dell'animale più ancora di quelle delle persone. Un mondo dai caratteri che travalicano l'angusto spazio di monti della piccola provincia marchigiana, testimonianze millenarie di una società sconosciuta e diversa dalla storia agricola delle pianure e dei dolci colli. Lo sviluppo delle Marche è ovunque descritto come l'evoluzione della società contadina caratterizzata dal contratto mezzadrile; il modello "terza Italia" e "Nec" dal la piccola imprenditoria diffusa trova le sue origini nella famiglia patriarcale allargata. La famiglia-azienda, prima mezzadrile, poi piccolo proprietaria, quindi artigiana ed infine industria le, trova l'elemento unificante nel capoccia che dirige il lavoro dei componenti del nucleo, comprese le " mezze forze" (donne, anziani e bambini), e che sorveglia la morale. Ma una regione, sebbene prevalentemente legata al mondo dei contadini, non si esaurisce nelle case coloniche che diventano sottoscala- tomaglifici. Qual è il percorso sociale degli altri? Quale la loro storia e il loro contributo? I pescatori, ad esempio, lontani dalla famiglia per lunghi giorni. E i pastori transumanti, popolazione antichissima dell'entroterra, che fine hanno fatto? Il mondo dei pecorari dei Sibillini rappresenta una realtà scomoda, caratterizzata dagli spostamenti, da diffusa eguaglianza, dalla famiglia ristretta quasi matriarcale. Ed allora non diventa una forzatura raccontare la loro vicenda come una storia di ignorati, di vinti non fiunzionali alle ricorrenti analisi dell'evoluzione sociale marchigiana.